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SPAZI
INFINITI E SPAZI ANGUSTI
Parte 1 di 2
di Fabiano "Langley"
Piccione
L'immensità dello spazio, la sua indefinibilità e la sua infinità sono
concetti che lo rendono affascinante e spaventoso; una sfida per l'umanità,
se vogliamo porre la questione in modo antropocentrico, o comunque una
sfida per qualsiasi essere vivente che decida di solcarne il freddo siderale.
Lo spazio è per me un concetto che rasenta il fideistico: devo credere
alla sua vastità, nella sua sostanziale infinità, come fosse un dogma,
perché non avrò mai la possibilità di verificare di persona. Devo credere
nella sua composizione, perché concettualizzata e parzialmente studiata
da altri; devo tentare di concepirlo in modo diverso da come il mio nudo
occhio può vederlo. Questo assioma di cui parlo, dimostrabile con teorie
e studi ma mai in maniera davvero empirica, è quello che rende il concetto
di spazio così disarmante: l'uomo è una goccia in quello che è un mare
che, per quanto solcato,
non potrà mai essere del tutto esplorato e nemmeno concepito veramente
per come in realtà è. Mai nella sua interezza, mai nella sua essenza.
In Star Trek, come in ogni altro film o telefilm di fantascienza che si
rispetti, mai ci è dato vedere un mezzo di trasporto spaziale in grado
di valicare la soglia di una certa "limitata" velocità. Questo
per due motivi, se ci ragioniamo sopra:
- uno, molto pratico se vogliamo, è che l'uomo è, per sua stessa costituzione,
un essere biologico. Nonostante, infatti, le sue capacità di concepire,
teorizzare e trascendere il materiale siano eccezionali, esse non possono
comunque andare al di là di un certo limite: la difficoltà con cui certe
farraginose e complesse concezioni e teorie possono essere processate
dalla sua mente. Figuriamoci, quindi, come sia possibile manifestarle
al di fuori di questa: mostrare navi che possono incedere a velocità infinite
sarebbe difficile da mettere sia su carta che su video.
-
il secondo motivo è che un ipotetico successo comporterebbe la perdita
di quel fascino che ha un piccolo essere in lotta per superare dei limiti
con i suoi "piccoli-grandi" mezzi e strumenti. È quella la sfida, quello
è ciò che cattura l'interesse. Se ci pensiamo, Star Trek ci ha sempre
mostrato progressi umani enormi ma limitati. Dalla velocità d'impulso
si è passati a quella di curvatura, pari a quella della luce, per poi
superarla in maniera esponenziale, nave dopo nave, motore dopo motore,
per poi arrivare alla soglia di una velocità, curvatura dieci, che per
ora è stata solo sfiorata senza mai essere stata raggiunta.
Nel
caso dei Borg, che si dice viaggino a velocità "transcurvatura", non è
mai stato chiarito o approfondito nel dettaglio che cosa ciò significhi.
Possiamo, quindi, solo ipotizzare che possa essere una velocità prossima
a curvatura dieci tanto da essere denominata "transcurvatura" ma, poiché
in tal caso i Borg impiegherebbero un solo istante per arrivare ovunque
nell'universo in virtù del concetto di curvatura dieci = velocità infinita,
appare chiaro che anche i "Cubi", per quanto veloci, non raggiungano effettivamente
tale soglia. Tutto questo in teoria.
Dico in teoria perché in realtà c'è un elemento di disturbo in tutto questo
scenario che molti preferiscono non ricordare: si intitola "Oltre il
limite", ed è una puntata di Voyager.
