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FUORI
CAMPO
a cura di Rossella "DrBev"
Marchiselli
Guillaume Riggio: Borg
per capacità di adattamento, Cardassiano per cinismo, Romulano per capacità
di calcolo. Circondato nella vita di tutti i giorni da umani che molto poco
di umano hanno, decido di difendermi così.
Questo tipo di atteggiamento purtroppo è il retaggio di un periodo, ormai
passato, in cui il mio motto era necessariamente “Sopravvivere ad ogni
costo”.
Dopo un po’ mi sono stufato di vedere solo due facce della stessa medaglia,
me ne sono inventato una terza e, guarda un po’, ora invece di sopravvivere
sto finalmente vivendo.
Per quanto riguarda i miei interessi, cerco rifugio nella musica, nel cinema,
nella lettura, in qualsiasi cosa, insomma, che spinga ogni giorno la mia mente
un po’ più lontano.
Su Star Trek:
Come mai amo Star Trek?
Perché scelgo di sognare. Scelgo di credere, di lasciarmi andare alla
speranza che qualcosa possa davvero cambiare, un giorno. Non conta quello che
dirà la gente sulla mia passione per Star Trek. Non conta quello che
gli sceneggiatori riusciranno a fare al Sogno di Gene. Certi episodi hanno marchiato
a fuoco la parte più profonda di me, in modo indelebile, in un modo che
non avrei mai creduto possibile. Le emozioni che vibrano ancora dentro di me
ogni volta che ricordo certi dialoghi, certe scene... beh, non hanno prezzo.
Lui, al Lago
di Guillaume Riggio
La strada fuggiva veloce sotto di lui, segnando il passo di una giornata che
non voleva finire.
Il ragazzo correva sulla sua moto, cercava di fuggire dai suoi pensieri, tentando
di seminarli con l’adrenalina. Ma questa volta la formula magica sembrava
non aver effetto.
Questa volta la velocità non sarebbe stata la soluzione, e lui se n’era
reso conto fin da quando era salito sulla moto, pregando silenziosamente di
non essere costretto a tornare da Lui, anche se dentro di sé sapeva di
aver scelto il suo destino fin da quando aveva deciso di trascorrere il pomeriggio
nella zona del Lago.
Meccanicamente si faceva cullare dalle curve,
assecondandole una dopo l’altra, cercando di distogliere la mente dal
silenzioso richiamo che quel luogo esercitava su di lui.
Si rese conto che da molti chilometri ormai non faceva più caso al paesaggio,
né riusciva a godersi l’ebrezza della guida; qualcosa dentro di
lui lo stava conducendo istintivamente al Lago, dove avrebbe trovato Lui, dove
ancora una volta avrebbe fatto finta che tutto fosse normale, che tutto avesse
davvero un senso.
Forse era troppo tardi per abbandonarsi a quei pensieri, ma non poteva fare
a meno di considerare che non era costretto a tornare da Lui, che forse c’era
un altro modo per riuscire a liberarsi di tutto quello che si portava dentro.
Ma ormai era tardi per recriminare, era
arrivato.
Non poteva far altro che spegnere il motore, e lasciare che tutto accadesse
ancora, di nuovo.
Riflettè un secondo, cercando di ricordare quante altre volte avesse
vissuto quella stessa scena, ma realizzò che aveva perso il conto. Non
ne fu meravigliato.
Si chiese un’ultima volta se stesse facendo la cosa giusta, ma era davvero
troppo tardi, sapeva benissimo che non sarebbe potuto tornare indietro proprio
adesso. Lo sapeva ogni volta.
Lasciò la moto alla vecchia quercia,
ed iniziò a scendere velocemente la piccola collina che sovrastava il
Lago. Era una splendida giornata di sole e Lui era lì, come sempre, a
pescare.
Come spesso accadeva quando stava per incontrarlo, si sentiva nervoso, perciò
si limitò a cercare un posto dove sedersi a qualche metro da Lui, ed
aspettare che gli rivolgesse la parola per primo.
