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FUORI
CAMPO
a cura di Antonella
Bellecca
Raramente
ci è capitato di leggere una storia di ambientazione Trek così manifestamente
fiabesca (da LOG PLUS 22,
http://home.insinet.it/SticEdit/logplus22.htm).
Amelia Eusebio, oltre a fare un inconsueto
accostamento fra l'ineffabile signor Spock e l'irruente ingegnere Scott,
ci trasporta con naturalezza dalla fantascienza alla fantasy, immaginando
un… pericoloso ma intrigante tête-à-tête con una fata del Piccolo Popolo
della brughiera scozzese.
Pensavate che non esistessero?
Perché, i Vulcan esistono?
TIR NA NÒG
di Amelia Eusebio
Spock si svegliò o, per meglio dire, fu costretto a svegliarsi da un senso
generale di disagio provocato dal freddo e dall'umidità. Aprì gli occhi
sentendosi tutto intirizzito, solo per accorgersi che la nebbia persisteva
imperterrita e insondabile intorno.
Quella luce lattiginosa doveva essere l'alba imminente. La foschia densa
riluceva al chiarore, rivelando e poi nascondendo a tratti le rocce e
i rami degli alberi più vicini, spostata a banchi qua e là dal vento freddo
e umido che spazzava a intervalli la brughiera.
Rabbrividì, starnutendo più volte, senza poterlo evitare e, nel farlo,
si accorse di avere un piccolo corpo estraneo in bocca. Qualcosa di morbido
si trovava appallottolato sotto la sua lingua.
Lo sputò con cautela sul palmo della mano aperta, studiandolo poi con
circospezione. Sembrava un piccolo fiore giallo semimasticato, uno strano,
inspiegabile bolo vegetale, pronto per essere inghiottito.
Un improvviso tramestio alle spalle lo riscosse dal suo esame; sapeva
senza bisogno di voltarsi che l'altro campeggiatore si stava svegliando.
Dal mucchio di foglie secche nel quale si era seppellito la notte precedente,
emerse l'ingegnere capo Montgomery Scott, con i capelli normalmente lisci
tutti arruffati, pieni di nodi, di fili d'erba e di rametti.
Scott non si era ancora accorto del piccolo enigma che giaceva nella mano
del Vulcaniano, quindi si avvicinò sentendosi più che mai a disagio e
per un istante fu quasi sul punto di scusarsi ancora una volta, ma si
trattenne, a stento, mordendosi un labbro... aveva un bel richiamare alla
memoria le parole di Spock pronunciate la sera prima, poco dopo l'incidente.
"È del tutto illogico scusarsi per un avvenimento di cui non si ha alcuna
responsabilità" aveva sentenziato salomonicamente il suo irreprensibile
compagno; ma lui, Montgomery Scott, si sentiva responsabile eccome, e
al diavolo la logica!
Era riuscito, dopo lunghe insistenze e facendo un'abile opera di persuasione,
a convincere il Vulcaniano ad accompagnarlo in quella breve licenza sulla
Terra. Dopo avergli magnificato più e più volte il suo paese natale, la
Scozia, aveva fatto balenare in modo apparentemente casuale la pittoresca
storia locale, la leggenda del Loch Ness e la bellezza aspra e selvaggia
di un paesaggio da favola. Si era stupito lui per primo quando finalmente
Spock aveva accettato la sua offerta di trascorrere alcuni giorni girovagando
qua e là per le Highlands scozzesi. Spock non era proprio il compagno
ideale da portarsi appresso a degustare un buon whisky di malto o a godersi
il suono delle cornamuse, ma sul momento gli era sembrata una buona idea.
Così si era messo d'impegno per dimostrargli che nell'universo esisteva
qualcosa di meglio degli aridi e brucianti deserti Vulcaniani e poi c'era
di mezzo una certa scommessa con il capitano Kirk...
Così avevano affittato una navetta e si erano trovati a sorvolare le Highlands
a un'altitudine da crociera. Peccato però che dopo alcune ore di volo
il diavolo ci avesse mezzo lo zampino e la loro navetta, la cui scarsa
manutenzione non era risultata evidente a un esame superficiale, avesse
pensato bene di abbandonarli a mezz'aria, proprio nel bel mezzo della
brughiera e a una considerevole distanza da ogni centro abitato.
