AUTODISTRUZIONE, KOBAYASHI MARU E FLAUTO RESSIKANO: INELUTTABILITÀ E PESO DEL COMANDO
ovvero
La strana alchimia di un ecosistema del tutto particolare

di Guillaume Riggio


[Prologo]
Data: “Lei conosceva bene il tenente Aster?
Riker: “Ci siamo parlati qualche volta... La conoscevo poco… Tu la conoscevi bene?
Data: “Perché me lo chiede?
da “Il Vincolo

Ci metto parecchio ad addormentarmi, solitamente.
Di solito mi giro e mi rigiro nel letto per almeno un'oretta e mezza; mi metto a pensare alle cose più disparate, lasciando che il flusso di immagini e riflessioni scorra senza impedimenti, molte volte senza che ci sia alcuna connessione logica tra i vari pensieri.
Senza alcun motivo particolare, una notte mi è capitato di soffermarmi a riflettere sul concetto di ineluttabilità, e d’un tratto, curiosamente, l’immagine che mi si è presentata in testa era quella di un giovane guardiamarina che svolge tranquillamente i suoi compiti quando improvvisamente la voce del Capitano Picard annuncia che la sequenza d’autodistruzione è stata attivata, e ordina di iniziare immediatamente le procedure per l’evacuazione d’emergenza.
Il guardiamarina, però, sa perfettamente che non è detto che tutti riescano a mettersi in salvo, non può neanche essere sicuro del fatto che lui stesso ne uscirà vivo.
Può soltanto eseguire gli ordini… ed avere fede nel Capitano.
Tutto il resto sfugge al suo controllo, senza che lui abbia la minima possibilità di avere voce in capitolo in una situazione che ha la sua vita, insieme a quella di un altro migliaio di persone, in gioco.
Estraniandomi dall’immagine che la mia mente aveva costruito e dalle relative considerazioni (riesco a fare di peggio, nel caso se ve lo steste chiedendo, per cui evitiamo le varie e gratuite considerazioni su quanto sia ormai flebile la mia sanità mentale), decisi di rivestire i panni dell’avvocato del diavolo e mi venne da riflettere su che cosa potesse mai portare un qualunque Capitano della Flotta Stellare a decidere di utilizzare quella ‘soluzione estrema’, condannando l’intero equipaggio.
D’altra parte la questione non può essere affrontata in senso univoco, perché se da una parte c’è il Capitano che ordina la distruzione della nave, dall’altra c’è un equipaggio che ha affidato la propria vita nelle sue mani.

[L’Equipaggio]
Riker: “E tu perché me l’hai chiesto?
Data: “Perché… continuate a farmi questa domanda? Da quando è morta, signore, mi è stato chiesto più volte se conoscevo e quanto bene conoscevo il tenente Aster. […] Un rapporto di familiarità ha un qualche peso sulla morte?
da “Il Vincolo

Torniamo al Guardiamarina, ed iniziamo il nostro viaggio dal punto di vista di chi ‘subisce’ la situazione. Chissà qual è stata la prima cosa che gli è passata per la testa, una volta che la sua mente aveva registrato il significato di quel che aveva appena sentito, qualcosa di così estremo e ineluttabile (appunto) da sfuggire all’immediata comprensione.
Sicuramente, se aveva una moglie o dei figli a bordo, il primo pensiero sarà stato rivolto a loro.
Se da un lato è vero che tutti sull’Enterprise erano ben consci delle possibili conseguenze e dei rischi che comportava essere a bordo dell’ammiraglia della Flotta Stellare già prima di imbarcarsi, d’altro canto l’equipaggio non è composto esclusivamente da membri della Flotta Stellare, ma anche da moltissimi civili che non hanno affatto giurato di immolare la propria vita per il bene della Flotta o della Federazione.

L’ineluttabilità, dicevamo, come oggetto principale di questa prima parte.
L’episodio “Il Vincolo” della terza stagione offre un interessante seppur marginale spunto sull’argomento: la puntata si apre con la morte del Tenente Marla Aster, che rimane uccisa in servizio a causa dell’esplosione di un ordigno durante una missione di esplorazione archeologica, lasciando un figlio, Jeremy.
Mentre Picard, con l’assistenza del consigliere Troi, si appresta a dare la terribile notizia al ragazzo, è costretto a fermare il turboascensore per riuscire ad avere il tempo e la concentrazione necessarie per cercare di esprimere la sua opinione sulla presenza di bambini sulla nave, che reputa “una politica discutibile”, perché non permette loro di avere una reale possibilità di scelta sull’accettazione dei rischi che comporta la vita a bordo.