Scelse un punto poco distante dalla riva e si accovacciò su uno spiazzo
d’erba all’ombra di un piccolo salice, raggomitolandosi e cingendo
le ginocchia con le braccia.
Altre rare volte, quando si sentiva più tranquillo, era solito sedersi
accanto a Lui, ma oggi sentiva che era una giornata diversa dalle altre, qualcosa
di strano stava ribollendo dentro di lui, ed inoltre non aveva previsto di venire
proprio al Lago. Almeno non consciamente.
“Ciao ragazzo. Come va oggi?”
chiese Lui, dopo un paio di minuti. Non sembrava sorpreso della visita del giovane
ospite, pareva piuttosto che sapesse che sarebbe tornato, prima o poi.
“Abbastanza… bene, grazie.” Scandì tutto molto lentamente,
per evitare di balbettare.
“Che cosa ti porta da queste parti?” chiese l’uomo.
Il ragazzo non rispose subito, rimase a giocherellare con un filo d’erba
nel tentativo di mettersi a proprio agio.
“Passavo… da queste parti, ed ho pensato di farti una visita…”
Una vocetta insolente dentro la sua testa rise di gusto ad una bugia così
spudorata. “…come va la pesca?” concluse il ragazzo, cercando
di cambiare rapidamente argomento.
“Non te lo so dire” -rispose ridendo l’uomo- “non ci
faccio troppo caso. Sono qui per il posto, la pesca mi interessa relativamente.
Ho sempre sognato di passare delle giornate in luoghi come questo, fin da ragazzo.”
terminò Lui, facendo spaziare la vista da un angolo all’altro del
Lago.
- Questo era fuor di dubbio - pensò la stessa vocetta irriverente di
prima nella mente del ragazzo.
Il ragazzo rimase in silenzio per qualche altro minuto, non riusciva proprio
a rimanere tranquillo, e non sapeva cosa dire. Lui se ne accorse, e cercò
di cambiare argomento, per fare conversazione.
“Ti ho sentito arrivare. La tua moto non passa inosservata, sai?”
Una leggera nota d’ironia non permise al ragazzo di pensare a nulla d’interessante
da rispondere.
Si limitò a sorridere, arrossendo.
“Dì,” -continuò Lui- “ma tua madre sa che vai
su quell’affare a quella velocità?”
“No.. nossignore.” rispose imbarazzato il ragazzo, stringendosi
ulteriormente le gambe al petto.
“Probabilmente fai bene a non dirglielo. Immagino che se lo sapesse ti
proibirebbe di andarci, non è vero?” replicò ammiccando
Lui, con il sorrisetto tipico di chi la sa lunga sulla questione.
Il ragazzo fu colpito da quell’inaspettata nota di complicità.
Non era programmata, e sul momento non seppe cosa rispondere.
-Se è per questo, mi ucciderebbe se solo sapesse che sono qui…
con te- replicò la solita vocetta nella sua mente, con una punta d’amarezza
e di vergogna.
“Già, probabilmente è così.” -suppose l’uomo-
“Sii solo prudente, però.” concluse Lui, laconico.
“Non preoccuparti.. non può succedermi nulla..” -disse avventatamente
il ragazzo, ed aggiunse subito dopo- “nah, non a me, non qui…”
fingendo spavalderia.
“Già, lo pensavo anch’io alla tua età. Cambierai idea
un giorno. E’ solo questione di tempo, vedrai.” rispose secco Lui,
leggermente infastidito dalla sfrontatezza della risposta.
Lui non aveva capito, fortunatamente. Il ragazzo si sentì sollevato.
Sarebbe dovuto stare più attento, in ogni caso.
“Intendevo solo dire” -deglutì- “che non può
succedermi nulla.. proprio perché metto la massima attenzione in quello
che faccio. Non posso permettermi errori.” concluse velocemente.