Erano precipitati, per fortuna senza riportare irreparabili danni fisici,
ed erano riusciti ad abbandonare il veicolo con alcuni componenti elettronici
arraffati in fretta, prima che questo completasse la sua poco onorata
carriera esplodendo in mille pezzi. Al colmo dell'ironia, una tale sfortuna
era capitata proprio a lui, che con un pezzo di fil di ferro e due cacciaviti
era in grado di riparare alla perfezione un motore a curvatura e, a rendere
la beffa ancora più cocente, era la considerazione che, con le capacità
tecniche di entrambi, sarebbero stati in grado di riassemblare ex novo
l'intera navetta, se solo questa non si fosse distrutta così completamente.
Era disposto a dare ragione al Vulcaniano quando questi lo esonerava da
ogni responsabilità ma lui, personalmente, non se lo sarebbe mai perdonato
perché, benché fosse in vacanza, avrebbe dovuto accertarsi ugualmente
delle condizioni di usura del mezzo di trasporto.
Per fortuna, i componenti elettronici si erano rivelati sufficienti a
mettere insieme una radio di emergenza, e, dopo aver lavorato senza interruzione
per parecchie ore, a notte inoltrata erano riusciti a lanciare un S.O.S.
segnalando la loro posizione: entro la mattinata sarebbero stati sicuramente
recuperati. In fondo, il disagio era stato minimo, almeno per lui: una
notte all'addiaccio nel freddo e nell'umidità delle brughiere. Lo stesso
non si poteva dire del signor Spock, abituato a climi ben diversi, e ora
Scott stava pregando fra sé tutti gli spiriti delle Highlands affinché
il Vulcaniano non avesse contratto qualche malattia da raffreddamento,
senza contare che sperava con tutto se stesso che nessuno sull'Enterprise
venisse a conoscenza dell'incidente. Ne andava del suo amor proprio, della
sua dignità e, cosa ancora più seccante, del suo buon nome.
Solo al termine di tutte queste riflessioni si accorse dell'immobilità
e del silenzio del suo compagno di sventura. Si avvicinò, osservandolo
con preoccupata attenzione... ci mancava solo qualche altro inconveniente,
magari sottovalutato, per completare quella dannata vacanza!
"Si sente bene, signor Spock?" si informò, aguzzando gli occhi, nella
fievole luce dell'alba e cercando di scoprire cosa l'altro stesse tenendo
in mano e studiando con tanta attenzione.
Spock si voltò verso di lui mostrandogli la pallottolina incriminata.
"A parte questo piccolo mistero, posso affermare di non aver riportato
danni fisici, se si esclude il disagio provocato dalla bassa temperatura".
Una frase così formale stava di certo a indicare l'ottima salute del Vulcaniano.
Si potevano però notare, ben dissimulate dietro il tono ufficiale, perplessità
e una discreta dose di sorpresa.
"Signor Scott, questa notte ho fatto un sogno" aggiunse poi Spock, cambiando
di colpo argomento di conversazione.
Sembrava una comunicazione di estrema importanza, enunciata così sui due
piedi. Lo scozzese fece spallucce.
"Mi auguro che sia stato un bel sogno, almeno".
"Mi sembra che lei non abbia afferrato appieno i termini del problema:
i Vulcaniani non sognano. Almeno non coscientemente e in ogni caso non
hanno alcun ricordo di eventuali sogni. La casistica medica lo dimostra.
I sogni sono uno sfogo emotivo, quindi per noi impossibili".
Scott scosse la testa frastornato. "E questo cosa starebbe a dimostrare?
Lei in fondo è per metà umano. Può darsi che l'incidente abbia provocato
una qualche reazione inconscia. Per lo meno si ricorda qualcosa del sogno?"
Spock aggrottò la fronte, mentre cercava di recuperare brandelli di sensazioni,
consapevole che gran parte del ricordo era ormai irrimediabilmente svanito.
"Ricordo profumi di fiori, trilli e risate argentine, percezioni tattili,
musica soffocata e frulli d'ali. Strano..." cercava senza riuscirci, di
ricatturare con la memoria qualcosa di così evanescente da causargli un
effetto molto simile alla frustrazione, "...qualcuno mi faceva delle domande
alle quali non ero in grado di rispondere. E questa mattina mi sono trovato
questo in bocca" concluse tornando a mostrare l'oggetto misterioso.
