Per
convenzione siamo soliti pensare che la morte rappresenti la fine di
ogni cosa. Forse per il morto, detta in modo molto prosaico; certo non
per le persone che gli erano accanto, dal più intimo familiare
all’odiato vicino di casa, che continuano a vivere perché
così funziona il mondo. Il lutto dovrebbe rappresentare una nuova
nascita per chi ne è colpito. Dopotutto nella vita i periodi
più fecondi di riflessioni sono probabilmente quelli in cui si
avverte l’assenza di qualcosa o di qualcuno: in parole povere,
quando il nostro equilibrio è turbato dalla scomparsa di un tassello
e l’unica soluzione consiste nell’impazzire o nel buttare
giù l’intera baracca ricostruendo l’edificio ormai
vacillante. I momenti di lutto sono gonfi di aspettative, colmi del
bisogno di mitigare la sofferenza e, quindi, paradossalmente straripanti
di vita. Il mio punto di vista, che immagino essere comune a molti fra
voi, è quello di chi nella propria esistenza non vedrà
la scomparsa di un numero spropositato di esseri umani. Avremo o abbiamo
avuto a che fare con la morte sporadicamente, secondo i capricci del
caso. Cosa succederebbe se la morte fosse per noi un impiego? E non
parlo dell’essere medici, ove sarebbe nostro dovere lottare contro
di essa per quanto possibile; mi riferisco al caso in cui la morte diventa
un consueto, tranquillo appuntamento che procura uno stipendio. Sarebbe
interessante capire se lavorare a fianco della morte abitui ad essa
oppure perpetui l’esplosione di vita che, come abbiamo detto,
spesso accompagna il lutto. Con ogni probabilità, è la
stessa domanda che deve essersi posto Alan Ball, creatore
del telefilm Six Feet Under.
La serie
Ball
aveva tredici anni quando un giorno, mentre andava a lezione di piano,
una macchina colpì violentemente il lato dove era seduta sua
sorella uccidendola sul colpo. “Da quel giorno la mia vita è
divisa in due”, ricorda, “quella prima dell’incidente
e quella dopo. Ogni volta che qualcosa finisce, sia essa una vita, una
partenza o una relazione, mi sento come in lutto. Ho un grande rispetto
per la morte, tuttavia penso che non dobbiamo vivere con il terrore
di essa”. Da questo avvenimento si fa in genere risalire l’ispirazione
principale per Six Feet Under, serie che già dal titolo tradisce
radici funeree: sei piedi sotto terra è infatti la profondità
minima di sepoltura per i cadaveri. Il telefilm, nato quattro anni fa,
è gestito da un nutrito team di produttori fra cui ovviamente
lo stesso Ball e ha fatto incetta di premi importanti (Emmy, Golden
Globes, Sag…). Fra i registi spiccano molti nomi di autori indipendenti
oltre a quello dell’attrice Kathy Bates, che
ha diretto l’episodio “An open book” (“Funerale
a luci rosse”) e presto reciterà nei panni del nuovo personaggio
Bettina. Negli Stati Uniti è trasmesso dalla HBO,
rete nota per avere ospitato serie del calibro di Sex and the
city, I Soprano e Oz, che
in Italia possiamo seguire sul canale satellitare Fox.
Six
Feet Under è diviso in quattro stagioni il cui pilot ha esordito
nel Giugno 2001. Italia 1 ci ha graziosamente concesso la visione delle
prime due, a mio parere bruciando letteralmente la serie: per sconosciute
ragioni commerciali forse governate da un principio scientifico vicino
ai tre segreti di Fatima, la rete Mediaset ha iniziato alla fine di
Aprile con un episodio a settimana in terza serata per accelerare in
Giugno a quattro giorni in seconda serata. Ricordo che mentre con Star
Trek siamo abituati a stagioni di venti e passa episodi, quelle di Six
Feet Under ne hanno appena tredici a testa; se poi consideriamo la scarsa
pubblicità fatta da Italia 1 riguardo al cambiamento di programmazione,
capirete perché ritenga suicida il modo in cui il canale ha gestito
questa serie. Comunque niente di nuovo sul fronte occidentale: questo
non è il primo e non sarà certo l’ultimo telefilm
poco sfruttato, per usare un eufemismo, dalla televisione italiana.
Polemiche a parte, al momento in cui scrivo la serie è stata
trasmessa da noi fino al penultimo episodio della seconda stagione;
negli Usa è appena andato in onda il terzo episodio della quarta.
