Chi pensa che il Natale riservi giocose sorprese soltanto ai bambini,
dovrebbe riflettere un po’ e infine ricredersi senza esitazione.
Sono passati tre mesi e ancora ricordo i miei capricci durante l’ultimo.
È stato un periodo difficile per me: nutrivo la seria intenzione
di mettermi in stasi criogenica in attesa dell’uscita in Italia
de "Il Ritorno del Re", posticipata di un
mese rispetto ad altre nazioni. Non potevo concepire di dovere aspettare
la fine di Gennaio perché altrimenti l’ultimo capolavoro
di Pieraccioni e “Natale in India” sarebbero
usciti con le ossa rotte dal confronto al botteghino.
Pazienza, queste sono le leggi del mercato e a esse bisogna adeguarsi
(sarà poi vero?). Di conseguenza ho provato a reagire in modo
adulto, responsabile e maturo: ho chiuso gli occhi ripetendo a getto
continuo la frase mantra “Non ho più otto anni, non
ho più otto anni”; poi ho pestato i piedi e come regalo
di consolazione ho chiesto ai miei per Natale “quel telefono della
pubblicità che fa pure i toast”.
In effetti mi tocca ammettere di subire sempre un certo grado di intossicazione
da spot, durante le feste. Be’, mica è colpa mia, è
colpa della società (sognavo di dirlo -prima o poi nella vita
lo dicono tutti, dagli atleti farciti di steroidi ai manager delle S.p.A.).
Credevo che dopo l’infanzia non sarei mai più stata soggetta
alla sindrome da consumo natalizio, quella che ti spinge a supplicare
“lo voglio, per favore compratemelo” ogni due minuti passati
di fronte al televisore; invece a quanto pare i trend cambiano e ormai
dai primi di Novembre al 24 Dicembre non sono solo i giocattolai a dovere
stipulare un patto col demonio per reggere ai traumatici ritmi di lavoro:
è infatti il periodo dell’anno in cui la categoria dei
venditori di prodotti elettronici presenta il tasso più elevato
di iscrizioni alla Alcoolisti Anonimi. Buon per noi che le varie Eltron,
Unieuro, Mediaworld ancora non abbiano pensato a produrre uova di Pasqua
contenenti lettori dvd. Questi gadget rappresentano una nuova generazione
di giocattoli per adulti, spensierati passatempo dissimulati da uno
straccio di apparente utilità.
Alzi la mano chi ha davvero bisogno di un telefono cellulare dotato
di suonerie che neanche l’organo della cattedrale di Magdeburgo,
di allegre immaginette da associare ai numeri dei chiamanti e di uno
schermo grosso (se gli va bene) quanto un frollino per vedere i filmati
dei migliori gol del campionato di calcio. Eppure la sola idea di impiegare
giorni per leggere il manuale delle istruzioni, nonché settimane
per capirlo, è una micidiale attrattiva. Un esempio? Sono ormai
cinque lunghi anni che mio padre ha incontrato lo sfavillante mondo
della telefonia mobile e ancora non sa come inserire il blocco dei tasti;
senza parlare del rutilante universo dei personal computer: per mesi
ha creduto che la barra degli indirizzi di Internet Explorer fosse un
motore di ricerca. Eppure un po’ di tempo fa, al momento di comprare
un cellulare nuovo, aveva puntato i piedi come un Cobas del latte per
avere un modello con il collegamento wap, cui per altro non sa nemmeno
accedere. “Non si sa mai, metti che capiti un’emergenza”,
diceva: certo, supponiamo che si perda in montagna, è noto che
il soccorso alpino accetta solo richieste inoltrate via e-mail. Ed eccoci
tutti quanti irretiti, come falene verso la fiamma, dalle lavatrici
che lavano addirittura i piumoni e dai microonde che fanno il caffè
(prego immaginare vecchietto poeta/scrittore che grida “Gianni!”
e colonna sonora del Gladiatore in sottofondo).
Siamo tutti alchimisti
Da quel che vedo in giro, proprio i cosiddetti
microonde che fanno il caffè testimoniano l’esistenza,
persino nell’ambito dell’elettronica di consumo, di sotterranee
correnti psicologiche capaci di influenzare l’acquirente medio
riducendone il buon senso a una fritt
ella.
Potrebbe anche trattarsi di una mia impressione, ma mi pare che la tendenza
del momento valuti un oggetto tanto attraente quanto più emancipato
dal proprio scopo iniziale. Microonde con tostapane o caffettiera incorporati,
telefoni cellulari che imitano (male) macchine fotografiche digitali,
televisori in blocco unico insieme a lettori dvd e videoregistratori...