Scott raccolse la pallina dalla mano del Vulcaniano, poi con la punta
delle dita l'aprì usando la massima delicatezza.
"Così, a occhio e croce, sembrerebbe un fiore di primula, masticato a
metà. Che cosa ci faceva dentro alla sua bocca?"
Questa volta fu il turno di Spock di stringersi nelle spalle in un gesto
sorprendentemente umano.
"Se lo sapessi..." mormorò con un sospiro, mentre la nebbia intorno a
loro sembrava sul punto di evaporare, perdendo la battaglia con il tepore
del sole nascente.
Non molto distante dal punto in cui avevano trascorso la notte si ergeva
uno sperone roccioso alla cui base un limpido ruscello scorreva mormorando
per poi perdersi all'interno del bosco.
Nel complesso si poteva ammettere, in tutta tranquillità, che si trattava
di un posto stupendo.
Scott si sentì colmare il cuore di romanticismo e di poesia a quella vista.
Così lasciò cadere i resti del piccolo fiore, pulendosi poi le mani sui
pantaloni.
"Sarà stato un gentile omaggio del Piccolo Popolo" concluse in modo del
tutto illogico.
Spock sollevò di scatto la testa fissandolo con disapprovazione. "...
prego?!"
Richiamato all'ordine dal tono di voce, Scott si difese prontamente.
"Immagino di doverle una spiegazione". E sarebbe stata una spiegazione
lunga, se conosceva bene il suo interlocutore.
"Ormai avrà capito che noi Scozzesi siamo un popolo ostinatamente aggrappato
alle tradizioni. Abbiamo un sacco di strane leggende che raccontano di
quando, in epoche lontane, nei nostri boschi viveva e prosperava quello
che veniva conosciuto dai mortali come il Piccolo Popolo. Si trattava
di elfi, nani, fate, un autentico pantheon di piccole creature magiche,
strettamente legate alla terra e ad ogni tipo di fenomeno naturale. Una
sorta di innocuo animismo".
Scott adesso parlava sottovoce, guardandosi nervosamente intorno e con
l'aria di voler quasi chiedere scusa per tali assurdità, e un poco gli
dispiaceva di essersi andato a cacciare in un simile ginepraio. Del resto
il signor Spock non si sarebbe accontentato di vaghe dicerie, quindi si
preparò mentalmente a sviscerare, nel modo più esauriente, tutto l'argomento.
"Il regno delle fate è un mondo di incanti cupi, di bellezza affascinante,
di gioia, di terrore, di riso, di amore e di tragedia. Un mondo a cui
accostarsi con rispetto ed estrema cautela, per non infastidire queste
creature sensibilissime con un inutile vagabondare...". Continuò a parlare
per un tempo che gli parve interminabile, mentre Spock, senza fare alcun
commento, lo ascoltava con attenzione imparziale e con un'espressione
insondabile, dopo essersi seduto su di un tronco caduto.
Raccontò di come gli alberi di biancospino su di una collina fossero indizio
sicuro della presenza delle fate, di come le bean-nighe, o lavandaie
fossero gli spiriti presaghi di morte che infestavano i corsi d'acqua
della Scozia, lavando indumenti macchiati di sangue di coloro che stavano
per morire, del kelpie, o elfo delle acque scozzesi, il
quale sotto le spoglie di un giovane puledro, amava lasciarsi montare
da un essere umano per poi precipitarsi in acqua facendogli fare un bel
tuffo; di quanto le fate fossero complicate e dispettose, con un codice
morale molto lontano da quello degli umani, rappresentazione del potere
magico incomprensibile agli uomini e quindi pericoloso. Estremamente suscettibili,
era fin troppo facile offenderle senza volerlo, magari rifiutando un dono,
dato che capitava spesso che le ricompense delle fate fossero frutto di
un'illusione e riacquistassero in breve la forma originaria.
"...secondo la leggenda, un metodo sicuro per vedere le fate è proprio
mangiare delle primule, perché queste hanno la proprietà di rendere visibile
l'invisibile".
Con ciò era ritornato al punto di partenza, alla connessione logica che
era scattata nel suo cervello quando aveva identificato il fiore misterioso.
