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AUTODISTRUZIONE,
KOBAYASHI MARU E FLAUTO RESSIKANO: INELUTTABILITÀ E PESO DEL COMANDO
ovvero
La strana alchimia di un ecosistema del tutto particolare
di Guillaume Riggio
[Prologo]
Data: “Lei conosceva bene il tenente Aster?
Riker: “Ci siamo parlati qualche volta... La conoscevo poco…
Tu la conoscevi bene?”
Data: “Perché me lo chiede?”
da “Il Vincolo”
Ci
metto parecchio ad addormentarmi, solitamente.
Di solito mi giro e mi rigiro nel letto per almeno un'oretta e mezza;
mi metto a pensare alle cose più disparate, lasciando che il flusso
di immagini e riflessioni scorra senza impedimenti, molte volte senza
che ci sia alcuna connessione logica tra i vari pensieri.
Senza alcun motivo particolare, una notte mi è capitato di soffermarmi
a riflettere sul concetto di ineluttabilità, e d’un tratto,
curiosamente, l’immagine che mi si è presentata in testa
era quella di un giovane guardiamarina che svolge tranquillamente i suoi
compiti quando improvvisamente la voce del Capitano Picard annuncia che
la sequenza d’autodistruzione è stata attivata, e ordina
di iniziare immediatamente le procedure per l’evacuazione d’emergenza.
Il guardiamarina, però, sa perfettamente che non è detto
che tutti riescano a mettersi in salvo, non può neanche essere
sicuro del fatto che lui stesso ne uscirà vivo.
Può soltanto eseguire gli ordini… ed avere fede nel Capitano.
Tutto il resto sfugge al suo controllo, senza che lui abbia la minima
possibilità di avere voce in capitolo in una situazione che ha
la sua vita, insieme a quella di un altro migliaio di persone, in gioco.
Estraniandomi dall’immagine che la mia mente aveva costruito e dalle
relative considerazioni (riesco a fare di peggio, nel caso se ve lo steste
chiedendo, per cui evitiamo le varie e gratuite considerazioni su quanto
sia ormai flebile la mia sanità mentale), decisi di rivestire i
panni dell’avvocato del diavolo e mi venne da riflettere su che
cosa potesse mai portare un qualunque Capitano della Flotta Stellare a
decidere di utilizzare quella ‘soluzione estrema’, condannando
l’intero equipaggio.
D’altra parte la questione non può essere affrontata in senso
univoco, perché se da una parte c’è il Capitano che
ordina la distruzione della nave, dall’altra c’è un
equipaggio che ha affidato la propria vita nelle sue mani.
[L’Equipaggio]
Riker: “E tu perché me l’hai chiesto?”
Data: “Perché… continuate a farmi questa domanda?
Da quando è morta, signore, mi è stato chiesto più
volte se conoscevo e quanto bene conoscevo il tenente Aster. […]
Un rapporto di familiarità ha un qualche peso sulla morte?”
da “Il Vincolo”
Torniamo al
Guardiamarina, ed iniziamo il nostro viaggio dal punto di vista di chi
‘subisce’ la situazione. Chissà qual è stata
la prima cosa che gli è passata per la testa, una volta che la
sua mente aveva registrato il significato di quel che aveva appena sentito,
qualcosa di così estremo e ineluttabile (appunto) da sfuggire all’immediata
comprensione.
Sicuramente, se aveva una moglie o dei figli a bordo, il primo pensiero
sarà stato rivolto a loro.
Se da un lato è vero che tutti sull’Enterprise erano ben
consci delle possibili conseguenze e dei rischi che comportava essere
a bordo dell’ammiraglia della Flotta Stellare già prima di
imbarcarsi, d’altro canto l’equipaggio non è composto
esclusivamente da membri della Flotta Stellare, ma anche da moltissimi
civili che non hanno affatto giurato di immolare la propria vita per il
bene della Flotta o della Federazione.
L’ineluttabilità,
dicevamo, come oggetto principale di questa prima parte.
