IL VISITATORE
di Chiara Salvioni


Per iniziare devo farvi una confessione di cui molto probabilmente, ma davvero molto, non vi importerà nulla. Fino ad alcune settimane fa, di Deep Space 9 avevo visto soltanto le prime tre stagioni e pochi episodi successivi: ora mi sento come se, al ristorante, mi fossi alzata da tavola subito dopo l’antipasto. Tra mancanza del satellite, carenza di ricettatori di videocassette e opinioni assassine di amici e conoscenti (“Ds9? Lascia perdere, non rispecchia il vero pensiero trek”) avevo trascorso gli ultimi anni sguazzando in un mare di beata ignoranza. Fino al giorno in cui un benefattore ha iniziato a prestarmi i vari cofanetti dvd, che potrei forse permettermi di acquistare nel 2012 a patto di vendere l’intero mio corredo di organi interni. Così fu che di fronte a un televisore sperimentai la scoperta dell’acqua calda... Una serie a mio parere scritta e recitata in modo superlativo (seguirla col parlato originale in inglese è una festa per l’udito), coraggiosa e ben più disposta a indugiare nella penombra delle umane (e aliene) vicende rispetto alle proprie sorelle roddenberriane. E già che ci sono, ma quanto è bella la sigla dalla quarta stagione in poi? Tutto qui. Fine confessione. Va da sé che mi sia presa una sbandata; in questo momento assaporo la rivelazione tentando di centellinare gli episodi senza bruciarli con la bulimia che in passato ha frequentemente infierito su altre improvvise passioni. Certo, dovrò ancora affinare il mio iniziale giudizio e può darsi che fra qualche mese, progredendo con le stagioni, sarò riuscita a modularlo: nel frattempo cercate di chiudere un occhio sul mio ingenuo entusiasmo.
Uno degli episodi che mi hanno spinto con più intensità verso la tardiva illuminazione è stato senza dubbio “Il visitatore”, fra i primi della quarta stagione. Una puntata capace di farmi scomodare quale termine di paragone la pietra miliare “Una vita per ricordare”, che da coscienziosa adoratrice di Tng ritengo fra le migliori mai viste in tutto Star Trek. Il confronto non è fuori luogo: entrambe le storie trattano delicate questioni esistenziali e dilatano le dimensioni temporali consuete per un episodio arrivando a coprire l’intero arco di una vita umana; e poi c’è l’atmosfera evocativa, quel “non so che” in grado di colpirti sotto il livello delle tue percezioni e di avvolgerti in una vicenda cui solo la grande libertà creativa della fantascienza può dare origine. Forse “Una vita per ricordare” è più raccolto e pudico nell’esibizione dei sentimenti rispetto all’episodio di Ds9, in cui l’intimità del protagonista è completamente svelata allo spettatore. Ma procediamo con ordine.

L’episodio

In una notte buia e tempestosa una ragazza di nome Melanie si presenta in casa dell’ormai anziano Jake Sisko, diventato un famoso scrittore, affermando di essere una sua grande ammiratrice. Melanie (interpretata da Rachel Robinson, figlia del più noto Andrew “Garak” Robinson) lo ha cercato per soddisfare una curiosità: sapere perché il suo autore preferito abbia pubblicato soltanto due libri smettendo di scrivere poco prima dei quarant’anni. Per risponderle Jake dà il via a un lungo racconto, rievocando dapprima il giorno fatale in cui suo padre morì per salvare la Defiant durante un’inversione subspaziale del tunnel, raro evento dalla cadenza cinquantennale. Benjamin Sisko era infatti svanito nel nulla mentre cercava di riparare il nucleo di curvatura tramite un compensatore interfasico. Qualche mese dopo il funerale, Jake vede comparire il padre nel proprio alloggio per alcuni secondi e continuerebbe a credere che si sia trattato di un sogno se a un anno dall’incidente non avvenisse una seconda materializzazione, questa volta di durata più lunga. Sisko non è morto, bensì confinato all’interno di una dimensione in cui il tempo scorre molto più lentamente che nella nostra. Tuttavia non se ne comprendono le ragioni e nessuno può evitare che l’uomo scompaia nuovamente. Quando la situazione politica precipita e la stazione viene ceduta ai Klingon, Jake è costretto ad abbandonarla insieme a ogni speranza di rivedere il padre: egli crede infatti che le materializzazioni siano possibili solamente vicino al tunnel spaziale, causa primaria dell’incidente. Il ragazzo si trasferisce sulla Terra, si sposa, diventa scrittore. È quasi quarantenne il giorno in cui suo padre, giovane come se non fossero passati che pochi minuti, ricompare di nuovo. L’evento lo sconvolge al punto da spingerlo a dedicarsi alla ricerca scientifica per capire cosa sia accaduto, ma in questo modo Jake brucia la propria vita distruggendo il rapporto con la moglie e smettendo di scrivere. Per quattordici lunghi anni elabora una strategia che riconduca a lui il padre e infine la mette in atto recandosi al tunnel spaziale con Dax, Bashir e Nog. Solo dopo il fallimento del tentativo Jake finalmente capisce: per far tornare il capitano al momento dell’incidente deve morire mentre sono insieme, ovvero tagliare il legame che li unisce quando è più intenso. Calcola dunque il giorno della nuova apparizione, scrive un’ultima antologia di racconti, che dona a Melanie, e arrivato alla fatidica data si avvelena, istruendo il padre su come evitare che l’incidente si verifichi ancora. Benjamin Sisko può così riunirsi al figlio diciottenne e riprendere l’esistenza che aveva lasciato in sospeso.