"Tutto ciò è molto interessante, ma non spiega come sia finito nella mia
bocca" intervenne Spock, consapevole di quante strane favole i popoli
dell'universo fossero portati a inventare per spiegare i misteri della
natura. Anche su Vulcano esistevano leggende, ben mascherate sotto una
patina di logica razionalità.
Il Vulcaniano aveva accettato senza sforzo apparente tutto quell'insieme
di sciocche superstizioni e Scott si sentiva vagamente imbarazzato per
essersi lasciato trascinare dai ricordi, ben sapendo che Spock era la
persona meno indicata in assoluto a prendere queste storie per quello
che erano nella realtà, e cioè solo fiabe per bambini.
Così scosse la testa come per svegliarsi da un sogno ad occhi aperti,
sicuro di essersi reso quanto meno ridicolo, mentre il Vulcaniano, senza
fare commenti di sorta, si alzava, incamminandosi verso il ruscello. Una
piccola radura si apriva fino alle sponde fiorite del corso d'acqua, allargandosi
intorno allo sperone roccioso. Fra l'erba nuova occhieggiavano i fiori
della primavera, campanelle, ranuncoli e primule in gran quantità.
"Immagino che siano queste le primule" constatò Spock chinandosi ad osservare
da vicino i fiori gialli con interesse e curiosità.
Scott annuì, aggiungendo senza quasi pensarci: "Qui intorno è anche pieno
di campanelle e le campanelle sono i più potenti fiori fatati ed è estremamente
pericoloso trovarsi in un simile posto, un luogo di sortilegi e di incanti."
L'occhiata in tralice del Vulcaniano servì a fargli capire, più di qualunque
discorso, che il momento delle favole era ormai passato, quindi Scott
distolse gli occhi imbarazzato, interessandosi seriamente alle attività
di una colonia di formiche rosse che abitava nelle vicinanze.
Non si accorse quindi che Spock, nel rialzarsi, distrattamente allungava
una mano a cogliere un mazzolino di primule e che, senza volerlo, gli
capitava di toccare con i fiori la roccia alta vicino al ruscello.
Non vide perciò aprirsi un varco nella pietra grigia né Spock che vi entrava
attirato da qualcosa contro il quale non era in grado, o forse non voleva,
opporre alcuna resistenza.
Quando Scott tornò a guardare, colpito da tutto quel silenzio, la radura
era deserta.
Era proprio come nel sogno. I fruscii, i trilli, le risate argentine erano
tornati a farsi sentire. Spock avvertiva lievi tocchi di minuscole dita
sulle mani e sul viso, mentre i suoi occhi non vedevano altro che una
luminosità dorata e inconsistente. Di colpo si rese conto che stavano
tentando di schiudergli le labbra per infilarvi qualcosa di morbido. Muovendosi
con la massima lentezza si tolse l'oggetto di bocca per vedere cosa fosse,
e non rimase molto sorpreso quando si accorse di tenere fra il pollice
e l'indice un altro dei piccoli fiori gialli chiamati primule.
Bene, decise, se proprio volevano che lo mangiasse, lo avrebbe mangiato,
così lo rimise in bocca, lo masticò velocemente avvertendo un lieve sapore
dolce e poi lo inghiottì. Subito una specie di velo scivolò via da davanti
ai suoi occhi e quello che vide gli strappò, suo malgrado, un basso fischio
di sorpresa.
O fate verdi e candide, nere o grigie
che a frotte
danzate al chiar di luna
e all'ombra della notte...
Da qualche parte, nel suo subconscio, i versi balzarono prepotentemente
alla ribalta, nel mezzo del caos dei pensieri. In modo del tutto incongruo,
identificò l'opera di Shakespeare come "Le allegre comari di Windsor".
Tutto il procedimento non richiese che una frazione infinitesimale della
sua attenzione, mentre tutto il resto era impegnato a cercare di dare
una spiegazione logica a ciò che i suoi sensi stavano registrando. Da
quando l'apertura nello sperone roccioso si era dischiusa davanti a lui
attirandolo inesorabilmente all'interno, aveva immaginato di essere finito
dentro a una grotta, ma ora si accorgeva invece di aver varcato una soglia
dimensionale e di trovarsi su di un altro piano dell'esistenza. Il regno
incantato che aveva di fronte non poteva appartenere in alcun modo alla
Terra del ventitreesimo secolo.
