SIX FEET UNDER
di Chiara Salvioni

Per convenzione siamo soliti pensare che la morte rappresenti la fine di ogni cosa. Forse per il morto, detta in modo molto prosaico; certo non per le persone che gli erano accanto, dal più intimo familiare all’odiato vicino di casa, che continuano a vivere perché così funziona il mondo. Il lutto dovrebbe rappresentare una nuova nascita per chi ne è colpito. Dopotutto nella vita i periodi più fecondi di riflessioni sono probabilmente quelli in cui si avverte l’assenza di qualcosa o di qualcuno: in parole povere, quando il nostro equilibrio è turbato dalla scomparsa di un tassello e l’unica soluzione consiste nell’impazzire o nel buttare giù l’intera baracca ricostruendo l’edificio ormai vacillante. I momenti di lutto sono gonfi di aspettative, colmi del bisogno di mitigare la sofferenza e, quindi, paradossalmente straripanti di vita. Il mio punto di vista, che immagino essere comune a molti fra voi, è quello di chi nella propria esistenza non vedrà la scomparsa di un numero spropositato di esseri umani. Avremo o abbiamo avuto a che fare con la morte sporadicamente, secondo i capricci del caso. Cosa succederebbe se la morte fosse per noi un impiego? E non parlo dell’essere medici, ove sarebbe nostro dovere lottare contro di essa per quanto possibile; mi riferisco al caso in cui la morte diventa un consueto, tranquillo appuntamento che procura uno stipendio. Sarebbe interessante capire se lavorare a fianco della morte abitui ad essa oppure perpetui l’esplosione di vita che, come abbiamo detto, spesso accompagna il lutto. Con ogni probabilità, è la stessa domanda che deve essersi posto Alan Ball, creatore del telefilm Six Feet Under.

La serie

Ball aveva tredici anni quando un giorno, mentre andava a lezione di piano, una macchina colpì violentemente il lato dove era seduta sua sorella uccidendola sul colpo. “Da quel giorno la mia vita è divisa in due”, ricorda, “quella prima dell’incidente e quella dopo. Ogni volta che qualcosa finisce, sia essa una vita, una partenza o una relazione, mi sento come in lutto. Ho un grande rispetto per la morte, tuttavia penso che non dobbiamo vivere con il terrore di essa”. Da questo avvenimento si fa in genere risalire l’ispirazione principale per Six Feet Under, serie che già dal titolo tradisce radici funeree: sei piedi sotto terra è infatti la profondità minima di sepoltura per i cadaveri. Il telefilm, nato quattro anni fa, è gestito da un nutrito team di produttori fra cui ovviamente lo stesso Ball e ha fatto incetta di premi importanti (Emmy, Golden Globes, Sag…). Fra i registi spiccano molti nomi di autori indipendenti oltre a quello dell’attrice Kathy Bates, che ha diretto l’episodio “An open book” (“Funerale a luci rosse”) e presto reciterà nei panni del nuovo personaggio Bettina. Negli Stati Uniti è trasmesso dalla HBO, rete nota per avere ospitato serie del calibro di Sex and the city, I Soprano e Oz, che in Italia possiamo seguire sul canale satellitare Fox.

Six Feet Under è diviso in quattro stagioni il cui pilot ha esordito nel Giugno 2001. Italia 1 ci ha graziosamente concesso la visione delle prime due, a mio parere bruciando letteralmente la serie: per sconosciute ragioni commerciali forse governate da un principio scientifico vicino ai tre segreti di Fatima, la rete Mediaset ha iniziato alla fine di Aprile con un episodio a settimana in terza serata per accelerare in Giugno a quattro giorni in seconda serata. Ricordo che mentre con Star Trek siamo abituati a stagioni di venti e passa episodi, quelle di Six Feet Under ne hanno appena tredici a testa; se poi consideriamo la scarsa pubblicità fatta da Italia 1 riguardo al cambiamento di programmazione, capirete perché ritenga suicida il modo in cui il canale ha gestito questa serie. Comunque niente di nuovo sul fronte occidentale: questo non è il primo e non sarà certo l’ultimo telefilm poco sfruttato, per usare un eufemismo, dalla televisione italiana. Polemiche a parte, al momento in cui scrivo la serie è stata trasmessa da noi fino al penultimo episodio della seconda stagione; negli Usa è appena andato in onda il terzo episodio della quarta.

