Kira: "È l'altra metà del cervello, vero? ...
Ma lei può ancora aiutarlo, dottore. Può
sostituire l'altra metà del cervello con una matrice positronica."
Bashir: "Mi dispiace. Non posso andare oltre."
Kira: "Come sarebbe a dire?"
Bashir: "Non ho intenzione di rimuovere l'ultimo lembo di umanità
rimasto nel cervello."
Kira: "Ma lei è in grado di farlo!" ... "Julian... Non
si arrenda proprio ora. Tenti questa operazione."
Bashir: "Nerys, se rimuovo ciò che resta del cervello...
e lo rimpiazzo con una macchina... l'aspetto sarà di Bareil...
manterrà anche la voce di Bareil... ma non sarà più
Bareil. La scintilla della vita non ci sarà più. Sarà
morto. E sarò stato io a ucciderlo."
Kira: "Ma se non facciamo niente... morirà lo stesso."
Bashir: "È vero, morirà. Ma se restasse in vita
sarebbe soltanto una macchina. Per favore... non cerchi di farmi cambiare
idea. Lasciamolo andare."
(DS9, "Life Support"
- "La scelta di Bashir", Terza Stagione)
È
la conclusione di un episodio che forse non resta a lungo nella memoria,
situandosi quasi all'inizio di un disegno narrativo che è destinato
a sviluppi ben più ampi e complessi.
Eppure, come quasi ogni episodio di Star Trek, colpisce per la profondità
del messaggio che affiora dietro la mera vicenda, e come capita (almeno
a me) con quasi ogni episodio di Star Trek lo si rilegge e lo si rivaluta
secondo quanto ci sta accadendo in quel momento nella vita reale. Non
perché un episodio di Star Trek possa essere in qualche modo
risolutivo, nella vita reale, o abbia miracolose capacità di
cambiare le cose che accadono, o anche soltanto perché offra
per un istante l'illusione di averle superate o sconfitte. Semplicemente
perché capita di pensarci e di scoprire che quasi sempre c'è
qualcosa di noi, di quello che siamo e sentiamo, come individui e come
"civiltà", dietro i fili delle storie che si snodano
da un episodio all'altro.
Vedek Bareil è già morto, all'inizio dell'episodio.
La cosa ci spiazza, perché non ci aspettiamo che la prima storia
d'amore (a noi nota) di Kira sia destinata a finire in modo così
sommariamente tragico. E appena cominciamo ad abituarci all'idea, ecco
il primo miracolo: durante l'autopsia, un neurone lampeggia nella sua
corteccia cerebrale e Bashir riesce a strappare il suo paziente alla
morte, quasi con violenza, per la gioia sincera di Nerys - che può
riabbracciare il suo amato - e per il subdolo interesse di Kai Winn,
il cui unico pensiero è portare a termine i negoziati con Cardassia
che Bareil fino a quel momento aveva seguito. Gli encomi per Bashir
si sprecano, e a ragion veduta.
Ma l'esaltazione seguita all'incredibile successo si spegne quasi immediatamente,
dietro la rivelazione di una realtà ben più ardua da affrontare:
il trattamento cui Bareil è stato sottoposto per essere riportato
in vita ha irreparabilmente danneggiato il suo sistema nervoso, tanto
da imporre un'immediata "messa in stasi" a tempo indeterminato.
Categoricamente,
il Vedek si oppone a tale eventualità, deciso a compiere fino
in fondo il proprio dovere di negoziatore anche se ciò dovesse
costargli la vita; la Kai non esita a sostenerlo, obnubilata dal proprio
delirio di potere; Kira sembra tentennare solo per un momento tra l'amore
che prova e che la porterebbe a scegliere egoisticamente la soluzione
più sicura e il più tenace senso patriottico, che la conduce
ad appoggiare la decisione di Bareil.
E Bashir è messo di fronte al primo dilemma etico della vicenda.
Esiste
un nuovo farmaco, ancora in via di sperimentazione, che potrebbe consentire
al Vedek alcuni giorni di "vita normale" in attesa della conclusione
dei negoziati e della salvifica "messa in stasi"; nelle condizioni
in cui Bareil si trova, però, gli effetti collaterali di tale
farmaco potrebbero rivelarsi devastanti. Ancora, il Vedek non esita
a dare il suo benestare per l'inizio della terapia, incurante dei rischi;
Julian appare però titubante, gravato da una responsabilità
che forse sente eccessivamente pesante e che forse non gli permette
una valutazione lucida e razionale dell'intera situazione. Pallidamente
indotto dall'importanza dell'intervento di Bareil nel panorama politico
del momento, decide di procedere con la terapia: ma da subito non ci
appare convinto della propria scelta.
