LA VOLTA BUONA
di Anna "Ro`Laren" Manfredini


Kira: "È l'altra metà del cervello, vero? ... Ma lei può ancora aiutarlo, dottore. Può sostituire l'altra metà del cervello con una matrice positronica."
Bashir: "Mi dispiace. Non posso andare oltre."
Kira: "Come sarebbe a dire?"
Bashir: "Non ho intenzione di rimuovere l'ultimo lembo di umanità rimasto nel cervello."
Kira: "Ma lei è in grado di farlo!" ... "Julian... Non si arrenda proprio ora. Tenti questa operazione."
Bashir: "Nerys, se rimuovo ciò che resta del cervello... e lo rimpiazzo con una macchina... l'aspetto sarà di Bareil... manterrà anche la voce di Bareil... ma non sarà più Bareil. La scintilla della vita non ci sarà più. Sarà morto. E sarò stato io a ucciderlo."
Kira: "Ma se non facciamo niente... morirà lo stesso."
Bashir: "È vero, morirà. Ma se restasse in vita sarebbe soltanto una macchina. Per favore... non cerchi di farmi cambiare idea. Lasciamolo andare."

(DS9, "Life Support" - "La scelta di Bashir", Terza Stagione)

È la conclusione di un episodio che forse non resta a lungo nella memoria, situandosi quasi all'inizio di un disegno narrativo che è destinato a sviluppi ben più ampi e complessi.
Eppure, come quasi ogni episodio di Star Trek, colpisce per la profondità del messaggio che affiora dietro la mera vicenda, e come capita (almeno a me) con quasi ogni episodio di Star Trek lo si rilegge e lo si rivaluta secondo quanto ci sta accadendo in quel momento nella vita reale. Non perché un episodio di Star Trek possa essere in qualche modo risolutivo, nella vita reale, o abbia miracolose capacità di cambiare le cose che accadono, o anche soltanto perché offra per un istante l'illusione di averle superate o sconfitte. Semplicemente perché capita di pensarci e di scoprire che quasi sempre c'è qualcosa di noi, di quello che siamo e sentiamo, come individui e come "civiltà", dietro i fili delle storie che si snodano da un episodio all'altro.

Vedek Bareil è già morto, all'inizio dell'episodio.
La cosa ci spiazza, perché non ci aspettiamo che la prima storia d'amore (a noi nota) di Kira sia destinata a finire in modo così sommariamente tragico. E appena cominciamo ad abituarci all'idea, ecco il primo miracolo: durante l'autopsia, un neurone lampeggia nella sua corteccia cerebrale e Bashir riesce a strappare il suo paziente alla morte, quasi con violenza, per la gioia sincera di Nerys - che può riabbracciare il suo amato - e per il subdolo interesse di Kai Winn, il cui unico pensiero è portare a termine i negoziati con Cardassia che Bareil fino a quel momento aveva seguito. Gli encomi per Bashir si sprecano, e a ragion veduta.
Ma l'esaltazione seguita all'incredibile successo si spegne quasi immediatamente, dietro la rivelazione di una realtà ben più ardua da affrontare: il trattamento cui Bareil è stato sottoposto per essere riportato in vita ha irreparabilmente danneggiato il suo sistema nervoso, tanto da imporre un'immediata "messa in stasi" a tempo indeterminato.
Categoricamente, il Vedek si oppone a tale eventualità, deciso a compiere fino in fondo il proprio dovere di negoziatore anche se ciò dovesse costargli la vita; la Kai non esita a sostenerlo, obnubilata dal proprio delirio di potere; Kira sembra tentennare solo per un momento tra l'amore che prova e che la porterebbe a scegliere egoisticamente la soluzione più sicura e il più tenace senso patriottico, che la conduce ad appoggiare la decisione di Bareil.
E Bashir è messo di fronte al primo dilemma etico della vicenda.
Esiste un nuovo farmaco, ancora in via di sperimentazione, che potrebbe consentire al Vedek alcuni giorni di "vita normale" in attesa della conclusione dei negoziati e della salvifica "messa in stasi"; nelle condizioni in cui Bareil si trova, però, gli effetti collaterali di tale farmaco potrebbero rivelarsi devastanti. Ancora, il Vedek non esita a dare il suo benestare per l'inizio della terapia, incurante dei rischi; Julian appare però titubante, gravato da una responsabilità che forse sente eccessivamente pesante e che forse non gli permette una valutazione lucida e razionale dell'intera situazione. Pallidamente indotto dall'importanza dell'intervento di Bareil nel panorama politico del momento, decide di procedere con la terapia: ma da subito non ci appare convinto della propria scelta.
E le conseguenze non tardano a manifestarsi. Poco dopo l'inizio della terapia, alcuni degli organi interni di Bareil iniziano a deteriorarsi e devono essere sostituiti con organi artificiali. Il processo, avverte Bashir, probabilmente si rivelerà irreversibile, portando il paziente a un punto di non ritorno. Per la seconda volta il Vedek viene salvato, per la seconda volta c'è una ripresa, ma le sue condizioni sono visibilmente peggiorate. Solo ora cominciamo a renderci conto che forse per lui non ci sono speranze. E ci auguriamo, semplicemente per vederlo smettere di soffrire, che la prossima sia "la volta buona".
La crisi successiva è ancora più grave: una parte del cervello di Bareil viene irreparabilmente devastata e ancora una volta, sebbene con profondo disappunto, Bashir cede alle suppliche di Winn e Kira e sostituisce il lobo danneggiato con una matrice positronica, mettendo così un piede oltre la soglia dei limiti eticamente imposti anche al più fulgido luminare della scienza medica. Ancora una volta, il Vedek è riportato indietro, ancora una volta per lui non è "la volta buona"; parte della sua umanità però è andata irrimediabilmente perduta.
Mentre Kira non sembra in grado di "vedere" la reale drammaticità della situazione, appagata dal solo fatto che Bareil sia vivo, mentre Kai Winn inflessibile ordina al dottore di continuare a somministrare il farmaco al povero Vedek perché ha ancora bisogno di lui per i negoziati, Bashir è stretto al tormentoso bivio: fino a che punto, come medico, ha il diritto di assurgere a "entità divina"? Fino a che punto ha il dovere e la facoltà di decidere quanto oltre natura lo sforzo per evitare una morte deve arrivare?
E soprattutto, mi viene da pensare, c'è un nome che possiamo dare a quanto vediamo accadere? Sì. Accanimento terapeutico. In una forma che senza dubbio possiamo solo immaginare in un futuro remoto e fantascientifico, ma con un significato che invece è terribilmente attuale.
L'ultima crisi, la più drammatica, compromette anche la parte restante del cervello di Bareil.
E a questo punto finalmente, nonostante le proteste di Kira, Julian sceglie.
Decide semplicemente di "lasciarlo andare". Di interrompere il trattamento terapeutico e di non procedere all'intervento di sostituzione che avrebbe finito col cancellare definitivamente l'"umanità" del suo paziente, togliendogli quella scintilla che fa della vita, vita.