Una storia di fantasmi

Immaginate di perdere una persona che amate molto. “Lo supereresti”, dice Jake. “Il tempo passa e si guarisce”. Immaginate ora che questa stessa persona non voglia abbandonarvi e che periodicamente la ferita inferta dalla sua morte si squarci, come in un’ottocentesca storia di fantasmi. Non ho mai pensato che gli spettri di cui ho letto fossero cattivi, nemmeno tipetti come la Monaca Sanguinaria delle leggende: in fondo, che male potrebbero mai fare? Purtroppo in letteratura la loro malvagità risiede nel fatto stesso che esistano e siano così maleducati da farsi notare rinnovando l’incontro dei vivi con la morte. Gran parte della nostra capacità di resistere alla sofferenza consiste infatti nell’abituarsi ad essa. Si tratta di una constatazione orribile, soprattutto se riferita alla scomparsa di una persona cara, poiché pare di doverla vedere morire ancora, quasi di essere noi stessi a ucciderla. Comunque, che lo vogliamo oppure no, a un certo punto la nostra memoria inizia a prendersi cura di lei. “C’è sempre una sola prima volta per tutto, non è vero? Come esiste una sola ultima volta. Potrebbe essere l’ultima volta che ti siedi sulla tua poltrona preferita, o che osservi la pioggia, o che ti godi una tazza di tè accanto al fuoco”. O l’ultima volta in cui vedi qualcuno, lo saluti e lo affidi ai ricordi. In fondo, sappiamo tutti che i funerali sono fatti per placare i vivi; ma Jake non è così fortunato. Tolte l’ambientazione fantascientifica e la tonnellata di technobabble, il modo in cui Benjamin Sisko compare a Jake non è molto dissimile da quello in cui gli spettri dei racconti gotici tormentano i vivi. Il padre, incatenato a una dimensione cui non può più appartenere, senza volerlo spezza a ogni apparizione il delicato equilibrio che il figlio è riuscito con fatica a costruire spalancando in lui le voragini di un senso di colpa mai superato. Perché Jake crede di essere l’unico responsabile di tutto: ha causato l’incidente esitando nel passare il compensatore interfasico al padre, non ha immediatamente capito che non era morto e, pur essendone ormai cosciente, fino ai quarant’anni non ha lottato per riportarlo a casa. Jake sente di essere colpevole per avere continuato a vivere. Peccato che la sua unica, vera colpa sia stata non avere lasciato andare il padre e avere gettato anni interi inseguendo una chimera. È ovvio che dalla prospettiva di noi spettatori la sua scelta di lottare contro la realtà sia tutt’altro che riprovevole: alla fine dell’episodio Benjamin Sisko può comunque tornare al giorno in cui la vicenda è iniziata e riabbracciare il figlio. Tuttavia esiterei a definire lieta questa conclusione. Il Jake che invecchia nella nostra linea temporale viene abbandonato dalla moglie, non ha figli, rinuncia all’amore per la letteratura ed è infine costretto ad avvelenarsi. Il suo sacrificio è totale nonostante le esplicite richieste del genitore di dimenticarlo. Non parlerei, dunque, di un finale consolatorio. Il capitano Sisko torna alla Defiant ben conscio del fatto che, in un mondo alternativo, ha osservato impotente suo figlio uccidersi per lui.

