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LA
PERDITA DELL'INNOCENZA
di Chiara
Salvioni
Credo
che la favola più importante della mia infanzia, quella che ha
determinato i sogni di bambina e le prime aspettative verso il futuro,
sia stata un film. La prima volta in cui mi capitò di vedere
Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg ero molto
piccola; non so perché ma lo adorai subito sopra ogni altra storia
sebbene i miei genitori cercassero di propinarmi a tutti i costi ET,
che invece con quel suo collo retrattile mi terrorizzava (sì, lo
so, da bambina soffrivo di grossi scompensi psicologici). Insomma, nonostante
trovassi incantevoli le classiche fiabe da lettura serale, l’idea
di immaginarmi principessa o fatina era poco allettante rispetto a quella
di vedermi scolpire grosse montagne di purè. Anzi, no, non potevo
essere Richard Dreyfuss, un predestinato cui era capitato per caso di
conoscere la verità più ambita dal genere umano: no, nelle
mie fantasie io ero François Truffaut, il sognatore dedito alla
scientifica ricerca di una chimera la cui fatica, un bel giorno, trova
il suo compenso. Cresci dunque convinta che gli alieni, nani idrocefali
o aracniformi spilungoni, esistano, siano buoni e comunichino tramite
una specie di xilofono giocattolo: magari hai visto gli inquietanti film
di fantascienza degli anni ’50, ma per te non è possibile
che gli extraterrestri siano i baccelli dell’Invasione degli
ultracorpi, quelli veri devono essere buoni come ha detto Spielberg.
Lo spazio è un luogo sconosciuto, certo, ma amichevole e pensi
che da adulta farsi un viaggetto nell’orbita terrestre sarà
giusto un pochino più costoso che andare in Nuova Zelanda; se poi
segui anche Star Trek, è la fine. E quando ormai vivi immersa in
una dorata “abitudine allo spazio”, ti esplode uno shuttle
davanti. Dopo nemmeno due minuti di volo. Uno shuttle con dentro per la
prima volta un cittadino comune, una maestra. La tragedia del Challenger
fu, nel gennaio del 1986, il momento del risveglio per tutti coloro che
si interessavano di spazio, dall’astrofilo dodicenne all’ingegnere
della Nasa, e diventò al negativo quello che lo sbarco sulla Luna
era stato per i bambini degli anni ’60. Lo spazio era l’esatta
antitesi di come l’avevamo creduto: era pericoloso, ostile e non
stava aspettando che noi lo conquistassimo. Per me l’incidente rappresentò
la perdita dell’innocenza.
Come
cantano i Pearl Jam (la canzone è “I am
mine”), l’innocenza si perde tutta in un colpo solo. Se non
prendessi come oro colato ogni parola di queste mie guide spirituali,
dovrei ammettere che di perdite dell’innocenza ne ho vissute almeno
un altro paio; tuttavia quella del 1986 è stata senza dubbio il
botto d’inizio. Perché mai si parla d’innocenza? Sembra
anacronistico in un mondo informato come il nostro, dove anche i ragazzini
delle scuole elementari hanno accesso alle più truci notizie di
cronaca. Com’è possibile perdere un’innocenza che nessuno
sembra più avere? Eppure credo che la nostra natura umana preveda
l’esistenza di una nicchia protetta di aspirazioni e ideali che
con ogni probabilità sta lì solo per essere abbattuta come
una paperella di gomma al Luna Park. Non ritengo che l’innocenza
sia parente stretta dell’irrazionalità. Mi viene in mente
il protagonista del romanzo di Dostoevskij “L’idiota”:
un individuo che in realtà idiota non è, ma la cui intelligenza
non gli impedisce di rimanere invischiato nelle trame di un mondo in cui
egli è l’unica scintilla di purezza. Purtroppo perdere l’innocenza
significa non soltanto vedere degli utopistici ideali frantumarsi nello
scontro con la realtà, ma soprattutto capire che logica e ragione
non governano la società. Credete che la ricerca scientifica pura
vada finanziata anche se non comporta un’immediata remunerazione
monetaria? Be’, scordatevelo. O che un uomo col monopolio dell’informazione
e questioni aperte con la giustizia non possa governare uno stato? Pfui.
Non vi sto neanche a sentire. Se qualcosa sembra giusto, ragionevole,
limpido e non contraddittorio, nove volte su dieci non funzionerà
nella vita reale: la decima, ironia della sorte, sarà l’eccezione
che conferma la regola. È un po’ come quando si sogna di
essere alla fermata del bus in mutande. Tutti lo notano tranne noi; ci
sentiamo un po’ a disagio ma rimaniamo piantati lì a farci
ridere alle spalle finché capiamo e la vergogna ci assale.
In
fondo, perdere l’innocenza non è poi un gran male. Non avrebbe
senso vivere in un mondo fittizio mantenendo opinioni che non si cercherà
mai di realizzare pena il loro immediato sbriciolamento. É più
divertente accettare di buon grado quello strano processo che porta il
nome di “crescita” e maturare scegliendo quando accettare
piccoli compromessi con la realtà o quando invece infuriarsi con
essa; delle volte si può addirittura concludere qualcosa di utile,
non trovate? Lo scrittore Somerset Maugham, che cito
spesso perché mi piace molto, disse una volta: “La vita
è breve, la natura ostile e l’uomo assurdo. Ma, stranamente,
le sventure hanno per lo più i loro compensi, e con un certo umorismo
e una buona dose di senso comune possiamo cavarcela discretamente in questa
faccenda del vivere, che dopotutto ha ben poca importanza”.