Una vallata stupenda si apriva davanti ai suoi piedi, un lago dalle acque
limpide occupava la parte centrale della conca formata da verdi colline
ricoperte da una vegetazione lussureggiante. In cima a una delle colline
si ergeva uno splendido castello dalle pareti di cristallo, le punte acuminate
delle torri risplendevano con i riflessi di oro puro. Miriadi di fiori
sbocciavano ovunque, come se in quel luogo non esistessero cicli di stagioni,
gli alberi portavano allo stesso tempo fiori e frutti maturi e bellissimi.
Spock cercò di registrare ogni immagine con la sua prodigiosa memoria
eidetica, in special modo le piccole creature che gli stavano svolazzando
intorno. Sembravano minuscoli esseri umani, non più alti di una quindicina
di centimetri, dalle forme per la maggior parte femminili e dotati di
grandi ali simili a quelle delle libellule dai riflessi madreperlacei
e iridescenti. Erano le loro piccole dita ad accarezzarlo, gli giravano
intorno studiandolo da ogni lato, talmente numerosi che Spock non osava
tentare alcun movimento nel timore di calpestarne o colpirne qualcuno.
Rimase immobile mentre quella specie di danza continuava: chi gli toccava
le orecchie appuntite ridacchiando divertito, chi si sedeva tranquillamente
sulle sue spalle per riposarsi, chi gli frullava davanti al viso seguendo
la linea obliqua delle sopracciglia. Decine di mani studiavano la forma
e i particolari del suo corpo e, solo allora, Spock si accorse di essere
privo di vestiti, se si voleva escludere un corto gonnellino di foglie
che tentava, senza molto successo, di salvare il suo pudore.
Percepiva empaticamente la curiosità che aveva suscitato fra quelle piccole
creature, riusciva quasi, a sprazzi, a sentirne i pensieri, avvertendo
fin nel profondo del suo essere le immani energie e il potere che quel
luogo fiabesco emanava tutto intorno a lui.
Si rendeva conto di trovarsi in bilico su di un filo sottilissimo, bastava
una parola, un gesto, perfino un pensiero sbagliato perché la sua posizione
cambiasse drasticamente. Ricordava le parole di Scott e non intendeva
in alcun modo sottovalutare il pericolo in cui si trovava.
Dal ramo di un albero vicino scese, planando leggera come una piuma, un'altra
di quelle piccole figure alate e si fermò a mezz'aria proprio di fronte
a lui, senza sforzo apparente, senza nemmeno battere le ali. Era bellissima,
con grandi occhi viola, orecchie appuntite come le sue e una coroncina
di fiori posata sui capelli biondi lunghi fino ai piedi. Il minuscolo
corpo di donna era perfettamente proporzionato e senza nemmeno un velo
che ne coprisse i segreti.
Quello sguardo viola e intenso divenne l'unica cosa reale, l'unico punto
fermo dell'universo e Spock sentì che ogni frazione della sua anima veniva
esaminata e rivoltata come un guanto.
Con sorpresa si accorse di avere tutte le barriere mentali abbassate e
di non essere in grado di usare nessuna delle tecniche vulcaniane imparate
fin dall'infanzia, ma stranamente niente di tutto ciò pareva avere alcuna
importanza.
Fu riscosso dalla trance nella quale era caduto da un battere di mani.
Era come un ordine emesso dalla creatura di fronte a lui. In risposta
all'autorità del segnale, tutto lo sciame si disperse obbediente, trillando
e ridendo, e finalmente Spock poté tirare un sospiro di sollievo, ora
che non correva più il rischio di fare del male a qualcuno inavvertitamente.
Con un gesto venne invitato ad accomodarsi sul muschio morbido e accettò
con gratitudine, sedendosi con le gambe incrociate. La piccola figura
si appollaiò senza problemi sul suo ginocchio, poi lo guardò da sotto
in su, toccandosi la punta di un orecchio.
"Hai le orecchie come le nostre, eppure non appartieni al Piccolo Popolo.
Non hai sangue rosso come gli umani, eppure vivi in mezzo a loro. Chi
sei?" La voce era un trillo melodioso, ma allo stesso tempo, l'autorità
e il potere trasparivano appena oltre il tono infantile e curioso delle
domande.