In realtà dal mio punto di vista non c’è alcuna scelta per coloro che vivono sull’Enterprise, sia che facciano parte della Flotta o che siano semplici civili. Ma torneremo dopo sull’argomento.

Non parliamo poi delle volte in cui, per ricollegarci al discorso iniziale, il Capitano decide di distruggere l’intera nave. Jeremy Aster ha rischiato di morire (insieme alla madre, però) anche in quelle occasioni.
Nell’episodio “Dove Regna il Silenzio”, seconda stagione, l’Enterprise viene imprigionata in un ‘buco nello spazio’ mentre si trova nel quadrante Morgana (ehm…), trovandosi in una situazione che non sembrava presentare vie d’uscita: in primis, pur facendo inversione di rotta non trovano l’uscita, inoltre, nonostante proseguano in avanti, riescono incomprensibilmente a incrociare una boa di segnalazione che avevano precedentemente posizionato per cercare di farsi un'idea di dove fossero finiti.
Fatto sta che dopo aver brancolato nel buio per una mezz'ora, veniamo a sapere che un essere, Nagilum, vuole capire il significato della limitata esistenza degli esseri umani, e senza troppi complimenti annuncia a Picard che dovrà rinunciare ad un terzo del suo equipaggio. Metà, se proprio dovessero venirgli in mente nuovi modi di porre termine all’esistenza di quella strana, temporanea specie.
Picard, com’è ovvio, non può sottostare ad una richiesta del genere, e piuttosto di dover affrontare di perdere passivamente metà dell’equipaggio per permettere a Nagilum di soddisfare la sua terribile curiosità, è pronto a far saltare in aria la nave e fino a quando non è sicuro di essersi veramente liberato dell’essere non mostra la minima intenzione di interrompere il processo d’autodistruzione.

E ancora: nell’episodio “11001001”, prima stagione, troviamo un altro spunto utile sull’argomento.
Nella puntata in questione l’Enterprise attracca alla Base Spaziale 74 ed incontriamo i Binari, una razza che ha vissuto talmente a lungo in simbiosi con il computer centrale di Bynarus, il loro pianeta natale, da aver sviluppato la capacità di interagire con i cervelli elettronici ad una velocità e con una precisione impensabili per qualunque altro essere del quadrante. Inizialmente le straordinarie capacità dei Binari sembrano essere messe a disposizione dell’Enterprise per mettere a punto e migliorare i sistemi della nave, mentre in realtà scopriamo che questi piccoli emuli dei nipoti di un certo papero non vedevano l’ora di mettere le mani sopra l’ammiraglia della flotta, unica nave in grado di contenere la spaventosa mole di dati del loro computer centrale. Bynarus, infatti, sta subendo le conseguenze degli effetti dell’onda elettromagnetica generata da una nova, e con il computer centrale fuori uso i Binari rischiano l’estinzione. Per scongiurare quest’eventualità, incamerano i dati sull’Enterprise e, dopo averla evacuata simulando un guasto al motore a curvaura, riescono a rubarla, per poi dirigersi verso il loro pianeta natale.
Picard e Riker, unici membri dell’equipaggio ad essere rimasti a bordo, si rendono conto che la nave non è più sotto il loro controllo ed una delle prime cose che fanno è attivare la più cocciuta procedura d’autodistruzione mai vista, che non ti vuol dare più di cinque minuti.
Tutto naturalmente si risolve per il meglio non appena i due ufficiali riescono a tornare in plancia, con i dati che vengono trasferiti senza problemi sul computer dei Binari, e con l’eterna gratitudine che questi avranno per sempre nei confronti della Federazione.
Ma soprattutto con la nave che torna ai suoi legittimi proprietari.
Perché se così non fosse stato, sarebbe saltata in aria uccidendo due esseri umani e quattro binari.

