CASA DOLCE CASA, PER PICCINA CHE TU SIA... PICCINA?
di Matteo "Norton" Bistoletti


Negli ultimi anni le esperienze personali mi hanno portato innumerevoli volte a riflettere sul concetto di "casa", nel senso pratico del termine, ossia quale vero e proprio focolare domestico. In realtà posseggo la fortuna/sfortuna, a seconda dei casi anche se resta pur sempre un inderogabile necessità, di vivere in due case: una è la casa dove sono cresciuto e l'altra è quella dove mi sono trasferito per compiere i miei studi: lontana da quella natale e decisamente più piccola e modesta, purtroppo non posso ancora pagarla da solo e quindi questa abitazione non è in grado di raccogliere tutto quello che una mia teorica casa dovrebbe avere o vorrei contenesse.
Avere due case, come detto, non è sempre facile, perché ti fa sentire un po' diviso, attanagliato tra due mondi e mai sistemato in modo definitivo.
Forse è quindi anche per questa mia situazione personale che mi sono chiesto più volte come i vari protagonisti di Star Trek vedano l'Enterprise, e cosa considerino "la loro casa".

Nella Serie Classica i componenti dell'equipaggio sapevano che l'Enterprise era in missione quinquennale nello spazio per lo più inesplorato, quindi senza possibilità di ritorno alla Terra per le cosiddette vacanze pagate a casa propria.
Gli alloggi di certo non erano dei più accoglienti, ma ogni ufficiale, dal capitano al cuoco di bordo, aveva la certezza che l'Enterprise sarebbe stata la loro casa per cinque anni, non un giorno di più.
Questo basta a considerare l'Enterprise come una casa provvisoria? Una sorta di dormitorio sul proprio posto di lavoro?
Non la pensava di certo così Kirk, che vedeva nell'Enterprise il suo vero e unico fedele amore, donna fragile da proteggere e di cui essere responsabile.
Ma ciò non toglie che forse anch'egli potesse non considerarsi nella sua casa tra le mura di tritanio della sua nave. Eppure mai, nei 79 episodi della serie, se escludiamo il caso particolare avvenuto a Spock ne Il duello, notiamo qualcuno avere nostalgia di casa, volervici tornare o comunicare con qualcuno che, in un modo o nell'altro, li aspetta fra le pareti domestiche.
Nei film le caso cambiano: l'Enterprise non sembra più viaggiare lontano come un tempo e anche il suo capitano sembra essersi ritirato a vita più sedentaria. Ecco quindi comparire, nel secondo e nel terzo film della saga, la casa di Kirk. Sembra una casa modesta: un piccolo appartamento, decorato vecchio stile, su un grattacielo nel centro di San Francisco. Eppure subito notiamo come stoni il suo proprietario tra quelle quattro mura casalinghe. In seguito scopriremo che una volta pensionato Kirk sembra volersi ritirare in una baita di montagna, con compagna e animale domestico al seguito (mi si perdoni l'accostamento, ma forse per il personaggio di Kirk era quasi dovuto).
Quello che sembra essere un vero e proprio focolare è solo un sogno del Nexus, che Kirk si lascia alle spalle con non troppa difficoltà per tornare all'avventura, su richiesta di Picard.
Ma se è certo che la vera e propria casa per ognuno di noi è dove ci aspetta la nostra famiglia, la risposta definitiva ci arriva dalla scena più intensa del quinto film: attorno al fuoco del campeggio Kirk confessa ai suoi amici di non sentirsi diverso se passa una licenza con i suoi "colleghi" sotto un cielo stellato piuttosto che a casa in famiglia ("tutti gli altri hanno una casa, una famiglia…" confessa amareggiato McCoy). Infatti loro sono la sua famiglia. Quindi l'Enterprise è la loro casa.

