L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL TREKKER
di Chiara Salvioni


Questo mese avreste dovuto leggere tutt'altro. Avevo in mente di completare un articolo diverso: pazienza, sarà per un'altra volta. La rubrica è mia e decido io. Augh, ho detto. Come tutti gli esseri umani, anch'io sono soggetta ai flussi e riflussi dell'emotività. Oddio, forse lo sono un po' più di altri. Sono capace di cambiare umore anche cinque volte nella stessa giornata, senza nemmeno avere una vasta gamma di stati d'animo fra cui scegliere: ne ho solo un paio alla volta che tuttavia si alternano molto rapidamente, del tipo prima malinconica e poi allegra, di nuovo malinconica e subito dopo allegra, e ancora malinconica/allegra, allegra/malinconica e così via. La fantasia non è il mio forte. Di norma ho due modi d'essere contrapposti fra i quali oscillo rendendo impossibile capire cosa mi stia frullando nella testa. Poiché gli estremi si equilibrano, quando uno dei due assume una sfumatura più marcata l'altro ne segue l'esempio: ed ecco che al momento mi trovo a fare la spola fra due umori che potrei definire "lemming in cerca del suo dirupo" e "animo straripante di gioiosa fiducia nel genere umano". Per chi ha in mente il Signore degli Anelli una sorta di Gollum, ma senza le manie omicide.

Mi diverto a lasciar sfogare il mio piccolo pensionante lemming, che nelle ultime settimane mi ha spesso chiesto perché diamine faccia quanto sto facendo adesso: ovvero perché me ne stia imbalsamata di fronte al computer agli orari più improbabili cercando di mettere insieme un articolo che parli di Star Trek. Mi scuserete se ne parlo proprio con voi, ma credo di non poterlo fare con altri. Dopotutto questa occupazione non è certo una scelta facile da difendere di fronte al resto del mondo. Frugate tra le vostre conoscenze: potrei scommetterci, troverete almeno dieci nomi di persone convinte che la nostra passione comune sia una colossale perdita di tempo. Agli occhi dei profani persino l'hobby del decoupage ha più dignità, non so se mi spiego.
Solitamente so difendermi bene dalle frecciate di amici e familiari; quando però ci si mette la mia parte più nascosta sotto forma di lemming, capirete che i dubbi (oltre a quelli sulla salute mentale) iniziano a sorgere. A dirla tutta, chi diavolo me lo fa fare? In questo periodo sto avanzando verso la soglia critica delle preoccupazioni negli ambiti più svariati: studio, famiglia, amicizie, massimi sistemi... E se proprio volete saperlo ho anche una gatta malaticcia. E se la mia vicina di casa dodicenne non la pianta di strimpellare il flauto dolce affacciata alla finestra chiamo il 115. Eppure nonostante ansia, desiderio di dare testate a un muro, voglia di cercare un cocuzzolo della montagna tutto mio sul quale inerpicarmi per meditare, brama inarrestabile di spaccare lo starnazzante flauto della mia vicina di casa, ecco che me ne sto qui a scrivere di Star Trek, attività in cui spesso mi sento come Antonio Albanese nella parodia del sommelier. Spero l'abbiate vista qualche volta. Un uomo con un calice di vino in mano lo osserva come se fosse un animale esotico, inizia ad agitarlo, a trascinarlo sul tavolo, lo scruta, lo analizza, lo annusa, lo assaggia, si produce in una gamma inverosimile di smorfie e dopo cinque minuti di acrobazie sentenzia: "è rosso". Be', non credo di essere molto diversa. Delle volte intestardirsi su un solo argomento può portare a risultati paradossali. Sembra di sviscerarlo fino a scoprirne lo scheletro o di studiarne le sfumature più recondite per carpire una stilla di significato nascosta agli occhi degli altri: in realtà è molto più facile che si sia caduti nell'ovvio. Certo, a parlare è il piccolo lemming che alberga in me, ovvero il mio lato più disfattista cui per una volta ho concesso carta bianca; è comunque innegabile che io stia vivendo una fase di stanchezza nei confronti della nostra serie favorita. Me ne sto allontanando, come se avvertissi di averne ormai tratto il meglio.

