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QUELLA
NOTTE
di Guillaume Riggio
Certe volte si sente la necessità
di raccontare una storia, e quando succede non si riesce a sopprimere l’impulso
che scorre lungo tutto il corpo, che dilaga nella mente, arrivando ad occupare
ogni tuo pensiero. Quando accade ti rendi immediatamente conto che non la stai
scrivendo solo per te, o per farla leggere a qualcuno, che le motivazioni per
cui lo stai facendo trascendono l’interesse che potrebbe suscitare o il
semplice sfogo che l’atto stesso di scrivere costituisce.
La scrivi perché è lei a prendere il controllo ed a scavare per
prendere forma, per raggiungere la luce del reale.
Questa è una di quelle volte.
È la storia di una triste notte in
cui si perde qualcuno.
Due settimane fa, tornando dalle vacanze ho saputo che un mio amico se n’era
andato.
Silenziosamente, serenamente, senza soffrire e senza nemmeno accorgersene, o
almeno così dicono. Si è addormentato una sera, e non si è
più svegliato.
Abitava a due passi da casa mia, in una delle case in fondo alla strada.
Quella notte, quella lunga notte sono rimasto a fissare in quella direzione
per ore, incapace di credere che una persona sana, apparentemente senza alcun
problema fisico, potesse essersene andata così, senza un motivo.
Quella notte non riuscivo a capacitarmi del fatto che una persona che avevo
visto pochi giorni prima e che sembrava in gran forma, che per anni ho frequentato,
con cui ho trascorso ore ed ore a ridere, scherzare, discutere, litigare, semplicemente…
non ci fosse più. Senza poter capire perché. Senza neanche potergli
dire addio.
Quella notte stavo lì, seduto sul ciglio della strada a fissare
in direzione di casa sua, mentre davanti agli occhi mi scorrevano ricordi
e lacrime. Mi aspettavo che da un momento all’altro sbucasse fuori
dal portone, con la luce del lampione che gli avrebbe illuminato debolmente
il volto, sul quale, ero certo, avrei potuto rivedere un ultima volta
il suo sorriso.
Quella notte… quella notte non c’era nulla che avrebbe potuto convincermi
del contrario.
Quella notte ho tenuto le ore che avevamo passato assieme strette nel mio pugno,
stringendo così forte da lasciarmi i segni, così forte da non
permettermi di svenire per il dolore.
Centinaia di piccole cose mi sono tornate alla mente, sottigliezze che i venti
del tempo avevano quasi cancellato, che l’abitudine dell’averlo
accanto avevano reso inutili da ricordare, ma che in quella notte sono riemerse,
e come schegge impazzite hanno dilaniato la mia anima.
Rimasi così, quella notte, immobile fino alle prime luci dell’alba
sempre guardando la fine della strada.
Quella notte credevo davvero che un miracolo fosse possibile, che nulla di quel
che mi avevano detto fosse reale, che l’avrei rivisto, magari il giorno
dopo, magari solo un ultima volta…
Quella notte non ho più avuto il coraggio o la fede di credere in qualcosa,
annichilito da come sia inconcepibile trovare una spiegazione logica.
Dopo… dopo c’è stato il funerale,
il dolore della famiglia e degli amici, le ore passate a pensare alle cose fatte
insieme, le migliaia di volte che mi sono chiesto ‘perché?’
fino a crollare per la stanchezza, l’ennesimo confronto con la mortalità,
mia e di coloro che mi circondano… Ed ora?
Ora c’è il ritorno al lavoro, l’articolo da consegnare allo
STIM, gli esami alle porte, le bollette, gli amici, il solito tran tran che
lentamente dissiperà quella notte. Che le riserberà un posto nella
mia storia, capitolo ‘orrore’, paragrafo ‘addii’.
Qualche giorno fa, cercando un modo per lasciar vagare
la mente, per evitare di ricadere nel solito circolo vizioso di ricordi, mi
sono visto un episodio di TNG, “Prima Direttiva”.
L’episodio si apre con il pericolo di contaminazione culturale nei confronti
di popolo all’età del bronzo da parte di alcuni scienziati della
Federazione a causa della repentina degenerazione di un guasto al generatore
di ologrammi.
