THE CAGE
di Martina Grusovin

La prima volta che vidi The Cage rimasi incredibilmente colpita dalla sua modernità.
Capitò al festival del cinema di Fantascienza a Trieste, perciò ebbi la fortuna di assistere alle avventure del capitano Pike sul grande schermo cinematografico. Certo, avevo già visto l’Ammutinamento, ma sarà stato il tempo passato o il mixaggio effettuato per riciclare la vecchia puntata pilota, sta di fatto che la mia prima impressione non fu così forte. Che cosa mi colpì? Innanzitutto la storia, naturalmente, e l’incredibile attualità del tema centrale: è meglio vivere in una realtà imperfetta o nell’illusione di un sogno?

È sorprendente pensare che, seppure non entrando mai nell’ambiguità di questa scelta, The Cage tratti uno degli argomenti più discussi dalla fantascienza in questi ultimi anni.
Pensiamo a Matrix, a Strange Days, a Vanilla Sky e a tanti altri. Pare che uno dei temi centrali a cavallo tra un secolo e l’altro sia proprio quello della perdita del controllo della realtà e della manipolazione di questa attraverso il sogno. La paura non s’incarna più, come accadeva nella vecchia fantascienza degli anni ‘50, nella rappresentazione di una società chiusa e totalitaria, che limita libertà di pensiero e azione, specchio delle Guerra Fredda e della minaccia sovietica. Non compaiono più nemmeno mostri mutanti alla Godzilla, paure dell’atomica ormai lontana. Se i nostri schermi si sono ripopolati di mostri mutanti, ciò è dovuto esclusivamente alla sempre più verde politica del remake, ma essi hanno perso da qualche tempo ormai il loro significato primario, lasciando soltanto un involucro mostruoso alla pari dei dinosauri di Jurassic Park (qui la paura è quella della manipolazione genetica.)

È chiaro ormai che le angosce dell’uomo moderno sono cambiate ed oggi ciò che spaventa davvero è una minaccia più sottile e invisibile. Succede da quando, cadute le ideologie, esaurito ogni tentativo di pensiero forte e guidati sempre da un relativismo costante, la parola ha da tempo perso ogni tipo di oggettività. Era rimasta solo l’immagine, ultimo baluardo della concretezza del mondo, fotografia indiscutibile della realtà che circonda l’uomo. Ma oggi le immagini sono dappertutto e noi, onnivori, le consumiamo tramite internet, il cinema, la TV. Visitiamo parti del mondo che in diverse circostanze mai avremmo potuto vedere, conosciamo altre culture, persone lontane, tutto, rimanendo comodamente seduti in poltrona. Ed è da qui che nasce una nuova paura, quella che ci fa dubitare, oggi, persino di ciò che vediamo.

La differenza con le immagini ingannatrici che naturalmente già in passato esistevano (basti pensare alla prospettiva), sta nel fatto che ora esse hanno acquistato vita attraverso il movimento. Con il cinema l’illusione di realtà è massima, non solo, esso racconta anche delle storie. In questi ultimi anni, il cinema ha indiscutibilmente imboccato la strada della perfetta illusione visiva, attraverso l’uso del digitale. Pensiamo solo ai tre film tratti da Il Signore degli anelli e all’impossibilità da parte dello spettatore di capire che cosa è reale e che cosa no, quale parte della scenografia è un modellino, qual è interamente creata dal computer. Nei film di oggi l’effetto speciale deve essere invisibile, tanto che un metro di paragone non può più essere, come accadeva in passato, un giudizio puramente tecnico (non intendo registico), poiché oggi gli effetti speciali sono basilari in qualsiasi produzione.
In quest’ottica risulta ovvio, allora, che le inquietudini dell’uomo moderno si legano indissolubilmente alla falsità dell’immagine, poiché essa è sempre più manipolabile e di conseguenza ciò che egli vede non sempre corrisponde alla realtà. La libertà, elemento centrale nella cultura occidentale, molto di più dell’uguaglianza e della fraternità, nate con lei dalla rivoluzione francese, subisce in questo modo un grave scacco. La minaccia venuta dalla spazio rappresentata da mostri (Blob), o invasori alieni (La guerra dei mondi), ha insidiato in passato la libertà, ma contro di loro l’uomo poteva far fronte comune, poiché il pericolo era da tutti ben riconoscibile. Ma se il nemico non fosse altrettanto visibile e l’individuo non si accorgesse di essere schiavo, perché, invece di vivere una situazione di disagio e sofferenza, vivesse in un sogno? In questo caso la minaccia è più sottile e temibile, proprio perché non può essere riconosciuta. Non solo la realtà non è tangibile, ma ciò che viene simulato, potrebbe essere migliore del mondo concreto. Matrix è ancora una volta l’esempio più significativo, ma come già detto ce ne potrebbero essere molti altri.

