FUORI CAMPO
a cura di Antonella Bellecca


Raramente ci è capitato di leggere una storia di ambientazione Trek così manifestamente fiabesca (da LOG PLUS 22,
http://home.insinet.it/SticEdit/logplus22.htm).
Amelia Eusebio, oltre a fare un inconsueto accostamento fra l'ineffabile signor Spock e l'irruente ingegnere Scott, ci trasporta con naturalezza dalla fantascienza alla fantasy, immaginando un… pericoloso ma intrigante tête-à-tête con una fata del Piccolo Popolo della brughiera scozzese.
Pensavate che non esistessero?
Perché, i Vulcan esistono?



TIR NA NÒG

di Amelia Eusebio


Spock si svegliò o, per meglio dire, fu costretto a svegliarsi da un senso generale di disagio provocato dal freddo e dall'umidità. Aprì gli occhi sentendosi tutto intirizzito, solo per accorgersi che la nebbia persisteva imperterrita e insondabile intorno.
Quella luce lattiginosa doveva essere l'alba imminente. La foschia densa riluceva al chiarore, rivelando e poi nascondendo a tratti le rocce e i rami degli alberi più vicini, spostata a banchi qua e là dal vento freddo e umido che spazzava a intervalli la brughiera.
Rabbrividì, starnutendo più volte, senza poterlo evitare e, nel farlo, si accorse di avere un piccolo corpo estraneo in bocca. Qualcosa di morbido si trovava appallottolato sotto la sua lingua.
Lo sputò con cautela sul palmo della mano aperta, studiandolo poi con circospezione. Sembrava un piccolo fiore giallo semimasticato, uno strano, inspiegabile bolo vegetale, pronto per essere inghiottito.
Un improvviso tramestio alle spalle lo riscosse dal suo esame; sapeva senza bisogno di voltarsi che l'altro campeggiatore si stava svegliando.
Dal mucchio di foglie secche nel quale si era seppellito la notte precedente, emerse l'ingegnere capo Montgomery Scott, con i capelli normalmente lisci tutti arruffati, pieni di nodi, di fili d'erba e di rametti.
Scott non si era ancora accorto del piccolo enigma che giaceva nella mano del Vulcaniano, quindi si avvicinò sentendosi più che mai a disagio e per un istante fu quasi sul punto di scusarsi ancora una volta, ma si trattenne, a stento, mordendosi un labbro... aveva un bel richiamare alla memoria le parole di Spock pronunciate la sera prima, poco dopo l'incidente.
"È del tutto illogico scusarsi per un avvenimento di cui non si ha alcuna responsabilità" aveva sentenziato salomonicamente il suo irreprensibile compagno; ma lui, Montgomery Scott, si sentiva responsabile eccome, e al diavolo la logica!
Era riuscito, dopo lunghe insistenze e facendo un'abile opera di persuasione, a convincere il Vulcaniano ad accompagnarlo in quella breve licenza sulla Terra. Dopo avergli magnificato più e più volte il suo paese natale, la Scozia, aveva fatto balenare in modo apparentemente casuale la pittoresca storia locale, la leggenda del Loch Ness e la bellezza aspra e selvaggia di un paesaggio da favola. Si era stupito lui per primo quando finalmente Spock aveva accettato la sua offerta di trascorrere alcuni giorni girovagando qua e là per le Highlands scozzesi. Spock non era proprio il compagno ideale da portarsi appresso a degustare un buon whisky di malto o a godersi il suono delle cornamuse, ma sul momento gli era sembrata una buona idea. Così si era messo d'impegno per dimostrargli che nell'universo esisteva qualcosa di meglio degli aridi e brucianti deserti Vulcaniani e poi c'era di mezzo una certa scommessa con il capitano Kirk...
Così avevano affittato una navetta e si erano trovati a sorvolare le Highlands a un'altitudine da crociera. Peccato però che dopo alcune ore di volo il diavolo ci avesse mezzo lo zampino e la loro navetta, la cui scarsa manutenzione non era risultata evidente a un esame superficiale, avesse pensato bene di abbandonarli a mezz'aria, proprio nel bel mezzo della brughiera e a una considerevole distanza da ogni centro abitato.