Sembra ben poca cosa che un apparecchio svolga la funzione per la quale
era stato progettato; se si vuole solleticare il desiderio del compratore
occorre aggiungere dettagli spesso inutili. È come se stessimo
dando la caccia al re di tutti gli elettrodomestici: mille oggetti riuniti
in uno solo, la grande unificazione di tutte le funzioni, l’apparecchio
definitivo per affrontare qualunque circostanza. Senza che ce ne rendiamo
davvero conto, noi acquirenti medi di prodotti elettronici stiamo cercando
la nostra pietra filosofale, che per gli alchimisti era un simbolo irreale,
impossibile da ottenere, magico eppure ricercato con una perizia quasi
scientifica. Vorremmo scoprire la soluzione di tutti i problemi, l’oggetto
grazie al quale dimezzeremmo gli sforzi della vita quotidiana per potere
raggiungere un fine che avrebbe fatto invidia a certi filosofi: l’elevazione
a una vita puramente contemplativa dedicandosi alla speculazione sui
massimi sistemi (e passando poi, dopo i primi dieci minuti, all’obiettivo
di tramutarsi in un tutt’uno col divano di casa).
Fuga dall’Eden
Se fossi una sociologa da strapazzo direi
che l’atteggiamento degli esseri umani verso la tecnologia ha
seguito nel corso della storia fasi alterne, dal terrore di essa fino
all’idolatria; ma per fortuna non lo sono, ed eviterò di
incorrere in una simile, banale generalizzazione, che tuttavia è
facile concepire. Direi invece che si tratta di contese fra correnti
di pensiero spesso contemporanee, piuttosto che di una posizione compatta
assunta periodicamente dalla fantomatica massa.
La manichea lotta fra ottimisti e pessimisti assume caratteri epici
nell’ambito della disputa sulla tecnologia. Entrambi i partiti
cercano di affibbiarle connotati che essa non potrebbe mai avere per
definizione: sarebbe assurdo credere che la tecnologia sia dotata in
partenza di qualità positive o negative, mentre queste dipendono
dall’essere umano che sceglie di utilizzarla.
So
che qualcuno sarebbe tentato di dire che la velocità a curvatura
è un esempio di tecnologia senza risvolti malefici, ma andate
a dirlo alla razza aliena dell’episodio di Tng “Inquinamento
spaziale”, il cui mondo è quasi distrutto da questa
meravigliosa scoperta scientifica; o ancora, siete certi che il replicatore
possa essere usato solo a fin di bene e non anche per produrre armi
letali?
Il discorso sull’etica nel mondo della scienza in fondo è
tutto qui. Dovremmo pretendere che la legislazione tuteli la ricerca
senza castrarla con limiti e paletti (la mia unica barriera sarebbe
rivolta contro la sperimentazione da Far West su esseri viventi, leggasi
vivisezione). Il desiderio di esplorazione non dovrebbe essere costretto
in un recinto; ma dopotutto una volta rotto il vaso di Pandora pare
impossibile arrestare la reazione a catena. La curiosità
uccise il gatto, dicono gli inglesi, e se proprio vogliamo
citare Tolkien, “chi rompe l’oggetto
per vedere cos’è ha abbandonato la via della saggezza”.
Insomma, è una questione ancora aperta, nonostante io sia convinta
che sia esagerato punire il morso al frutto della conoscenza con la
cacciata dal Paradiso Terrestre.
Mamma li turchi
Sociologia e giudizi qualitativi a parte,
non vi sono dubbi sul fatto che molte scoperte tecnologiche abbiano
marcato delle svolte nella storia umana. Il primo esempio a cui penso
è il film “Il mestiere delle armi”
di Ermanno Olmi, in cui si fa esplicito riferimento
alla caduta dell’ideale cavalleresco accelerata dall’introduzione
in guerra delle armi da fuoco. E potrei anche citare la stampa, l’aratro,
il teflon, il nylon. Si cerca l’efficacia, la comodità
di utilizzo, la facilità di produzione e quando le si trova riunite
in un oggetto esso diventa una nuova abitudine. È divertente
fare caso al modo in cui certi esemplari umani lottino contro tali nuove
abitudini, a partire dai detrattori di Internet e dagli scrittori che
si rifiutano di creare su un freddo computer.
Tali cieche obiezioni spesso mi ricordano l’atteggiamento del
cavernicolo di fronte al fulmine. Non sempre è così, però.
