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JORGE VALDANO
Il sogno di futbolandia
Oscar Mondadori
Voto: 9
di Paolo
"Exidor" Longarini
Questo mese non si parla di
fantascienza.
Non
provo neanche a farvi passare per tale il libro che vi propongo, non voglio
certo prendervi per i fondelli.
Il fatto è che leggo molto, giuro, i compiti a casa li ho fatti
ma non riesco a togliermi dalla testa questo libro, inoltre, mi sto facendo
prendere la mano dal ruolo di consigliere.
So anche che gli stretti vincoli del ruolo pretenderebbero un libro di
fantascienza o niente, ma santa peppa, se una volta sgarro, non succede
niente. O no?
Può sembrare anche sciocco o banale farlo per un libro sul calcio
e non, magari, su di un capolavoro dei classici. Vero. Però se
sgarrassi per un classico non la smetterei più (chi decide quale
è più bello tra Il Nome della Rosa e Ritratto di Signora?
O su decine e decine di altri titoli?), la mia fortuna è che libri
come questo, sul calcio, intendo, non ce ne sono.
Perché poi proprio sul calcio?
Certo, il tutto è molto italiota ma io sono uno dei tanti fessi
che non vede nel calcio solo uno sport in cui alla fine sei tutto sudato
(per quello puoi anche fare una di quelle cazzate assurde tipo lo Spinning,
vai su di una bicicletta finta con le orecchie piene di musica assurda
con un tipo, o peggio una tipa, che ti urla nelle orecchie, i peggiori
sono quelli che ti “raccontano” la strada), ma, e adesso parte
quella grossa, ci vede una metafora della vita.
Non sono un ossessionato, esco tranquillamente la sera quelle rare volte
in cui la Roma gioca in coppa, ho visto Italia-Nigeria dei mondiali americani
in compagnia di un alano alto come una Punto, fermo nel traffico maledico
tutti quei disgraziati che fanno casino andando allo stadio.
Ma amo il gioco del calcio.
L’odore dell’erba quelle tre volte che ti è capitato
di giocare su di una campo in erba e la durezza dei sassi per tutte le
altre, Platini che allunga apparentemente alla cieca un pallone che Boniek
raccoglie perché uno sapeva cosa avrebbe fatto e dove sarebbe stato
il compagno, gli attimi che separano l’allacciarsi gli scarpini
a quando entri in campo ed il silenzio e gli sguardi che scambi con i
tuoi compagni, Riva che dice no alla Juventus e resta a Cagliari, le costanti
urla “Dietro, per la miseria, venite dietro!”, Maradona che
si presenta al San Paolo facendo cose che noi umani neanche con un trapianto
di malleolo.
Il calcio.
La tattica. La squadra. Gli avversari.
Jorge Valdano, l’autore del libro, è un
tranquillo signore di mezz’età, attualmente impegnato come
Direttore Sportivo del Real Madrid che ha avuto, nella
sua vita sportiva, alcune soddisfazioncine tipo la conquista di un mondiale
con l’Argentina e di vari scudetti e coppe internazionali, sempre
con il Real Madrid, sia come giocatore che come allenatore. Per quelli
che non lo ricordano bene, giocava con due leggende del calcio, spagnolo
e non, come Hugo Sanchez ed Emilio Butragueno.
Giocava
come solo gli innamorati del gioco sapevano fare: con una unione perfetta
tra testa e cuore, giocando per divertimento fino all’ultima goccia
di sudore. Fu fermato quando poteva dare ancora tanto da una grave forma
di epatite.
Da sempre è un personaggio strano, calcisticamente parlando. Il
mondo del pallone è estremamente chiuso, dal quale nessuno può
chiamarsi fuori o permettersi di criticarlo davvero, meno che mai dall’interno
(per farvi un esempio, qualche anno fa un giocatore under 21, promessa
del campionato e di “belle speranze” come Brambati fu messo
alla porta senza mezze misure solo per aver partecipato ad una puntata
del Maurizio Costanzo Show in cui dichiarava di non essere sempre d’accordo
con l’allenatore), considerato un intellettuale di sinistra ha sempre
avuto il rispetto degli avversari.
Il libro di Valdano è una straordinaria boccata d’aria dopo
anni di sonnacchiose cronache da gazzette varie e di articolacci fatti
da articolastri sullo stile a cui siamo abituati: mannaggia la peppetta
qualcuno dovrebbe far sapere alle grandi squadre che così le piccole
scompariranno e comunque un caro saluto all’avvocato.
Volete una verità di questo libro? Eccola, un paragrafo a pagina
100 in cui parla di Inzaghi, nel libro non si parla molto di calcio italiano,
Valdano lo odia, magari odio no, ma certo non apprezza un calcio in cui
su undici giocatori otto-nove sono incaricati di non far segnare gli avversari
o di distruggere il gioco avversario e solo due-tre di segnare.
Professione:
cavaliere solitario
Presto o tardi, l'allenatore italiano avrà pietà del cavaliere
solitario che schiera in avanti e gli metterà vicino qualcuno a
fargli compagnia: un cane, un gatto, un canarino… Nel frattempo,
la mobilità obbligata è uno dei migliori attributi dell’uomo
solitario che aspetta… un rinvio. Inzaghi, sempre a metà
strada tra il fuorigioco e il faccia a faccia col portiere, ne è
un buon esempio. Non gli importa la solitudine o il tempo che dovrà
aspettare, quando il pallone circola dalle sue parti corre come un disperato.
