FUORI CAMPO
a cura di Antonella Bellecca


Questo mese vi proponiamo un racconto di Gianluca Penzo, già apparso su http://home.insinet.it/SticEdit/log06.htm. A me è piaciuto molto, è interessante scoprire piano piano il capitano, il primo ufficiale, il dottore, l’ufficiale di rotta… Non posso dirvi di più per non rovinarvi la sorpresa. Anche l’odio, anche l’incubo sono… questione di punti di vista.

L’INCUBO

di Gianluca Penzo

Anche questo estenuante turno sul ponte di comando era finito. Tutte quelle ore di allarmante attesa e di speranza l’avevano proprio sfinito.
Ora l’agile e robusto corpo era curvo dentro la sfavillante divisa. Con visibile lentezza si alzò dalla poltrona e con uno sguardo significativo diede al suo ufficiale scientifico l’ordine di sostituirlo.
Varie volte si era chiesto cosa avrebbe fatto senza il suo braccio destro, ma aveva sempre scacciato quel pensiero, perché lo riteneva vile nei confronti di tutti quelli che gli stavano intorno.
Il breve tragitto che lo avrebbe portato nella stanza gli sembrò decisamente chilometrico; gli uomini dell’equipaggio che lo incrociavano lo salutavano con il massimo rispetto e qualcuno con quasi troppo palese timore, ma non se ne curò minimamente, non era il momento.
Era stanco, la fortuna sembrava non viaggiare sulla sua stessa rotta. Non era la prima volta che il pensiero di non portare a termine questa ormai prolungata missione faceva sinistramente capolino nella sua mente. La sola idea che avrebbe potuto perdere era insopportabile. Sarebbe morto, piuttosto.
La porta scorrevole del suo alloggio scivolò di lato evitando una collisione decisamente scontata, e lui sedette stancamente sul letto. Lo aspettavano dodici ore di riposo, la solita fame che lo attanagliava era quest’oggi assente. La stanchezza sembrava essere un tema predominante da quando era iniziata questa missione, o meglio questa caccia.
La casacca e i pesanti stivali erano sparpagliati attorno al letto; ma cosa gli accadeva? Non era mai stata sua abitudine avere atteggiamenti disordinati, eppure sembrava non avere più volontà neanche in questo.
Come un corpo senza vita si lasciò cadere sul letto aspettando che i pensieri guerreggiassero tra loro per avere il sopravvento.
Ma a quanto sembrava, il pensiero predominante era sempre di non adempiere alla missione.
«Dannazione! In tutti questi anni, è la prima volta che ho una paura del genere. Perché? Non capisco».
Tormento e dubbi struggenti sembravano parassiti della sua mente.
Si alzò con stizza dal letto e si portò dinanzi ad un tavolino dove coloratissime bottiglie di alcolici erano disordinatamente accatastate. Ne afferrò una e la stappò. Non fece in tempo ad avvicinare la bocca alla bottiglia che un’esile ma energica mano femminile l’afferrò, allontanandogliela.
«No, peggioreresti la tua già precaria situazione» affermò la donna, uscendo dalla penombra.
«Tu. Che ci fai qui?»
La donna gli prese il viso tra le mani e lo baciò sulla bocca.
«Torna a letto. Ti preparo io qualcosa: devi riposare».
Con aria rassegnata lui tornò a sdraiarsi sul letto.
«La missione non è facile» continuò la donna, dandosi da fare con un infuso dall’odore orrendo. «Il Consiglio fa pressioni che non aveva mai osato farti prima. L’equipaggio ti obbedisce ancora perché è una vita che ti conosce e sa quanto vali, ma ha ormai intuito le tue paure e le tue insicurezze. Vedrai che un...»
S’era addormentato come un bambino: completamente scoordinato e con la bocca aperta.
Un sorriso si schiuse nel duro viso di lei.
Aveva solo bisogno di qualcuno che lo distraesse da chissà quali pensieri.
Depose delicatamente la tisana sulla mensola vicino al letto e si mise a raccogliere diligentemente casacca, pantaloni e stivali e tutto quel che trovava sparpagliato nella stanza. Una volta riassestati e ripiegati gli indumenti, li depose su uno sgabello. Quindi si riavvicinò, lo baciò sulla fronte e lasciò la stanza, evitando ogni rumore superfluo.