L’uomo gli lanciò uno sguardo
strano, che il ragazzo non riuscì ad interpretare, qualcosa a metà
tra il comprensivo ed il protettivo e disse: “Non hai bisogno di giustificarti.
E’ normale fare cose che i ‘grandi’ considerino avventato,
alla tua età. Ricordati solo che ci sono persone che tengono a te e che
soffrirebbero se ti accadesse qualcosa…”.
Il ragazzo stava per replicare qualcosa sul senso di colpa quando Lui concluse
“.. e non pensare di poter tenere sempre tutto sotto controllo, perché
quando un giorno ti renderai conto che non è possibile farlo sempre,
continuamente, potresti finire schiacciato sotto il peso di tutto quello che
ti sei tenuto dentro, cercando di controllarlo.”
Il ragazzo rimase senza parole, senza nulla da replicare; le poche, semplici
parole dell’uomo avevano fatto breccia nel suo cuore e nella sua mente,
facendogli rendere conto che aveva centrato in pieno la strana inquietudine
che si era impadronita di lui nell’ultimo periodo e che oggi in particolare
sembrava non volergli dare tregua.
“Che cosa è successo ragazzo? Come mai sei qui?” chiese Lui
all’improvviso, come se avesse avuto modo di leggergli nel pensiero.
Il ragazzo restò in silenzio, riflettè qualche secondo, poi scrollò
le spalle, come a far intendere che non ci fosse nessun motivo particolare.
Lui lo sbirciò per qualche istante, poi tornò a rivolgere la sua
attenzione alla canna da pesca, sistemando con consumata esperienza una nuova
esca, mentre scrutava la distesa azzurra che gli si parava davanti.
“Non me la dai a bere, ragazzo.” -disse Lui, rivolgendo sempre lo
sguardo all’infinito- “Ma.. se non hai voglia di parlarne, a me
sta bene..”.
Lui lasciò volutamente la frase a
metà, ed il ragazzo sapeva bene che cosa potesse voler dire.
La vocetta continuava a ripetergli che la naturale conclusione di quella frase
non poteva che essere: “basta che tu non cerchi di convincere te stesso
che vada tutto bene”.
In fondo non era forse quello il motivo per cui si trovava li adesso, e per
cui tornava ogni volta da Lui?
Cercare di convincersi che tutto andasse bene, cercare di lasciarsi alle spalle
il dolore del passato, le incertezze, le paure, anche solo per qualche ora?
Per la prima volta si chiese se era davvero disposto a rischiare di parlarne
con Lui e quindi, inevitabilmente, a correre il rischio di soffrire come forse
non aveva mai fatto prima.
Esporsi con Lui avrebbe voluto dire trovarsi per la prima volta nella sua vita
realmente privo di qualunque difesa, ed il ragazzo non poteva neanche pensare
di prendere in considerazione un ipotesi del genere, neppure per Lui.
D’altro canto una parte del ragazzo non avrebbe desiderato altro al mondo
che aprirsi con Lui, confidargli tutto quello che non aveva mai potuto esprimere.
La paura e la vergogna scavavano dentro di lui, consumandolo, impedendogli di
prendere una decisione, privandolo delle poche energie che gli erano rimaste.
Senza neanche rendersene conto il ragazzo
si trovò sdraiato sul prato; incapace di rimanere seduto si era lasciato
andare all’indietro, e solo l’urto con la terra l’aveva scosso
abbastanza da liberarlo, almeno per qualche attimo, dai suoi pensieri.
Chiuse gli occhi: ora aspirava avidamente l’aria fresca e si godeva la
frescura e la morbidezza dell’erba sotto di lui. L’ombra del salice
lo riparava dal ricevere troppa luce fastidiosa, ma i pochi raggi che riuscivano
a filtrare gli scaldavano piacevolmente il volto.
Per qualche minuto riuscì ad estraniarsi da tutto ciò che lo circondava,
dai problemi di sempre, dalle paure, e stette lì, immobile, a godersi
il senso di pace e di benessere che quel luogo riusciva a trasmettergli.