La trama
Alan
Ball ha avuto una discreta carriera di commediografo teatrale a New
York prima di trasferirsi a Hollywood. Dopo avere lavorato quale autore
televisivo, ha segnato il colpo determinante vincendo l’Oscar
per la sceneggiatura di American Beauty, alcuni aspetti
della quale possono essere rintracciati in Six Feet Under: ad esempio,
la media borghesia americana vista come ipocrita custode di inconfessabili
segreti, oppure l’utilizzo di temi “forti” quali sesso
e droga per suscitare allo stesso tempo lacrime e risate. Ma a fare
da protagonista qui è Madame Falce, la morte, forza arcana e
terribile che nemmeno chi lavora ogni giorno a contatto con essa riesce
a comprendere. Le vicende ruotano intorno ai Fisher e
alla loro piccola impresa funebre di Los Angeles a conduzione familiare.
Ogni puntata si apre con la morte di un personaggio il cui rito funebre
sarà preparato dai Fisher. L’impresario di pompe funebri
è, nell’immaginario comune, quanto di più macabro
possa esistere dopo gli zombie di Romero: è a perenne contatto
con la morte, maneggia cadaveri, guadagna dalle sofferenze altrui. Eppure
nessuno riconosce la sua utilità sociale nell’organizzare
il rito più importante per i vivi, il funerale.
I
clienti che si rivolgono alla famiglia Fisher cercano infatti di dare
forma alla fine di un rapporto: che siano cristiani, ebrei, atei o agnostici,
i Fisher offrono loro l’occasione di affidare ai ricordi la persona
amata (a volte persino odiata) e tornare a una presunta normalità.
Riassunta in questi pochi termini, la serie potrebbe prendere qualunque
piega; in particolare sarebbe a rischio di sembrare una versione televisiva
del pur grazioso film Bara con vista. Ma Six Feet Under
non è un telefilm divertente. O meglio, capita di ridere senza
che l’impronta generale della serie sia governata dall’umorismo.
L’ambientazione funerea, comunque dominante, non è la fonte
delle risate fatta eccezione per le folli morti che aprono gli episodi
(memorabile il decesso della “zia Lilian” colpita da una
pallina da golf). L’ironia è concentrata sulle vicissitudini
dei protagonisti, non necessariamente legate al lavoro che svolgono.
L’aspetto interessante della questione è che mentre decine
di clienti si rivolgono ai Fisher in cerca di aiuto e conforto, all’inizio
della serie la stessa famiglia sia colpita da una grave perdita. Muore
infatti Nathaniel, il padre. Tutta la prima stagione sembra rivolta
al superamento di tale lutto tramite l’intensa ricerca della vita
nelle relazioni con se stessi e con gli altri.
Personaggi principali
Povero
Nathaniel Fisher (interpretato da Richard Jenkins):
non si fa in tempo ad affezionarvisi che nel pilot viene travolto da
un autobus. Per nostra fortuna tornerà spesso in qualità
di fantasma. La morte del capofamiglia è l’evento che genera
la serie, tanto per rimanere alla nostra considerazione del lutto quale
fonte di vita. Considerazione avvalorata, peraltro, dal fatto che negli
episodi le dissolvenze non siano mai in nero, bensì in bianco:
colore del lutto per molte culture (dall’Africa all’India),
ma per noi occidentali dal Medioevo in poi perfetto contraltare al buio
della morte. Nathaniel è a capo dell’impresa Fisher
& Sons, che all’insaputa della famiglia ha gestito
spesso in modo non ortodosso: è capitato che si facesse pagare
alcuni funerali in natura, il che include una vasta gamma di monete
di scambio, dalla marijuana al sesso. Sebbene Nathaniel non conducesse
propriamente una doppia vita, aveva una nicchia segreta che il figlio
maggiore ha scoperto soltanto in seguito alla sua morte.
Non
che fosse l’unico a nascondere qualche peccatuccio; la moglie
Ruth (Frances Conroy) lo aveva tradito
con un parrucchiere, non senza soffrirne, durante gli ultimi anni di
matrimonio. Ruth è uno dei personaggi che più riescono
a evolversi nel corso delle stagioni. Inizia come una donnetta repressa
che non si è mai occupata di sé e lentamente prende coscienza
della propria identità trovando anche un lavoro esterno alla
Fisher & Sons; finisce addirittura per essere combattuta fra due
uomini, il parrucchiere Hiram suo storico amante e
il fioraio russo Nikolai. Ruth vorrebbe riunire intorno
a sé la famiglia, vivere serena circondata da un mare di affetto,
ma si vede chiaramente che non ha idea di come raggiungere questo obiettivo.