Uscendo, incrociò il medico di bordo, anch’esso in procinto di entrare nell’alloggio del capitano.
«No, aspetti, dottore» si frappose la donna. «Si è appena addormentato, non lo svegli».
«No certo. Come sta? Sai che devo saperlo».
«Lo so».
«Ebbene?»
«Stava per bere ancora».
Il dottore si rattristò visibilmente. Stava assistendo alla distruzione psicologica di un grande condottiero e di un amico.
«Non gli tolga il comando, per favore. Sarebbe peggio».
«Sarà l’ultima mia scelta. Ma ho la triste impressione che non tarderò ad esservi costretto. È convinto di non farcela, vero?»
«Sì».
«Lo capisco. Non sarebbe l’unica nave che quel bastardo non fa tornare a casa».
«Lo odio con tutta me stessa, dottore!»
«Anch’io... come tutti».
Si destò prima dell’inizio del nuovo turno, molto prima dell’avviso dell’ufficiale addetto al controllo dei cambi.
Si sentiva la bocca impastata e ogni muscolo sembrava ribellarsi all’ordine di muoversi. Con piccoli movimenti si alzò, sedendo a lato del letto, con la testa tra le mani.
«Speriamo che sia la volta buona» piagnucolò la sua mente, stanca di tormentarsi.
Facendosi coraggio si portò verso il gabbiotto per concedersi una gelida doccia. Il corpo massiccio era abbandonato contro la parete, mentre l’acqua scendeva fredda e cattiva sulle sue spalle, creando centinaia di rigagnoli lungo il suo corpo: ad occhi chiusi cercava di riprendere sicurezza.
Doveva salire sul ponte di comando, non poteva permettersi distrazioni, né pensieri travianti.
Quando uscì dalla doccia, si accorse che la sua divisa era stata diligentemente ripiegata e deposta sullo sgabello. Non poté trattenere un sorriso, stanco e pigro. Da quando era iniziata la missione, quella donna gli stava rispettosamente lontana, fungendo solo da tutrice. Ora come ora, avrebbe voluto scappare con lei su una navetta.
«Ma cosa dico? Sto diventando un codardo... ho paura di questo scontro?»
L’angoscia non gli dava tregua e l’ira divampò all’interno del suo corpo scuotendolo selvaggiamente: tirò un pugno possente contro lo specchio che rifletteva la sua immagine, distruggendolo.
«Sei diventato un codardo!» urlò.
Come se tutta la sua ira si fosse scaricata in quel pugno, si accasciò in ginocchio, con il capo chino, il massiccio petto nudo ricurvo su se stesso.
La porta d’ingresso scivolò di lato, mostrando la misera scena al dottore.
Nella penombra della stanza l’amico era inginocchiato, e i sussulti delle spalle lasciavano dubbi sul suo stato d’animo.
«Ti faccio pena, vero?» sussurrò il capitano, acido, rimettendosi in pieni, cercando dignità.
«No. Tento solo di capire dove sia finito il capitano che tutti conosciamo. Nessuna pena, per te». Seguendolo con lo sguardo, il dottore aspettò che finisse di vestirsi e lo accompagnò in silenzio al turboelevatore.
Quando le porte si schiusero, il ponte di comando, la poltrona che lo attendeva, gli sguardi che si sentiva appiccicati addosso, lo soffocarono.
Trasse un lungo e profondo sospiro e con passi ben distesi si portò al suo posto.
«Rapporto!»
«Nulla di nuovo, signore» rispose l’ufficiale di rotta.
«Aumentare il raggio di scansione dei sensori» ordinò, alzandosi dalla poltrona per avvicinarsi alla consolle scientifica. Era impaziente.
«Siamo già al massimo consigliato, capitano! Di più si rischiano delle incertezze dannose».
«Esegui, dannazione!» sbottò, non riconoscendosi, attraendo gli sguardi di tutti gli ufficiali in plancia.
“Maledizione, che sto facendo? Ma anche loro non capiscono!”
Cercò di calmarsi risiedendosi sulla poltrona e osservando il grande schermo. Ora sul ponte era piombato un patetico silenzio, ma era un silenzio dettato dal rispetto.
Tutti sulla nave, e loro in particolare, sapevano cosa stava provando il capitano: aveva paura di perdere. Non di morire, di perdere!