Spock rifletté attentamente prima di rispondere. Doveva muoversi con la
massima cautela o non avrebbe mai più ritrovato la strada del ritorno.
"Il mio nome è Spock e l'unica cosa che ci accomuna è la forma delle orecchie.
Il mio sangue è verde e sono umano solo per metà. Io appartengo ad un
altro mondo" cercò di spiegare senza sbilanciarsi troppo.
Con un gesto noncurante il piccolo essere sembrò spazzare via l'ultima
osservazione.
"Anche questo è un altro mondo, Tir NanÒg, la terra dell'eterna
gioventù, e io sono Aill e sono una fata. La tua presenza ha incuriosito
i miei amici al punto che non hanno esitato a farti entrare nel nostro
regno. Erano secoli che nessuno ne attraversava più la soglia. Ci siamo
stancati della presenza degli umani: un tempo erano divertenti ma ora
sono diventati noiosi, scettici e soprattutto non credono più alla magia,
non credono più a nulla!"
Si interruppe per fissarlo con quelle immense pupille viola. "Tu sei diverso.
Il tuo cuore e la tua mente hanno una doppia faccia come se due persone
diverse abitassero dentro al tuo corpo. Un lato del tuo essere è freddo
come il grido di una banshee ma l'altro, tenuto strenuamente sotto
controllo, è caldo come una brace ardente. Mi chiedo come tu possa continuare
a vivere in queste condizioni".
Il visino minuto, dai tratti delicati, esprimeva estremo interesse. L'analisi
efficace della sua doppia natura costrinse Spock a riflettere ancora più
intensamente. Si era posto spesso quella domanda nel corso della sua vita,
e fino a quel momento non aveva trovato una risposta soddisfacente.
"Il mondo dal quale provengo si chiama Vulcano e la mia gente vive secondo
le leggi della logica tenendo a bada, al punto da dimenticarne perfino
l'esistenza, tutte le emozioni così care agli umani. È un mondo rovente
abitato da un popolo dal cuore gelido".
La fata si sollevò in piedi, camminando senza difficoltà lungo la sua
coscia, con le ali ripiegate dietro la schiena e i capelli che provocavano
sulla pelle della gamba una lieve sensazione di solletico. Si fermò nei
pressi dell'inguine di Spock, il quale cercava di non muovere nemmeno
un muscolo, nonostante avvertisse un brivido di premonizione serpeggiargli
lungo la spina dorsale.
"Dimenticare l'esistenza delle emozioni non significa che queste non siano
presenti, da qualche parte. Cosa succede quando il fuoco delle emozioni
incontra il ghiaccio della logica?"
La domanda, formulata con voce sommessa, fu seguita da uno sguardo strano.
"Ho idea che lo scoprirò..." Subito dopo le piccole dita di Aill fecero
a brandelli il sottile gonnellino di foglie, lasciandolo completamente
nudo; poi Spock la vide sollevare la testa e quelle incredibili pupille
viola incatenarono ancora una volta la sua volontà. Il potere della fata
andava ben oltre ogni sua possibilità di controllo e di difesa.
Lentamente la vide cambiare dimensione, ingrandendosi a vista d'occhio,
fino a diventare una splendida donna, con le orecchie a punta, senza vestiti,
rannicchiata sulle sue ginocchia.
Il suo corpo non obbediva più agli ordini, si era ammutinato mentre le
dita di Aill gli accarezzavano dolcemente le tempie.
Nonostante fosse lucido e consapevole di essere condizionato in ogni fibra
del suo essere, era del tutto impotente e inerme e quando il sangue rovente
del pon-farr prese ad ardergli nelle vene, capì che nulla gli sarebbe
stato risparmiato. Con un ultimo sussulto di raziocinio si rese conto
che doveva adeguarsi oppure morire.
Il suo corpo era ormai in preda alle fiamme, le sue mani tremavano con
una tale violenza che fu costretto a posarle sulla spalle della fata,
aggrappandosi a lei come a un'ancora di salvezza, e in quel momento ai
suoi occhi offuscati Aill sembrò più Vulcaniana di una Vulcaniana autentica.
Alla fine si arrese, smise di opporre resistenza e con un gemito soffocato,
che era insieme disperazione e desiderio bruciante, attirò a sé Aill,
con furia a malapena contenuta, adagiandola poi sul muschio fresco della
radura.