L’episodio “Il Vincolo” della terza stagione
offre un interessante seppur marginale spunto sull’argomento: la
puntata si apre con la morte del Tenente Marla Aster,
che rimane uccisa in servizio a causa dell’esplosione di un ordigno
durante una missione di esplorazione archeologica, lasciando un figlio,
Jeremy.
Mentre Picard, con l’assistenza del consigliere Troi, si appresta
a dare la terribile notizia al ragazzo, è costretto a fermare il
turboascensore per riuscire ad avere il tempo e la concentrazione necessarie
per cercare di esprimere la sua opinione sulla presenza di bambini sulla
nave, che reputa “una politica discutibile”, perché
non permette loro di avere una reale possibilità di scelta sull’accettazione
dei rischi che comporta la vita a bordo.
In realtà
dal mio punto di vista non c’è alcuna scelta per coloro che
vivono sull’Enterprise, sia che facciano parte della Flotta o che
siano semplici civili. Ma torneremo dopo sull’argomento.
Non parliamo
poi delle volte in cui, per ricollegarci al discorso iniziale, il Capitano
decide di distruggere l’intera nave. Jeremy Aster ha rischiato di
morire (insieme alla madre, però) anche in quelle occasioni.
Nell’episodio “Dove Regna il Silenzio”, seconda
stagione, l’Enterprise viene imprigionata in un ‘buco nello
spazio’ mentre si trova nel quadrante Morgana (ehm…), trovandosi
in una situazione che non sembrava presentare vie d’uscita: in primis,
pur facendo inversione di rotta non trovano l’uscita, inoltre, nonostante
proseguano in avanti, riescono incomprensibilmente a incrociare una boa
di segnalazione che avevano precedentemente posizionato per cercare di
farsi un'idea di dove fossero finiti.
Fatto sta che dopo aver brancolato nel buio per una mezz'ora, veniamo
a sapere che un essere, Nagilum, vuole capire il significato
della limitata esistenza degli esseri umani, e senza troppi complimenti
annuncia a Picard che dovrà rinunciare ad un terzo del suo equipaggio.
Metà, se proprio dovessero venirgli in mente nuovi modi di porre
termine all’esistenza di quella strana, temporanea specie.
Picard, com’è ovvio, non può sottostare ad una richiesta
del genere, e piuttosto di dover affrontare di perdere passivamente metà
dell’equipaggio per permettere a Nagilum di soddisfare la sua terribile
curiosità, è pronto a far saltare in aria la nave e fino
a quando non è sicuro di essersi veramente liberato dell’essere
non mostra la minima intenzione di interrompere il processo d’autodistruzione.
E ancora: nell’episodio
“11001001”, prima stagione, troviamo un altro spunto
utile sull’argomento.
Nella puntata in questione l’Enterprise attracca alla Base Spaziale
74 ed incontriamo i Binari, una razza che ha vissuto
talmente a lungo in simbiosi con il computer centrale di Bynarus, il loro
pianeta natale, da aver sviluppato la capacità di interagire con
i cervelli elettronici ad una velocità e con una precisione impensabili
per qualunque altro essere del quadrante. Inizialmente le straordinarie
capacità dei Binari sembrano essere messe a disposizione dell’Enterprise
per mettere a punto e migliorare i sistemi della nave, mentre in realtà
scopriamo che questi piccoli emuli dei nipoti di un certo papero non vedevano
l’ora di mettere le mani sopra l’ammiraglia della flotta,
unica nave in grado di contenere la spaventosa mole di dati del loro computer
centrale. Bynarus, infatti, sta subendo le conseguenze degli effetti dell’onda
elettromagnetica generata da una nova, e con il computer centrale fuori
uso i Binari rischiano l’estinzione. Per scongiurare quest’eventualità,
incamerano i dati sull’Enterprise e, dopo averla evacuata simulando
un guasto al motore a curvaura, riescono a rubarla, per poi dirigersi
verso il loro pianeta natale.