La trama

Alan Ball ha avuto una discreta carriera di commediografo teatrale a New York prima di trasferirsi a Hollywood. Dopo avere lavorato quale autore televisivo, ha segnato il colpo determinante vincendo l’Oscar per la sceneggiatura di American Beauty, alcuni aspetti della quale possono essere rintracciati in Six Feet Under: ad esempio, la media borghesia americana vista come ipocrita custode di inconfessabili segreti, oppure l’utilizzo di temi “forti” quali sesso e droga per suscitare allo stesso tempo lacrime e risate. Ma a fare da protagonista qui è Madame Falce, la morte, forza arcana e terribile che nemmeno chi lavora ogni giorno a contatto con essa riesce a comprendere. Le vicende ruotano intorno ai Fisher e alla loro piccola impresa funebre di Los Angeles a conduzione familiare. Ogni puntata si apre con la morte di un personaggio il cui rito funebre sarà preparato dai Fisher. L’impresario di pompe funebri è, nell’immaginario comune, quanto di più macabro possa esistere dopo gli zombie di Romero: è a perenne contatto con la morte, maneggia cadaveri, guadagna dalle sofferenze altrui. Eppure nessuno riconosce la sua utilità sociale nell’organizzare il rito più importante per i vivi, il funerale. I clienti che si rivolgono alla famiglia Fisher cercano infatti di dare forma alla fine di un rapporto: che siano cristiani, ebrei, atei o agnostici, i Fisher offrono loro l’occasione di affidare ai ricordi la persona amata (a volte persino odiata) e tornare a una presunta normalità. Riassunta in questi pochi termini, la serie potrebbe prendere qualunque piega; in particolare sarebbe a rischio di sembrare una versione televisiva del pur grazioso film Bara con vista. Ma Six Feet Under non è un telefilm divertente. O meglio, capita di ridere senza che l’impronta generale della serie sia governata dall’umorismo. L’ambientazione funerea, comunque dominante, non è la fonte delle risate fatta eccezione per le folli morti che aprono gli episodi (memorabile il decesso della “zia Lilian” colpita da una pallina da golf). L’ironia è concentrata sulle vicissitudini dei protagonisti, non necessariamente legate al lavoro che svolgono. L’aspetto interessante della questione è che mentre decine di clienti si rivolgono ai Fisher in cerca di aiuto e conforto, all’inizio della serie la stessa famiglia sia colpita da una grave perdita. Muore infatti Nathaniel, il padre. Tutta la prima stagione sembra rivolta al superamento di tale lutto tramite l’intensa ricerca della vita nelle relazioni con se stessi e con gli altri.

Personaggi principali

Povero Nathaniel Fisher (interpretato da Richard Jenkins): non si fa in tempo ad affezionarvisi che nel pilot viene travolto da un autobus. Per nostra fortuna tornerà spesso in qualità di fantasma. La morte del capofamiglia è l’evento che genera la serie, tanto per rimanere alla nostra considerazione del lutto quale fonte di vita. Considerazione avvalorata, peraltro, dal fatto che negli episodi le dissolvenze non siano mai in nero, bensì in bianco: colore del lutto per molte culture (dall’Africa all’India), ma per noi occidentali dal Medioevo in poi perfetto contraltare al buio della morte. Nathaniel è a capo dell’impresa Fisher & Sons, che all’insaputa della famiglia ha gestito spesso in modo non ortodosso: è capitato che si facesse pagare alcuni funerali in natura, il che include una vasta gamma di monete di scambio, dalla marijuana al sesso. Sebbene Nathaniel non conducesse propriamente una doppia vita, aveva una nicchia segreta che il figlio maggiore ha scoperto soltanto in seguito alla sua morte.