Perse del tutto la nozione del tempo. Poteva essere passata un'ora come
un mese o un anno quando alla fine le sue facoltà fisiche e mentali tornarono
alla normalità.
Si ritrovò seduto sul muschio, vestito di tutto punto, mentre Aill, riprese
le sue dimensioni originali, si stava lavando il viso con la rugiada raccolta
nella corolla di un fiore.
Dopo essere tornata ad appollaiarsi sul suo ginocchio, porse a Spock un
piccolissimo pettine d'argento, pregandolo, con un sorriso birichino,
di pettinarle i lunghi capelli.
Spock aveva un milione di domande da fare e intuiva che formulandole avrebbe
finito per irritare la suscettibilità della fata, perciò si morse le labbra
trattenendosi a stento e, preso il minuscolo pettine con la punta delle
dita, cominciò a lisciare i serici capelli, mentre Aill gli voltava le
spalle.
"Così è sufficiente, grazie! Sei stato molto gentile" lo interruppe dopo
un po', voltandosi a guardarlo, "...così gentile che ho deciso di concederti
un dono" annunciò con un tono di voce estremamente serio.
Spock sentì il benessere che pervadeva il suo corpo svanire come cancellato
da una spugna gelida.
Stava succedendo proprio quello che aveva temuto e paventato per tutto
il tempo.
"Esprimi un desiderio ed io lo esaudirò!"
Spock rabbrividì ricordando le parole di Scott.
Che cosa sarebbe successo se ora lui avesse rifiutato il dono offendendo
a morte la minuscola ma estremamente pericolosa creatura fatata?
Cercò in ogni modo una soluzione per uscire da quel momento critico senza
venir meno ai suoi principi, ma poteva ancora parlare di principi ai quali
tener fede dopo quanto era successo?
E poi era successo veramente o si era trattato solo di una suggestione
ipnotica?
Dubbi e domande lo tormentavano, comunque rivoltasse la questione. Intanto
Aill aspettava una risposta.
Raccogliendo ogni oncia di dignità rimasta, Spock prese la sua decisione...
che un fulmine lo incenerisse pure sul posto, ma non avrebbe cambiato
idea.
"Ti sono molto riconoscente e apprezzo la tua offerta, ma non posso accettare.
Non c'è alcun onore nell'ottenere vantaggi personali senza impegno e senza
sforzo alcuno."
Ecco, lo aveva detto, e che ora succedesse quello che doveva succedere.
Aill lo guardò incredula, le piccole ali frementi di sdegno.
"Vuoi forse dire che rifiuti il mio dono?" chiese cercando di mantenere
la calma, sperando di non aver ben compreso.
"Non fraintendermi, ti prego" cercò di placarla Spock con tutta la diplomazia
di cui era capace.
"La tua offerta è per me un grande onore, ma nessun Vulcaniano potrebbe
mai scendere a compromessi su un simile argomento. Non ho fatto nulla
per meritare ciò che mi offri, quindi non posso accettare."
La fata lo guardò in silenzio, mentre un lampo di tristezza le offuscava
lo sguardo, poi stizzita si strappò la coroncina di fiori dai capelli,
buttandogliela in faccia, e pestò i piedi con violenza.
"Stupido! Stupido!" gridò, mentre un vento furioso si abbatteva su di
loro. "Avrei potuto donarti l'eterna giovinezza, un castello e una schiera
di servi, oro e argento più di quanto tu potessi desiderare e sì, perfino
un'astronave tutta tua, o un pianeta, un'intera galassia, se solo tu lo
avessi chiesto!"
Adesso la voce di Aill era più forte del rombo del tuono e la fata incombeva
sopra di lui pur non avendo cambiato dimensione, era solo una sensazione
di potenza e di pericolo senza limiti. Spock sapeva ormai per esperienza
di non avere alcuna possibilità di opporsi alla sua furia e di avere ben
poche speranze di uscire indenne dallo scontro.
Giunto a questa conclusione non gli restava che una strada da percorrere
e lui la imboccò senza ripensamenti e senza rimpianti: rimase del tutto
immobile senza fare assolutamente nulla, aspettando stoicamente l'inevitabile
punizione.