Picard
e Riker, unici membri dell’equipaggio ad essere rimasti a bordo,
si rendono conto che la nave non è più sotto il loro controllo
ed una delle prime cose che fanno è attivare la più cocciuta
procedura d’autodistruzione mai vista, che non ti vuol dare più
di cinque minuti.
Tutto naturalmente si risolve per il meglio non appena i due ufficiali
riescono a tornare in plancia, con i dati che vengono trasferiti senza
problemi sul computer dei Binari, e con l’eterna gratitudine che
questi avranno per sempre nei confronti della Federazione.
Ma soprattutto con la nave che torna ai suoi legittimi proprietari.
Perché se così non fosse stato, sarebbe saltata in aria
uccidendo due esseri umani e quattro binari.
A quanto ci
è dato di capire la decisione di distruggere la nave è sì
l’ultima risorsa che il Capitano ha a disposizione per risolvere
una situazione che non sembra avere vie d’uscita, ma non ci si pensa
due volte non appena si realizza che la nave e la relativa tecnologia
è caduta in mani ostili, in fondo non si può permettere
che la sicurezza della Federazione corra dei rischi.
Dopotutto, dalla progettazione della Defiant alla sua
assegnazione a Deep Space Nine la flotta ha dovuto aspettare
per ben cinque anni (2366/2371) e per creare la nuova ammiraglia della
Flotta ci sono voluti ben sette anni (2365-2372)!
Mi sembra di sentir riecheggiare, agghiacciante, il vecchio motto “Il
bene di molti è superiore a quello di pochi…..”. Chissà
se l’hanno preso dai Borg.
È sinceramente possibile che una mentalità (che oggi stesso
viene messa in discussione) basata sull’asserzione “Se non
è sotto il mio controllo, non può essere di nessun’altro”
sia sopravvissuta fino al Nuovo Illuminismo dell’epoca della Federazione?
In definitiva quello che mi viene spontaneo chiedermi è: una nave,
per quanto potente, per quanto tecnologicamente avanzata, vale davvero
la vita anche solo di una singola persona?
Una naturale
obiezione a questo ragionamento è che se la sicurezza dell’intera
Federazione può essere messa in discussione dalla perdita di una
sola nave, allora questa deve essere distrutta a qualunque costo.
In realtà il problema non risiede nella decisione etica che si
pone sulla distruzione o meno della nave prima che cada in mani nemiche,
bensì si trova molto più a monte, in un'errata impostazione
iniziale dell’apparato stesso che permette un tale squilibrio di
potere, ed alla naturale conseguenza che prevede unicamente un’unica
soluzione. Una nave del genere deve essere pensata come inutilizzabile
in mani nemiche, non si dovrebbe neanche considerare l’evenienza
che se la Flotta ne perde il controllo si debba farla saltare in aria
con tutto l’equipaggio. E se questo sembra utopico, ricordiamoci
che stiamo andando a curvatura, zigzagando tra le stelle.
Concludendo
la parte dedicata al lato della medaglia che ha riguardato prettamente
chi ‘subisce’ l’azione di chi comanda vorrei tornare
un attimo indietro e ricollegarmi al discorso di Picard sul fatto che
un bambino sull’Enterprise è costretto ad accettare de
facto tutti i rischi che derivano dal trovarsi su una nave stellare.
Nulla da eccepire sulle considerazioni del Capitano, ma ciò non
toglie che ogniqualvolta l’Enterprise si trova a dover fronteggiare
una situazione d’emergenza, dallo scontro con un vascello nemico
al malfunzionamento del computer, tutti i componenti della nave siano
in pericolo, che appartengano alla Flotta o meno.
Non dobbiamo soffermarci unicamente sul caso specifico, sulla morte in
servizio, tralasciando il fatto che durante la battaglia di Wolf 359 sull’Enterprise
c’erano tutti i civili presenti sulla nave durante una qualsiasi
missione di cartografia stellare.
