VIA DALLA PAZZA FOLLA
di Chiara Salvioni


Alcuni giorni fa mi è capitato di andare al cinema e vedere un film che, almeno secondo me, è un piccolo gioiello. Mettiamo per un attimo da parte il pur splendido "Il ritorno del Re", il quale è invece un grosso gioiello, una sorta di pachidermico Koh-I-Noor in confronto. Il film di cui parlo è piuttosto una miniatura. Non una magnifica pietra preziosa, bensì un gioiello della nonna, per intenderci una spilla col fermaglio traballante o un paio di vecchi orecchini: oggetti custoditi per anni e improvvisamente ritrovati, forse imperfetti e tuttavia capaci di scatenare emozioni legate alla bellezza della scoperta o dei ricordi. Il film è "Lost in translation" di Sofia Coppola con i bravissimi Bill Murray e Scarlett Johansson.
Riassumere la trama è semplice: un attore di mezza età e una ragazza fresca di matrimonio si incontrano a Tokyo e allacciano una relazione intima e innocente, uniti sia dal fatto di essere "stranieri in terra straniera" che da un comune momento di stanchezza esistenziale. Quando sono uscita dal cinema avevo un po' di quella malinconia (d'accordo, compiaciuta) che di solito provoca riflessioni a catena. La storia di "Lost in translation" è banale soltanto in apparenza, poiché in realtà tocca un gran numero di argomenti, dall'importanza del momento giusto in amore ai rapporti platonici, dal disorientamento del viaggiatore sino all'impatto con un mondo per cui non si possiedono chiavi di accesso. Il tanto pubblicizzato confronto con la cultura giapponese (che la regista ben conosce per esperienza) è in fondo un semplice mezzo per trattare quello che, secondo me, è il tema principale del film: la solitudine. Non una solitudine cosmica, ma la piccola solitudine che capita di incontrare nella vita, quando ci si sente bloccati, inerti, catturati dalle circostanze, insoddisfatti e incapaci di reagire. Quando capita di pensare che ormai si dovrebbe avere la propria strada di fronte ma non si riesce a vederla, o quando la si riconosce con tanta chiarezza da intuire che sia troppo tardi per varcarne i limiti. Uno stato esistenziale che si cerca di riempire con i pensieri più che con le emozioni, dalle quali si è spesso anestetizzati. Come se ci si trovasse in una sala d'aspetto a sfogliare vecchie riviste. Ecco, credo che sia questo il tipo di solitudine in cui sono immersi i protagonisti di "Lost in translation": uno stato d'animo ricco di sfumature, complesso da analizzare e tuttavia sterile per chi ci si trova dentro fino al collo; soltanto un esempio in mezzo alla moltitudine di forme, ampliata negli ultimi anni, in cui il termine "solitudine" è in grado di presentarsi.

Durante una chiacchierata mi è capitato di sentir dire come la solitudine abbia sempre un'accezione negativa. Che l'abbia a giudizio di chi in quel momento non ne sostiene il peso è forse vero. Quando parliamo di qualcuno commentando "è solo" non intendiamo certo suscitare invidia per la sua posizione; eppure, in un caso simile, senza accorgerci confondiamo la solitudine con l'isolamento, il quale ne rappresenta la deviazione malvagia. Nella storia della filosofia essa ha infatti frequentemente goduto di un'ottima reputazione: è il motore che permette di riacquistare il controllo della propria identità, la compagna ideale della creazione artistica, il terreno fertile su cui possiamo lasciar germogliare la coscienza della nostra finitezza quali esseri umani. E tutto questo vivendola in migliaia di modi, dal tragico all'ironico, passando per la solitudine "fluttuante" della coppia di "Lost in translation", che per l'appunto si trova sospesa fra apatia e pienezza dell'esistenza.
Nonostante sappiamo tutti come sia intollerabile sentirsi soli, qualche volta lo si desidera per prendere una boccata d'aria o rallentare il passo: sono questi i momenti in cui si ritiene di poter dominare la solitudine, alla stregua di un attore che, sul palco, gusta la pausa prima di recitare la battuta. Purtroppo è un'illusione e quando essa ci cattura, nella maggior parte dei casi, non sappiamo apprezzarla né -figuriamoci- abbandonarla a comando. Mi consola il fatto che la solitudine sia, almeno per me, un passaggio necessario dei cui frutti ci rendiamo conto dopo: una pausa dal mondo materiale, forse addirittura l'unica occasione per liberare la vita dal superfluo e cercarne la radice. Al contrario l'isolamento, agognato o subito, è una condizione sociale invece che un'indispensabile richiesta emotiva e per tale motivo diventa schiavitù. Il sociologo Bauman esplora le mille declinazioni dell'isolamento ai nostri giorni nel libro "La solitudine del cittadino globale", dal quale emerge la sua negatività rispetto al "sentirsi soli" come questione esistenziale. Bauman ne parla chiamandolo "solitudine del conformismo": in parole povere, noi occidentali oggi saremmo in media disorientati, privi di progetti e di voglia di cambiare il mondo perché talmente liberi da non sapere cosa fare di tale falsa libertà. Ovviamente questa è solo una parte delle conclusioni dello studioso; ma pur sapendo che il quadro non coinvolge tutti e che esiste ancora un certo margine di speranza, c'è poco dubbio sul fatto che oggi l'isolamento indifferente batta ai punti il vitale spleen decadentista.