A quanto ci è dato di capire la decisione di distruggere la nave è sì l’ultima risorsa che il Capitano ha a disposizione per risolvere una situazione che non sembra avere vie d’uscita, ma non ci si pensa due volte non appena si realizza che la nave e la relativa tecnologia è caduta in mani ostili, in fondo non si può permettere che la sicurezza della Federazione corra dei rischi.
Dopotutto, dalla progettazione della Defiant alla sua assegnazione a Deep Space Nine la flotta ha dovuto aspettare per ben cinque anni (2366/2371) e per creare la nuova ammiraglia della Flotta ci sono voluti ben sette anni (2365-2372)!
Mi sembra di sentir riecheggiare, agghiacciante, il vecchio motto “Il bene di molti è superiore a quello di pochi…..”. Chissà se l’hanno preso dai Borg.
È sinceramente possibile che una mentalità (che oggi stesso viene messa in discussione) basata sull’asserzione “Se non è sotto il mio controllo, non può essere di nessun’altro” sia sopravvissuta fino al Nuovo Illuminismo dell’epoca della Federazione?
In definitiva quello che mi viene spontaneo chiedermi è: una nave, per quanto potente, per quanto tecnologicamente avanzata, vale davvero la vita anche solo di una singola persona?

Una naturale obiezione a questo ragionamento è che se la sicurezza dell’intera Federazione può essere messa in discussione dalla perdita di una sola nave, allora questa deve essere distrutta a qualunque costo.
In realtà il problema non risiede nella decisione etica che si pone sulla distruzione o meno della nave prima che cada in mani nemiche, bensì si trova molto più a monte, in un'errata impostazione iniziale dell’apparato stesso che permette un tale squilibrio di potere, ed alla naturale conseguenza che prevede unicamente un’unica soluzione. Una nave del genere deve essere pensata come inutilizzabile in mani nemiche, non si dovrebbe neanche considerare l’evenienza che se la Flotta ne perde il controllo si debba farla saltare in aria con tutto l’equipaggio. E se questo sembra utopico, ricordiamoci che stiamo andando a curvatura, zigzagando tra le stelle.

Concludendo la parte dedicata al lato della medaglia che ha riguardato prettamente chi ‘subisce’ l’azione di chi comanda vorrei tornare un attimo indietro e ricollegarmi al discorso di Picard sul fatto che un bambino sull’Enterprise è costretto ad accettare de facto tutti i rischi che derivano dal trovarsi su una nave stellare.
Nulla da eccepire sulle considerazioni del Capitano, ma ciò non toglie che ogniqualvolta l’Enterprise si trova a dover fronteggiare una situazione d’emergenza, dallo scontro con un vascello nemico al malfunzionamento del computer, tutti i componenti della nave siano in pericolo, che appartengano alla Flotta o meno.
Non dobbiamo soffermarci unicamente sul caso specifico, sulla morte in servizio, tralasciando il fatto che durante la battaglia di Wolf 359 sull’Enterprise c’erano tutti i civili presenti sulla nave durante una qualsiasi missione di cartografia stellare.

Qual è la linea sottile che divide coloro che prendono consapevolmente la decisione di mettere a rischio la propria vita rimanendo sull’Enterprise da chi lo fa unicamente per amore della propria famiglia?
Si ha poi una reale scelta? I membri della Flotta Stellare sono consapevoli di aver accettato una vita che presenterà pericoli ed insidie ad ogni angolo, così come ne è conscio chi ha deciso di costruire con loro una famiglia, con la differenza che questi ultimi non hanno una reale possibilità di scelta.
Metteranno la loro vita e quella dei loro figli in una perenne condizione di potenziale pericolo semplicemente… per amore.
Perché non hanno altra scelta. Non intendo riferirmi alla scelta di trovarsi o meno sull’Enterprise, bensì al fatto che non potrebbero non rimanere accanto alla persona che amano, costi quel che costi.
Non me ne vogliano gli estimatori di uno dei più grandi capitani della Flotta Stellare (tra cui mi annovero anch’io), ma in questo hanno sicuramente più fegato di Picard.

[Il Capitano]
Riker: “Ti ricordi cos’è stata per noi la morte di Tasha?
Data: “Non avverto lo stesso… senso di mancanza che associo al Tenente Yar. Anche se non saprei spiegare perché.”
Riker: “La natura umana, Data
Data: “La natura umana signore?
da “Il Vincolo

Probabilmente arrivati a questo punto penserete che abbia voluto semplicemente divertirmi a sparare a zero su certe procedure della Flotta che, per quanto possano apparire discutibili, non sono sicuramente il lato più oscuro della Federazione.
Questo è vero solo in parte, dato che non abbiamo mai visto l’Enterprise esplodere nello spazio a metà di una stagione, in quanto probabilmente l’ “happy ending” ne avrebbe risentito.
In fondo credo che nessuno di noi possa negare il fatto che se ci fossimo affezionati seguendo per anni le avventure dell’equipaggio di una nave che durante una missione come le altre, improvvisamente, tragicamente, trova la morte a causa del fatto che la Federazione non può permettersi di subire falle nella propria sicurezza, ci saremmo precipitati in massa a casa di Rick Berman o chi per lui e lo avremmo crocifisso. Ma solo dopo averlo torturato, naturalmente. (Nota del Direttore: si può ancora farlo, eh, siamo ancora in tempo).
Ci saremmo messi a scrivere un finale alternativo, trovando una soluzione alternativa, ed avremmo costretto la Paramount ad abiurare ed a bruciare quell’indegna, eretica, conclusione.

