BIG FISH
di Matteo "Norton" Bistoletti


Ogni film di Tim Burton è sempre una breve ed intensa boccata di ossigeno in un oceano di film sempre più vuoti e banali. Dopo aver deluso un po’ tutti col suo falsamente enigmatico Pianeta delle scimmie, portandolo fin troppo vicino all’omologazione hollywoodiana, Burton ci riconduce nella sua dimensione fiabesca che l’ha da sempre contraddistinto, facendone proprio il tema centrale del suo ultimo film. Non c’è quindi da stupirsi se in Big Fish troviamo una densa miscela in un frenetico susseguirsi di personaggi a dir poco fantastici e stravaganti in situazioni e luoghi altrettanto ricchi di immaginazione. Alcuni di essi sembrano ricordare momenti dei suoi film precedenti (De Vito, proprietario del circo, non può che richiamare il Pinguino di Batman returns, il villaggio perfettamente ordinato quello di Edward Mani di Forbice oppure la strega e il bosco maledetto di Sleepy Hollow-iana memoria); sembra infatti che Burton tessa le fila della sua vita e della sua fantasia mettendoli infine sullo stesso inscindibile piano. Ma riassumere Big Fish sarebbe un’impresa ardua e semplicemente snaturerebbe la dimensione vera del film.

Avete mai provato a raccontare, nella foga emotiva del momento, un sogno fatto durante la notte ad un amico o ad un parente nel tentativo di fargli capire quanto questo vi abbia emozionato o eventualmente spaventato? Puntualmente vi ascolteranno, ma alla fine avranno colto solo una minima parte di quella vampata emotiva che vi avvolge.
I nostri sogni e le nostre piccole fantasie sono una parte di noi talmente intima e sensibile di cui solo pochi rendiamo partecipi e che ancor meno riescono a capire a fondo. Il cinema penso rappresenti questa dimensione e Burton sembra aver deciso di condividere con noi tutti almeno parte di quel suo intimo immaginario fiabesco. Ma questa volta, rispetto alle precedenti, fa addirittura un passo in più, decidendo di mettere sotto verifica i suoi stessi sogni, sotto forma critica di un figlio che indaga i sogni del padre per smontarli e trovare in essi la parte di realtà che a lui interessa per poter costruire infine un rapporto più…”vero”?
Così è il protagonista di Big Fish, Edward Bloom, la cui vita sembra essere stata fin dalla nascita una storia infinita, una fiaba dove realtà e immaginazione tessono una matassa che nessuno riesce (o vuole, fatta esclusione appunto per il figlio) più a sciogliere.
In questo modo egli si propone agli altri: attraverso i suoi sogni, le sue fantasie e le sue fiabe. E come nell’esempio fatto all’inizio spesso non viene capito. Poco male quindi se suo figlio Will Bloom (perfetto esempio di realistica realizzazione esistenziale, sia emotiva che professionale), nel momento in cui il padre sta per morire, si interroga su chi sia stato veramente il genitore e cerca di portarlo invano nella sua dimensione reale per un altrettanto reale primo ed ultimo incontro. Ovviamente questo non avverrà, o almeno non in queste condizioni: nel mondo reale Edward Bloom ci appare solo attraverso imbarazzanti silenzi e un corpo ormai segnato dalla malattia.
Ma magicamente, quando comincia a raccontare le sue storie, ecco che allora tutto cambia, il suo volto si illumina e torna il giovane di sempre.
Alla fine l’incontro tra padre e figlio avverrà, non portando il padre alla realtà, ma elevando il figlio nel suo piano fiabesco.

Così Edward Bloom non muore in un letto di ospedale, ma bensì nel letto di un grande fiume che scorre in mezzo ad un bosco dai variopinti colori in una mite giornata autunnale. E lì Edward Bloom, nel culmine toccante del film, ritrova tutti i personaggi della sua vita senza più distinzione tra presunto reale o immaginario, dalla moglie alla strega con un occhio solo, dal gigante freak fino al medico che lo ha assistito da sempre e via andare, per ringraziarlo e porgergli l’ultimo saluto. Essi lo applaudono, gli sorridono e lo salutano. Essi ci dimostrano come, per Edward Bloom, non ci sia mai stata quella netta distinzione tra immaginazione e vita reale, ma facessero bensì parte di un tutt’uno indivisibile, che erano poi il suo vero “io”.
Insomma sogno, fantasia e fiaba fanno parte della nostra vita e di noi stessi quanto la realtà tangibile? Tim Burton sembra volersi battere contro il muro del reale, del silenzio, della mancanza dell’immaginario e del sogno. Egli non sembra accettare questo mondo rifugiandosi nell’idillio del sogno e della fiaba e costringendo gli altri a seguirlo se vogliono interagire con lui. O meglio ancora, ci fa capire come la realtà non sia altro che una fantasia, o più semplicemente una grandissima ennesima bugia che ci viene raccontata. Ecco allora preferire l’esplicito rifugiarsi nel mondo delle fiabe, piuttosto che stare al gioco della fantasia di qualcun altro.

Forse è proprio questo il sogno del cinema. Non lo avete fatto anche voi? Non passavate almeno dieci minuti a bordo dell’Enterprise prima di addormentarvi la sera quanto eravate più piccoli? Non trasformavate ogni ombrello o rametto in uno spada laser per combattere al fianco di Luke Skywalker? Non avete mai cercato nella soffitta di casa vostra una mappa del tesoro che vi portasse attraverso mille pericoli in grotte sotterranee? Quante volte aprendo un libro avreste voluto che potesse essere per voi quello che per Bastian fu la Storia Infinita?
Poi con l’età le nostre fantasie vengono man mano sempre più sopraffatte, diminuite o semplificate dalla vita del reale che, preponderante, assimila tempo e energia alla nostra mente.
Big Fish forse ci ricorda di non rinunciarvi mai.


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