Nonostante l’Enterprise cerchi di arrivare prima possibile sul pianeta,
un Mintakiano si trova ad osservare l’intera scena e
rimane ferito da una scarica generata del proiettore d’ologrammi ormai
guasto. Il suo trasporto in infermeria, il successivo cogliere qualche stralcio
di conversazione tra il capitano e gli ufficiali ed il fallimento della procedura
di cancellazione della memoria a breve termine, segnano il passo definitivo
verso una netta contaminazione culturale ai danni dei Mintakiani, che si trovano
costretti a riconsiderare vecchie credenze e superstizioni sopite ormai da molte
generazioni.
Liko, il Mintakiano, una volta teletrasportato sul pianeta,
non solo ricorda perfettamente l’esperienza vissuta in un ‘luogo
straordinario’, ma è convinto che un essere onnipotente, “il
Picard” appunto, gli abbia restituito la vita.
L’idea di un essere supremo, di un Supervisore, si fa sempre più
strada nella mente degli indigeni, fino al punto in cui il ritrovamento di uno
degli scienziati fuggiti dal laboratorio durante il guasto fornisce la prova
che consolida definitivamente l’idea che “il Picard”, se adeguatamente
servito, possa influenzare la loro esistenza, portando loro tutti i benefici
che un popolo dedito alla caccia, alla pastorizia e all’agricoltura necessita.
L’escalation della situazione, a questo punto, diventa inarrestabile,
ed il solo modo che il capitano ha di ridurre i danni provocati dalla contaminazione
è quello di teletrasportare il capo del villaggio, Nuria,
sull’Enterprise, per mostrarle che “il Picard” non è
un essere soprannaturale o divino, ma un uomo in carne ed ossa proprio come
lei, che ha sì delle conoscenze infinitamente superiori a quelle dei
Mintakiani, ma che allo stesso tempo è impotente di fronte all’ineluttabilità
della morte.
Il crollo dell’idea di onnipotenza de “il Picard” segna la
fine della fede dei Mintakiani, che possono tornare a vivere la propria esistenza,
sicuramente influenzati dall’incontro con la Federazione, ma liberi dalle
ombre della superstizione e soprattutto consci delle loro potenzialità
perché, come il capitano ha mostrato loro, neppure le stelle sono irraggiungibili.
Ho sempre amato particolarmente questa particolare
puntata per le varie riflessioni che porta alla mente, sulla vita e la morte,
sulla fede e su quanto spesso sia facile farsi fuorviare da cieche convinzioni,
come testimonia il fanatico comportamento di Liko.
D’altro canto in questo episodio mi ha particolarmente affascinato la
prospettiva dei Mintakiani, trovatisi improvvisamente di fronte al proprio Dio,
apparentemente graziati dal tanto invocato ‘segno divino’ e che
avrebbero potuto contare eternamente su una guida, su una certezza assoluta
che avrebbe sempre mostrato loro la propria presenza in modo tangibile.
Se Dio si facesse vivo oggi sarebbe già tanto se non gli dichiariamo
preventivamente guerra per ‘assoluta e incontrovertibile certezza di possesso
di armi di distruzioni di massa’.
Sempre che non lo mandiamo semplicemente al Diavolo.
Quando Nuria si trova di fronte a quel che crede essere “il Picard”,
l’essere onnipotente, c’è una ed una sola cosa che vorrebbe
per la sua gente: che quell’essere, dalle conoscenze tanto profonde da
sfiorare il divino, riporti in vita alcuni dei loro cari periti in un alluvione
un anno prima.
Perché nonostante tutto, nonostante i Mintakiani siano dei protovulcaniani
e perciò dediti alla ferrea logica, nonostante l’orrore della realtà,
nonostante la tangibilità della loro assenza, trovandosi di fronte ad
un essere di così vasto potere, il pensiero non può che andare
ai propri cari, sperando di riuscire a poter vedere ancora una volta il loro
sorriso.
Così come quella notte io pregavo di poter vedere un ultima volta …
il suo.
L’episodio riesce a trovare la sua
naturale conclusione grazie, in fondo, al fatto che durante il confronto tra
Picard e Nuria i due siano riusciti, come nella migliore tradizione diplomatica,
a trovare un tassello comune - la mortalità e impotenza di fronte alla
conclusione del ciclo vitale - sul quale costruire un dialogo da pari a pari
che potesse sanare i profondi fraintendimenti che una così elevata differenza
culturale e tecnologica aveva creato.