Non che fosse l’unico a nascondere qualche peccatuccio; la moglie Ruth (Frances Conroy) lo aveva tradito con un parrucchiere, non senza soffrirne, durante gli ultimi anni di matrimonio. Ruth è uno dei personaggi che più riescono a evolversi nel corso delle stagioni. Inizia come una donnetta repressa che non si è mai occupata di sé e lentamente prende coscienza della propria identità trovando anche un lavoro esterno alla Fisher & Sons; finisce addirittura per essere combattuta fra due uomini, il parrucchiere Hiram suo storico amante e il fioraio russo Nikolai. Ruth vorrebbe riunire intorno a sé la famiglia, vivere serena circondata da un mare di affetto, ma si vede chiaramente che non ha idea di come raggiungere questo obiettivo. Molto spesso non sa nemmeno come comportarsi con i figli. Il culmine delle prime due stagioni è, per quanto la riguarda, costituito dal Progetto: un programma di autodeterminazione che inizia a frequentare con qualche diffidenza e al quale in seguito aderisce con entusiasmo. Dopo essere stata catturata dal Progetto, Ruth non fa altro che parlare di “buttare giù le vecchie fondamenta”, “costruire per sé una nuova casa” e inizia anche ad essere particolarmente scurrile rispetto alle proprie abitudini. Adoro Ruth perché offre spesso momenti di grande malinconia e irrefrenabile comicità. Certo, se fosse stata mia madre probabilmente ora sarei in un manicomio, ma è capace di farmi davvero morire dal ridere. Emblematica è la telefonata che fa ad Hiram, colpevole di averla lasciata per un’altra (non che a Ruth la cosa sia dispiaciuta): “Pronto Hiram? Volevo farti sapere che ti perdono. No, non voglio rimettermi con te… Ma che presuntuoso. Oh, senti, vaffanculo”.

Una delle situazioni in cui mamma Ruth ha trovato più difficoltà è stata forse il coming out del figlio David (Michael C. Hall), gay prima represso e dichiarato alla fine della prima stagione, innamorato del poliziotto Keith, dal quale si è allontanato diverse volte. L’omosessualità è inizialmente vissuta da David in un modo clandestino che lo spinge a cercare esperienze estreme, anche molto pericolose, in preda all’odio di se stesso. David è coinvolto attivamente nella Chiesa locale e in apparenza è l’unico figlio “responsabile”, quello che è sempre rimasto a fianco del padre aiutandolo nell’impresa di famiglia, ma sente di avere bruciato la propria giovinezza in questo impegno. Egli riesce a smettere di tormentarsi quando trova la forza di portare alla ribalta la propria vera identità di fronte al resto del mondo.

Il figlio maggiore, Nate (Peter Krause), al contrario di David non si interessa alla Fisher & Sons fino alla morte del padre. Solo in quel momento ritorna a Los Angeles da Seattle, dove non aveva combinato grandi cose né sul lavoro, né in ambito sentimentale. La sua intenzione originaria è quella di vendere l’impresa paterna alla Kroehner, grossa compagnia che cerca di ottenere il monopolio degli affari, ma in seguito rinuncia perché sente di potere finalmente concludere qualcosa di utile. Al termine della prima stagione scopre di essere afflitto da una grave malformazione cerebrale, la Sindrome Arterio Venosa, che inizia a torturarlo con forti dolori e lo spinge a riflettere sul significato della morte (anche grazie alla consulenza dello spettro paterno). Tuttavia è impossibile parlare di Nate senza coinvolgere la sua ragazza, la massaggiatrice e aspirante scrittrice Brenda Chenowith (Rachel Griffith). Brenda è meravigliosa, lasciatemelo dire. Un personaggio le cui sfaccettature è anche solo impossibile contare; e la Griffith è un’ottima attrice, capace di essere nello spazio di pochi episodi solare, ombrosa, gelida, nevrotica, insopportabile e affascinante.
Nate è contemporaneamente attratto e respinto da lei, dotata di una notevole collezione di scheletri nell’armadio. I due iniziano una relazione in seguito a un trascinante colpo di fulmine avvenuto sul volo che da Seattle porta Nate a Los Angeles. Poi cominciano a saltare fuori i primi scheletri. I parenti di Brenda fanno sembrare i Fisher la famiglia del Mulino Bianco: i genitori sono due psicologi che non fanno mistero ai figli di essere una coppia molto aperta; il fratello Billy (lo splendido Jeremy Sisto), malato di sindrome bipolare, è attratto in modo incestuoso da Brenda; lei stessa da piccola, ritenuta un genio, è stata data in pasto a team di psichiatri e la sua esperienza narrata in un bestseller. Al momento il rapporto fra Nate e Brenda procede male nonostante i due preparino il matrimonio. Durante un breve viaggio a Seattle lui ha messo incinta la sua vecchia amica Lisa (Lili Taylor), mentre lei ha preso il vezzo di fare sesso con un discreto numero di sconosciuti; terrorizzata dall’idea che il fidanzato la soffochi, pensa in questo modo di creare uno spazio tutto per sé.