Erano precipitati, per fortuna senza riportare irreparabili danni fisici, ed erano riusciti ad abbandonare il veicolo con alcuni componenti elettronici arraffati in fretta, prima che questo completasse la sua poco onorata carriera esplodendo in mille pezzi. Al colmo dell'ironia, una tale sfortuna era capitata proprio a lui, che con un pezzo di fil di ferro e due cacciaviti era in grado di riparare alla perfezione un motore a curvatura e, a rendere la beffa ancora più cocente, era la considerazione che, con le capacità tecniche di entrambi, sarebbero stati in grado di riassemblare ex novo l'intera navetta, se solo questa non si fosse distrutta così completamente.
Era disposto a dare ragione al Vulcaniano quando questi lo esonerava da ogni responsabilità ma lui, personalmente, non se lo sarebbe mai perdonato perché, benché fosse in vacanza, avrebbe dovuto accertarsi ugualmente delle condizioni di usura del mezzo di trasporto.
Per fortuna, i componenti elettronici si erano rivelati sufficienti a mettere insieme una radio di emergenza, e, dopo aver lavorato senza interruzione per parecchie ore, a notte inoltrata erano riusciti a lanciare un S.O.S. segnalando la loro posizione: entro la mattinata sarebbero stati sicuramente recuperati. In fondo, il disagio era stato minimo, almeno per lui: una notte all'addiaccio nel freddo e nell'umidità delle brughiere. Lo stesso non si poteva dire del signor Spock, abituato a climi ben diversi, e ora Scott stava pregando fra sé tutti gli spiriti delle Highlands affinché il Vulcaniano non avesse contratto qualche malattia da raffreddamento, senza contare che sperava con tutto se stesso che nessuno sull'Enterprise venisse a conoscenza dell'incidente. Ne andava del suo amor proprio, della sua dignità e, cosa ancora più seccante, del suo buon nome.
Solo al termine di tutte queste riflessioni si accorse dell'immobilità e del silenzio del suo compagno di sventura. Si avvicinò, osservandolo con preoccupata attenzione... ci mancava solo qualche altro inconveniente, magari sottovalutato, per completare quella dannata vacanza!
"Si sente bene, signor Spock?" si informò, aguzzando gli occhi, nella fievole luce dell'alba e cercando di scoprire cosa l'altro stesse tenendo in mano e studiando con tanta attenzione.
Spock si voltò verso di lui mostrandogli la pallottolina incriminata. "A parte questo piccolo mistero, posso affermare di non aver riportato danni fisici, se si esclude il disagio provocato dalla bassa temperatura".
Una frase così formale stava di certo a indicare l'ottima salute del Vulcaniano. Si potevano però notare, ben dissimulate dietro il tono ufficiale, perplessità e una discreta dose di sorpresa.
"Signor Scott, questa notte ho fatto un sogno" aggiunse poi Spock, cambiando di colpo argomento di conversazione.
Sembrava una comunicazione di estrema importanza, enunciata così sui due piedi. Lo scozzese fece spallucce.
"Mi auguro che sia stato un bel sogno, almeno".
"Mi sembra che lei non abbia afferrato appieno i termini del problema: i Vulcaniani non sognano. Almeno non coscientemente e in ogni caso non hanno alcun ricordo di eventuali sogni. La casistica medica lo dimostra. I sogni sono uno sfogo emotivo, quindi per noi impossibili".
Scott scosse la testa frastornato. "E questo cosa starebbe a dimostrare? Lei in fondo è per metà umano. Può darsi che l'incidente abbia provocato una qualche reazione inconscia. Per lo meno si ricorda qualcosa del sogno?"
Spock aggrottò la fronte, mentre cercava di recuperare brandelli di sensazioni, consapevole che gran parte del ricordo era ormai irrimediabilmente svanito.
"Ricordo profumi di fiori, trilli e risate argentine, percezioni tattili, musica soffocata e frulli d'ali. Strano..." cercava senza riuscirci, di ricatturare con la memoria qualcosa di così evanescente da causargli un effetto molto simile alla frustrazione, "...qualcuno mi faceva delle domande alle quali non ero in grado di rispondere. E questa mattina mi sono trovato questo in bocca" concluse tornando a mostrare l'oggetto misterioso.