Qual è
la linea sottile che divide coloro che prendono consapevolmente la decisione
di mettere a rischio la propria vita rimanendo sull’Enterprise da
chi lo fa unicamente per amore della propria famiglia?
Si ha poi una reale scelta? I membri della Flotta Stellare sono consapevoli
di aver accettato una vita che presenterà pericoli ed insidie ad
ogni angolo, così come ne è conscio chi ha deciso di costruire
con loro una famiglia, con la differenza che questi ultimi non hanno una
reale possibilità di scelta.
Metteranno la loro vita e quella dei loro figli in una perenne condizione
di potenziale pericolo semplicemente… per amore.
Perché non hanno altra scelta. Non intendo riferirmi alla scelta
di trovarsi o meno sull’Enterprise, bensì al fatto che non
potrebbero non rimanere accanto alla persona che amano, costi quel che
costi.
Non me ne vogliano gli estimatori di uno dei più grandi capitani
della Flotta Stellare (tra cui mi annovero anch’io), ma in questo
hanno sicuramente più fegato di Picard.
[Il Capitano]
Riker: “Ti ricordi cos’è stata per noi la morte
di Tasha?”
Data: “Non avverto lo stesso… senso di mancanza che
associo al Tenente Yar. Anche se non saprei spiegare perché.”
Riker: “La natura umana, Data”
Data: “La natura umana signore?”
da “Il Vincolo”
Probabilmente
arrivati a questo punto penserete che abbia voluto semplicemente divertirmi
a sparare a zero su certe procedure della Flotta che, per quanto possano
apparire discutibili, non sono sicuramente il lato più oscuro della
Federazione.
Questo è vero solo in parte, dato che non abbiamo mai visto l’Enterprise
esplodere nello spazio a metà di una stagione, in quanto probabilmente
l’ “happy ending” ne avrebbe risentito.
In fondo credo che nessuno di noi possa negare il fatto che se ci fossimo
affezionati seguendo per anni le avventure dell’equipaggio di una
nave che durante una missione come le altre, improvvisamente, tragicamente,
trova la morte a causa del fatto che la Federazione non può permettersi
di subire falle nella propria sicurezza, ci saremmo precipitati in massa
a casa di Rick Berman o chi per lui e lo avremmo crocifisso.
Ma solo dopo averlo torturato, naturalmente. (Nota del Direttore: si può
ancora farlo, eh, siamo ancora in tempo).
Ci saremmo messi a scrivere un finale alternativo, trovando una soluzione
alternativa, ed avremmo costretto la Paramount ad abiurare ed a bruciare
quell’indegna, eretica, conclusione.
Scherzi a parte,
torniamo all’argomento principale, che in questa seconda parte non
sarà più l’ineluttabilità,
bensì il peso del comando.
A mio avviso in The Next Generation siamo stati abituati, più
che nelle altre serie Trek, alla ‘soluzione perfetta’ che
quasi immancabilmente risolve la situazione di crisi senza che i Nostri
debbano ricorrere a soluzioni estreme.
Penso basti fare un esempio su tutti: in “Io, Borg”,
quinta stagione, si parte dal presupposto di utilizzare un Borg sopravvissuto
come arma inconsapevole per annientare la sua specie facendo diffondere
nel collettivo una figura impossibile che, dopo migliaia e migliaia di
cicli trascorsi a cercare di decifrarla, avrebbe inevitabilmente portato
al corto circuito l’intera collettività.
I due concetti base sono quindi “usare un essere vivente”
e “genocidio”, entrambi in totale antitesi con i
principi della Federazione.
Fortunatamente lo sviluppo dell’individualità da parte del
Borg è il deus ex machina che serve a risolvere il problema senza
che la Federazione sia necessariamente costretta a sporcarsi le mani.
Hugh viene rispedito nel collettivo e dopo che la Regina Borg sente tre-quattro
volte “io io io” stacca la spina al Cubo e tanti saluti.
