TAKEN
di Matteo "Norton" Bistoletti

Come ogni anno, con l'arrivo dell'estate, i palinsesti delle reti televisive italiane si popolano improvvisamente di repliche e spettacoli "di secondo ordine". Tra questi spettacoli - che loro definiscono appunto di secondo ordine - vengono invece trasmessi, a loro ovvia insaputa, quelli che noi consideriamo dei programmi di alto, almeno potenziale, interesse rispetto a trasmissioni stile "C'è posta per te" o "Elisa di Rivombrosa", proposte allo spettatore medio nell'alta stagione televisiva (se sembro troppo classista o polemico chiedo perdono, ma con le televisioni italiane spesso ho la mano esageratamente pesante). E questo obbligandoci a fare spesso salti mortali, vuoi per la sconsiderata e assoluta irregolarità di trasmissione, vuoi perché anche noi abbiamo degli impegni o delle vacanze da intraprendere, per poterli seguire con regolarità.
Se l'anno scorso il caso dell'estate per il sottoscritto fu la scoperta di un vecchio telefilm di fantascienza, "Il prigioniero" (di cui potete andare a ripescare la recensione su un qualche STIM autunnale del 2003 nel nostro nuovissimo archivio - grazie Riccardo!), quest'anno, oltre al non fantascientifico ma pur sempre eccezionale "Six Feet Under" di cui ci ha parlato Chiara il mese scorso, il caso, almeno così come è stato lanciato da Italia 1, è stato "Taken".
Eccomi qui pronto quindi per commentare questo mini telefilm, andato in onda ad inizio estate direttamente dopo il grande successo di critica e pubblico ottenuto in USA.
La premesse positive c'erano tutte: prima di tutto alla guida avevamo Spielberg (anche se il sospetto che il suo ruolo nel telefilm fosse minore rispetto perfino al distributore di bibite sul set mi è balenato fin dal principio), inoltre si trattava di una mini-serie di dieci puntate di largo respiro e quindi con un inizio ed una fine ben definiti, cosa piuttosto inusuale per un telefilm americano che si prefigge l'obiettivo di durare sempre più stagioni possibile.

"Taken" è una storia - e, considerando che si tratta di una miniserie, possiamo dire una sola lunga storia divisa in dieci puntate - sui rapimenti alieni. L'idea, forse non così originale, faceva nonostante tutto ben sperare: perciò avevo immaginato, dal momento che si trattava di un tema trito e ritrito, qualche sorpresa stilistica o contenutistica.
E infatti qualche novità si è notata fin dal principio: "Taken" è innanzitutto una storia generazionale. Si inizia raccontando le vicende di tre famiglie nel 1962 e, generazione dopo generazione, si finisce raccontando le vicende dei discendenti di quelle stesse famiglie al presente.
Le famiglie di cui si narra sono tre. Penso che il proposito del telefilm fosse quello di avere in definitiva tre personaggi raffigurati nel loro evolversi. E' stato scelto poi di non rappresentare dei singoli personaggi nel loro sviluppo, ma piuttosto delle famiglie con vere proprie caratteristiche legate alla loro indole o al loro destino, e al loro evolversi generazionale.
Infatti, riducendo le cose all'osso, ogni episodio di "Taken" ha sempre tre protagonisti, o comunque tre perni su cui ruota la vicenda, ed ognuno di questi perni è uno dei membri delle tre famiglie. E sempre stringando all'osso, possiamo certamente affermare che a prescindere dal singolo personaggio, è sempre il genetico ruolo familiare a stabilire (fatta salva qualche eccezione come nell'episodio "Manutenzione") e definire la figura del personaggio. Abbiamo la famiglia principale, quella che dà avvio all'intera vicenda, quella onesta e vittima delle circostanze (i Clarke), abbiamo poi la famiglia di eroi, coloro che si oppongono a quello che sta avvenendo e che cercano di salvare il salvabile (i Key) e infine abbiamo, come ogni storia che si rispetti, la famiglia di cattivi (i Crawford).
Certo, poi ci sono gli alieni… ma di loro non vediamo molto, a parte il loro aspetto reale e le loro astronavi, che di nuovo hanno ben poco (piccoli omini grigi con grossi occhi neri su grandi dischi volanti… vi dice niente?).