Non fu una sensazione che durò a lungo, però: quando la solita,
assillante vocetta gli fece rendere conto di dove si trovava e soprattutto del
perché si trovasse lì, un velo scuro scese nuovamente sul suo
volto.
Com’era possibile che il sogno che aveva cullato per tutta la vita si
fosse gradualmente trasformato in un incubo del quale era diventato dipendente?
“…solo non cercare di convincerti
del fatto che sei il solo ad aver passato determinate cose..” disse l’uomo,
spezzando improvvisamente il silenzio e facendo risvegliare il ragazzo dai suoi
pensieri.
“Cosa?” chiese il ragazzo, ancora stordito.
L’uomo si voltò verso di lui, ma al contrario di quel che il ragazzo
si aspettava, il suo sguardo non era seccato perché non aveva seguito
il suo ragionamento, bensì carico di un inaspettata dolcezza che gli
strinse il cuore ed iniziò a fargli inaridire la gola.
La vocetta gli intimò di distogliere lo sguardo dagli occhi dell’uomo
ed il ragazzo obbedì senza opporre resistenza.
Ci stava cascando in pieno, stava tornando a credere che fosse tutto….
La voce dell’uomo interruppe letteralmente il flusso dei pensieri del
ragazzo: “Vedi, anche se è banale da dire, anch’io ho avuto
la tua età, e so che cosa si prova… so le difficoltà che
si incontrano nel dover affrontare certe cose. So quanto è dura credere
di trovarsi improvvisamente.. soli.” disse lentamente Lui.
Il ragazzo ebbe un leggero sussulto mentre
l’uomo pronunciava le ultime parole e, sentendo cedere le ultime difese,
cercò invano di riacquistare padronanza dei propri pensieri. Chinò
il capo verso le ginocchia che teneva ormai strette in una morsa, chiuso in
posizione fetale, per proteggersi da tutto.
Scariche di adrenalina gli attraversavano il corpo e nella sua mente continuava
incessante il martellare delle sue paure, dei suoi dubbi e di tutte le voci
delle persone che conosceva, che gli intimavano di essere sempre all’altezza
di quello che loro si aspettavano da lui, e per quanto lui si sforzasse di fare
come queste voci sembravano ordinargli, lui capiva che qualcosa non tornava,
che il conto non tornava mai, perché non era giusto -non poteva essere
giusto!- che fosse solo nell’affrontare tutto questo, che dovesse reggere
il peso di tutto questo da solo, sempre, senza nessuno con cui poterne parlare…
senza di Lui…….
“Ragazzo!” risuonò, lontana,
una voce. Era Lui.
L’uomo si era reso conto che qualcosa non andava nel ragazzo quel giorno,
e quel crollo ne era la plateale, tragica conferma.
Posò la canna da pesca e si avvicinò al ragazzo, che aveva iniziato
a singhiozzare violentemente, e gli cinse le spalle con un braccio, cercando
di scuoterlo.
Il ragazzo tornò lentamente in se e cercò di riaprire gli occhi,
rendendosi conto che aveva serrato le palpebre per impedirsi di piangere. Non
appena rialzò la testa e si voltò verso l’uomo, tutto si
fece appannato, e sentì lacrime calde che iniziavano a rigargli il volto.
D’un tratto si rese conto che la previsione dell’uomo si era avverata,
stava infine crollando, stava iniziando a perdere il controllo.
“Ragazzo!” -ripetè Lui, con una nota più alta della
precedente- “Rispondimi!”
Sul volto dell’uomo, anche se riusciva a malapena a distinguerne i lineamenti,
lesse preoccupazione ed impotenza per l’inaspettata piega che aveva preso
la situazione.
Il ragazzo mormorò qualcosa di incomprensibile, tutto gli sembrava così
sfumato ed irreale, ed aveva la sensazione di affondare, di scivolare lentamente
sempre più verso il fondo.