Infine c’è Claire (Lauren Ambrose), la terzogenita Fisher. Anche lei come la madre è partita in sordina. La conosciamo grazie a un imbarazzante avvenimento della sua vita sentimentale: Gabe, un ragazzo con cui ha un’avventura, le chiede di succhiargli gli alluci e il giorno dopo lo racconta all’intera scuola. Per reazione, Claire ruba dall’obitorio di famiglia un piede e lo nasconde nell’armadietto del malcapitato. “D’accordo, so che rubare un piede è folle. Ma vivere in una casa dove si può rubare un piede è folle”, dice a sua discolpa. Quando però il fratellino di Gabe muore, i due si riconciliano e Claire sembra davvero uscire per la prima volta dal guscio in cui si è nascosta: ricorda quasi la madre, nel suo desiderio di legarsi emotivamente senza però capire bene come farlo. Claire è una ragazza intelligente dotata di un temperamento artistico di cui soltanto la zia Sarah si accorge. Tale riconoscimento le dona un po’ più di profondità e finalmente le permette di apparire oltre l’etichetta di “quella strana”. Devo ammettere di essere curiosa riguardo a quali potranno essere i suoi sviluppi futuri.

Ho omesso un gran numero di personaggi secondari da questo breve elenco. Se ho citato Keith, Billy Chenowith, Gabe, Lisa, la fantastica zia Sarah e i genitori di Brenda, non posso dimenticare Federico Diaz (Freddy Rodriguez), “ricostruttore di cadaveri” ufficiale per l’impresa funebre, legato da affetto alla famiglia Fisher, sposato e padre di due figli. Federico è un personaggio molto forte che tuttavia credo meriterebbe una maggiore introspezione psicologica; il momento più straziante che lo coinvolge è la ricostruzione del cadavere di un neonato proprio mentre la moglie Vanessa sta per dare alla luce il suo secondogenito.

La curiosità

A mio parere, uno degli elementi di fascino di Six Feet Under è costituito dalla sigla d’apertura. Alla musica di Thomas Newman, già autore della colonna sonora per American Beauty, è stata accostata una sequenza di immagini che evocano il senso di perdita legato alla morte: mani che si separano, i piedi di un cadavere che spuntano da un lenzuolo, vecchie fotografie, fiori che marciscono e infine un albero solitario dalle radici profonde, simbolo del telefilm. Un dettaglio interessante è offerto dal corvo. Questo uccello è stato scelto perché profondamente legato al significato della serie, latore di cupe sensazioni eppure non eccessivamente macabro. Peccato che negli Usa sia vietato filmare veri corvi per scopi commerciali: quello che vediamo nella sigla è impagliato.

Dettagli a misura di trekker

Farà piacere a noi appassionati di Star Trek che qualche nostra vecchia conoscenza abbia fatto e farà capolino in Six Feet Under. Ad esempio Melissa, la prostituta amica di Brenda nella seconda stagione, interpretata da Kellie Waymire (purtroppo prematuramente deceduta, come i fan di Star Trek sanno), ben nota come Guardiamarina Elizabeth Cutler in Enterprise; oppure (e questo mi garba molto più, se posso permettermi) James Cromwell, il “nostro” Zefram Cochrane, pronto ad allietare la vita di mamma Ruth durante la terza e la quarta stagione.

Qualche link

http://www.hbo.com/sixfeetunder: irrinunciabile per quanti desiderano approfondire la conoscenza della famiglia Fisher; il sito è pieno di interviste, gallerie fotografiche, video ed è dotato di una guida completa agli episodi.

http://www.hbo.com/sixfeetunder/video/index.shtml: e a proposito di video, vi consiglio di scaricare i due promo della quarta stagione (privi di spoiler!). Sono davvero pregevoli, la canzone è “Feeling good” di Nina Simone.

http://www.toby-web.com/: si tratta dell’unico sito italiano che sia riuscita a trovare dedicato interamente a Six Feet Under.

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