Scott raccolse la pallina dalla mano del Vulcaniano, poi con la punta delle dita l'aprì usando la massima delicatezza.
"Così, a occhio e croce, sembrerebbe un fiore di primula, masticato a metà. Che cosa ci faceva dentro alla sua bocca?"
Questa volta fu il turno di Spock di stringersi nelle spalle in un gesto sorprendentemente umano.
"Se lo sapessi..." mormorò con un sospiro, mentre la nebbia intorno a loro sembrava sul punto di evaporare, perdendo la battaglia con il tepore del sole nascente.
Non molto distante dal punto in cui avevano trascorso la notte si ergeva uno sperone roccioso alla cui base un limpido ruscello scorreva mormorando per poi perdersi all'interno del bosco.
Nel complesso si poteva ammettere, in tutta tranquillità, che si trattava di un posto stupendo.
Scott si sentì colmare il cuore di romanticismo e di poesia a quella vista. Così lasciò cadere i resti del piccolo fiore, pulendosi poi le mani sui pantaloni.
"Sarà stato un gentile omaggio del Piccolo Popolo" concluse in modo del tutto illogico.
Spock sollevò di scatto la testa fissandolo con disapprovazione. "... prego?!"
Richiamato all'ordine dal tono di voce, Scott si difese prontamente.
"Immagino di doverle una spiegazione". E sarebbe stata una spiegazione lunga, se conosceva bene il suo interlocutore.

"Ormai avrà capito che noi Scozzesi siamo un popolo ostinatamente aggrappato alle tradizioni. Abbiamo un sacco di strane leggende che raccontano di quando, in epoche lontane, nei nostri boschi viveva e prosperava quello che veniva conosciuto dai mortali come il Piccolo Popolo. Si trattava di elfi, nani, fate, un autentico pantheon di piccole creature magiche, strettamente legate alla terra e ad ogni tipo di fenomeno naturale. Una sorta di innocuo animismo".
Scott adesso parlava sottovoce, guardandosi nervosamente intorno e con l'aria di voler quasi chiedere scusa per tali assurdità, e un poco gli dispiaceva di essersi andato a cacciare in un simile ginepraio. Del resto il signor Spock non si sarebbe accontentato di vaghe dicerie, quindi si preparò mentalmente a sviscerare, nel modo più esauriente, tutto l'argomento.
"Il regno delle fate è un mondo di incanti cupi, di bellezza affascinante, di gioia, di terrore, di riso, di amore e di tragedia. Un mondo a cui accostarsi con rispetto ed estrema cautela, per non infastidire queste creature sensibilissime con un inutile vagabondare...". Continuò a parlare per un tempo che gli parve interminabile, mentre Spock, senza fare alcun commento, lo ascoltava con attenzione imparziale e con un'espressione insondabile, dopo essersi seduto su di un tronco caduto.
Raccontò di come gli alberi di biancospino su di una collina fossero indizio sicuro della presenza delle fate, di come le bean-nighe, o lavandaie fossero gli spiriti presaghi di morte che infestavano i corsi d'acqua della Scozia, lavando indumenti macchiati di sangue di coloro che stavano per morire, del kelpie, o elfo delle acque scozzesi, il quale sotto le spoglie di un giovane puledro, amava lasciarsi montare da un essere umano per poi precipitarsi in acqua facendogli fare un bel tuffo; di quanto le fate fossero complicate e dispettose, con un codice morale molto lontano da quello degli umani, rappresentazione del potere magico incomprensibile agli uomini e quindi pericoloso. Estremamente suscettibili, era fin troppo facile offenderle senza volerlo, magari rifiutando un dono, dato che capitava spesso che le ricompense delle fate fossero frutto di un'illusione e riacquistassero in breve la forma originaria.
"...secondo la leggenda, un metodo sicuro per vedere le fate è proprio mangiare delle primule, perché queste hanno la proprietà di rendere visibile l'invisibile".
Con ciò era ritornato al punto di partenza, alla connessione logica che era scattata nel suo cervello quando aveva identificato il fiore misterioso.