Ai miei occhi, è chiaro quale delle due condotte di Bashir - l'accanimento terapeutico che arriva fino ai limiti dell'etica e la decisione finale di "staccare la spina" -, entrambe cariche di implicazioni etiche di immenso peso, entrambe discutibili all'infinito a seconda dei punti di vista e dei retaggi culturali, sia quella giusta. Non ho dubbi, non nel continuum spazio-temporale in cui sto vivendo, ora.
Ci chiediamo, di fronte a una creatura a cui non restano speranze, ridotta a poco più di un vegetale, ma ancora capace di comprendere la realtà senza scampo della propria condizione: è vita?
Una creatura un tempo libera, carica di entusiasmo, allegra e saltellante, esplosiva e forte al punto di sfidare fino all'ultimo istante di autonomia la propria condanna, che da mesi marcisce imprigionata in un letto, intorpidita da droghe e tenuta dai farmaci o da un macchinario attaccata al fantasma di quella che era vita, incapace di altre emozioni al di là di una rabbia plumbea e massificante nei confronti di tutto ciò che continua ad esistere: è vita?
Questa creatura, che conosci - o credevi di conoscere - come te stesso, in un istante di lucidità ti guarda e sai che è quello che ti sta chiedendo. E non puoi farlo.
È giusto che non ci sia data alcuna possibilità di "accompagnare" questa creatura là dove supplica di arrivare nel più breve tempo possibile? È difficile, anche se ovvia, una scelta. Soprattutto perché non c'è modo, perlomeno qui da noi, di renderla concreta. È giusto? È giusto che un medico si accanisca per strappare ogni volta questa creatura al passaggio, riportandola indietro in una "realtà" che si fa sempre più flebile, inutile e terribilmente ingrata? È giusto che una moglie, una madre, un'amante - accecate da una inverosimile, egoistica "speranza" che non ha nulla di diverso dall'ossessione - siano disposte ad accettare tutto questo quasi con sollievo, pur di tenere ancora un giorno, una settimana, un mese con sé questa creatura solo apparentemente "viva"? Non lo so. Non lo sappiamo. Ma sappiamo, io credo, che proprio per amore di questa creatura almeno vorremmo essere liberi di "lasciarla andare". Mentre a volte nemmeno questo momento così naturale sembra voler arrivare mai.

Da un carteggio realmente avvenuto in questo continuum spazio-temporale:

"Domani è il compleanno di mio padre... Come si fa a regalargli 'la volta buona'?"
"La legge vieta questo genere di regali. La legge è sbagliata, ma non ci possiamo fare molto."



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