In questo complesso quadro fin qui sommariamente tratteggiato per amore di riassunto, The Cage (datata1964) vi si iscrive in maniera perfetta. Pur non giocando sull’ambiguità della scelta (è chiaro fin da subito che Pike preferisce la realtà al sogno), quest’ultimo è incredibilmente ben rappresentato. L’ambiguità, se non data da una scelta, nasce invece nella figura dei talosiani che si riveleranno tutt’altro che esseri malvagi.
L’incipit della storia è molto semplice: il capitano Pike sembra stanco di una vita fatta di responsabilità troppo gravose e vorrebbe scegliere un’esistenza più comoda e facile. Come lo rimprovera il dottore di bordo, però, ci sono uomini che devono seguire la strada che il destino ha tracciato per loro poichè se l’abbandonano perdono anche se stessi. Tutta la vicenda ruoterà proprio attorno a questo, al ritrovamento di quel giusto sentiero da parte di Pike e ciò sarà possibile grazie alla minaccia della perdita di libertà. I talosiani gli offrono di passare una vita sognando, realizzando in questo modo ogni suo desiderio. Pike però sa che tutto si ridurrebbe a una pura illusione, ad una specie di droga allucinante che dà solo l’impressione di vivere nella realtà, ma che, appunto, realtà non è. E anche la spiegazione fattagli da Vina su questo loro modo di agire, è piuttosto singolare. “I Talosiani” dice la ragazza “hanno scoperto una nuova realtà: la vita come sogno, perché quando questa si concretizza, diventa più importante dell’esistenza stessa. Tutto perde valore; amori, affari, non è più necessario organizzare la propria vita né lavorare per mantenerla, basta sognare e tutto diventa facile e bello come tutti hanno desiderato. […] Per loro è come andare a teatro, creano delle illusioni ed assistono a come reagisci provando le tue stesse sensazioni.”
Due osservazioni, innanzi tutto.
La prima riguarda ancora una volta la perdita di autonomia attraverso il sogno inteso come droga. È facile perdersi in un’illusione artificiale, ma soprattutto è facile desiderarla ed è qui che sta la vera e propria minaccia. L’arrendersi vuol dire rinunciare ad una vita imperfetta per una perfetta, anche se finta. Dunque la perdita di libertà per molti non diventerebbe poi così inaccettabile poiché una cosa è combattere contro dei mostri invasori, un’altra rifiutare la tentazione di una vita comoda.
È rilevante, sempre a proposito di The Cage, un’altra osservazione fatta da Vina a proposito dei sogni di Pike. Dopo i primi due, la ragazza si accorge che il capitano mantiene il controllo di fronte a questo tipo di illusioni (una specie si avventura sui generis dell’amor cortese nel primo caso, il ritorno alla casa da lungo tempo lasciata, nel secondo) ed osserva: “I sogni precedenti non hanno funzionato perché niente è nuovo per te. I sogni più grandi riguardano ciò che non si può fare. Sì, un capitano deve essere formale, rispettabile, onesto e perbene. Chissà come sarebbe poter dimenticare tutto questo.
È nell’ultimo sogno, infatti, che Pike è davvero tentato da Vina trasformatasi in una sensuale ballerina dalla pelle verde, disposta a concedergli qualsiasi cosa. Roddenberry abilmente lascia solo intuire le pulsioni del capitano e la scena viene interrotta senza che lui possa né resistere, né cedere a quest’ultima tentazione.