E
le conseguenze non tardano a manifestarsi. Poco dopo l'inizio della
terapia, alcuni degli organi interni di Bareil iniziano a deteriorarsi
e devono essere sostituiti con organi artificiali. Il processo, avverte
Bashir, probabilmente si rivelerà irreversibile, portando il
paziente a un punto di non ritorno. Per la seconda volta il Vedek viene
salvato, per la seconda volta c'è una ripresa, ma le sue condizioni
sono visibilmente peggiorate. Solo ora cominciamo a renderci conto che
forse per lui non ci sono speranze. E ci auguriamo, semplicemente per
vederlo smettere di soffrire, che la prossima sia "la volta buona".
La crisi successiva è ancora più grave: una parte del
cervello di Bareil viene irreparabilmente devastata e ancora una volta,
sebbene con profondo disappunto, Bashir cede alle suppliche di Winn
e Kira e sostituisce il lobo danneggiato con una matrice positronica,
mettendo così un piede oltre la soglia dei limiti eticamente
imposti anche al più fulgido luminare della scienza medica. Ancora
una volta, il Vedek è riportato indietro, ancora una volta per
lui non è "la volta buona"; parte della sua umanità
però è andata irrimediabilmente perduta.
Mentre
Kira non sembra in grado di "vedere" la reale drammaticità
della situazione, appagata dal solo fatto che Bareil sia vivo, mentre
Kai Winn inflessibile ordina al dottore di continuare a somministrare
il farmaco al povero Vedek perché ha ancora bisogno di lui per
i negoziati, Bashir è stretto al tormentoso bivio: fino a che
punto, come medico, ha il diritto di assurgere a "entità
divina"? Fino a che punto ha il dovere e la facoltà di decidere
quanto oltre natura lo sforzo per evitare una morte deve arrivare?
E soprattutto, mi viene da pensare, c'è un nome che possiamo
dare a quanto vediamo accadere? Sì. Accanimento terapeutico.
In una forma che senza dubbio possiamo solo immaginare in un futuro
remoto e fantascientifico, ma con un significato che invece è
terribilmente attuale.
L'ultima crisi, la più drammatica, compromette anche la parte
restante del cervello di Bareil.
E a questo punto finalmente, nonostante le proteste di Kira, Julian
sceglie.
Decide semplicemente di "lasciarlo andare".
Di interrompere il trattamento terapeutico e di non procedere all'intervento
di sostituzione che avrebbe finito col cancellare definitivamente l'"umanità"
del suo paziente, togliendogli quella scintilla che fa della vita, vita.
Ai
miei occhi, è chiaro quale delle due condotte di Bashir - l'accanimento
terapeutico che arriva fino ai limiti dell'etica e la decisione finale
di "staccare la spina" -, entrambe cariche di implicazioni
etiche di immenso peso, entrambe discutibili all'infinito a seconda
dei punti di vista e dei retaggi culturali, sia quella giusta. Non ho
dubbi, non nel continuum spazio-temporale in cui sto vivendo, ora.
Ci chiediamo, di fronte a una creatura a cui non restano speranze, ridotta
a poco più di un vegetale, ma ancora capace di comprendere la
realtà senza scampo della propria condizione: è vita?
Una creatura un tempo libera, carica di entusiasmo, allegra e saltellante,
esplosiva e forte al punto di sfidare fino all'ultimo istante di autonomia
la propria condanna, che da mesi marcisce imprigionata in un letto,
intorpidita da droghe e tenuta dai farmaci o da un macchinario attaccata
al fantasma di quella che era vita, incapace di altre emozioni
al di là di una rabbia plumbea e massificante nei confronti di
tutto ciò che continua ad esistere: è vita?
Questa creatura, che conosci - o credevi di conoscere - come te stesso,
in un istante di lucidità ti guarda e sai che è
quello che ti sta chiedendo. E non puoi farlo.
È giusto che non ci sia data alcuna possibilità di "accompagnare"
questa creatura là dove supplica di arrivare nel più breve
tempo possibile? È difficile, anche se ovvia, una scelta. Soprattutto
perché non c'è modo, perlomeno qui da noi, di renderla
concreta. È giusto? È giusto che un medico si accanisca
per strappare ogni volta questa creatura al passaggio, riportandola
indietro in una "realtà" che si fa sempre più
flebile, inutile e terribilmente ingrata? È giusto che una moglie,
una madre, un'amante - accecate da una inverosimile, egoistica "speranza"
che non ha nulla di diverso dall'ossessione - siano disposte ad accettare
tutto questo quasi con sollievo, pur di tenere ancora un giorno, una
settimana, un mese con sé questa creatura solo apparentemente
"viva"? Non lo so. Non lo sappiamo. Ma sappiamo, io credo,
che proprio per amore di questa creatura almeno vorremmo essere liberi
di "lasciarla andare". Mentre a volte nemmeno questo momento
così naturale sembra voler arrivare mai.
Da un carteggio realmente avvenuto in questo continuum spazio-temporale:
"Domani è il compleanno di mio padre... Come si fa a
regalargli 'la volta buona'?"
"La legge vieta questo genere di regali. La legge è sbagliata, ma non
ci possiamo fare molto."
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