"Tutto ciò è molto interessante, ma non spiega come sia finito nella mia bocca" intervenne Spock, consapevole di quante strane favole i popoli dell'universo fossero portati a inventare per spiegare i misteri della natura. Anche su Vulcano esistevano leggende, ben mascherate sotto una patina di logica razionalità.
Il Vulcaniano aveva accettato senza sforzo apparente tutto quell'insieme di sciocche superstizioni e Scott si sentiva vagamente imbarazzato per essersi lasciato trascinare dai ricordi, ben sapendo che Spock era la persona meno indicata in assoluto a prendere queste storie per quello che erano nella realtà, e cioè solo fiabe per bambini.
Così scosse la testa come per svegliarsi da un sogno ad occhi aperti, sicuro di essersi reso quanto meno ridicolo, mentre il Vulcaniano, senza fare commenti di sorta, si alzava, incamminandosi verso il ruscello. Una piccola radura si apriva fino alle sponde fiorite del corso d'acqua, allargandosi intorno allo sperone roccioso. Fra l'erba nuova occhieggiavano i fiori della primavera, campanelle, ranuncoli e primule in gran quantità.
"Immagino che siano queste le primule" constatò Spock chinandosi ad osservare da vicino i fiori gialli con interesse e curiosità.
Scott annuì, aggiungendo senza quasi pensarci: "Qui intorno è anche pieno di campanelle e le campanelle sono i più potenti fiori fatati ed è estremamente pericoloso trovarsi in un simile posto, un luogo di sortilegi e di incanti."
L'occhiata in tralice del Vulcaniano servì a fargli capire, più di qualunque discorso, che il momento delle favole era ormai passato, quindi Scott distolse gli occhi imbarazzato, interessandosi seriamente alle attività di una colonia di formiche rosse che abitava nelle vicinanze.
Non si accorse quindi che Spock, nel rialzarsi, distrattamente allungava una mano a cogliere un mazzolino di primule e che, senza volerlo, gli capitava di toccare con i fiori la roccia alta vicino al ruscello.
Non vide perciò aprirsi un varco nella pietra grigia né Spock che vi entrava attirato da qualcosa contro il quale non era in grado, o forse non voleva, opporre alcuna resistenza.
Quando Scott tornò a guardare, colpito da tutto quel silenzio, la radura era deserta.

Era proprio come nel sogno. I fruscii, i trilli, le risate argentine erano tornati a farsi sentire. Spock avvertiva lievi tocchi di minuscole dita sulle mani e sul viso, mentre i suoi occhi non vedevano altro che una luminosità dorata e inconsistente. Di colpo si rese conto che stavano tentando di schiudergli le labbra per infilarvi qualcosa di morbido. Muovendosi con la massima lentezza si tolse l'oggetto di bocca per vedere cosa fosse, e non rimase molto sorpreso quando si accorse di tenere fra il pollice e l'indice un altro dei piccoli fiori gialli chiamati primule.
Bene, decise, se proprio volevano che lo mangiasse, lo avrebbe mangiato, così lo rimise in bocca, lo masticò velocemente avvertendo un lieve sapore dolce e poi lo inghiottì. Subito una specie di velo scivolò via da davanti ai suoi occhi e quello che vide gli strappò, suo malgrado, un basso fischio di sorpresa.
O fate verdi e candide, nere o grigie
che a frotte
danzate al chiar di luna
e all'ombra della notte...


Da qualche parte, nel suo subconscio, i versi balzarono prepotentemente alla ribalta, nel mezzo del caos dei pensieri. In modo del tutto incongruo, identificò l'opera di Shakespeare come "Le allegre comari di Windsor". Tutto il procedimento non richiese che una frazione infinitesimale della sua attenzione, mentre tutto il resto era impegnato a cercare di dare una spiegazione logica a ciò che i suoi sensi stavano registrando. Da quando l'apertura nello sperone roccioso si era dischiusa davanti a lui attirandolo inesorabilmente all'interno, aveva immaginato di essere finito dentro a una grotta, ma ora si accorgeva invece di aver varcato una soglia dimensionale e di trovarsi su di un altro piano dell'esistenza. Il regno incantato che aveva di fronte non poteva appartenere in alcun modo alla Terra del ventitreesimo secolo.
