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IL DOTTOR VAN
HELSING, PRESUMO? NO, È OMONIMIA
di Fabio
Miele
Avevo poco meno di dodici anni
quando mi sono avvicinato ai mondi horror in bianco e nero della Universal
Pictures, ritrovandoli ad orari improponibili sulle più disparate
TV locali. E già allora erano considerati dei classici bistrattati,
assieme ai film della Hammer. Frankenstein, l'Uomo Lupo, la moglie
di Frankenstein, Dracula, La Mummia, Il Mostro della Laguna Nera...
solo per citare alcune delle creature che hanno turbato la mia infanzia
cinematografica. Turbato è una parola grossa, ripensandoci, ma
riuscivano a tenermi inchiodato davanti alla TV e farmi immaginare esperimenti
terribili e vampiri in doppiopetto nella "tranquilla" brughiera transilvana
abitata da popolani altrettanto pericolosi, con i loro forconi e le loro
superstizioni. La mancanza del colore, in un'era dove già l'arcobaleno
dei cartoni animati brillava da tempo, non faceva che conferire uno stato
di inquietudine onirica a pellicole che già nei primi anni ottanta
erano ormai datate.
Poi arrivano il Dracula di Coppola
e il Frankenstein con la faccia di De Niro. Siamo nell'era degli attoroni,
della riscoperta della filosofia dell'horror, nella quale tutti i ruoli
di un certo rilievo finiscono per avere la faccia dei soliti dieci, a
prescindere o no dalla credibilità del personaggio. Sono gli anni
in cui Richard Gere diventa Lancillotto, Sean Connery è Re Artù
e Riccardo Cuor di Leone, Kevin Costner è Robin Hood, Nicholson
è il Joker. Non importa se il ruolo non è per loro. Erano
i tempi in cui era l'attore a chiamare il ruolo e non il contrario. Se
il Signore degli Anelli fosse stato concepito in quei giorni, avremmo
avuto Connery nella parte di Gandalf, Costner nella parte di Aragorn e
forse De Vito in tutina a fare Gollum...
Ma il cinema arriva all'era del digitale,
dove l'attore non ha più importanza, dove è necessario che
i dinosauri sembrino veri. Sborsare soldi per gli effetti speciali porta
a ridimensionare il cachet degli attori che in certe pellicole diventano
poco più di un diversivo per bilanciare le creazioni in computer
graphic. Se all'epoca d'oro dei mostri della Universal gli effetti speciali
si facevano con gesso e cartone ecco che adesso si lascia molto poco alla
fantasia dello spettatore e ci si concentra sul rendere il più
reale possibile ciò che non è reale. In certi casi è
un bene, immaginatevi Jurassic Park con il T-Rex in gommapiuma. Solo che
ora stanno cominciando a stufare. Ora che gli effetti speciali costano
meno e che ci si può infarcire un intero film e non solo sporadiche
scene mirate, stanno prendendo il sopravvento non solo sul copione ma
anche sulla fantasia.
Arriviamo
così all'apice di questo spreco: Van Helsing.
Preso come singolo esperimento posso dire che è un film avventuroso
e interessante. Nato da una buonissima idea: l'eroe Van Helsing contro
tutti i mostri storici. Ma perchè no. Certo però che non
è di sole idee che oggi si fanno i film. Molte idee promettenti
finiscono per essere sprecate o, come nel caso di Van Helsing, affogate
negli effetti speciali. Io adoro i film avventurosi, quel genere a cui
appartengono Indiana Jones e il remake della Mummia. Mi piacciono le storie
interessanti e non necessariamente credibili ma che mantengano la promessa
di un paio d'ore spensierate e divertenti senza la patina della pretenziosità.
Non sono il mio genere assoluto, ma adoro anche questo genere di film.
L'idea che questo obiettivo possa essere raggiunto grazie agli effetti
speciali si sta però diffondendo rapidamente e ha colpito tutti
gli ultimi film del genere fantasy-avventuroso o fantascientifico. Matrix
Revolutions è stato l'apoteosi dello spreco digitale.
Van Helsing mantiene questa linea e a lungo andare, soprattutto nella
seconda parte del film, inizia a stufare quando ti accorgi che non stai
ragionando su nessun tipo di storia ma stai solo guardando un costosissimo
programma di elaborazione grafica, di quelli che ti vendono in bundle
alla scheda grafica per farti vedere come gira bene. Belli i costumi e
le atmosfere, ma da un certo punto in poi si finisce assorbiti dalle rocambolesche
evoluzioni in digitale dei protagonisti al punto che si resta storditi
alla ricerca di un tessuto narrativo che si è dissolto. Detto in
parole povere: non c'è storia. C'è una bella idea che non
si sviluppa.
