IMPROVVISAMENTE UMANI
di Chiara Salvioni


Ebbene sì, io sono una novellina: in questi mesi ho l’occasione di vedere per la prima volta le stagioni di Deep Space Nine successive alla terza. Come mi era già capitato di sottolineare tristemente in un articolo del numero di Maggio, è stato un vero colpo di fulmine che mi ha fatto pentire di essermene interessata con un simile ritardo. Comunque detesto i rimpianti. Ci mancherebbe solo che gli anni perduti non si possano recuperare: il mio desiderio è di farlo scrivendo quanto più possibile su questa serie.
So che molti di voi avranno già terminato tutti gli episodi che a me ancora mancano e di conseguenza non sopporteranno più le solite considerazioni trite, ritrite e servite in molteplici salse. Suvvia, siate clementi: pensate alla prima volta in cui vi siete entusiasmati per le vicende di Sisko e soci e immaginate che la stessa malattia abbia colpito me. Se non dirò nulla di nuovo, niente che voi già non sappiate, confido almeno di trasmettervi il mio ingenuo entusiasmo da prima visione. Tanto per aggiornarvi ho da poco iniziato la quinta stagione, mordendo il freno per non consumare in due giorni l’intero cofanetto DVD.

La quinta stagione prende il via con alcuni episodi che sembrano sconcertanti, malgrado vi sia stato tutto il tempo per capire come questa serie possa essere diversa dallo Star Trek della Tos e di Tng. La Federazione non è più l’antico paradiso, la guerra pare ormai inevitabile e qualcuno osa addirittura voltare le spalle agli alti ideali della Flotta Stellare (come Michael Eddington, protagonista di un indimenticabile monologo nella puntata For the cause).
Insomma, tutti gli indizi offerti dagli autori congiurano per fare credere allo spettatore che nulla più potrà stupirlo. Conclusione errata, dottor Watson. L’innocuo pietrisco che nella quarta stagione inizia a rotolare dolcemente lungo il pendio acquista velocità fino a tramutarsi in una devastante valanga. Non è un caso che tale annata si chiuda con una metamorfosi radicale: Odo diventa un solido e mentre il mutaforma perde la propria arte di danzare con leggerezza tra le forme, anche Ds9 viene oberata dal peso della realtà. La forza di gravità, divenuta d’un tratto insopportabile, si adopera per fare precipitare la serie dall’alto delle stelle; ed è in questo momento, con i piedi bene ancorati per terra, che i personaggi scoprono le voragini della propria fallibilità.
Forse era questo il tassello mancante affinché lo Star Trek dell’infanzia e della giovinezza sbocciasse nella piena maturità. Non fraintendetemi, provo un incrollabile amore per Data e soci, ma i tempi sono cambiati. L’equipaggio dell’Enterprise D era un’aspettativa riguardo a cosa l’umanità sarebbe riuscita a diventare nel XXIV secolo, in altre parole la speranza di confinare nel passato ferocia e tragedie per ripetere insieme a Picard “ciò che Amleto dice con ironia, io lo dico con convinzione: l’uomo, che capolavoro”. Ma quando sulla mia strada incontrai Tng ero pur sempre un’adolescente e oggi, ahimè, so qualcosa in più. Per questo motivo fatico a reputare plausibile che certi aspetti della natura umana, in un processo di evoluzione, scompaiano totalmente. Suppongo che non ci libereremo mai da grettezza, codardia, crudeltà; comunque la nostra società e noi stessi potremo forse riuscire un giorno a fare i conti con la loro esistenza. Se cancellarla pare impossibile, convivere con essa non è un obiettivo remoto, anzi, rappresenta il vero trofeo della crescita. Ecco dunque che pur amando Tng quanto prima ora la osservo con un maggiore senso critico concentrato proprio su questo aspetto: nonostante i suoi protagonisti vivano anche esperienze laceranti, sembrano essere totalmente privi delle caratteristiche che per millenni hanno segnato la nostra storia. In poche parole non cadono mai, non si umiliano, non falliscono nel tenere fede all’altezza del piedistallo raggiunto, nemmeno Picard nei momenti peggiori (l’assimilazione nell’episodio L’attacco dei Borg o la tortura ne Il peso del comando); il contrario di quanto capita ai personaggi principali di Ds9, che partono dai medesimi presupposti ma ad un certo punto, fra quarta e quinta stagione, li abbandonano. Diventano improvvisamente “umani”, giusto per parafrasare il titolo di una vecchia puntata.