Scherzi a parte, torniamo all’argomento principale, che in questa seconda parte non sarà più l’ineluttabilità, bensì il peso del comando.
A mio avviso in The Next Generation siamo stati abituati, più che nelle altre serie Trek, alla ‘soluzione perfetta’ che quasi immancabilmente risolve la situazione di crisi senza che i Nostri debbano ricorrere a soluzioni estreme.
Penso basti fare un esempio su tutti: in “Io, Borg”, quinta stagione, si parte dal presupposto di utilizzare un Borg sopravvissuto come arma inconsapevole per annientare la sua specie facendo diffondere nel collettivo una figura impossibile che, dopo migliaia e migliaia di cicli trascorsi a cercare di decifrarla, avrebbe inevitabilmente portato al corto circuito l’intera collettività.
I due concetti base sono quindi “usare un essere vivente” e “genocidio”, entrambi in totale antitesi con i principi della Federazione.
Fortunatamente lo sviluppo dell’individualità da parte del Borg è il deus ex machina che serve a risolvere il problema senza che la Federazione sia necessariamente costretta a sporcarsi le mani.
Hugh viene rispedito nel collettivo e dopo che la Regina Borg sente tre-quattro volte “io io io” stacca la spina al Cubo e tanti saluti.
‘Fortuna’ per loro che c’era Lore nei paraggi… ma questa è un'altra storia.
Non possiamo sapere con assoluta certezza se Picard avrebbe davvero utilizzato “Tre di Cinque” (ovverosia Hugh se non avesse mostrato di aver acquisito l’individualità) come strumento per spazzare via in modo premeditato e sistematico i Borg.
Certo è che personalmente nutro dei dubbi al riguardo, il Picard che conosco io non avrebbe mai fatto una cosa del genere, non con una tale sicurezza delle proprie opinioni (ed è proprio il suo chiudersi completamente in se stesso nella prima parte dell’episodio che mi spinge a diffidare della sua obiettività), a prescindere da quanto lui possa odiare i Borg per quello che gli hanno fatto.
Certo, il Picard di Nemesis è un'altra storia, ma fortunatamente non era sull’Enterprise-D quel giorno…

In ogni caso dobbiamo dare a Cesare quel che è di Cesare: molto spesso il ‘finale perfetto’ lo otteniamo grazie alle doti di Jean-Luc Picard.
La diplomazia e l’oratoria del Capitano non hanno certo bisogno di essere ulteriormente sottolineate in quest’articolo, basti ricordare la dolcezza e la forza che ha saputo infondere nella difesa di Data nell’episodio “La Misura di Un Uomo”, seconda stagione.
In questo particolare caso non vediamo soltanto un capitano che si preoccupa per un suo ufficiale, non assistiamo soltanto ad un uomo che si batte per i diritti del proprio amico, ma abbiamo uno splendente ritratto della purezza dell’umanità (che spero un giorno non troppo lontano possa vedersi anche qui nei paraggi) che brilla in lui, tramite lui.
Se non fosse stato per le sue sopracitate qualità, inoltre, la Federazione non sarebbe mai riuscita a stabilire un vero e proprio contatto con i Tamariani, nell’episodio “Darmok”, quinta stagione. I figli di Tama sono un popolo che si esprime esclusivamente utilizzando metafore che rimandano alla loro mitologia e alla loro storia, rendendo così il comunicatore (con traduttore universale incorporato) un grazioso nonché insignificante soprammobile. Ma la tenacia di Picard nel voler capire, nel voler comunicare, nel voler stringere dei rapporti produttivi con quell’essere, lo porta a superare la diffidenza iniziale e ad adoperarsi per collaborare con lui. Il risultato, anche se pagato a caro prezzo a causa della morte del Tamariano, è “Darmok e Jalad a Tanagra”, una dichiarazione di fratellanza che segna un ulteriore, seppur amaro, successo per il Capitano.