Una vallata stupenda si apriva davanti ai suoi piedi, un lago dalle acque limpide occupava la parte centrale della conca formata da verdi colline ricoperte da una vegetazione lussureggiante. In cima a una delle colline si ergeva uno splendido castello dalle pareti di cristallo, le punte acuminate delle torri risplendevano con i riflessi di oro puro. Miriadi di fiori sbocciavano ovunque, come se in quel luogo non esistessero cicli di stagioni, gli alberi portavano allo stesso tempo fiori e frutti maturi e bellissimi.
Spock cercò di registrare ogni immagine con la sua prodigiosa memoria eidetica, in special modo le piccole creature che gli stavano svolazzando intorno. Sembravano minuscoli esseri umani, non più alti di una quindicina di centimetri, dalle forme per la maggior parte femminili e dotati di grandi ali simili a quelle delle libellule dai riflessi madreperlacei e iridescenti. Erano le loro piccole dita ad accarezzarlo, gli giravano intorno studiandolo da ogni lato, talmente numerosi che Spock non osava tentare alcun movimento nel timore di calpestarne o colpirne qualcuno.
Rimase immobile mentre quella specie di danza continuava: chi gli toccava le orecchie appuntite ridacchiando divertito, chi si sedeva tranquillamente sulle sue spalle per riposarsi, chi gli frullava davanti al viso seguendo la linea obliqua delle sopracciglia. Decine di mani studiavano la forma e i particolari del suo corpo e, solo allora, Spock si accorse di essere privo di vestiti, se si voleva escludere un corto gonnellino di foglie che tentava, senza molto successo, di salvare il suo pudore.
Percepiva empaticamente la curiosità che aveva suscitato fra quelle piccole creature, riusciva quasi, a sprazzi, a sentirne i pensieri, avvertendo fin nel profondo del suo essere le immani energie e il potere che quel luogo fiabesco emanava tutto intorno a lui.
Si rendeva conto di trovarsi in bilico su di un filo sottilissimo, bastava una parola, un gesto, perfino un pensiero sbagliato perché la sua posizione cambiasse drasticamente. Ricordava le parole di Scott e non intendeva in alcun modo sottovalutare il pericolo in cui si trovava.
Dal ramo di un albero vicino scese, planando leggera come una piuma, un'altra di quelle piccole figure alate e si fermò a mezz'aria proprio di fronte a lui, senza sforzo apparente, senza nemmeno battere le ali. Era bellissima, con grandi occhi viola, orecchie appuntite come le sue e una coroncina di fiori posata sui capelli biondi lunghi fino ai piedi. Il minuscolo corpo di donna era perfettamente proporzionato e senza nemmeno un velo che ne coprisse i segreti.
Quello sguardo viola e intenso divenne l'unica cosa reale, l'unico punto fermo dell'universo e Spock sentì che ogni frazione della sua anima veniva esaminata e rivoltata come un guanto.
Con sorpresa si accorse di avere tutte le barriere mentali abbassate e di non essere in grado di usare nessuna delle tecniche vulcaniane imparate fin dall'infanzia, ma stranamente niente di tutto ciò pareva avere alcuna importanza.
Fu riscosso dalla trance nella quale era caduto da un battere di mani. Era come un ordine emesso dalla creatura di fronte a lui. In risposta all'autorità del segnale, tutto lo sciame si disperse obbediente, trillando e ridendo, e finalmente Spock poté tirare un sospiro di sollievo, ora che non correva più il rischio di fare del male a qualcuno inavvertitamente.
Con un gesto venne invitato ad accomodarsi sul muschio morbido e accettò con gratitudine, sedendosi con le gambe incrociate. La piccola figura si appollaiò senza problemi sul suo ginocchio, poi lo guardò da sotto in su, toccandosi la punta di un orecchio.
"Hai le orecchie come le nostre, eppure non appartieni al Piccolo Popolo. Non hai sangue rosso come gli umani, eppure vivi in mezzo a loro. Chi sei?" La voce era un trillo melodioso, ma allo stesso tempo, l'autorità e il potere trasparivano appena oltre il tono infantile e curioso delle domande.