Cercherò di spiegarmi meglio attraverso un esempio. Mi viene in mente l’episodio Il collezionista (terza stagione di Tng) in cui Data è rapito dal mercante Kivas Fajo, deciso a conservarlo quale prezioso oggetto raro. Quando cerca di fuggire dal proprio cinico aguzzino e costui gli si pone davanti disarmato, l’androide ha l’opportunità di sparargli con un disgregatore; tuttavia Data viene teletrasportato sull’Enterprise e allo spettatore tocca indovinare se egli avrebbe potuto fare fuoco tradendo il divieto a uccidere insito nella sua programmazione. In questo dubbio è concentrata tutta la complessità di Tng. Le domande che questa serie si pone sono di tipo etico: “Cosa succederebbe se…?”, “Quali punti d’incontro possiamo trovare con civiltà diverse?”, “Come affronteremmo possibili minacce alla nostra umanità?”. In una tipica puntata di Ds9, invece, la storia avrebbe con ogni probabilità seguito un’altra strada. Avremmo visto Data compiere la scelta e ne avremmo poi osservato i tentativi di fare i conti con essa. La complessità di Ds9 è concentrata sul travaglio del mondo interiore, sull’emotività. La domanda non è più “Cosa succederebbe se…?” bensì “Succederà. Possiamo convivere con questa certezza? E a che prezzo?”. Un altro esempio su tutti: Kira accetta di ospitare nel proprio corpo il figlio di Miles e Keiko O’Brien. Noi però non abbiamo idea dei dubbi precedenti a questa decisione, sappiamo solo che la bajoriana, già incinta quando ne siamo informati, ha accettato rapidamente. È con il dopo che bisogna scontrarsi, mentre in Tng, ove è spesso più importante il prima, avremmo senz’altro assistito a un episodio sulla tematica “utero in affitto”. Certo non è una questione di minore complessità da parte di Tng. Entrambe le serie esplorano un ampio spettro di riflessioni, sebbene in modi complementari. Ds9 trova necessario sottoporre i propri personaggi a prove continue, farli inciampare, crollare, capitolare.

Come Miles O’Brien, forse il primo a cadere ufficialmente. Questo irlandese tutto d’un pezzo, solido padre di famiglia, onesto lavoratore nonché virile giocatore di freccette è l’ultimo da cui ci si aspetta un simile tracollo. Si inizia ad avere qualche dubbio in Hippocratic Oath, quando di fronte alla richiesta d’aiuto di un Jem’Hadar intenzionato a liberare i suoi simili dalla tossicodipendenza il Capo si comporta nel modo meno “trek” possibile: lo nega. Si tratta di un semplice antipasto, poiché non sarà lui a fare i conti con tale presa di posizione. Il fardello verrà gettato sulle spalle di Bashir, costretto ad accettare la mentalità tutt’altro che filantropa rivelata dal suo migliore amico. La vera svolta, però, è quella di Hard time, episodio in cui una razza aliena innesta nella memoria di O’Brien i ricordi di venti anni di prigionia, fra i quali l’omicidio del proprio compagno di cella: un gesto inutile, dovuto soltanto alla stanchezza, alla paranoia, alla frustrazione. Un assassinio che tradisce il desiderio di sangue. “Quando eravamo bambini ci hanno insegnato che l’umanità si era evoluta, che per noi l’odio e la violenza erano superati. Ma alla prima occasione, quando avevo l’opportunità per dimostrare che di fronte a qualunque avversità mi sarei comportato come un vero essere umano evoluto, ho fallito”. Questa è la certezza che tormenta O’Brien e viene svelata a Bashir prima che costui, udite udite, gli prescriva degli psicofarmaci. Ebbene sì, passano i secoli ma all’uomo serve ancora qualche pillola per combattere la depressione…

Tuttavia i due episodi di cui ho appena parlato appartengono alla quarta stagione, mentre nell’incipit dell’articolo avevo rivolto particolare attenzione all’inizio della quinta, davvero estremo nelle tematiche affrontate. Sembra di salpare tranquilli con Apocalypse rising, puntata non speculativa la cui unica finalità è aggiungere qualche tassello allo smisurato arco narrativo della serie, ma si prosegue col botto. Allo spettatore arrivano infatti tre mattonate sulla testa in rapida successione: The ship, Nor the battle to the strong e Things past. Storie di guerra e occupazione militare che già dai presupposti sembrano dire “lasciate ogni speranza, o voi che entrate”. Eppure riescono comunque a stupire, perché sebbene ci si aspetti il peggio non si è realmente predisposti agli eventi che essi narrano; la quarta stagione, nonostante la caduta di O’Brien o l’inasprirsi degli incontri con i Jem'Hadar, non è una preparazione sufficiente: in poche puntate si è catapultati dai giochi teorici alla dura pratica.