Tutto sommato, vale ancora la pena oggi di arrabattarsi intorno a Star Trek? Il diabolico roditore ha un'opinione in proposito e vorrebbe esporla prima di gettarsi da una scarpata. Star Trek è agli sgoccioli e non morirà nobilmente, ma di consunzione, più o meno come gli alieni imbozzolati nella piscina di "Cocoon". Resisterà fino a quando ne rimarrà qualche goccia da spremere. Il lemming e io non abbiamo gradito "Nemesis", di cui la cosa più bella sarà sempre, a nostro insindacabile giudizio, né la tutina in vinile di Shinzon che fa "squish" a ogni mossa e neppure certi brani della colonna sonora composti con la pianola del nonno, bensì -udite udite- il modulo di constatazione amichevole pubblicato sul numero 49 dello Stim.
Il lemming, poi, si irrita ogni volta che vede un nuovo episodio di Enterprise. Spesso lo sento farneticare sul fatto che sia un'occasione persa, un grazioso telefilm di fantascienza, certo, ma un'anonima serie trek; ancora non gli ho detto che probabilmente verrà soppressa al termine del terzo anno: diventa insopportabile quando si convince di avere avuto ragione. Forse, però, è giusto che Enterprise non abbia raccolto interamente l'eredità che le gravava sulle spalle cogliendo solo gli elementi formali della storia trek. Probabilmente la sua unica possibilità di sopravvivere alla giungla mediatica consisteva nell'essere una serie di ambientazione fantascientifica e basta, magari con qualche furba strizzata d'occhio al pubblico, emancipandosi dal ruolo di ultimogenita e dalla pesantezza di certi argomenti ormai improponibili. Mi pare infatti che la voglia di ragionare su alcune tematiche proposte in passato da Star Trek oggi non sia più così diffusa; sarà una mia impressione, ma a questo proposito avverto un certo intorpidimento generalizzato. Sono passati gli anni in cui l'eroe poteva essere un uomo pelato amante di Shakespeare. I bei vecchi tempi sembrano lontani. Ho splendidi ricordi di interminabili conversazioni con altri appassionati, via telefono, di persona, tramite Internet... Avremmo potuto riuscirci anche con piccioni viaggiatori o segnali di fumo. Ah, i giorni in cui si passavano ore intere a discutere delle implicazioni etiche di una scelta di Picard o del senso di libertà che trasudava dalle pionieristiche avventure di Kirk & Co. Se l'obiettivo di Enterprise era restituire questa emozione d'annata, be', per quanto ne ho visto finora credo sia stato mancato. È sconfortante sentirne nostalgia, specialmente quando la domanda più impegnativa che il mondo della televisione italiana abbia saputo porre negli ultimi tempi, almeno qui a Como dove circola da anni, è: "perché tutti i personaggi della serie Vivere devono sempre lasciare la città in battello? Vanno a Milano e partono in battello, vanno all'aeroporto e partono in battello, vanno in Portogallo e partono in battello. Qualcuno vuole comunicare agli sceneggiatori che il lago di Como non immette nell'oceano Atlantico?". Già, deprimente.

Le previsioni future sono poco allettanti e io, piena di dubbi, sto attraversando una fase di stanchezza; eppure ancora non ho smesso di scrivere di Star Trek. Invece di impiegare il mio tempo a imparare qualcosa di più utile e proficuo come il punto catenella, lo sto ancora dedicando alla mia vecchia passione. Come riesco a conciliare questa scelta con le perplessità di cui vi ho appena parlato? È semplice, non posso fare altrimenti. Si è Trekker per sempre, purtroppo o per fortuna, scegliete voi. Dall'ormai antico imprinting non mi sono più liberata, ma non me ne dispiaccio: i miei occhi hanno guadagnato un filtro naturale attraverso il quale vedere il mondo e trovo che sia una prospettiva assai preziosa. Qualunque cosa io dica ha un vago retrogusto di Star Trek, come capita a gran parte degli individui che in un particolare momento della propria vita si sono innamorati della sua filosofia di fondo. È anche per questo motivo che ogni tanto sullo Stim si parla d'altro, perché non è una questione di argomenti, ma di punti di vista. Non esistono etichette o classificazioni che tengano: un vero Trekker rimarrà sempre tale a prescindere dalla disciplina in cui si avventura, che sia politica o cucina. Anche se circola la voce che il venti per cento di ogni categoria, dai premi Nobel agli spazzini, sia composto da imbecilli, e non penso che noi ne siamo esenti.

Ecco che il mio secondo lato umorale, quello di gioiosa fiducia cui accennavo all'inizio, sta timidamente guadagnando terreno sul disfattismo sotto forma di lemming. In fondo la mia potrebbe anche essere una fase transitoria: conviene resistere, stringere i denti e attendere che passi senza esigere troppo dagli anni a venire. I lati positivi dell'essere Trekker sono troppi per dare le dimissioni. Senza citare tutte le innegabili, ovvie, solite qualità che possediamo, come rinunciare al nostro status di casi rari o alla quasi sempre gratificante presenza dei nostri simili? Siamo una comunità con rituali ben codificati.
Prendiamo ad esempio il primo incontro con altri Trekker, che ha un cerimoniale da corte viennese. Quando se ne incrocia uno per caso lo si studia con cautela; a tale scopo, dopo qualche luogo comune di circostanza ("Generazioni? Che brutto film" oppure "Deep space 9? Non sarà mica una serie trek!") si iniziano a sciorinare dettagli e titoli di episodi finché uno dei due cede e l'altro pensa "A-ha!" pur concedendogli l'onore delle armi. Che bello, siamo tutti una famiglia, una setta. Siamo come i maniaci di "Eyes Wide Shut" o la P2, con la differenza che noi non portiamo cappucci e non perseguiamo scopi illeciti. Con un po' di orgoglio di categoria, mi rifiuto di perdere tutto questo. Ahimè, a quanto pare di Star Trek non mi libererò mai. Va bene, corro a prendere una vecchia videocassetta di TNG (con la mia attuale situazione finanziaria riuscirò a comprare i dvd nel 2010) e richiudo il lemming in gabbia. La scogliera può attendere.


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