Spock rifletté attentamente prima di rispondere. Doveva muoversi con la massima cautela o non avrebbe mai più ritrovato la strada del ritorno.
"Il mio nome è Spock e l'unica cosa che ci accomuna è la forma delle orecchie. Il mio sangue è verde e sono umano solo per metà. Io appartengo ad un altro mondo" cercò di spiegare senza sbilanciarsi troppo.
Con un gesto noncurante il piccolo essere sembrò spazzare via l'ultima osservazione.
"Anche questo è un altro mondo, Tir NanÒg, la terra dell'eterna gioventù, e io sono Aill e sono una fata. La tua presenza ha incuriosito i miei amici al punto che non hanno esitato a farti entrare nel nostro regno. Erano secoli che nessuno ne attraversava più la soglia. Ci siamo stancati della presenza degli umani: un tempo erano divertenti ma ora sono diventati noiosi, scettici e soprattutto non credono più alla magia, non credono più a nulla!"
Si interruppe per fissarlo con quelle immense pupille viola. "Tu sei diverso. Il tuo cuore e la tua mente hanno una doppia faccia come se due persone diverse abitassero dentro al tuo corpo. Un lato del tuo essere è freddo come il grido di una banshee ma l'altro, tenuto strenuamente sotto controllo, è caldo come una brace ardente. Mi chiedo come tu possa continuare a vivere in queste condizioni".
Il visino minuto, dai tratti delicati, esprimeva estremo interesse. L'analisi efficace della sua doppia natura costrinse Spock a riflettere ancora più intensamente. Si era posto spesso quella domanda nel corso della sua vita, e fino a quel momento non aveva trovato una risposta soddisfacente.
"Il mondo dal quale provengo si chiama Vulcano e la mia gente vive secondo le leggi della logica tenendo a bada, al punto da dimenticarne perfino l'esistenza, tutte le emozioni così care agli umani. È un mondo rovente abitato da un popolo dal cuore gelido".
La fata si sollevò in piedi, camminando senza difficoltà lungo la sua coscia, con le ali ripiegate dietro la schiena e i capelli che provocavano sulla pelle della gamba una lieve sensazione di solletico. Si fermò nei pressi dell'inguine di Spock, il quale cercava di non muovere nemmeno un muscolo, nonostante avvertisse un brivido di premonizione serpeggiargli lungo la spina dorsale.
"Dimenticare l'esistenza delle emozioni non significa che queste non siano presenti, da qualche parte. Cosa succede quando il fuoco delle emozioni incontra il ghiaccio della logica?"
La domanda, formulata con voce sommessa, fu seguita da uno sguardo strano.
"Ho idea che lo scoprirò..." Subito dopo le piccole dita di Aill fecero a brandelli il sottile gonnellino di foglie, lasciandolo completamente nudo; poi Spock la vide sollevare la testa e quelle incredibili pupille viola incatenarono ancora una volta la sua volontà. Il potere della fata andava ben oltre ogni sua possibilità di controllo e di difesa.
Lentamente la vide cambiare dimensione, ingrandendosi a vista d'occhio, fino a diventare una splendida donna, con le orecchie a punta, senza vestiti, rannicchiata sulle sue ginocchia.
Il suo corpo non obbediva più agli ordini, si era ammutinato mentre le dita di Aill gli accarezzavano dolcemente le tempie.
Nonostante fosse lucido e consapevole di essere condizionato in ogni fibra del suo essere, era del tutto impotente e inerme e quando il sangue rovente del pon-farr prese ad ardergli nelle vene, capì che nulla gli sarebbe stato risparmiato. Con un ultimo sussulto di raziocinio si rese conto che doveva adeguarsi oppure morire.
Il suo corpo era ormai in preda alle fiamme, le sue mani tremavano con una tale violenza che fu costretto a posarle sulla spalle della fata, aggrappandosi a lei come a un'ancora di salvezza, e in quel momento ai suoi occhi offuscati Aill sembrò più Vulcaniana di una Vulcaniana autentica.
Alla fine si arrese, smise di opporre resistenza e con un gemito soffocato, che era insieme disperazione e desiderio bruciante, attirò a sé Aill, con furia a malapena contenuta, adagiandola poi sul muschio fresco della radura.