In “The ship” l’impressione è proprio quella di vedere un saggio di tattica e diplomazia bellica diventare concreto. L’inoppugnabile logica che lo governa sulla carta si macchia con l’imprevedibilità del caso e, soprattutto, si rivela pericolosamente legata al substrato psicologico che ciascun giocatore cela all’avversario. Nella partita a scacchi fra lui e la Vorta, Benjamin Sisko entra nel Guinness dei primati a causa delle sue scelte contemporaneamente tutte giuste e tutte sbagliate. Impossibile nella realtà? Figuriamoci, per capirlo basta dare un’occhiata ai fatti. Una nave del Dominio precipita su un pianeta che Sisko sta esplorando. Senza superstiti, con i nemici a distanza di sicurezza e un runabout di copertura in orbita, il capitano decide di appropriarsi della nave per analizzarla; peccato che una squadra Jem’Hadar giunta sul luogo dell’incidente con tanto di Vorta al comando distrugga il runabout della Flotta e reclami il relitto. Inizia così una serie di incomprensioni diplomatiche dagli esiti catastrofici: la Vorta chiede a Sisko di parlamentare ma tradisce la sua fiducia inviando un Jem’Hadar all’interno del relitto; di conseguenza il capitano rifiuta ogni proposta, per quanto vantaggiosa, che gli permetta di salvare la propria squadra. La Vorta sceglie allora di attaccare poiché non intende cedere il prezioso contenuto della nave precipitata. È troppo tardi quando Sisko comprende che ella desiderava soltanto recuperare un mutaforma ferito durante la collisione e in cambio non avrebbe esitato a concedergli la nave. Il Fondatore e un giovane ufficiale agli ordini di Benjamin Sisko muoiono. Nel frattempo l’intero plotone di Jem’Hadar si suicida per non avere saputo proteggere una delle proprie divinità mutaforma. Se aggiungiamo l’equipaggio ucciso del runabout, il risultato è un’autentica carneficina: e tutto per un malinteso. Il capitano avrebbe dovuto credere alla Vorta e viceversa, ma nessun manuale di diplomazia potrebbe biasimarli. Resta l’amarezza di Sisko perché l’avere seguito la logica per conquistare un obiettivo militare, scelta che farebbe ancora, non gli ha impedito di sprecare delle vite: teoria e pratica sono divise dalle sfumature di grigio della realtà.

Suo figlio Jake impara la medesima lezione sul campo di battaglia, un luogo che lascia poco spazio alla sua immaginazione di scrittore. “Spiacente, ragazzo. La vita non funziona così”, si sente dire da un soldato. In “Nor the battle to the strong” (tradotto nell’orribile “Eroe per caso” che fa pensare più a Dustin Hoffman) Jake affronta lo spettro della codardia. Il futuro narratore crede che il mondo segua la stessa logica dei romanzi d’appendice. Dopo avere abbandonato Bashir in una situazione pericolosa perché impaurito da esplosioni e spari, il ragazzo incontra un ufficiale ferito che vorrebbe salvare: “Devo fare qualcosa, devo tentare”, dice, “Così tutto avrebbe senso. Forse sono scappato per una ragione, per trovarla e salvarle la vita”. Ma quando l’uomo muore, Jake è obbligato a comprendere che la vita è avara di giustificazioni e nega sempre volentieri una scappatoia a chi la cerca per evitare i propri fantasmi. Il coraggio è solo una prospettiva di cui sono espressione tanto l’eroismo in guerra quanto la franca ammissione dell’incapacità di combattere, perché le definizioni sono limitanti e la logica, in pratica, è ingiusta se priva di compassione. Quest’ultima scoperta in “Things past” costa a Odo la pace interiore e quasi la stima di Kira poiché il mutaforma ossessionato dalla giustizia confessa di avere condannato a morte tre innocenti sette anni prima. Schiacciato dal proprio inaccettabile fallimento, Odo è obbligato a trovare un modo per sopravvivere: “ora sono solo un altro solido imperfetto”, rivela a Kira. Ammettendolo perde lo status di leggenda vivente fra i bajoriani, dai quali era considerato limpido paladino della legge nella palude dell’occupazione cardassiana.

E fu così che il prode capitano della Flotta, il ragazzino che voleva diventare scrittore e l’inflessibile tutore dell’ordine raggiunsero l’olimpo degli antieroi, degli uomini con qualche macchia che sanno di non potere trovare la strada giusta perché la strada giusta non esiste; ve n’è forse una, tuttavia, che risparmia agli altri qualche sofferenza: ma per seguirla occorre abituarsi ad accettare compromessi e non è detto che la coscienza di chi la intraprende ne ricavi un gran sollievo.


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