Partendo da un punto comune, riuscendo l’uno a non arrendersi di fronte
alla cieca devozione e sottomissione della Mintakiana e l’altra a non
vedere i fatti da un unico punto di vista ma cercando di valutare oggettivamente
un mondo del tutto estraneo (nonostante fosse così maledettamente impregnato
di divinità) dal suo, rimaneva un unico ostacolo da superare perché
la vicenda finisse nel migliore spirito Trek.
Ovviamente non poteva che trattarsi dello scontro con la cieca devozione, con
il fanatismo e l’ottusità mentale che ne deriva.
Doveroso che fosse così, così come reputo necessario il modo in
cui si è svolto, perché, come giustamente fa notare Picard “l’unica
prova che Liko avrebbe potuto accettare” era quella di infrangersi
contro la cecità del suo credo, ed è infatti la vista del sangue
de “il Picard” che segna il crollo definitivo della sua fede...
e di lui stesso.
Almeno finchè, nella scena finale, ci rendiamo conto che la logica l’ha
portato a comprendere gli errori che aveva commesso e le conseguenze che il
suo comportamento aveva provocato.
Inutile sottolineare che gli umani, che l’era del bronzo l’hanno
passata da un tot, non sempre ci riescono. Non solo a capire gli errori. Non
solo a comprenderne appieno le conseguenze.
Ma, cosa più importante... ad ammetterlo in quel modo.
Il finale, non solo per l’aspetto
che ho appena sottolineato, mi ha sempre coinvolto in modo particolare.
In fondo in un battito di ciglia i Mintakiani sono passati dall’avere
‘prove tangibili’ dell’esistenza di un Dio perso nell’oblio
per generazioni fino ad arrivare nuovamente al crollo di quelle antiche superstizioni.
Eppure, anche se da una parte perdono un punto di riferimento fondamentale come
può essere la fede, dall’altra acquistano uno spaccato delle loro
potenzialità, uno sguardo sul loro futuro dove hanno la certezza che
un giorno nessuno morirà più a causa delle alluvioni o delle malattie
che in quel momento li flagellano, dove non saranno più in balia degli
elementi, ma potranno avere un ruolo attivo nell’ambiente che li circonda,
dove sarà possibile guardare le nuvole ‘dall’altra parte’
e dove visitare altri mondi viaggiando tra le stelle non sarà una fantasia
priva di logica.
Tutto questo, in un certo senso, è
riuscito ad alimentare nuovamente quella fiamma che dentro di me, dopo quella
notte, si era affievolita.
Non ci sono collegamenti che possa definire logici tra quel che ho vissuto due
settimane fa e quel che ho provato dopo aver visto “Prima Direttiva”,
ma in un modo del tutto particolare so che ci sono.
Sarà il modo in cui l’ottimismo e la felicità che
ho visto dipinti sui volti dei Mintakiani mi ha ricordato il suo sorriso.
Il sorriso di una delle poche persone che ho sempre visto sorridere.
So benissimo che lui mi mancherà ancora per molto, molto tempo, e probabilmente,
se sono davvero fortunato, riuscirò a non abituarmi mai alla sua assenza.
O forse è per il fatto che ogni volta che penso a lui, od ogni volta
che mi guardo uno Star Trek qualunque, mi vien voglia di essere migliore di
quel che sono adesso, sento qualcosa che cerca di smorzare le ripide mura che
questa vita mi ha costretto a innalzare, percepisco qualcosa che mi indica un
puntino luminoso all’orizzonte e mi dice semplicemente: “Ecco, vedi…
quello potresti essere tu. Tu potresti essere parte di tutto questo. Dipende
solo da te”.
È per questo che scelgo di ascoltare
quella voce che mi indica quel puntino lontano, per non smettere mai di credere
nei miei sogni, nella fede e nella speranza che qualcosa un giorno possa essere
migliore… e che io possa svolgere la mia piccola parte in quel cambiamento.
È per questo che scelgo di
vedere il suo sorriso dipinto suii volti delle persone a cui sarò
in grado di regalarne qualcuno. Perché è anche per lui che
lo farò, per ricordarmi sempre di non dimenticare cos’è
davvero importante.
Dedicato a Loriano
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