Perse del tutto la nozione del tempo. Poteva essere passata un'ora come un mese o un anno quando alla fine le sue facoltà fisiche e mentali tornarono alla normalità.
Si ritrovò seduto sul muschio, vestito di tutto punto, mentre Aill, riprese le sue dimensioni originali, si stava lavando il viso con la rugiada raccolta nella corolla di un fiore.
Dopo essere tornata ad appollaiarsi sul suo ginocchio, porse a Spock un piccolissimo pettine d'argento, pregandolo, con un sorriso birichino, di pettinarle i lunghi capelli.
Spock aveva un milione di domande da fare e intuiva che formulandole avrebbe finito per irritare la suscettibilità della fata, perciò si morse le labbra trattenendosi a stento e, preso il minuscolo pettine con la punta delle dita, cominciò a lisciare i serici capelli, mentre Aill gli voltava le spalle.
"Così è sufficiente, grazie! Sei stato molto gentile" lo interruppe dopo un po', voltandosi a guardarlo, "...così gentile che ho deciso di concederti un dono" annunciò con un tono di voce estremamente serio.
Spock sentì il benessere che pervadeva il suo corpo svanire come cancellato da una spugna gelida.
Stava succedendo proprio quello che aveva temuto e paventato per tutto il tempo.
"Esprimi un desiderio ed io lo esaudirò!"
Spock rabbrividì ricordando le parole di Scott.
Che cosa sarebbe successo se ora lui avesse rifiutato il dono offendendo a morte la minuscola ma estremamente pericolosa creatura fatata?
Cercò in ogni modo una soluzione per uscire da quel momento critico senza venir meno ai suoi principi, ma poteva ancora parlare di principi ai quali tener fede dopo quanto era successo?
E poi era successo veramente o si era trattato solo di una suggestione ipnotica?
Dubbi e domande lo tormentavano, comunque rivoltasse la questione. Intanto Aill aspettava una risposta.
Raccogliendo ogni oncia di dignità rimasta, Spock prese la sua decisione... che un fulmine lo incenerisse pure sul posto, ma non avrebbe cambiato idea.
"Ti sono molto riconoscente e apprezzo la tua offerta, ma non posso accettare. Non c'è alcun onore nell'ottenere vantaggi personali senza impegno e senza sforzo alcuno."
Ecco, lo aveva detto, e che ora succedesse quello che doveva succedere.
Aill lo guardò incredula, le piccole ali frementi di sdegno.
"Vuoi forse dire che rifiuti il mio dono?" chiese cercando di mantenere la calma, sperando di non aver ben compreso.
"Non fraintendermi, ti prego" cercò di placarla Spock con tutta la diplomazia di cui era capace.
"La tua offerta è per me un grande onore, ma nessun Vulcaniano potrebbe mai scendere a compromessi su un simile argomento. Non ho fatto nulla per meritare ciò che mi offri, quindi non posso accettare."
La fata lo guardò in silenzio, mentre un lampo di tristezza le offuscava lo sguardo, poi stizzita si strappò la coroncina di fiori dai capelli, buttandogliela in faccia, e pestò i piedi con violenza.
"Stupido! Stupido!" gridò, mentre un vento furioso si abbatteva su di loro. "Avrei potuto donarti l'eterna giovinezza, un castello e una schiera di servi, oro e argento più di quanto tu potessi desiderare e sì, perfino un'astronave tutta tua, o un pianeta, un'intera galassia, se solo tu lo avessi chiesto!"
Adesso la voce di Aill era più forte del rombo del tuono e la fata incombeva sopra di lui pur non avendo cambiato dimensione, era solo una sensazione di potenza e di pericolo senza limiti. Spock sapeva ormai per esperienza di non avere alcuna possibilità di opporsi alla sua furia e di avere ben poche speranze di uscire indenne dallo scontro.
Giunto a questa conclusione non gli restava che una strada da percorrere e lui la imboccò senza ripensamenti e senza rimpianti: rimase del tutto immobile senza fare assolutamente nulla, aspettando stoicamente l'inevitabile punizione.