In tale puntata non succede, come è capitato in "Dove nessuno è mai
giunto prima" di The Next Generation, che la nave venga spinta da
"forze misteriose" fino a raggiungere una velocità ben superiore all'immaginazione
umana e arrivare in zone di spazio che non è nemmeno chiaro se possano
ancora essere definite come "spazio". In quella puntata di TNG era il
Viaggiatore, uno strano figuro che francamente non ho mai particolarmente
amato a causa della sua strana aura "messianica", che con la forza del
pensiero era riuscito a incrementare la potenza dei motori fino a raggiungere
una velocità non ben definita. Se vogliamo, dunque, anche in TNG il limite
dell'irraggiungibile
viene superato e quella che è stabilita essere una velocità "infinita",
o comunque non superabile, è probabilmente raggiunta grazie alla forza
psichica di un alieno. Ma perché in TNG questo non ha disturbato? Perché
non ha mai causato lamentele sotterranee da parte dei fan, come invece
è successo nel caso della puntata di Voyager? Perché il superamento del
limite ultimo non ha scandalizzato nessun Trekker? Secondo me è presto
detto: perché in TNG la velocità raggiunta non è davvero infinita e quindi
non trascende il limite del concepibile. L'Enterprise impiega un certo
tempo per raggiungere quel luogo dove "nessuno è mai giunto prima". E
poi anche perché, e forse soprattutto, questo balzo oltre il limite è
dovuto a un agente esterno che non appartiene alla schiera dei nostri
eroi "umani". Anche in "Chi è Q?" è il caro essere onnipotente
interpretato da John De Lancie a schioccare le dita e a fare balzare la
nave dal Quadrante Alfa al Delta. Ma sia il Viaggiatore che Q
impiegano alcuni istanti, secondi in sostanza, per fare balzare la nave
oltre il limite che ogni uomo poteva avere varcato o tentato di varcare.
Persino esseri "superiori" e virtualmente trascendenti hanno mostrato
i loro limiti nell'agire sull'uomo, o almeno così le loro azioni ci sono
state mostrate (non a caso l'Enterprise non è svanita dal Quadrante Alfa
per ricomparire
nel Delta, come fosse stata teletrasportata bensì è stata concretamente
"catapultata". Un funzionale trucchetto stilistico, se vogliamo, per rendere
il tutto più "digeribile").
In "Oltre il limite" di Voyager questo escamotage non c'è: è l'uomo
che capisce come superare il concetto di limite materiale. Ed è qui che,
secondo me, sono arrivate le prime avvisaglie di come, a furia di scrivere
puntate di Star Trek, le regole del mondo immaginario che era stato inventato
da Roddenberry hanno finito per andare "strette" agli sceneggiatori. La
struttura è implosa e la curvatura dieci, descritta come limite
ultimo in corrispondenza del quale si collocherebbe il concetto di infinità
e quindi assolutamente irraggiungibile e solo teorizzabile, è stata raggiunta
nell'arco di una singola, isolata, breve puntata. Paris e Kim si mettono
a tavolino e parlano, affranti, di come i loro tentativi di superare la
barriera di curvatura dieci non abbiano portato ai risultati sperati.
Come se parlassero di un film visto il giorno prima e che non gli era
piaciuto. Con molta scioltezza. Arriva quindi Neelix che, versando loro
il caffè e dicendo un paio di cavolate come suo solito, senza volerlo
suggerisce loro la chiave del mistero: un'aggiustatina al motore qui,
una modifica allo scafo là, e trac! La barriera è rotta. Lo shuttle con
Paris a bordo, durante il volo di prova, svanisce dai sensori della Voyager,
svanisce dallo spazio come l'uomo lo ha concepito e diviene "infinito".
A tale velocità, e lo script della puntata lo afferma chiaramente, gli
atomi dello shuttle e di Paris divengono infiniti e vanno a occupare contemporaneamente
ogni punto nello spazio, senza
limite fisico di massa, volume o di qualsiasi altra sorta. Paris è in
ogni luogo in ogni momento, o meglio in ogni luogo nello stesso istante,
ammesso che "istante" sia una parola ancora utilizzabile per una situazione
in cui ogni limite è trasceso.
Mi chiedo, in termini metafisici, come questa condizione possa lasciare
più alcuna distinzione apprezzabile fra l'uomo e Dio.
