Ogni
film di Tim Burton è sempre una breve ed intensa
boccata di ossigeno in un oceano di film sempre più vuoti e banali.
Dopo aver deluso un po’ tutti col suo falsamente enigmatico Pianeta
delle scimmie, portandolo fin troppo vicino all’omologazione
hollywoodiana, Burton ci riconduce nella sua dimensione fiabesca che
l’ha da sempre contraddistinto, facendone proprio il tema centrale
del suo ultimo film. Non c’è quindi da stupirsi se in Big
Fish troviamo una densa miscela in un frenetico susseguirsi
di personaggi a dir poco fantastici e stravaganti in situazioni e luoghi
altrettanto ricchi di immaginazione. Alcuni di essi sembrano ricordare
momenti dei suoi film precedenti (De Vito, proprietario
del circo, non può che richiamare il Pinguino di Batman
returns, il villaggio perfettamente ordinato quello di Edward
Mani di Forbice oppure la strega e il bosco maledetto di Sleepy
Hollow-iana memoria); sembra infatti che Burton tessa le fila
della sua vita e della sua fantasia mettendoli infine sullo stesso inscindibile
piano. Ma riassumere Big Fish sarebbe un’impresa ardua e semplicemente
snaturerebbe la dimensione vera del film.
Avete mai provato a raccontare, nella foga emotiva del momento, un sogno
fatto
durante
la notte ad un amico o ad un parente nel tentativo di fargli capire
quanto questo vi abbia emozionato o eventualmente spaventato? Puntualmente
vi ascolteranno, ma alla fine avranno colto solo una minima parte di
quella vampata emotiva che vi avvolge.
I nostri sogni e le nostre piccole fantasie sono una parte di noi talmente
intima e sensibile di cui solo pochi rendiamo partecipi e che ancor
meno riescono a capire a fondo. Il cinema penso rappresenti questa dimensione
e Burton sembra aver deciso di condividere con noi tutti almeno parte
di quel suo intimo immaginario fiabesco. Ma questa volta, rispetto alle
precedenti, fa addirittura un passo in più, decidendo di mettere
sotto verifica i suoi st
essi
sogni, sotto forma critica di un figlio che indaga i sogni del padre
per smontarli e trovare in essi la parte di realtà che a lui
interessa per poter costruire infine un rapporto più…”vero”?
Così è il protagonista di Big Fish, Edward Bloom,
la cui vita sembra essere stata fin dalla nascita una storia infinita,
una fiaba dove realtà e immaginazione tessono una matassa che
nessuno riesce (o vuole, fatta esclusione appunto per il figlio) più
a sciogliere.
In questo modo egli si propone agli altri: attraverso i suoi sogni,
le sue fantasie e le sue fiabe. E come nell’esempio fatto all’inizio
spesso non viene capito. Poco male quindi se suo figlio Will Bloom (perfetto
esempio di realistica realizzazione esistenziale, sia emotiva che professionale),
nel momento in cui il padre sta per morire, si interroga su chi sia
stato veramente il genitore e cerca di portarlo invano nella sua dimensione
reale per un altrettanto reale primo ed ultimo incontro. Ovviamente
questo non avverrà, o almeno non in queste condizioni: nel mondo
reale Edward Bloom ci appare solo attraverso imbarazzanti silenzi e
un corpo ormai segnato dalla malattia.
Ma magicamente, quando comincia a raccontare le sue storie, ecco che
allora tutto cambia, il suo volto si illumina e torna il giovane di
sempre.
Alla fine l’incontro tra padre e figlio avverrà, non portando
il padre alla realtà, ma elevando il figlio nel suo piano fiabesco.
Così Ed
ward
Bloom non muore in un letto di ospedale, ma bensì nel letto di
un grande fiume che scorre in mezzo ad un bosco dai variopinti colori
in una mite giornata autunnale. E lì Edward Bloom, nel culmine
toccante del film, ritrova tutti i personaggi della sua vita senza più
distinzione tra presunto reale o immaginario, dalla moglie alla strega
con un occhio solo, dal gigante freak fino al medico che lo ha assistito
da sempre e via andare, per ringraziarlo e porgergli l’ultimo
saluto. Essi lo applaudono, gli sorridono e lo salutano. Essi ci dimostrano
come, per Edward Bloom, non ci sia mai stata quella netta distinzione
tra immaginazione e vita reale, ma facessero bensì parte di un
tutt’uno indivisibile, che era
no
poi il suo vero “io”.
Insomma sogno, fantasia e fiaba fanno parte della nostra vita e di noi
stessi quanto la realtà tangibile? Tim Burton sembra volersi
battere contro il muro del reale, del silenzio, della mancanza dell’immaginario
e del sogno. Egli non sembra accettare questo mondo rifugiandosi nell’idillio
del sogno e della fiaba e costringendo gli altri a seguirlo se vogliono
interagire con lui. O meglio ancora, ci fa capire come la realtà
non sia altro che una fantasia, o più semplicemente una grandissima
ennesima bugia che ci viene raccontata. Ecco allora preferire l’esplicito
rifugiarsi nel mondo delle fiabe, piuttosto che stare al gioco della
fantasia di qualcun altro.
Forse è proprio questo il sogno del
cinema. Non lo avete fatto anche voi? Non
passavate almeno dieci minuti a bordo dell’Enterprise prima di
addormentarvi la sera quanto eravate più piccoli? Non trasformavate
ogni ombrello o rametto in uno spada laser per combattere al fianco
di Luke Skywalker? Non avete mai cercato nella soffitta di casa vostra
una mappa del tesoro che vi portasse attraverso mille pericoli in grotte
sotterranee? Quante volte aprendo un libro avreste voluto che potesse
essere per voi quello che per Bastian fu la Storia Infinita?
Poi con l’età le nostre fantasie vengono man mano sempre
più sopraffatte, diminuite o semplificate dalla vita del reale
che, preponderante, assimila tempo e energia alla nostra mente.
Big Fish forse ci ricorda di non rinunciarvi mai.
Se volete commentare questo articolo scrivete a
Warp
Mail