La situazione si delinea ancora maggiormente in TNG. Col passare del tempo le navi si fanno decisamente più accoglienti (mi ricordo che agli esordi di TNG qualcuno addirittura obiettò che l'interno della nuova Enterprise fosse fin troppo elegante) e capaci di essere della vere e proprie case/città volanti. L'Enterprise sembra avere tutto l'occorrente per soddisfare ogni esigenza e per far sentire a casa chiunque. Gli alloggi sono ampi e confortevoli, inoltre nell'anello abitativo possiamo trovare tutto quello che occorre e che potremmo trovare anche in una cittadina di media grandezza. Già dal pilot di TNG Incontro a Farpoint, ci viene data una nuova impostazione sui viaggi esplorativi interstellari. Ebbene sì: la missione dell'Enterprise è continua e non soggetta ad obbligati ritorni a casa. Vi è quindi la possibilità di portarsi con sé chi si vuole a bordo della nave. Così accanto ad ufficiali della flotta stellare, sull'Enterprise troveremo maestre di scuola, casalinghe (e casalinghi), bagnini, cuochi, baristi, psicologi, botanici e chi più ne ha, più ne metta.
Tutta la gente a bordo dell'Enterprise dovrebbe quindi considerarla come abitazione stabile: un esempio su tutti: Beverly, sempre nel pilot, porta con sé suo figlio Wesley, sicura che a bordo non avrà di che annoiarsi (e lo dice lui stesso poco dopo nel medesimo episodio) e che avrà, ahinoi secondo molti, la giusta istruzione.
Allora Picard e soci considerano davvero l'Enterprise la loro casa e non solo il loro luogo di lavoro? La risposta ci viene forse nell'episodio "Famiglie" quando , dopo la terribile esperienza coi Borg, Picard decide di tornare…a casa.
Ma quando lo vediamo arrivare in Francia ci appare subito ovvio che lui è mancato da troppo tempo per poter ancora considerare quella come la sua vera residenza. L'estraneità di luoghi e persone, l'imbarazzo iniziale, la nostalgia del passato e il bisogno di ritornare al proprio presente rinunciando ad un diverso futuro, sono tutti indizi che ci fanno capire come ogni membro dell'attuale Enterprise consideri la casa lasciata alle spalle come un nido a cui far ritorno per ritrovare le proprie origini, ma nulla più.
Nella stessa puntata ci si interroga anche sul significato di casa per un personaggio complesso come Worf, soprattutto sotto questo punto di vista.
Worf, ed è proprio questo a renderlo tanto amabile, è fin da principio un pesce fuor d'acqua tra le mura dell'Enterprise. Quando vengono a fargli visita i suoi genitori scopriamo però che anche nella casa dove è cresciuto la sua condizione non era tanto diversa.
Eppure, nonostante la sua condizione di Klingon tra esseri umani non sia facile, Worf non ha dubbi su cosa consideri la sua casa e il suo nido di origine. Lo dimostra ai suoi compagni nel corso dei sette anni di evoluzione del personaggi e lo dimostra Guinan ai suoi genitori adottivi quando spiega loro che stella cerca Worf quando, nostalgico, guarda fuori dagli oblò del bar di prora.
L'ultimo esempio ci arriva proprio da Nemesis: perfino una coppia sposata come Riker e Deanna decide di cambiare casa: e lo fa trasferendosi da una nave all'altra.
Sembra proprio che il destino degli ufficiali della flotta sia di avere per casa una nave stellare, una casa viaggiante ed in continuo movimento.

La situazione diviene ancora più radicale in Deep Space Nine. Se già una nave delle dimensioni dell'Enterprise non era difficile da considerare come una casa, non vengono più dubbi a proposito di un'enorme stazione spaziale.
In questa serie fanno la loro comparsa addirittura la Passeggiata con tutti i bar, negozi e servizi tipici di una vera e propria città. Deep Space Nine viene fin da subito dipinta come una vera e propria città galleggiante nel vuoto interstellare e nessuno più dei due Sisko (padre e figlio) accetterà questa loro nuova condizione di vita con difficoltà: solo all'inizio della terza stagione Benjamin porterà dalla Terra sulla stazione molte delle sue cose personali e risponderà al figlio che quella è ora la loro nuova, definitiva, casa.

In Voyager tutto cambia e la cosa stona un po' se si pensa quanto fin qui stabilito, come detto anche una volta in un intervista da Joe Menosky, uno dei migliori scrittori dello staff Trek.
La Voyager sembra avere le stesse premesse delle altre serie, ma la nave si perde ed ecco che comincia loro missione: quella di tornare…a casa!
Ma questo non smentisce quando sostenuto finora? Forse solo in parte.
Se da un lato è vero che essere a settantamila anni luce dal territorio Federale non è una condizione da considerarsi sicura e permanente e che richiede quindi una rotta diretta verso il ritorno, il clima della serie è ben diverso quello finora respirato.
Anche DS9 non era il massimo dell'accoglienza ed era per giunta una stazione costruita da alieni, ma ciononostante tutti si sentivano a casa propria a bordo della stazione.
Insomma, non era tanto lo spazio circostante a essere estraneo ai membri della Voyager, quanto la Voyager stessa.
Ogni personaggio brama il ritorno a casa inteso non come rientro nella Federazione (sentimento comprensibile), ma bensì come casa in senso fisico, distaccato dalla Voyager stessa.
Per fare una metafora: se casa vostra fosse un camper o una roulotte, vi sentireste a casa sia a Milano che a Parigi, no?

Forse credo che sia proprio questo uno dei migliori punti forti di Star Trek.
Per la prima volta nella fantascienza ci viene proposta l'avventura e l'esplorazione dello spazio a bordo di comode, confortevoli e meravigliose astronavi. Chi di noi, in fondo, non si sentirebbe a casa a bordo dell'amata Enterprise? E così anche l'esplorazione dello spazio potrebbe diventare una dolce avventura.


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