Continuò a rimanere seduto dove si trovava finché gli fu possibile, mentre
il vento aumentava sempre più di intensità fino ad arrivare al punto di
sollevarlo da terra. Si ritrovò sballottato come un fuscello in mezzo
al turbine e mille mani parevano infliggergli dolorosi pizzicotti e punture
di spillo. Il regno fatato cominciò a svanire davanti ai suoi occhi e
ogni traccia di luce scomparve dal suo campo visivo quando il nulla lo
inghiottì senza speranza.
Rimase sospeso per un tempo che gli parve eterno, poi ci fu un lampo che
lo costrinse a stringere le palpebre, una torsione, uno schiocco violento
e Spock cadde.
Toccò terra da un'altezza di almeno un paio di metri, ruzzolando in malo
modo sull'erba e andando infine a fermarsi contro qualcosa di solido.
L'ostacolo si mise a imprecare in un oscuro dialetto scozzese e Spock,
con inesprimibile sollievo, si rese conto di essere tornato nella radura
nel bel mezzo delle Highlands, comparendo dal nulla di fronte all'ingegnere
capo Montgomery Scott che, disperato, lo aveva cercato inutilmente in
lungo e in largo per quasi dieci minuti.
Si rialzò benché si sentisse tutto pesto e dolorante, subito soccorso
da Scott, talmente felice di rivederlo che per poco non lo abbracciò.
Solo un'occhiata glaciale riuscì a bloccare sul nascere l'impulso dello
scozzese, appena prima che la situazione diventasse imbarazzante.
Per scrupolo Spock si esaminò con la massima attenzione, nel timore che
la fata avesse escogitato qualche altro diabolico sistema di vendicarsi,
ma tutto gli parve assolutamente normale; la cosa lo sorprese parecchio
e non mancò di insospettirlo un poco, ma non gli rimase molto tempo per
pensarci perché dovette sorbirsi l'inevitabile fuoco di fila di domande.
Rispose come meglio poteva, evitando con cura i punti più incresciosi
e privati, accorgendosi dello sguardo via via più incredulo con il quale
Scott continuava ad osservarlo, ascoltando il progredire del racconto.
Di certo lo scozzese non credeva ad una sola parola della sua storia e
ora, a mente fredda, anche lui cominciava sul serio a chiedersi se non
si era sognato tutto quanto.
L'unica cosa certa era che Scott aveva perso di vista il Vulcaniano per
una decina di minuti o poco più; tutto il resto sembrava il risultato
di una colossale sbronza a base di whisky scozzese.
A diradare l'imbarazzo crescente giunse infine la navetta di soccorso
e i due naufraghi si accordarono, con poche brevi frasi, per calare un
velo di dignitoso silenzio sia sull'incidente, sia su quanto forse era,
o non era, successo nella radura.
La navetta atterrò e i due si affrettarono a salire lungo la rampa. Scott
era sollevato che l'avventura fosse finita bene mentre Spock, avvertendo
una sensazione di sottile rimpianto, si voltò ad osservare per l'ultima
volta quell'angolo di Scozia e, poco prima di scomparire all'interno del
portello, gli parve di cogliere con la coda dell'occhio, un riflesso iridescente,
come una goccia di rugiada rimasta su una foglia e fatta brillare dai
raggi del sole nascente, con in sottofondo l'eco di una sommessa risata
che continuò a echeggiare per lungo tempo in fondo alla sua mente.
Poi il portello si chiuse e la navetta decollò scomparendo presto nel
cielo azzurro.
Gli occhi di Spock, per quanto più acuti di quelli umani, non erano riusciti
a cogliere per intero l'immagine evanescente accovacciata su di un ramo
ai margini della radura: una minuscola figura femminile, con grandi ali
di libellula, aveva assistito dal suo posto di osservazione alla partenza
del Vulcaniano, accompagnandolo con uno sguardo dall'espressione indecifrabile.
"Addio Spock di Vulcano, anche se lo hai rifiutato, avrai comunque il
dono che ti avevo offerto e io avrò, allo stesso tempo la mia vendetta.
Ti conosco meglio di quanto non ti conosca tu stesso. Otterrai la pace
che cerchi, il tuo inconscio desiderio di morte verrà esaudito un giorno,
ma per poco tempo, e la tua punizione sarà di tornare dal regno delle
ombre ad affrontare, ancora per lungo tempo, la tua inconfessata paura
di vivere".
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