‘Fortuna’ per loro che c’era Lore nei paraggi…
ma questa è un'altra storia.
Non possiamo sapere con assoluta certezza se Picard avrebbe davvero utilizzato
“Tre di Cinque” (ovverosia Hugh se non avesse mostrato di
aver acquisito l’individualità) come strumento per spazzare
via in modo premeditato e sistematico i Borg.
Certo è che personalmente nutro dei dubbi al riguardo, il Picard
che conosco io non avrebbe mai fatto una cosa del genere, non con una
tale sicurezza delle proprie opinioni (ed è proprio il suo chiudersi
completamente in se stesso nella prima parte dell’episodio che mi
spinge a diffidare della sua obiettività), a prescindere da quanto
lui possa odiare i Borg per quello che gli hanno fatto.
Certo,
il Picard di Nemesis è un'altra storia, ma fortunatamente non era
sull’Enterprise-D quel giorno…
In ogni caso
dobbiamo dare a Cesare quel che è di Cesare: molto spesso il ‘finale
perfetto’ lo otteniamo grazie alle doti di Jean-Luc Picard.
La diplomazia e l’oratoria del Capitano non hanno certo bisogno
di essere ulteriormente sottolineate in quest’articolo, basti ricordare
la dolcezza e la forza che ha saputo infondere nella difesa di Data nell’episodio
“La Misura di Un Uomo”, seconda stagione.
In questo particolare caso non vediamo soltanto un capitano che si preoccupa
per un suo ufficiale, non assistiamo soltanto ad un uomo che si batte
per i diritti del proprio amico, ma abbiamo uno splendente ritratto della
purezza dell’umanità (che spero un giorno non troppo lontano
possa vedersi anche qui nei paraggi) che brilla in lui, tramite lui.
Se non fosse stato per le sue sopracitate qualità, inoltre, la
Federazione non sarebbe mai riuscita a stabilire un vero e proprio contatto
con i Tamariani, nell’episodio “Darmok”,
quinta stagione. I figli di Tama sono un popolo che si esprime esclusivamente
utilizzando metafore che rimandano alla loro mitologia e alla loro storia,
rendendo così il comunicatore (con traduttore universale incorporato)
un grazioso nonché insignificante soprammobile. Ma la tenacia di
Picard nel voler capire, nel voler comunicare, nel voler stringere dei
rapporti produttivi con quell’essere, lo porta a superare la diffidenza
iniziale e ad adoperarsi per collaborare con lui. Il risultato, anche
se pagato a caro prezzo a causa della morte del Tamariano, è “Darmok
e Jalad a Tanagra”, una dichiarazione di fratellanza
che segna un ulteriore, seppur amaro, successo per il Capitano.
Un altro episodio
che credo meriti di essere nominato in quanto porta nuovi spunti di riflessione
sull’argomento è “Una Seconda Opportunità”,
sesta stagione, nel quale vediamo una versione alternativa di Picard,
in un universo parallelo nel quale egli non ha mai preso parte alla rissa
con i Nausicaani, evitando così di subire una
gravissima ferita che lo avrebbe costretto ad un trapianto di cuore. Se
ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, come la fisica
ci insegna, l’aver evitato quell’incidente ha provocato un
drastico cambiamento rispetto alla personalità del Picard che conosciamo.
La sua versione alternativa, infatti, non ha dovuto fare i conti con le
conseguenze della propria impulsività e non è mai riuscito
a maturare a causa di questo confronto mancato. Non arriverà mai
ad essere capitano, non ne ha né le doti né la capacità,
né tantomeno possiede l’ambizione o la volontà necessari
per evolversi a un tale livello.
Sempre nell’ambito delle speculazioni, sono del parere che nel test
della Kobayashi Maru il Picard della realtà alternativa
ha scelto di fare retromarcia e tornare verso la base stellare più
vicina.