Molto spesso non sa nemmeno come comportarsi con i figli. Il culmine
delle prime due stagioni è, per quanto la riguarda, costituito
dal Progetto: un programma di autodeterminazione che inizia a frequentare
con qualche diffidenza e al quale in seguito aderisce con entusiasmo.
Dopo essere stata catturata dal Progetto, Ruth non fa altro che parlare
di “buttare giù le vecchie fondamenta”,
“costruire per sé una nuova casa” e inizia
anche ad essere particolarmente scurrile rispetto alle proprie abitudini.
Adoro Ruth perché offre spesso momenti di grande malinconia e
irrefrenabile comicità. Certo, se fosse stata mia madre probabilmente
ora sarei in un manicomio, ma è capace di farmi davvero morire
dal ridere. Emblematica è la telefonata che fa ad Hiram, colpevole
di averla lasciata per un’altra (non che a Ruth la cosa sia dispiaciuta):
“Pronto Hiram? Volevo farti sapere che ti perdono. No, non
voglio rimettermi con te… Ma che presuntuoso. Oh, senti, vaffanculo”.
Una
delle situazioni in cui mamma Ruth ha trovato più difficoltà
è stata forse il coming out del figlio David
(Michael C. Hall), gay prima represso e dichiarato
alla fine della prima stagione, innamorato del poliziotto Keith,
dal quale si è allontanato diverse volte. L’omosessualità
è inizialmente vissuta da David in un modo clandestino che lo
spinge a cercare esperienze estreme, anche molto pericolose, in preda
all’odio di se stesso. David è coinvolto attivamente nella
Chiesa locale e in apparenza è l’unico figlio “responsabile”,
quello che è sempre rimasto a fianco del padre aiutandolo nell’impresa
di famiglia, ma sente di avere bruciato la propria giovinezza in questo
impegno. Egli riesce a smettere di tormentarsi quando trova la forza
di portare alla ribalta la propria vera identità di fronte al
resto del mondo.
Il
figlio maggiore, Nate (Peter Krause),
al contrario di David non si interessa alla Fisher & Sons fino alla
morte del padre. Solo in quel momento ritorna a Los Angeles da Seattle,
dove non aveva combinato grandi cose né sul lavoro, né
in ambito sentimentale. La sua intenzione originaria è quella
di vendere l’impresa paterna alla Kroehner, grossa
compagnia che cerca di ottenere il monopolio degli affari, ma in seguito
rinuncia perché sente di potere finalmente concludere qualcosa
di utile. Al termine della prima stagione scopre di essere afflitto
da una grave malformazione cerebrale, la Sindrome Arterio Venosa, che
inizia a torturarlo con forti dolori e lo spinge a riflettere sul significato
della morte (anche grazie alla consulenza dello spettro paterno). Tuttavia
è impossibile parlare di Nate senza coinvolgere la sua ragazza,
la massaggiatrice e aspirante scrittrice Brenda Chenowith
(Rachel Griffith). Brenda è meravigliosa, lasciatemelo
dire. Un personaggio le cui sfaccettature è anche solo impossibile
contare; e la Griffith è un’ottima attrice, capace di essere
nello spazio di pochi episodi solare, ombrosa, gelida, nevrotica, insopportabile
e affascinante.
Nate è contemporaneamente attratto e respinto da lei, dotata
di una notevole collezione di scheletri nell’armadio. I due iniziano
una relazione in seguito a un trascinante colpo di fulmine avvenuto
sul volo che da Seattle porta Nate a Los Angeles. Poi cominciano a saltare
fuori i primi scheletri. I parenti di Brenda fanno sembrare i Fisher
la famiglia del Mulino Bianco: i genitori sono due psicologi che non
fanno mistero ai figli di essere una coppia molto aperta; il fratello
Billy (lo splendido Jeremy Sisto),
malato di sindrome bipolare, è attratto in modo incestuoso da
Brenda; lei stessa da piccola, ritenuta un genio, è stata data
in pasto a team di psichiatri e la sua esperienza narrata in un bestseller.