O manda all'aria la giocata di tutti i suoi compagni per la posizione
troppo avanzata (e allora ti viene voglia di corrergli dietro e ammazzarlo),
oppure, più spesso, segna e dà un senso alla partita intera
(e allora non puoi fare a meno di correre ad abbracciarlo). È un
attaccante generoso nello sforzo, ma egoista al punto di negare il pallone
anche alla madre se gli capita un'occasione per fare gol. Ha bisogno di
tre tocchi per controllare il pallone, non dribbla neanche una sedia,
a volte è impreciso nel passaggio, segna un gol ogni settecento
fuorigioco, ma nessuno è capace di resistere alla noia come lui.
E quando dico nessuno, includo anche i tifosi.
Qualcuno di voi potrebbe pensare “Ma
che vuole questo? Chi si crede di essere?”. Anzitutto credo che a dire
una cosa del genere sarebbero solo i tifosi milanisti, alzino la mano tutti
gli altri che non sono d’accordo con Valdano, ma i tifosi stessi si tranquillizzino.
Prima ho detto che non si parla spesso di calcio italiano nel libro. È
vero. Però si parla tantissimo del Milan di Sacchi, Valdano lo adora
e, con tutta la buona volontà, quel Milan non era italiano ma patrimonio
dell’umanità.
La straordinaria capacità di analisi
di Valdano è testimoniata dai tanti capitoli che dedica al rapporto tra
tifoseria e club e tifoseria e calciatori, non fa trattati, ma, senza volerlo
far vedere, ci mostra di come tutto sia immancabilmente cambiato in questi ultimi
decenni e per colpa di chi. Mostra il punto di vista di un appassionato del
gioco, di tifoso che vuole andare allo stadio per vedere due squadre affrontarsi
a viso aperto nel cercare la vittoria, per questo non sopporta i mediani (tanto
amati dai cantautori) distruttori di gioco mentre esalta i difensori che sanno
dare onore alla squadra senza dover distruggere ad ogni costo.
Un esempio è quando racconta di Paolo Maldini, uno dei pochi difensori
ad essere menzionato:
(….) Quando l’Italia affrontò
la Spagna (…), Paolo si confrontò sulla sua stessa fascia laterale
con Michel. Dopo la partita, il grande giocatore spagnolo non si capacitava
di quel ragazzino (nota: sta parlando del campionato Europeo giocato in
Germania, in cui Maldini esordì a soli 19 anni) che vista l’età
avrebbe dovuto chiedergli l’autografo: “Non mi ha guardato in faccia
neanche una volta”. La verità è che Paolo non marcava, uccideva
con l’indifferenza.
Da quel momento si sono affrontati in varie occasioni, e il problema ormai è
diventato una questione d’onore.
“E allora?” domandiamo noi amici dopo ogni partita.
“Non mi ha neanche fatto caso” si affligge Michel.
Nel libro troviamo tanti profili di giocatori
famosi e arcinoti, Ronaldo, Pelè, Maradona, Crujff, ma le cose più
divertenti le dà il tifoso Valdano quando parla dei mille aneddoti e
storie che popolano il sottobosco del calcio minore.
(pag. 140) (…) Il Chueco Garcia
era un’ala sinistra con un piede mancino impertinente e un serpente nel
corpo; giocava nel Racing di Avelaneda, verso la fine degli anni quaranta. Un
pomeriggio si incollò il pallone alla scarpa e fuggì in avanti
con passettini corti, rapidi e disordinati, come se camminasse sui carboni ardenti.
Superò quattro avversari e depositò in rete un gol indimenticabile.
Mentre i suoi compagni correvano ad abbracciarlo, il Chueco tornava indietro
trascinando i piedi e sollevando nuvole di polvere sul campo secco. “Cosa
fai?” gli domandarono, e il Chueco Garcia, serio, rispose: “Sto
cancellando le impronte”.
Sarebbe troppo facile consigliarvi di leggerlo
perché Valdano è il raro esempio di giocatore che sa sia parlare
sia scrivere, cita filosofi non con la spocchia del colto ad ogni costo ma con
la tranquillità di chi è abituato ad esprimersi così, no,
vi consiglio di leggerlo per voi e per i vostri amici ai quali vi verrà
voglia di regalarlo.
Terminata la lettura ne ho spedita una copia ad un amico, Patrizio, il miglior
giocatore di calcio con cui abbia mai giocato. Nelle squadre in cui io e l’amico
Battista (che ormai conoscete) eravamo la linea Maginot di difensori centrali
(per mancanza di fiato e fantasia e, sinceramente parlando, per il fatto di
avere due piedi destinati più alla spremitura delle olive che ad accarezzare
palloni) incaricati di usare buone e cattive per non far arrivare nei pressi
della porta gli attaccanti avversari, lui era il nostro tattico, passo elegante,
mai grandi falcate ma, sempre immancabilmente, testa alta.
Caviglie fragili ne hanno interrotto presto la militanza in mezzo al campo ma
ha trovato il modo per trasformare in gioco tutte le informazioni incamerate
negli anni in cui guardava tutti dall’alto: a nove giornate dalla fine
ha accettato di allenare una squadra di un campionato sconosciuto nei meandri
della toscana, squadra che, a suo stesso dire, meritava ampiamente l’ultimo
posto in classifica occupato. Nove giornate, nove vittorie. Raggiunta un insperata
salvezza.
Per tutti quelli che ricordano Baggio più
di Oriali, per chi aveva classe nelle gambe ma è stato fermato troppo
presto da un infortunio (i vari Zago, Impallomeni e tanti altri), per chi come
vede un pallone cerca con gli occhi una porta, a tutti questi e molti altri
consiglio di leggere questo libro, prendetelo come una sauna, una purificazione
da tutte le sciocchezze che i cosiddetti giornalisti sportivi ci fanno sorbire
ogni santa settimana.
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