“Non capisco.. cos’hai detto?” chiese Lui, sempre più
allarmato.
A fatica, il ragazzo cercò di scandire più lentamente “Non…
sono… abbastanza… forte… per tutto questo..” disse semplicemente,
chinando nuovamente il capo, visibilmente provato.
“Su, guardami! Abbastanza forte per cosa, ragazzo?” lo incalzò
Lui.
Il ragazzo risollevò lentamente la testa, ma non riuscì a guardarlo
negli occhi.
-Non saresti mai dovuto venire al Lago- lo accusò la vocetta.
Il ragazzo rimase in silenzio per circa un minuto, cercando di raccogliere le
forze. Ormai era fatta, il muro delle sue difese stava iniziando a cedere: era
arrivato al punto di non ritorno, e non gli restava altra scelta che andare
avanti.
“Tutti si aspettano qualcosa da me, ed io… non so, non riesco più
a tenere il passo delle aspettative di quelli.. di quelli che mi circondano…
sembra che qualunque cosa faccia non sia mai abbastanza…” disse
con non poca fatica.
L’uomo non fu completamente soddisfatto della risposta che gli aveva dato
il ragazzo.. in fondo non spiegava come mai avesse asserito di non essere abbastanza
forte per “tutto questo”, e dopo aver riflettuto attentamente decise
di pensarci in un secondo momento e disse:
“Ragazzo.. tu non sei costretto a fare sempre tutto quello che gli altri
si aspettano da te, soprattutto se questo non ti rende felice, o peggio, se
ti fa stare così male. Non credo di sbagliarmi quando dico che i tuoi
cari preferirebbero la tua felicità alla tua… condiscendenza, ti
pare?”.
“E’ molto.. più complicato di così, credimi..”
ribattè il ragazzo, gettandogli un occhiata.
“Si. Lo so.” -disse inaspettatamente Lui- “E’ sempre
più complicato di quanto sembri, soprattutto alla tua età. E noi
‘adulti’ spesso non ce ne rendiamo conto, o sottovalutiamo la cosa.
E’ per questo che devi essere tu a fare il primo passo, a far capire a
chi ti circonda come stiano veramente le cose.”
“Non posso farlo… devo esser forte.. per mia madre. Devo essere
sempre all’altezza della situazione.” rispose automaticamente il
ragazzo, con una smorfia d’ineluttabilità impressa sul volto.
L’uomo sapeva che il ragazzo preferiva non parlare della propria situazione
familiare, e quest’accenno era una delle rare occasioni in cui lasciava
trapelare qualcosa.
“Non hai appena detto che non credi di riuscire ad essere abbastanza forte?
Devi renderti conto che prima di tutto tua madre ha bisogno di un figlio felice,
non di un figlio che cerca di essere forte consumandosi, che rischia di crollare
da un momento all’altro…” disse l’uomo, cercando di
far leva sul nervo scoperto.
Il ragazzo rialzò di scatto la testa e fulminò l’uomo con
uno sguardo, senza dire nulla.
“Capisco che tu non ne possa parlare con lei, ma dovrai pur trovare qualcuno
a cui confidare quello che provi, no? Ad un amico, ad esempio …”
riprese Lui, dopo qualche attimo.
“Certo.. degli amici.. come ho fatto a non pensarci prima..” -rispose
il ragazzo, a metà tra l’ironico e l’esasperato- “peccato
che sembri che io non sia un tipo troppo socievole. I ragazzi della mia età
credono che mi ritenga superiore a loro. Non si rendono conto che sono sempre
stato costretto a comportarmi così… che è l’unico
modo che ho per farmi notare, per farmi apprezzare e per guadagnare la stima
ed il rispetto degli adulti. In fondo non è colpa mia se riesco a fare
alcune cose meglio dei miei coetanei, se riesco a capire cose al di fuori della
loro portata, perché dovrei quindi accollarmi il peso, la colpa di non
andargli a genio?”