Non ci sarebbe stata male un po' di
storia e meno creature. Forse anche l'idea di inserire forzatamente tutti
i mostri principali della vecchia guardia in un unico film ha costretto
a sacrificare ulteriormente la trama. L'effetto che si crea è quello
di un vorticoso baluginare di luci e colori. Il classico tanto fumo ma
niente arrosto. È un film veloce, anche troppo. Per farci stare
tutto hanno dato un ritmo troppo rapido persino al montaggio della prima
ora e la seconda è quella ormai sommersa di effetti in digitale.
Analizzando
quel poco che è emerso sul personaggio principale si capisce quasi
subito che non è una rivisitazione del vecchio dottor Van Helsing,
inventato dalla inquietante penna di Bram Stoker, ma
si tratta di un Van Helsing totalmente diverso. Abraham Van Helsing era
il nome del professore in medicina uscito dalle pagine di Dracula. Al
cinema invece ci troviamo di fronte ad uno sconosciuto Gabriel
Van Helsing, novello eroe d'azione. Perché questo sviluppo?
Certo mi rifiuto di credere che si tratti di una svista ma che abbia un'idea
precisa dietro alla scelta. Certo, è chiaro che il Van Helsing
del film è una sorta di continua reincarnazione dell'Arcangelo
Gabriele, forse. Sarebbe stato forse meglio Michele, per le sue caratteristiche
guerriere, ma non sottilizziamo. Personalmente avrei preferito l'idea
di un giovane dottor Van Helsing alle prese con i suoi studi in medicina
e le sue prime avventure nell'occulto. Un Indiana Jones del soprannaturale,
insomma. Qui invece abbiamo un personaggio che ha solo preso a prestito
il nome sfruttando una sorta di pubblicità risonante e che tutto
quel sotto-tessuto che ci si aspetta di trovare non c'è.
Bella la Beckinsale,
così come era bella in Underworld. Credo sia una
di quelle bellezze che stanno bene con qualunque cosa addosso ma che,
triste ammetterlo, non sanno recitare. Sarò forse troppo duro,
ma ricordo di avere pensato che non fosse adatta al ruolo in Underworld
e ancora di più ricordo di avere esplicitamente pensato durante
Van Helsing che sul serio non sapesse recitare. Certo, non è in
film di questo genere che ci si aspetta di vedere una recitazione da Oscar,
ma personalmente credo che sia stata scelta solo per la sua bellezza e
non certo per come recita. Comunque è giovane, ha ancora molto
tempo per rifarsi. E c'è sempre la possibilità che sia stata
solo una mia impressione. Sarei molto contento di venire smentito prossimamente
su questi schermi.
Ciò che ricorderò meglio
di questo film sarà l'inizio in bianco e nero, con la folla inferocita
alla carica del castello Frankenstein, ricostruito come un vero film d'epoca.
Della verve della Mummia e del Ritorno della Mummia è rimasto poco
in questa "opera terza" di Stephen Sommers. Tentato dai
soldi a disposizione non ha potuto fare a meno di sprecare ogni centesimo
nel digitalizzare ogni fotogramma. Resta un film divertente, questo sì,
ma è come entrare in una giostra e poi uscire senza alcuna pretesa.
Se mai faranno un seguito, spero che almeno sprechino un po' di tempo
per una storia più approfondita. Peccato non ci sarà la
Beckinsale, e a questo proposito che dire del finale? Un finale così
melenso non lo vedevo dai tempi di Ghost. E a proposito di Ghost, in fondo
c'è forse una possibilità di ritorno della Beckinsale...
i maschietti incrocino le dita.
Sono
certo che prima o poi Hollywood metterà da parte il giocattolo
nuovo del digitale e comincerà ad usarlo con più parsimonia
e con azioni più mirate. Alla fine i palati più raffinati
finiranno forse per richiedere i vecchi effetti visivi a patto di riempire
i film con un po' di storia. La passione stilistica sono certo che porterà
a ricercare anche solo come esperimento un ritorno alle origini. Credo
che i pupazzi (detto con tutto il rispetto che meritano, e giù
il cappello) in stop-motion alla Harryhausen non hanno ancora visto la
parola fine sullo schermo, e se tornare a vedere un Frankenstein con la
inespressiva maschera di lattice significa avere una storia, ben venga.
Ora il digitale è una tecnologia cinematografica anche relativamente
nuova quindi si tende a prenderne il più possibile, con ingordigia.
La verità è che oggi sappiamo farli gli effetti speciali,
ma non sappiamo ancora usarli con stile. Ci vuole un ricettario e ancora
non ce lo abbiamo e chi sta ad Hollywood e cucina i polpettoni crede di
rendere il piatto interessante infarcendolo di tutti gli ingredienti che
si possono comprare. Mi può stare anche bene, ma in mezzo a tanto
companatico qualche fetta di pane, qualche fetta di storia a sostegno
dell'opera dello chef, non ci starebbe affatto male. Stiamo solo guardando
Hollywood che fa scuola di cucina: i veri piatti prelibati devono ancora
essere messi sul menù.
O così mi piace sperare. Sono fiducioso.
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