Continuò a rimanere seduto dove si trovava finché gli fu possibile, mentre il vento aumentava sempre più di intensità fino ad arrivare al punto di sollevarlo da terra. Si ritrovò sballottato come un fuscello in mezzo al turbine e mille mani parevano infliggergli dolorosi pizzicotti e punture di spillo. Il regno fatato cominciò a svanire davanti ai suoi occhi e ogni traccia di luce scomparve dal suo campo visivo quando il nulla lo inghiottì senza speranza.
Rimase sospeso per un tempo che gli parve eterno, poi ci fu un lampo che lo costrinse a stringere le palpebre, una torsione, uno schiocco violento e Spock cadde.

Toccò terra da un'altezza di almeno un paio di metri, ruzzolando in malo modo sull'erba e andando infine a fermarsi contro qualcosa di solido.
L'ostacolo si mise a imprecare in un oscuro dialetto scozzese e Spock, con inesprimibile sollievo, si rese conto di essere tornato nella radura nel bel mezzo delle Highlands, comparendo dal nulla di fronte all'ingegnere capo Montgomery Scott che, disperato, lo aveva cercato inutilmente in lungo e in largo per quasi dieci minuti.
Si rialzò benché si sentisse tutto pesto e dolorante, subito soccorso da Scott, talmente felice di rivederlo che per poco non lo abbracciò. Solo un'occhiata glaciale riuscì a bloccare sul nascere l'impulso dello scozzese, appena prima che la situazione diventasse imbarazzante.
Per scrupolo Spock si esaminò con la massima attenzione, nel timore che la fata avesse escogitato qualche altro diabolico sistema di vendicarsi, ma tutto gli parve assolutamente normale; la cosa lo sorprese parecchio e non mancò di insospettirlo un poco, ma non gli rimase molto tempo per pensarci perché dovette sorbirsi l'inevitabile fuoco di fila di domande.
Rispose come meglio poteva, evitando con cura i punti più incresciosi e privati, accorgendosi dello sguardo via via più incredulo con il quale Scott continuava ad osservarlo, ascoltando il progredire del racconto. Di certo lo scozzese non credeva ad una sola parola della sua storia e ora, a mente fredda, anche lui cominciava sul serio a chiedersi se non si era sognato tutto quanto.
L'unica cosa certa era che Scott aveva perso di vista il Vulcaniano per una decina di minuti o poco più; tutto il resto sembrava il risultato di una colossale sbronza a base di whisky scozzese.
A diradare l'imbarazzo crescente giunse infine la navetta di soccorso e i due naufraghi si accordarono, con poche brevi frasi, per calare un velo di dignitoso silenzio sia sull'incidente, sia su quanto forse era, o non era, successo nella radura.
La navetta atterrò e i due si affrettarono a salire lungo la rampa. Scott era sollevato che l'avventura fosse finita bene mentre Spock, avvertendo una sensazione di sottile rimpianto, si voltò ad osservare per l'ultima volta quell'angolo di Scozia e, poco prima di scomparire all'interno del portello, gli parve di cogliere con la coda dell'occhio, un riflesso iridescente, come una goccia di rugiada rimasta su una foglia e fatta brillare dai raggi del sole nascente, con in sottofondo l'eco di una sommessa risata che continuò a echeggiare per lungo tempo in fondo alla sua mente.
Poi il portello si chiuse e la navetta decollò scomparendo presto nel cielo azzurro.

Gli occhi di Spock, per quanto più acuti di quelli umani, non erano riusciti a cogliere per intero l'immagine evanescente accovacciata su di un ramo ai margini della radura: una minuscola figura femminile, con grandi ali di libellula, aveva assistito dal suo posto di osservazione alla partenza del Vulcaniano, accompagnandolo con uno sguardo dall'espressione indecifrabile.
"Addio Spock di Vulcano, anche se lo hai rifiutato, avrai comunque il dono che ti avevo offerto e io avrò, allo stesso tempo la mia vendetta. Ti conosco meglio di quanto non ti conosca tu stesso. Otterrai la pace che cerchi, il tuo inconscio desiderio di morte verrà esaudito un giorno, ma per poco tempo, e la tua punizione sarà di tornare dal regno delle ombre ad affrontare, ancora per lungo tempo, la tua inconfessata paura di vivere".


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