Il ragazzo fece una pausa, guardò in alto ed aggiunse “Non ho chiesto
io di essere più…” -ebbe una leggera incertezza, ma decise
di proseguire- “..intelligente di loro.” -disse, guardando l’uomo
dritto negli occhi- “E credimi, non si tratta di presunzione. Magari fosse
così… Non dovrei faticare per sembrare simile a tutti gli altri,
non mi sentirei costantemente…. fuori posto..” concluse, glaciale,
ma con gli occhi velati di lacrime.
L’uomo rimase interdetto dalla freddezza e dalla lucidità con cui
il ragazzo aveva condotto il ragionamento. Sembrava che non ci fosse nulla che
non avesse calcolato.
Eppure, nonostante tutto, il peso di quello che si era tenuto dentro era cresciuto
fino al punto in cui non era più stato in grado di controllarlo, fino
al punto di farlo crollare.
“E poi ci sei tu… non so cosa ci faccio qui, con te.. Ogni volta
che vengo al Lago… è una follia, non dovrei essere qui…”
aggiunse, sconnesso, con un filo di voce.
C’era qualcosa di strano nel modo in cui il ragazzo rimarcava la propria
solitudine, che fece presumere all’uomo che ci fosse qualcosa che il ragazzo
non volesse lasciare andare, da cui non riusciva a prendere le distanze, qualcosa
che lo tormentava forse da anni e che era sul punto di venir fuori, nel modo
più doloroso possibile.
“Recitare una parte, vivere la vita di un personaggio che non ti appartiene
non ti porterà a nulla, ragazzo. Per quanto possa far male, devi riuscire
ad affrontare tutto questo, a confrontarti con quello che continui a portarti
dentro. Cerca di tenere sempre a mente che non devi sentirti costretto a farlo
da solo. Non devi credere di essere da solo. Ora non lo sei. Sei qui, con me,
anche se… non ho ancora capito.. il perché…..” azzardò
Lui, nel tentativo di trovare il bandolo ad una matassa che si stava facendo
sempre più ingarbugliata.
Il ragazzo rise, in un modo che l’uomo
non aveva mai sentito prima e che gli fece gelare il sangue.
C’era un confine sottile, impercettibile, che divideva due emozioni ben
distinte e completamente opposte che coesistevano senza logica nella risata
del ragazzo; da una parte c’era una risata isterica, disperata, dall’altra
una risata piena, fatta di gusto. L’uomo si sentì accaponare la
pelle.
Il ragazzo smise senza fretta di ridere e si voltò verso l’uomo.
L’mmagine di Lui era nuovamente scomposta dalle lacrime che erano tornate
a scorrere incessanti, quando il ragazzo disse: “Sai… quando le
cose iniziano ad andare davvero male, quando sento che non riesco più
a contenere tutto quello che ho dentro, vengo qui, da te. La cosa mi fa sentire
meglio, di solito. Oggi.. invece…”.
Il ragazzo lasciò la frase a metà, mentre il suo sguardo andava
a perdersi nell’orizzonte del Lago. “Non ti sei mai chiesto perché
venivo qui, da te, vero? Non sai neppure quante volte ci siamo visti qui, sempre
qui, sempre al Lago, io e te…”.
Il ragazzo si voltò nuovamente verso l’uomo, gli prese il viso
tra le mani, iniziando ad accarezzargli le guance con i pollici. “Tu non
hai idea…” -si interruppe, chinò per qualche attimo il capo
cercando di trovare il coraggio e la forza di continuare, poi tornò a
fissare Lui- “Non sai quanto avrei avuto bisogno di te. Non sai quante
cose avrei voluto dirti, quante cose avrei voluto condividere con te……
né lo saprai mai.” concluse con un filo di voce il ragazzo.
Rimasero entrambi immobili senza proferire parola, come in un limbo senza tempo,
l’uomo ipnotizzato dalle parole enigmatiche del ragazzo, che dal canto
suo stava cercando le parole per accomiatarsi da Lui.