Il dottore, che sino a quel momento era rimasto impassibile dietro la poltrona di comando, ora sentiva più che mai l’obbligo di intervenire: la cosa stava diventando troppo critica. Nessuno poteva dire che non era stato paziente e comprensivo, ma adesso, dopo questo ennesimo scatto d’ira ingiustificata, il sipario si doveva chiudere su questa snervante tragedia.
Stava per avvicinarsi al capitano, quando l’ufficiale scientifico si girò pronunciando la frase ormai miracolosa.
«Li abbiamo trovati, capitano!»
«Sullo schermo» tuonò quest’ultimo.
“Finalmente ti ho trovato, lurido bastardo!” berciò la sua mente.
Il sinistro allarme rosso cominciò ad echeggiare per tutta la nave.
«Alzare gli schermi al massimo. Batterie pronte al fuoco». Si sentiva ora pervaso da una sicurezza che ormai da giorni sembrava averlo abbandonato.
«Capitano, ci hanno individuato, vogliono parlare con lei».
«No. Batterie... fuoco!»
Le batterie aprirono il fuoco, ma la nave avversaria si lanciò prontamente in una manovra evasiva, evitando l’impatto maggiore. Si resero subito conto che la manovra era stata eseguita con grande rapidità, abilità e capacità strategica.
«Armare i siluri fotonici!» gracidò isterico il capitano, ormai preso dalla rabbia per aver sprecato d’impulso le sue prime carte: non lo aveva mai fatto prima.
«Siluri pronti, signore» avvisò il timoniere.
Ma la risposta dell’avversario non tardò a farsi sentire.
«Siluri in arrivo!» avvertì l’ufficiale di rotta.
«Manovra evasiva, massima potenza d’impulso» ordinò febbrilmente il capitano, avventandosi anche lui sui comandi.
Tutta la nave fu attraversata da uno tremendo scossone, gli ufficiali di plancia finirono chi a terra e chi addossato alle consolle dei comandi.
«Camera di lancio siluri fuori uso, signore».
«No, maledizione, non ora» imprecò il capitano alzandosi e riportandosi con l’aiuto del dottore sulla poltrona di comando. Da un lungo taglio, zampilli di sangue gli colavano su tutto un lato della faccia. Adesso sembrava veramente un pazzo.
«Fate fuoco, dannati!»
La grossa nave nemica rifece capolino al centro dell’enorme schermo, eruttando una grossa palla infuocata, per poi imbardare, allontanandosi rapidamente.
«Siluro in arrivo, signore» comunicò, gelido, il timoniere.
«Tutto a dritta!» gridò come un esaltato il capitano, alzandosi dalla poltrona per poi ripiombarci non avendo la forza di contrastare l’imbardata della propria nave.
Ma la manovra evasiva ebbe meno successo di quella del suo avversario: la torpedine prese in pieno la fiancata del vascello aprendolo in due, dando alla luce due grossi monconi.
Nel frastuono si sentì sballottare a destra e a manca, mentre mille colori gli mulinavano intorno. Grida, sangue.
“Ho perso! Ho perso!” urlava la sua mente, ormai in preda al caos. Poi un colpo violentissimo, e il buio.
I due grossi tronconi mulinarono come per vita propria in un vorticare di luci, ora rosse, ora gialle, ora bianche, esplodendo infine in milioni di pezzi.
«Nave avversaria distrutta, ammiraglio» avvertì Spock, girandosi lentamente verso la poltrona di comando.
Kirk si alzò e con un colpo secco si assestò la casacca.
«Chi diavolo erano quei Klingon?»
«Non ho dati sufficienti per rispondere alla sua domanda, signore, ma credo che cercassero qualcuno: dall’immediatezza del loro attacco suppongo che cercassero noi».
«Noi Spock? O me?»
«Un killer, ammiraglio? Potrebbe essere possibile, ma sono solo delle...»
«…delle supposizioni, certo Spock.. Tenente Uhura, informi il Comando dell’accaduto».
«Si, signore».
La porta del turboelevatore si spalancò, eruttando un uomo a braccia aperte.
«Ma che diavolo succede?» chiese spazientito McCoy.
Kirk si girò verso Bones con un’espressione stanca, vecchia.
«Bella domanda, dottore».


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