Lascerò perdere la facilità estrema con cui il limite è stato raggiunto
e superato, perché questo è un dato che credo sia ineluttabile per tutti.
Ciò che sto analizzando è il risultato, non tanto il mezzo.
Per fortuna la puntata è un caso isolato, mai ripreso negli anni a venire.
Non è stato coraggio, scrivere questo script, bensì avventatezza. Ho sempre
sostenuto che avesse anche degli spunti molto originali, come l'idea di
inventare, come effetto collaterale del balzo a curvatura dieci,
un'accelerazione dell'evoluzione biologica dell'uomo. Paris muterà
in una disgustosa e poco desiderabile salamandra gigante come prezzo per
la sua momentanea infinità e proprio questo messaggio provocatorio a me
è sempre piaciuto: l'uomo evolve, ma chi ci dice che evolveremo, fra migliaia,
milioni di anni, in una forma così "poetica" come la classica figura di
pura luce, tanto inflazionata nella fantasia di registi e scrittori? Forse
potremmo evolvere in forme che oggi considereremmo disgustose o poco desiderabili,
ma che fra milioni di anni potrebbero essere le migliori per adattarci
alle condizioni di vita sulla Terra o su altri pianeti.
Detto ciò, mi ripeto: se ci pensiamo, Tom Paris, durante la navigazione
a curvatura dieci, diviene in un certo qual modo Dio. È in ogni luogo,
in ogni momento, dentro ogni cosa, dentro ogni pensiero. Un concetto talmente
astratto e dalla portata così ampia, che io (non so voi) non riesco a
concepirlo. La vastità dello spazio, la sua
ipotetica infinità assoluta, coincidono per alcuni istanti con l'assoluta
infinità vissuta da questo personaggio, che diviene il simbolo della negazione
dell'uomo. Perché l'uomo è, per antonomasia e per come Star Trek ha sempre
amato mostrarcelo, un essere che lotta contro i suoi limiti, ma che non
potrà mai trascenderli in toto. Potrà solo spostare il limite un po' più
in là, secolo dopo secolo, ma mai perdere la sua caratteristica lotta
interiore ed esterna contro gli eventi o perderebbe sia il concetto di
uomo che il fascino che questa figura può avere e che Star Trek ha perso
tanto tempo ad analizzare.
Qui il concetto di infinità spaziale è esteso e affrontato in maniera
così tanto allargata da essere davvero "irresponsabile", "superficiale"
e "arrogante": non so come la pensiate voi, ma che l'uomo, qui, in questo
universo fatto di materia, non solo possa toccare l'infinito ma riesca
a diventare l'infinito stesso, è qualcosa che mi terrorizza per quanto
io non lo possa nemmeno immaginare nella mia testa. Forse gli scrittori
hanno semplicemente scritto qualcosa la cui portata e le cui implicazioni
sono sfuggite loro di mano. Sapete, sono un fedele della teoria del buon
Capitano Janeway: "What we don't know is much greater than what we
do know" ("Quello che non sappiamo è molto di più di quello che sappiamo").
E questo rende la sfida interessante. Questa frase l'aveva riferita al
mistero della morte e della vita dopo la vita, ma direi che si adatta
perfettamente anche a questo discorso.
Il termine stesso "esplorare", come recita il vocabolario, significa "percorrere
una regione del tutto o in parte sconosciuta, per averne cognizioni esatte."
In questo caso, perderebbe il suo significato e di conseguenza l'incedere
dell'uomo finirebbe. Non sapere è un dono, perché è il vero motore dell'umanità
verso il miglioramento. Per misurarsi con sé stessa.
Ma se questo è, secondo chi scrive, la filosofia con cui l'uomo di Star
Trek si misura con l'ignoto del "macrospazio", quello del mese prossimo
sarà un mio disquisire su come l'uomo trekkiano affronta il "microspazio".
Ma questa è un'altra storia, che dovrà aspettare il mese prossimo.
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