Il ragazzo lasciò andare il viso dell’uomo, e si alzò in
piedi.
“Ti sbagliavi, prima. Io non sono qui con te. Se così fosse….
sarebbe tutto diverso. Se così fosse non mi sarei mai dovuto accollare
il peso di essere sempre all’altezza.” Disse il ragazzo, ma nei
suoi occhi l’uomo non scorse nemmeno l’ombra della follia, e questo
lo terrorizzò ancor di più.
Il ragazzo continuò: “Se tu fossi con me, non avrei più
così paura. Non mi sentirei così solo. Ma… l’hai detto
tu prima... è ora che venga a patti con il mio passato. E’ ora
che accetti che non ci sei più. E’ ora che ti dica addio….
Papà.” Concluse il ragazzo.
L’uomo non ebbe il tempo di dire nulla.
“Computer, termina programma!” disse semplicemente il ragazzo.
Mentre l’immagine del padre e di tutto l’ambiente andava scomponendosi
di fronte ai suoi occhi il ragazzo sentì un dolore acuto allo stomaco,
ed una ventata di calore che andava espandendosi in tutto il suo corpo.
Senza che se ne rendesse conto cadde in ginocchio, singhiozzando ferocemente.
Stava urlando, ma non se ne rese conto.
Ci vollero molti secondi -secondi, minuti, ore, nulla aveva un senso lineare-
prima che la sua mente riuscisse ad isolare il dolore che serrava i suoi pensieri.
Quando rialzò il capo era trascorsa un eternità.
Poi tutto si fece via via più calmo, e la voragine che aveva dentro iniziò
a placarsi.
Non gli rimaneva che una cosa da fare, prima di lasciare la sala ologrammi.
Con voce strascicata, disse: “Computer, cancella programma Crusher 101311”.
Il ragazzo si alzò, rimase fermo qualche attimo, contemplando le pareti
asettiche della sala ologrammi, poi si girò e procedette velocemente,
quasi correndo, verso l’uscita, senza voltarsi indietro.
Uscendo incontrò il Consigliere,
che salutò con un cenno, notandola appena. Lei si fermò qualche
attimo, guardandolo proseguire verso il turboascensore, inizialmente sconcertata
dallo stato del ragazzo, ma subito percepì che qualcosa era cambiato
in lui. Proseguì verso le celle di detenzione col cuore più leggero,
riflettendo sul fatto che forse non avrebbe dovuto parlare con sua madre a proposito
di una grigia sensazione che ultimamente avvertiva ogni volta che lo incontrava.
Arrivato al ponte dodici, il ragazzo incontrò Data, che lo squadrò
non appena lui uscì dal turboascensore, e si rese conto che il comandante
aveva notato qualcosa di diverso in lui.
Nessuno dei due disse nulla, il ragazzo perché non se la sentiva di aprire
bocca e l’androide perché una sub-routine gli aveva consigliato
di limitarsi a mettere una mano sulla spalla del ragazzo, senza aggiungere altro.
Così fece, ed il ragazzo lo guardò riconoscente.
Il ragazzo giunse infine in infermeria, dove trovò la madre indaffarata
come al solito.
Non appena lei lo vide, cambiò radicalmente espressione, da medico di
bordo tornò ad essere la mamma protettiva di sempre. Lei iniziò:
“Wesley…?” ma non riuscì a dire altro.
Il ragazzo si rese conto che la madre aveva notato immediatamente i suoi occhi,
che dovevano essere gonfi fino all’inverosimile, si avvicinò a
lei, la abbracciò e disse solo:
“Sai… non va tutto bene, mamma. Ma c’è tempo per questo.
Credimi. Ma adesso….” -fece una breve pausa, raccogliendo i pensieri-
“Adesso tutto è al suo posto.”
La vocetta tacque. Il ragazzo ne fu sollevato.
Lei non disse nulla, e strinse forte a se il figlio.
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