Come ogni cadetto
della Flotta Stellare, anche il ‘nostro’ Picard avrà
sostenuto la famigerata prova della Kobayashi Maru, un
test che non presenta vie d’uscita, in cui il candidato non ha alcuna
possibilità né di salvare la nave in difficoltà,
né di abbandonare la situazione senza lasciare lì, sul confine
della zona neutrale, parte della sua coscienza, oltre probabilmente alla
sua carriera.
Il primo accenno di totale assenza della ‘soluzione perfetta’
di cui parlavamo prima, insomma, ed il cui unico scopo è valutare
le reazioni del cadetto.
Il test inizia con la richiesta di soccorso di una nave federale, la Kobayashi
Maru appunto, proveniente da oltre il confine della Zona Neutrale. Il
cadetto automaticamente prova a contattare altre navi nella zona, ma scoprirà
di essere l’unico rappresentante della Flotta nel settore. A questo
punto si aprono due strade: avvertire semplicemente il comando senza entrare
in territorio nemico decretando però così la sicura distruzione
della Kobayashi Maru, oppure oltrepassare il confine della Zona Neutrale,
violando il trattato con i Klingon (chissà se è uscita
la Kobayashi 2.0 con il confine aggiornato in zona romulana? Nuovi nemici!
Destreggiati anche tu con la tua USS HaraKiri contro una Flotta di Scimitar!
Fai vedere che sei anche tu, un vero Picard!) e cercando di salvare
la nave.
Se
non andrà al salvataggio della nave, sarà segnato sulla
sua scheda personale.
Se andrà al salvataggio, la sua nave subirà gravi perdite
ed in ogni caso non riuscirà a salvare la Kobayashi Maru. Anche
in questo caso la scelta del cadetto sarà annotata.
Dato che siamo in vena di speculazioni, sicuramente possiamo dire che
Picard ha cercato di salvare la nave Federale, dovendo assistere per la
prima volta, come centinaia prima di lui, alla terribile esperienza di
perdere qualcuno sotto il proprio comando, a causa delle proprie decisioni.
È sicuramente un test spietato, ma in fondo non è altro
che il primo, amaro assaggio di quello che i futuri capitani saranno costretti
ad affrontare una volta assunto il comando di una nave.
La
stoffa del Capitano, la sua devozione per l’astronave, il suo amore
per l’equipaggio e la sua impossibilità a rinunciare di credere
di essere nel posto sbagliato, a desistere dal pensare che dovrebbe essere
in plancia a guidare l’Enterprise verso confini inesplorati sono
tutti elementi che io ritrovo nella stupenda ed allo stesso tempo straziante
melodia suonata da Kamin/Picard in “Una Vita
Per Ricordare”, quinta stagione. Jean-Luc incanala i suoi sentimenti
come mai era riuscito a fare prima d’allora, e noi possiamo finalmente
vedere, percepire tangibilmente tutto l’amore che prova nei confronti
di una vita che non gli appartiene più, e dalla quale crede di
essere stato esiliato per sempre. Il suo spirito non viene domato da quel
drastico cambiamento d’esistenza, e noi riusciamo a renderci conto
che non riesce a lasciarsi alle spalle le stelle, non può farlo,
nonostante gli anni continuino a susseguirsi ed il ricordo, assieme alla
speranza, si affievolisca sempre più. Ma non scompare mai. Come
si può definire un uomo che a distanza di decenni sceglie di non
tradire quel che crede essere la sua vera esistenza, il suo vero spirito,
nonostante tutto intorno a lui vuole suggerirgli che è in errore?
Un folle, probabilmente. E chi non sembrerebbe folle, se strappato al
proprio Destino e scaraventato in un esistenza che, per quanto piacevole,
gratificante e che gli permette di godere di tutto ciò che non
aveva mai osato cercare prima, non sente sua, non sente appartenergli
davvero? Eppure, nonostante tutto, contro ogni logica, lui ha continuato
a sperare.
Sempre.