Esiste un margine notevole fra solitudine e isolamento, un mare che separa l'acuirsi dei sensi dalla mediocrità. In quest'ottica, la solitudine può essere letta come un "isolamento positivo" e l'isolamento come una "solitudine negativa", dove il giudizio di merito è attribuito pensando alla ricchezza di introspezione permessa dall'una e alla mancanza di una dimensione progettuale che accompagna l'altro. Credo sia importante distinguere fra i due poiché molto dipende da tale separazione: essere liberi, ad esempio, è per me una questione di solitudine e mai di isolamento. Il preludio di quella che considero libertà è la consapevolezza, la capacità di impossessarsi dei propri pensieri. Molto spesso la si può raggiungere tramite la solitudine, ovvero un distacco dal mondo che alla fine non impedisce di farvi ritorno per cercare gli altri. L'azione di isolarsi, al contrario, è di per sé operata in contrasto a qualcuno. A tale proposito ho in mente un esempio mutuato da Star Trek, in particolare dall'episodio "L'attacco dei Borg" di Tng. Pensare alla differenza tra esseri umani e razza Borg conduce inevitabilmente a concentrarsi sul rapporto fra individuo e collettivo, che senza dubbio rappresenta l'elemento principale del conflitto; eppure esiste un'interpretazione meno evidente legata all'oggetto del nostro discorso. Picard è solo come ogni uomo di comando, unico responsabile dell'equipaggio con cui vaga nello spazio. Suo è il fardello di ogni scelta. Nonostante Tng possa essere definita senza troppi problemi una serie corale, il capitano ha un ruolo che lo porta ad avere perennemente un piede fuori dal coro e proprio per questo motivo la conclusione di "Ieri, oggi e domani", con il suo ingresso nel gruppo di pokeristi, ha tanto rilievo sentimentale. Tuttavia Picard non sperimenta mai l'isolamento, nemmeno quando in "Una vita da ricordare" si ritrova perso in un mondo sconosciuto, con una vita che non gli appartiene. Mai, tranne una volta: la cattura da parte dei Borg. È un paradosso che accada al momento dell'ingresso in un collettivo nel quale, per definizione, parrebbe impossibile sperimentare il distacco. Eppure la lacrima che gli scorre sul volto durante l'assimilazione e la conferma di ricordare ogni cosa, tramite la quale rivela di essere stato al medesimo tempo consapevole e inerte, ci dirigono proprio lungo questa strada, verso una specie di "solitudine del conformismo". Picard che alla fine ha un sussulto e si mette a osservare la Terra dall'Enterprise sembra finalmente trasformare l'isolamento provato in vera solitudine, sprofondando in se stesso e iniziando così, in quell'istante, il lungo processo di guarigione.

Credo che Star Trek, quasi senza che ce ne rendiamo conto, in realtà parli molto di solitudine. Le navi stellari sono piccoli gruppi in viaggio per la galassia, cellule solitarie che a volte incontrano altre solitudini o isolamenti, quelli di colonie prive di contatti con l'esterno, naufraghi, comunità olografiche, strane creature estirpate dal pianeta natale. La loro è la solitudine dei pionieri; l'irrequietezza di chi raggiunge frontiere geografiche e psicologiche, viaggiando in sé oltre che fra le stelle. Alcuni equipaggi sono più soli di altri. Mi perdonerete se non cito gli ufficiali di Enterprise, ma a tratti mi ricordano dei collegiali in gita premio. Preferisco pensare alla Voyager o agli uomini comandati da Kirk, per i quali l'aiuto della Federazione è lontano. Kathryn Janeway è forse il capitano più solo di tutta la Flotta, unica responsabile della più piccola scelta e gravata dal senso di colpa per una di queste: avere costretto il suo equipaggio a restare nel Quadrante Delta. Tanto sola da sigillarsi spontaneamente nel proprio alloggio, durante l'episodio "Il nulla", per macerarsi nelle incertezze. Oltre a lei molti personaggi incontrano solitudine e isolamento: il già citato Picard in "Una vita per ricordare", Beverly Crusher in "Ricordatemi", Sette di Nove nell'episodio dall'emblematico titolo "Sola", il povero Reginald Barclay in fuga sul ponte ologrammi, il piccolo alieno che vorrebbe tenere Riker con sé nella puntata "Futuro imperfetto". Non sono che esempi in un lungo elenco. Ma non c'è da stupirsi. In fondo (e nemmeno tanto in fondo) Star Trek parla di solitudine perché è una risposta nata da una solitudine, forse la più importante radicata nell'umanità: la paura di essere creature uniche nell'universo a bordo di un granello di sabbia. Una solitudine che non si trasformerà in isolamento finché insisteremo a cercare, indagare e a sognare.


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