In un mondo che in quanto a stranezza assomiglia alle folli morti che
aprono ogni episodio del telefilm Six Feet Under, forse
la soluzione più efficace per sopravvivere è questa. Come
ho detto prima, con buona pace dei Pearl Jam non ho sbattuto la testa
contro la realtà una volta sola. Più diventi vecchio, peggio
è. Credi di esserti ormai abituato ma quando meno te lo aspetti
il tuo punto di vista esegue un perfetto triplo carpiato e si ribalta.
Il vero problema è che ti può succedere addirittura in occasioni
impensate, ad esempio guardando un semplice telefilm come Star Trek.
L’universo
trek viene di solito ritenuto innocente e in effetti a renderlo tale concorrono
svariati aspetti: la grandezza dell’umanità (e già
questo presupposto rappresenta un enorme atto di fede), l’affidabilità
della tecnologia, l’apertura e il rispetto verso l’alterità.
Esistono però momenti fondamentali della sua storia in cui tale
innocenza viene irrimediabilmente compromessa, momenti dopo i quali per
me Star Trek non è più stato lo stesso: il che, ripensando
al discorso di prima, non è certo un male. La prima occasione che
io ricordi è forse quella avvenuta durante l’episodio
L’attacco dei Borg di Tng (Canal Jimmy
lo ha da poco ritrasmesso). Credo sia ben noto a tutti cosa accada: Jean
Luc Picard viene assimilato dai Borg e concorre, tramite le informazioni
che cede loro, alla battaglia di Wolf 359, cruento tracollo della Flotta
Stellare. Qualcuno crederà che inserire tale avvenimento nel novero
delle perdite dell’innocenza sia esagerato. Dopotutto il tema del
protagonista che diventa nemico era già stato affrontato in precedenza;
secondo me, tuttavia, la soluzione trovata è ben più inquietante
del modo fiabesco in cui, ad esempio, l’episodio Il duplicato
della Tos tratta il medesimo argomento. Locutus è
Picard. Il male che compie non è dovuto a un evento straniante
come potrebbe essere la contaminazione da parte di un virus, ma all’utilizzo
della propria logica liberata da ogni legame emotivo. Tutto sommato l’obiettivo
dei Borg è il miglioramento di sé e delle altre specie aliene
tramite l’assimilazione, un fine inaccettabile ma razionalmente
comprensibile e accolto da Picard quando gli innesti elettronici ne isolano
l’anima dalla ragione. Si potrebbe replicare che la puntata ha comunque
un apparente lieto fine. Apparente, questo è l’aggettivo
giusto. In realtà l’assimilazione di Picard provoca una catena
di reazioni i cui effetti saranno in gran parte visibili dopo diverso
tempo. Per questo motivo parlo di perdita dell’innocenza: con Locutus
si passa il punto di non ritorno.
Una
di tali conseguenze a sua volta si tramuta in una nuova perdita dell’innocenza.
Nello splendido episodio Giustizia sommaria si ha per
la prima volta il sentore che qualcosa nella Federazione non vada per
il verso giusto: un’indagine interna alla Flotta gestita dall’Ammiraglio
Norah Satie si rivela niente affatto legittima e porta all’inquisizione
di Picard, cui vengono rinfacciate le morti di Wolf 359. Non era mai successo
che il nemico fosse la paranoia della stessa Federazione; tre anni prima,
come testimonia l’episodio Cospirazione, lo stato
delle cose era completamente diverso poiché la minaccia proveniva
da improbabili crostacei alieni immediatamente identificabili come malvagi.
È il principio di una Federazione ben distante dalla perfetta creatura
che era in passato, osservando la quale Picard non avrebbe mai pronunciato
la battuta finale di “Giustizia sommaria”: “Vigilanza,
signor Worf. È questo il prezzo che dovremo sempre pagare”.
Osservare l’evoluzione di Star Trek sotto questa nuova luce porta
a non ritenere più così oltraggioso lo scarto netto che
Deep Space Nine opera nella quarta stagione. Le due puntate
Il nemico tra noi e Paradiso Perduto non sono
altro che la logica maturazione, pur portata all’estremo, dei semi
piantati in Tng. Il pericolo non viene dai soli fondatori ma persino dall’umano
desiderio di potere e dalle umane paure. Insomma, la rivoluzione è
finalmente completa, anche se con cinque anni di ritardo. Mentre la Voyager
si sollazza settantamila anni luce più in là, il Quadrante
Alfa deve difendersi al medesimo tempo dal Dominio e da sé. Ci
si potrebbe chiedere quanto il fascino di Star Trek dipendesse dall’innocenza
così perduta; qualunque sia la risposta, ricordare con affetto
l’infanzia e la giovinezza non significa ripudiare la maturità.
Peccato che dopo la fine di Ds9 le serie trek rimaste non abbiano avuto
la forza di uniformarsi al processo di crescita, offrendoci piuttosto
il malinconico spettacolo di un adulto che gioca a fare il ragazzino:
a volte Enterprise mi sembra la classica Porsche da cinquantenne
in crisi di mezza età.
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