Per quale motivo Jake non promette al padre di rinunciare ai tentativi di salvarlo? Per amore, è chiaro, un amore così profondo da trascendere il tempo e lo spazio; ma non solo. Per indole personale, potremmo dire, come è facile intuire da alcuni dettagli della sceneggiatura che ci traghettano verso un altro livello di interpretazione della vicenda. Al funerale di suo padre, ad esempio, il ragazzo non riesce a fare il discorso che ci si aspetta da lui; crede che le sue parole non gli renderebbero giustizia, ma in realtà non parla perché ha già iniziato ad assumere un atteggiamento nei confronti del lutto che manterrà per tutta la vita: una completa chiusura nel proprio mondo interiore. All’età di diciotto anni Jake è un aspirante scrittore che non riesce ad alzare gli occhi dalla pagina scritta. Prima di scomparire, suo padre gli raccomanda di farlo: “Non sono uno scrittore, ma se lo fossi probabilmente non potrei fare a meno di alzare la testa ogni tanto per dare un’occhiata a quello che mi succede intorno. È la vita, rischi di perderla se non apri gli occhi”. Se un tale trauma non avesse demarcato il suo passaggio dall’adolescenza all’età adulta, prima o poi Jake avrebbe capito da solo l’importanza che alzare la testa e uscire dal proprio recinto emotivo riveste per uno scrittore. Eppure, nonostante cresca e in apparenza maturi, il rapporto che ha col ricordo del padre non muta, è quasi ibernato, come suggeriscono le lacrime che Jake versa a ogni apparizione paterna. La presenza costante del pianto nell’episodio non è un eccesso recitativo e nemmeno un furbo tentativo di circuire lo spettatore: le lacrime hanno una grande utilità nella narrazione. Il modo in cui piange e viene abbracciato dal padre fa capire che Jake, nei suoi confronti, è rimasto un ragazzino abbandonato. Questo è il pezzo mancante della sua personalità. Non riuscirà mai a ottenerlo, potrà soltanto sacrificarsi per offrire una nuova occasione al diciottenne che era una volta. Ecco il motivo per cui smette di scrivere verso i quarant’anni. Semplicemente, non ne ha più bisogno. La sua stessa odissea diventa il suo terzo libro; egli vive come se stesse scrivendo un romanzo, dimenticandosi ancora una volta di alzare la testa per osservare il mondo e accorgersi che la serenità gli sta sfuggendo di mano. Il cerchio si chiude quando Melanie si presenta chiedendo di appagare la propria curiosità. “Se tu fossi arrivata qui ieri, o il giorno prima, o una settimana fa ti avrei detto di no e ti avrei fatto andare via”, le dice Jake. “Ma tu invece sei qui esattamente oggi e in qualche modo sembra che per me sia arrivato il momento di raccontare questa storia”. Una storia assume significato solo dopo essere stata letta o ascoltata. Melanie assolve a questo compito nel momento perfetto. Jake termina il proprio compito di scrittore e il testimone, simboleggiato dall’antologia di racconti inediti, viene passato da una generazione di autori alla successiva: l’intero episodio pare dunque una metafora dell’incontro fra scrittura e vita.

Ma lasciamo stare interpretazioni simboliche e orpelli fantascientifici. Il tema di questo episodio riguarda la realtà di ogni essere umano dotato di sentimenti, perché tutti, prima o poi, siamo obbligati ad affrontare un lutto. E sulla strada può anche succedere di incontrare un fantasma, forse non uno spettro con lenzuolo e catene, ma la spaventosa creatura generata dalla dicotomia con cui ci scontriamo in questi casi: il bisogno di accettare la morte quale elemento fondamentale della natura e l’istinto di lottare contro di essa fino all’ultimo. Sappiamo che perdere chi ci è caro è inevitabile; tuttavia sembra che, per salvaguardare la nostra e la sua dignità, si debba comunque combattere disperatamente. Quando non troviamo un equilibrio fra i due elementi nascono i sensi di colpa, l’impressione di non avere fatto abbastanza o al contrario di avere sottoposto la persona amata a un tormento superfluo, e non riusciamo più a lasciarla andare; ed ecco che il ricordo di questa persona si tramuta in un fantasma. Dopotutto, nessuno ha mai detto che sia facile guarire da un lutto: altrimenti non saremmo qui a parlarne. La scelta di Jake consiste nel lottare per Benjamin Sisko immolando la propria vita. Sembra quasi di sentire il finale di una vecchia poesia scritta da Dylan Thomas, nella quale un figlio si rivolge al genitore chiedendogli di rifiutare la morte: “E tu, padre mio, là su quella triste altura, maledicimi, benedicimi ora con le tue aspre lacrime, ti prego. Non andartene docile in quella buona notte. Infuria, infuria contro la morte della luce”. È quello che Jake vorrebbe gridare. Ma è la medesima cosa che il padre cerca di fargli capire: lotta per te stesso, non per me, alza la testa dalla sofferenza e ricomincia a vivere; rifiuta che la mia morte uccida anche te. Un fantasma, però, può fare poco. Nel bene e nel male, la scelta sarà sempre nostra.



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