Tre
mesi fa ho visto al cinema “Le invasioni barbariche”,
un bel film vincitore dell’Oscar per migliore lungometraggio straniero
diretto dal regista canadese Denys Arcand. La trama
è molto semplice: intorno a un docente universitario di storia,
malato allo stadio terminale, si raccolgono l’ex moglie, il figlio
Sebastien e gli amici più cari. A rendere la storia interessante
nell’ambito del nostro discorso sono una serie di particolari
disseminati attraverso la sceneggiatura, come il fatto che l’anziano
professore, custode di una profonda cultura umanistica, si senta l’ultimo
dei Mohicani di fronte alla nuova generazione rappresentata dal figlio,
ricco affarista in grado di ottenere qualunque cosa tramite i propri
soldi e un po’ di faccia tosta. Il padre ne giudica severamente
le scelte e la concezione del mondo, in cui capitalismo, ignoranza letteraria
e dipendenza dalle nuove tecnologie ai suoi occhi si amalgamano fino
a diventare inestricabilmente equivalenti. I barbari del titolo si prestano
quindi a una duplice interpretazione: non sono soltanto gli attentatori,
cui si fa esplicito riferimento, che stanno spingendo gli USA verso
un declino simile a quello dell’Impero Romano; il vero impero
moribondo è quello della cultura umanistica, fagocitata dagli
uomini come Sebastien.
Suppongo che secondo il regista i nuovi barbari siano le persone nella
cui vita lo spazio per la ricerca del senso delle cose è stato
riempito dai tentativi di monetizzarle. Le tecnologie più recenti
di cui Sebastien fa spesso sfoggio, dai videogiochi all’immancabile
telefonino perennemente acceso (che tuttavia farà una brutta
fine), sono per il padre simboli concreti della nefasta invasione, poiché
rappresentano una forma di dipendenza capace di togliere libertà
mentale.
Dalle caverne ai grattacieli
Chi soffre la tecnologia, ben rappresentato
dal professore, ne teme soprattutto due aspetti: la dipendenza da essa
e lo straniamento che potrebbe causare un suo eccessivo utilizzo. Dipendere
dalla tecnologia potrebbe significare adagiarsi sulla comodità,
avere una parvenza di progressione quando in realtà si sta solo
delegando un compito a qualcos’altro.
Siamo tutti abituati a parlare dei Borg e della loro
evoluzione nel corso degli anni, da Tng a Enterprise passando per Voyager.
Eppure raramente si pensa a quanto non abbiamo potuto vedere, al modo,
ad esempio, in cui individui padroni di sé abbiano gradualmente
incorporato l’elettronica nel proprio corpo scegliendo di fondersi
in una collettività. Siamo nei domini della fantascienza, è
chiaro; tuttavia sarebbe interessante immaginare noi stessi le origini
di questa spersonalizzazione per capire se un giorno potrebbe coinvolgerci:
in fondo, anche se le corriamo incontro, ne abbiamo paura. Prendetemi
per stupida, ma riescono a spaventarmi persino quei mini-Borg dei Teletubbies,
esserini cicciotti con un televisore incastrato nella pancia che saltellano
su tappeti di erba plastificata e sbucano fuori dal nulla causando scompensi
cardiaci agli over 6 (al confronto il nano di David
Lynch che balla nella stanza rossa è puro Disney).
Nulla
vieta che si possa giungere infine a delegare l’esistenza stessa,
spersonalizzando la nostra natura umana o arrivando a dover allargare
la soglia di attribuzione del termine “essere vivente”.
Un giorno potremmo trovarci di fronte a un Data, un Dottore Olografico
o un Exocomp (come nell’episodio di Tng “Il sapore
della vita”) e saremmo giustamente obbligati a offrire
loro diritti e uno status civile. Questo ci ricollega alla seconda grande
paura generata dal confronto con la tecnologia, quella di un possibile
straniamento, del raggiungimento di limiti in cui l’assurdo diventa
accettabile. Come non pensare a “Una guerra incredibile”
della Serie Classica? L’utilizzo della tecnologia sembra la soluzione
più logica per uscire da una guerra che causerebbe la morte di
due civiltà, ma il risultato, con gli abitanti che si sottopongono
volontariamente alla disintegrazione, è un controsenso. Meno
tragico è forse lo svolgimento della puntata “Il
gioco” di Tng; tuttavia la progressiva assuefazione degli
ufficiali dell’Enterprise allo strano gioco che Riker porta da
Risa genera un simile senso di inquietudine, dovuto all’impressione
che tutti stiano smarrendo il controllo della realtà e non si
possa fare nulla per arginare l’epidemia. Alla fine, a questo
si riducono le ragioni del rifiuto della tecnologia: la paura di perdere
il potere faticosamente acquisito sulla natura e la consapevolezza tanto
di noi stessi quanto del mondo. Sono due timori vecchi come il genere
umano. Sembra quasi di tornare al Via senza ritirare le ventimila lire.
Come scriveva il filosofo E.M.Cioran, “chi,
in buona fede, potrebbe scegliere fra l’età della pietra
e quella degli strumenti moderni? Vicini alla scimmia nell’una
quanto nell’altra, diamo la scalata alle nuvole per gli stessi
motivi per i quali ci arrampicavamo sugli alberi”. E infine:
“Il troglodita che tremava di spavento nelle caverne continua
a tremare nei grattacieli”. Be’, molto rumore per nulla.
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