Finchè, tornando sull’Enterprise, ha potuto raccogliere i
frammenti di quella vita a metà strada tra prigionia e paradiso,
li ha stretti al cuore, ed ha tracciato la rotta per la missione successiva.
Il peso del
comando, per concludere, sta anche nel sapere che ogniqualvolta ti siederai
in plancia avrai tutte le vite dell’equipaggio nelle tue mani, e
sai anche che forse proprio quel giorno, a causa di una tua errata valutazione,
di un tuo sbaglio o anche solo per un ordine innocente come quello di
esplorare un pianeta che sembra privo di pericoli, qualcuno perderà
la vita.
È questo che ci fa rendere conto del fatto che Picard non è
capitano soltanto grazie al suo carattere o alle sue qualità, ma
anche perché ha saputo accettare tutti i rischi e le responsabilità
che il suo ruolo gli impone.
Scoperta dell’acqua calda? Forse.
Ma un conto è dirlo così, con poche parole, un altro è
riuscire a guardare ogni Wesley Crusher ed ogni Jeremy Aster negli occhi
mentre si ha il Dovere di comunicargli che il loro padre o la
loro madre sono morti. In parte anche a causa tua. In parte anche perché
tu hai dato l’ordine che li ha condannati a morte, contribuendo
a rendere la vita di chi ti sta di fronte un incubo, seppur per un certo
periodo di tempo.
Quando Picard dice al consigliere Troi “Io porto le cattive
notizie, e lì finisce la mia responsabilità ma lei…
lei poi deve seguire tutto il doloroso processo psicologico …”
in realtà, secondo me, si assolve troppo facilmente. Perché
affrontare lo guardo di quelle persone, sapere che ti odieranno per quello
che gli hai appena fatto, ed andare avanti volta dopo volta, caduto dopo
caduto… beh, questo è qualcosa che solo qualcuno che ha tutte
le doti che necessitano ad un buon Capitano può essere in grado
di reggere.
Tutto questo l’equipaggio lo sente, lo percepisce giorno dopo giorno,
missione dopo missione, e si rende conto del coraggio e della forza necessari
per accettare di doversi/volersi prendere la responsabilità della
loro incolumità.
Se ci si chiede come sia possibile abituarsi a dare certe notizie, è
Riker a farcelo sapere, rispondendo alla medesima domanda che Wesley pone
per noi: “Si spera di non doverlo mai fare”.
Per quanto riguarda l’interpretazione di questa frase, io preferisco
intenderla come “Speriamo che la nostra mente non si abitui
mai a doverlo fare, a considerarla una cosa normale, di routine”.
Se ci si chiede quanto coraggio serva per poter fare il Capitano, per
reggere il peso del comando, beh, per quanto mi riguarda, sicuramente
più di quanto ne potrò mai avere in tutta la mia vita.
[Epilogo]
Riker: “Noi sentiamo di più la perdita, se si tratta
di un amico.”
Data: “Ma... il sentimento della perdita, non dovrebbe essere
lo stesso indipendentemente da chi è morto?”
Riker: “Dovrebbe essere così, Data. Se provassimo
la stessa angoscia, lo stesso dolore per ogni persona che ci muore intorno…
La storia umana sarebbe meno sanguinosa”
da “Il Vincolo”
Ineluttabilità.
Peso del Comando.
Due facce della stessa medaglia.
Da una parte abbiamo migliaia di esseri viventi che vivono la loro vita
in un ecosistema del tutto particolare, l’Enterprise, posti costantemente
in bilico sull’orlo del baratro, tra insidiosi pericoli e orizzonti
sconosciuti.
E questo è l’ineluttabile. Fa parte del
concetto che sta alla base stessa dell’esplorazione dello spazio.
Dall’altra abbiamo il Capitano della nave con l’Enterprise,
che rappresenta il fulcro della sua vita, circondato da persone che lo
rispettano, che lo stimano e che si fidano di lui tanto da consegnargli
le loro vite nelle sue mani.
E questo è il peso del comando.
Parte di un ecosistema del tutto particolare.
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