Un altro episodio che credo meriti di essere nominato in quanto porta nuovi spunti di riflessione sull’argomento è “Una Seconda Opportunità”, sesta stagione, nel quale vediamo una versione alternativa di Picard, in un universo parallelo nel quale egli non ha mai preso parte alla rissa con i Nausicaani, evitando così di subire una gravissima ferita che lo avrebbe costretto ad un trapianto di cuore. Se ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, come la fisica ci insegna, l’aver evitato quell’incidente ha provocato un drastico cambiamento rispetto alla personalità del Picard che conosciamo. La sua versione alternativa, infatti, non ha dovuto fare i conti con le conseguenze della propria impulsività e non è mai riuscito a maturare a causa di questo confronto mancato. Non arriverà mai ad essere capitano, non ne ha né le doti né la capacità, né tantomeno possiede l’ambizione o la volontà necessari per evolversi a un tale livello.
Sempre nell’ambito delle speculazioni, sono del parere che nel test della Kobayashi Maru il Picard della realtà alternativa ha scelto di fare retromarcia e tornare verso la base stellare più vicina.

Come ogni cadetto della Flotta Stellare, anche il ‘nostro’ Picard avrà sostenuto la famigerata prova della Kobayashi Maru, un test che non presenta vie d’uscita, in cui il candidato non ha alcuna possibilità né di salvare la nave in difficoltà, né di abbandonare la situazione senza lasciare lì, sul confine della zona neutrale, parte della sua coscienza, oltre probabilmente alla sua carriera.
Il primo accenno di totale assenza della ‘soluzione perfetta’ di cui parlavamo prima, insomma, ed il cui unico scopo è valutare le reazioni del cadetto.
Il test inizia con la richiesta di soccorso di una nave federale, la Kobayashi Maru appunto, proveniente da oltre il confine della Zona Neutrale. Il cadetto automaticamente prova a contattare altre navi nella zona, ma scoprirà di essere l’unico rappresentante della Flotta nel settore. A questo punto si aprono due strade: avvertire semplicemente il comando senza entrare in territorio nemico decretando però così la sicura distruzione della Kobayashi Maru, oppure oltrepassare il confine della Zona Neutrale, violando il trattato con i Klingon (chissà se è uscita la Kobayashi 2.0 con il confine aggiornato in zona romulana? Nuovi nemici! Destreggiati anche tu con la tua USS HaraKiri contro una Flotta di Scimitar! Fai vedere che sei anche tu, un vero Picard!) e cercando di salvare la nave.
Se non andrà al salvataggio della nave, sarà segnato sulla sua scheda personale.
Se andrà al salvataggio, la sua nave subirà gravi perdite ed in ogni caso non riuscirà a salvare la Kobayashi Maru. Anche in questo caso la scelta del cadetto sarà annotata.
Dato che siamo in vena di speculazioni, sicuramente possiamo dire che Picard ha cercato di salvare la nave Federale, dovendo assistere per la prima volta, come centinaia prima di lui, alla terribile esperienza di perdere qualcuno sotto il proprio comando, a causa delle proprie decisioni.
È sicuramente un test spietato, ma in fondo non è altro che il primo, amaro assaggio di quello che i futuri capitani saranno costretti ad affrontare una volta assunto il comando di una nave.

La stoffa del Capitano, la sua devozione per l’astronave, il suo amore per l’equipaggio e la sua impossibilità a rinunciare di credere di essere nel posto sbagliato, a desistere dal pensare che dovrebbe essere in plancia a guidare l’Enterprise verso confini inesplorati sono tutti elementi che io ritrovo nella stupenda ed allo stesso tempo straziante melodia suonata da Kamin/Picard in “Una Vita Per Ricordare”, quinta stagione. Jean-Luc incanala i suoi sentimenti come mai era riuscito a fare prima d’allora, e noi possiamo finalmente vedere, percepire tangibilmente tutto l’amore che prova nei confronti di una vita che non gli appartiene più, e dalla quale crede di essere stato esiliato per sempre. Il suo spirito non viene domato da quel drastico cambiamento d’esistenza, e noi riusciamo a renderci conto che non riesce a lasciarsi alle spalle le stelle, non può farlo, nonostante gli anni continuino a susseguirsi ed il ricordo, assieme alla speranza, si affievolisca sempre più. Ma non scompare mai. Come si può definire un uomo che a distanza di decenni sceglie di non tradire quel che crede essere la sua vera esistenza, il suo vero spirito, nonostante tutto intorno a lui vuole suggerirgli che è in errore? Un folle, probabilmente. E chi non sembrerebbe folle, se strappato al proprio Destino e scaraventato in un esistenza che, per quanto piacevole, gratificante e che gli permette di godere di tutto ciò che non aveva mai osato cercare prima, non sente sua, non sente appartenergli davvero? Eppure, nonostante tutto, contro ogni logica, lui ha continuato a sperare.
Sempre. Finchè, tornando sull’Enterprise, ha potuto raccogliere i frammenti di quella vita a metà strada tra prigionia e paradiso, li ha stretti al cuore, ed ha tracciato la rotta per la missione successiva.