Il secondo punto degno di nota riguarda il momento in cui Vina si riferisce alle visioni create dai Talosiani come a un teatrino. Essi sono il pubblico e i sognatori lo spettacolo. Hanno bisogno di queste visoni poiché, a causa di una guerra, il loro pianeta è diventato desertico ed essi sono costretti a vivere nel sottosuolo. A quanto pare la loro società ha perduto la capacità di sognare, d’inventare, di desiderare, ma continuano ad avere tale necessità. La loro vita sembrerebbe incredibilmente grigia e piatta, anche se questo non ci viene raccontato dalla storia.
Nella conclusione di The Cage, la spiegazione data allo spettatore sulle cause del rapimento del capitano è quella che i Talosiani hanno bisogno degli umani per perpetuare la loro specie (come? Con ibridazioni di DNA? La cosa non viene spiegata). Pare, invece, che la vera ragione del loro interesse siano proprio i sogni. Essi hanno bisogno di qualcuno che immagini per loro e che li faccia evadere, con la propria fantasia, dalle grigie viscere del pianeta.
Ciò suona forse terribilmente familiare? Quando i Talosiani osservano i comportamenti di Pike e Vina, non stanno forse guardando uno schermo televisivo? Guardano il piccolo schermo esattamente come lo spettatore guarda Star Trek o un film.
Non vorrei avventurarmi oltre su questa strada che mi rendo conto essere impervia e difficile, ma a mio parere The Cage fa un chiaro riferimento alla situazione vissuta dallo spettatore e il potere ammaliante che la narrazione per immagini può avere su di lui. Già all’inizi del novecento con i serial nel cinema americano e i cineroman francesi, alcuni critici del tempo rivolsero l’accusa a questo tipo di spettacolo di “stimolare i ragazzi in maniera eccessiva”, di “provocare comportamenti incivili” e di “allevare una razza di giovani nevrotici.” Tali accuse nascevano dal fatto che il pubblico era eccessivamente a parer loro coinvolto nello spettacolo finendo per immedesimarsi in maniera eccessiva alle vicende narrate.

Oggi, a tanti anni di distanza dai quei primi fenomeni di serialità, la carica coinvolgente del cinema e della televisione non ha perso nulla dalle sue origini. Lo stesso Star Trek è un fenomeno attorno al quale gravano fan club, riviste, libri, videogiochi ecc, diventando in tal modo un fatto concreto.
Sono convinta che The Cage ci inviti a non lasciarci andare ai sogni, ma si badi bene, solo a quelli degli altri. Non bisogna finire come i Talosiani incapaci di creare da soli i propri desideri, aspettando che la fantasia e l’immaginazione fuoriescano come un fluido magico, dalla televisione, dal cinema, ma anche, aggiungerei, dalla letteratura. Questi mezzi possono rendere più piacevole e leggera la vita, ma non devono annullarla, poiché la realtà va vissuta fino in fondo accettando anche le sue imperfezioni e difficoltà.
Non è tutto così semplice però, e la conclusione di questa bellissima puntata pilota ribalta ancora una volta la situazione. Vina non è tenuta prigioniera dai Talosiani contro la sua volontà. Dopo essere stata salvata, è rimasta deforme e solo attraverso la capacità dell’illusione può apparire bellissima. Per questa ragione non può seguire Pike e decide di rimanere sul pianeta dove i Talosiani la rendono felice concretizzando il suo sogno, creando cioè l’immagine del capitano che lei ama. “Vina ha un’illusione,” dice a Pike uno degli alieni “e lei ha la sua realtà. Spero la trovi altrettanto piacevole.” L’uomo torna sulla sua nave nuovamente motivato, felice di aver ritrovato la via perduta. Ha scelto la realtà perché solo così può sentirsi appagato, ma non riesce disprezzare Vina, la quale, non potendo avere alcun posto nel mondo, solo attraverso un’illusione potrà essere felice.
Ciò che conta è, dunque, non è tanto la scelta, quanto una totale libertà di coscienza.


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