Al momento il rapporto fra Nate e Brenda procede male nonostante i due
preparino il matrimonio. Durante un breve viaggio a Seattle lui ha messo
incinta la sua vecchia amica Lisa (Lili Taylor),
mentre lei ha preso il vezzo di fare sesso con un discreto numero di
sconosciuti; terrorizzata dall’idea che il fidanzato la soffochi,
pensa in questo modo di creare uno spazio tutto per sé.
Infine
c’è Claire (Lauren Ambrose),
la terzogenita Fisher. Anche lei come la madre è partita in sordina.
La conosciamo grazie a un imbarazzante avvenimento della sua vita sentimentale:
Gabe, un ragazzo con cui ha un’avventura, le
chiede di succhiargli gli alluci e il giorno dopo lo racconta all’intera
scuola. Per reazione, Claire ruba dall’obitorio di famiglia un
piede e lo nasconde nell’armadietto del malcapitato. “D’accordo,
so che rubare un piede è folle. Ma vivere in una casa dove si
può rubare un piede è folle”, dice a sua discolpa.
Quando però il fratellino di Gabe muore, i due si riconciliano
e Claire sembra davvero uscire per la prima volta dal guscio in cui
si è nascosta: ricorda quasi la madre, nel suo desiderio di legarsi
emotivamente senza però capire bene come farlo. Claire è
una ragazza intelligente dotata di un temperamento artistico di cui
soltanto la zia Sarah si accorge. Tale riconoscimento
le dona un po’ più di profondità e finalmente le
permette di apparire oltre l’etichetta di “quella strana”.
Devo ammettere di essere curiosa riguardo a quali potranno essere i
suoi sviluppi futuri.
Ho
omesso un gran numero di personaggi secondari da questo breve elenco.
Se ho citato Keith, Billy Chenowith, Gabe, Lisa, la fantastica zia Sarah
e i genitori di Brenda, non posso dimenticare Federico Diaz
(Freddy Rodriguez), “ricostruttore di cadaveri”
ufficiale per l’impresa funebre, legato da affetto alla famiglia
Fisher, sposato e padre di due figli. Federico è un personaggio
molto forte che tuttavia credo meriterebbe una maggiore introspezione
psicologica; il momento più straziante che lo coinvolge è
la ricostruzione del cadavere di un neonato proprio mentre la moglie
Vanessa sta per dare alla luce il suo secondogenito.
La curiosità
A
mio parere, uno degli elementi di fascino di Six Feet Under è
costituito dalla sigla d’apertura. Alla musica di Thomas
Newman, già autore della colonna sonora per American
Beauty, è stata accostata una sequenza di immagini che evocano
il senso di perdita legato alla morte: mani che si separano, i piedi
di un cadavere che spuntano da un lenzuolo, vecchie fotografie, fiori
che marciscono e infine un albero solitario dalle radici profonde, simbolo
del telefilm. Un dettaglio interessante è offerto dal corvo.
Questo uccello è stato scelto perché profondamente legato
al significato della serie, latore di cupe sensazioni eppure non eccessivamente
macabro. Peccato che negli Usa sia vietato filmare veri corvi per scopi
commerciali: quello che vediamo nella sigla è impagliato.
Dettagli a misura di trekker
Farà
piacere a noi appassionati di Star Trek che qualche nostra vecchia conoscenza
abbia fatto e farà capolino in Six Feet Under. Ad esempio
Melissa, la prostituta amica di Brenda nella seconda stagione,
interpretata da Kellie Waymire (purtroppo prematuramente
deceduta, come i fan di Star Trek sanno), ben nota come Guardiamarina
Elizabeth Cutler in Enterprise; oppure (e questo mi garba molto
più, se posso permettermi) James Cromwell, il
“nostro” Zefram Cochrane, pronto ad allietare
la vita di mamma Ruth durante la terza e la quarta stagione.
Qualche link
http://www.hbo.com/sixfeetunder:
irrinunciabile per quanti desiderano approfondire la conoscenza della famiglia
Fisher; il sito è pieno di interviste, gallerie fotografiche, video
ed è dotato di una guida completa agli episodi.
http://www.hbo.com/sixfeetunder/video/index.shtml:
e a proposito di video, vi consiglio di scaricare i due promo della quarta
stagione (privi di spoiler!). Sono davvero pregevoli, la canzone è
“Feeling good” di Nina Simone.
http://www.toby-web.com/:
si tratta dell’unico sito italiano che sia riuscita a trovare dedicato
interamente a Six Feet Under.
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