Il peso del comando, per concludere, sta anche nel sapere che ogniqualvolta ti siederai in plancia avrai tutte le vite dell’equipaggio nelle tue mani, e sai anche che forse proprio quel giorno, a causa di una tua errata valutazione, di un tuo sbaglio o anche solo per un ordine innocente come quello di esplorare un pianeta che sembra privo di pericoli, qualcuno perderà la vita.
È questo che ci fa rendere conto del fatto che Picard non è capitano soltanto grazie al suo carattere o alle sue qualità, ma anche perché ha saputo accettare tutti i rischi e le responsabilità che il suo ruolo gli impone.
Scoperta dell’acqua calda? Forse.
Ma un conto è dirlo così, con poche parole, un altro è riuscire a guardare ogni Wesley Crusher ed ogni Jeremy Aster negli occhi mentre si ha il Dovere di comunicargli che il loro padre o la loro madre sono morti. In parte anche a causa tua. In parte anche perché tu hai dato l’ordine che li ha condannati a morte, contribuendo a rendere la vita di chi ti sta di fronte un incubo, seppur per un certo periodo di tempo.
Quando Picard dice al consigliere Troi “Io porto le cattive notizie, e lì finisce la mia responsabilità ma lei… lei poi deve seguire tutto il doloroso processo psicologico …” in realtà, secondo me, si assolve troppo facilmente. Perché affrontare lo guardo di quelle persone, sapere che ti odieranno per quello che gli hai appena fatto, ed andare avanti volta dopo volta, caduto dopo caduto… beh, questo è qualcosa che solo qualcuno che ha tutte le doti che necessitano ad un buon Capitano può essere in grado di reggere.
Tutto questo l’equipaggio lo sente, lo percepisce giorno dopo giorno, missione dopo missione, e si rende conto del coraggio e della forza necessari per accettare di doversi/volersi prendere la responsabilità della loro incolumità.
Se ci si chiede come sia possibile abituarsi a dare certe notizie, è Riker a farcelo sapere, rispondendo alla medesima domanda che Wesley pone per noi: “Si spera di non doverlo mai fare”. Per quanto riguarda l’interpretazione di questa frase, io preferisco intenderla come “Speriamo che la nostra mente non si abitui mai a doverlo fare, a considerarla una cosa normale, di routine”.
Se ci si chiede quanto coraggio serva per poter fare il Capitano, per reggere il peso del comando, beh, per quanto mi riguarda, sicuramente più di quanto ne potrò mai avere in tutta la mia vita.

[Epilogo]
Riker: “Noi sentiamo di più la perdita, se si tratta di un amico.”
Data: “Ma... il sentimento della perdita, non dovrebbe essere lo stesso indipendentemente da chi è morto?
Riker: “Dovrebbe essere così, Data. Se provassimo la stessa angoscia, lo stesso dolore per ogni persona che ci muore intorno… La storia umana sarebbe meno sanguinosa
da “Il Vincolo

Ineluttabilità. Peso del Comando.
Due facce della stessa medaglia.
Da una parte abbiamo migliaia di esseri viventi che vivono la loro vita in un ecosistema del tutto particolare, l’Enterprise, posti costantemente in bilico sull’orlo del baratro, tra insidiosi pericoli e orizzonti sconosciuti.
E questo è l’ineluttabile. Fa parte del concetto che sta alla base stessa dell’esplorazione dello spazio.
Dall’altra abbiamo il Capitano della nave con l’Enterprise, che rappresenta il fulcro della sua vita, circondato da persone che lo rispettano, che lo stimano e che si fidano di lui tanto da consegnargli le loro vite nelle sue mani.
E questo è il peso del comando.
Parte di un ecosistema del tutto particolare.



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