Questo aspetto generazionale è sicuramente l'aspetto più interessante delle serie e forse, a mio avviso, non è stato pienamente e idoneamente sfruttato.
Mentre il ruolo forte sembra essere una delle ragioni che spingono gli alieni a perseguitare i Key e l'innocenza dei Clarke ha spinto gli alieni al primo incrocio umano-alieno nel 1963, molto più interessante è indagare sulla trasmissione del gene della cattiveria che viene tramandato nella famiglia Crawford. Owen Crawford, di cui facciamo conoscenza nelle prime puntate, è sicuramente uno dei personaggi migliori della serie: una persona puramente e squisitamente cattiva, spietato ma sempre coerente, determinato e sicuro nell'adempiere quello che vuole ma non per ciò privo di sentimenti, ovviamente soprattutto legati al potere guadagnato attraverso la sua scaltrezza.
Il primo conflitto generazionale lo si ha quando lui designa, spiritualmente, solo uno dei suoi figli come suo degno successore. Peccato sembri che solo l'altro figlio abbia ereditato il suo gene "malefico", apparentemente assente invece nel "figliol prodigo". Alla morte del figlio prediletto, avviene la rivalsa da parte del figlio trascurato Eric Crawford che, dopo aver eliminato il padre, fa di tutto per seguirne le orme, cercando però nel contempo di annichilire attraverso i suoi successi la figura riverita - ma in declino verso la fine - del padre.
Ma questa posizione di rivalsa e non di pura cattiveria fa perdere il filo ad Eric, che perde la testa per una componente della famiglia Clarke. Questa relazione porta ad Eric una sorta di barlume di coscienza che gli impedisce di procedere nel suo lavoro. Questa sua debolezza non viene perdonata da sua figlia Mary, che ha sempre visto il padre come una figura fintamente forte, che sfogava le sue debolezze in famiglia, che non ha mai saputo uscire dall'ombra del nonno. Mary, cercando di seguire le orme del nonno che appunto invece venera, elimina a sua volta suo padre e continua la spietata caccia di potere iniziata due generazioni fa.

Purtroppo tutte queste speculazioni generazionali sono solo abbozzate nel telefilm, tanto che verso la fine viene davvero da chiedersi perché esso si sia perso così a lungo nel passato per raccontarci una storia che poteva essere raccontata semplicemente al presente in molte meno puntate. In effetti con l'evolversi della vicenda al presente il telefilm va via via perdendo il suo mordente e le aspettative si fanno sempre più vane.
Clarke e Key infine si incrociano (come da volere alieno) e dalla loro unione nasce una sorta di ibrido perfetto, uno scalino evolutivo aggiuntivo per entrambe le specie. Dai Clarke la piccola Allie (questo il nome della protagonista mezza aliena e mezza umana) eredita la bontà d'animo e l'innocenza, nonché la parte aliena (con relativi super poteri), derivata dall'incrocio del 1963; dai Key invece la forza e l'eroismo necessari per sopravvivere e fare pieno uso di tali poteri.

Ed è a questo punto che la storia comincia a perdere quel mordente che all'inizio mi aveva tenuto invece abbastanza in sospeso: le vicende al presente vanno poco oltre la banale caccia all'alieno buono. La piccola Allie non riesce a mio avviso ad essere alla portata del personaggio che avrebbe dovuto rappresentare, ma ancor peggio i due genitori (mamma Lisa Clarke e papà Charlie Key), due personaggi assolutamente bidimensionali e tremendamente noiosi (Lisa riesce addirittura ad innervosirmi più volte quando diventa isterica). Anche la cattiva Mary, ad un certo punto, sembra perdersi un po' nel dileguarsi delle puntate, senza lasciarci bene ad intendere quale siano davvero i suoi motivi interni.
Il finale purtroppo non risolleva molto la situazione. Innanzitutto la banalità: troppe cose restano lasciate in sospeso. E non in sospeso come volutamente veniva fatto in "X Files", ma semplicemente non spiegate perché evidentemente ormai avevano perso di interesse.
Il finale melodrammatico purtroppo non riesce a commuovere a dovere (e ve lo dice uno che si commuove ancora alla decima visione di "Mouline Rouge" o alla centesima de "L'ira di Khan"), lasciandoci un senso quasi di delusione per una vicenda lunga non solo dieci puntate, ma anche ben quarant'anni.

Avevo pretese troppo alte? Forse "Taken" è in realtà un tassello di classica fantascienza dove gli alieni sono quelli di sempre e viaggiano ancora su dischi volanti? O forse siamo davanti ad una colossale banalità che ha usato il nome di Spielberg e il calibro di grandi registi e attori per arrivare al successo ottenuto?
A questo lascio rispondere voi.
Sicuramente da parte mia va un plauso all'idea generazionale. Peccato che sia stata un po' troppo poco sviluppata e abbia avuto in definitiva poco riscontro nello sviluppo globale della vicenda.

E non mi stupirebbe se fra breve sentissimo parlare di un seguito…


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