HONNEAMISE NO TSIBASA ORITSU UCHU GUN
di Fabiano "Langley" Piccione


Proprio in questi giorni in cui persino la Cina, che fino a cinque o dieci anni fa non avremmo mai pensato potesse arrivare a tanto, ha superato il limite dell'atmosfera terrestre a bordo di un mezzo spaziale chiamato romanticamente "vascello divino", voglio trovare l'occasione per parlare di un capolavoro animato di rara bellezza: "Le ali di Honneamise".
Un mondo in cui l'uomo è in preda alla frenesia, al caos, all'individualismo; un mondo impregnato di trame politiche, corse agli armamenti e una guerra fredda che arriva a trovare terreno di scontro anche nella corsa allo spazio. Un mondo in cui la spiritualità è cosa di pochi, i valori sono cosa di pochissimi, l'incertezza è cosa di tutti e in cui l'umanità sta facendo passi da gigante in senso tecnologico ma apparentemente non in campo morale. Un mondo in cui due superpotenze stanno cercando di fare della corsa allo spazio un mezzo di sopraffazione politica e militare verso l'avversario.
Un mondo in cui l'ingenuo e mediocre Shiro Lhadat, protagonista di questo lungometraggio, è finito per arruolarsi nel Regio Corpo Spaziale, senza rendersi conto né del perché, né del per come, e più che altro per mancanza di alternative.
Questo mondo vede strani tram a due piani dallo stile piuttosto pittoresco; treni dall'aspetto abbastanza moderno e filante spinti da forza motrice a vapore; oggetti dal design abbastanza misterioso, nomi sconosciuti di specialità culinarie, uno strano gergo che si riferisce al trascorrere del tempo e atmosfere che possono solo far intuire, fra le righe, che per quante enormi similitudini ci possano essere, non si tratta del nostro pianeta Terra. Honneamise è un mondo alternativo, una sorta di gemello della Terra, la cui tecnologia è una sorta di "rivisitazione" di quella che era la tecnologia terrestre negli anni '60, con qualche condimento un po' "retrò"; una rivisitazione così curata e precisa da offrire una credibilità tale da non fare capire, a prima vista, che si tratti di una sorta di "altro mondo".

Shiro è carne da macello, come lo sono tutti i cadetti del Regio Corpo Spaziale: ci sono stati innumerevoli tentativi di lancio spaziale falliti, prima che la storia cominci, e lo spettatore viene a conoscenza del fatto che i numerosi fallimenti precedenti sono corrisposti più o meno ad altrettante terribili morti di malcapitati piloti. Le risorse delle nazioni sono impegnate in numerosi campi, specie quello bellico. Le guerre sono una piaga costante e attuale. Il Regio Corpo Spaziale, di cui molti non sono nemmeno a conoscenza, è l'unica branca dell'esercito che apparentemente non sembra dedita a questo tipo di attività distruttiva. Apparentemente, perché le forze politiche in gioco, come ogni pianeta gemello della Terra che si rispetti che ci possa essere e possa essere raffigurato, tramano nell'ombra per strumentalizzare anche questa potenziale avventura spaziale dell'umanità. Shiro è volontario per questa missione che dovrebbe spedire il primo uomo nello spazio e che ha tutte le carte in regola per essere un vero e proprio suicidio. Shiro si imbarca in questa impresa per ingenuità e inconsapevolezza, all'inizio. Conoscerà, poi, una ragazza, una grande attivista religiosa, la cui vicinanza finirà per far germogliare nel ragazzo non solo l'amore, ma anche una nuova chiave di lettura dell'impresa nella quale si sta imbarcando: volare verso le stelle non è solo un passo tecnologico, né fonte di eroismo, ma la concretizzazione, se vogliamo, di una sorta di ascesa spirituale dell'uomo.
Il Dio, che la ragazza si augura entri nei cuori dell'umanità intera, è fonte di salvezza ed elevazione del caos e per Shiro è rappresentato dallo spazio e dalle stelle, come elevazione e allontanamento da quello che è l'umanità e tutto quello che essa costituisce: la pesante presenza di mille religioni e di mille fanatismi contrapposta alla desolante assenza di qualsiasi tipo di spiritualità vera. Ma è un Dio al quale Shiro non tende da subito. È un'ascensione, nel senso di avventura e di viaggio spirituale, a cui Shiro tende sempre di più man mano che si avvicina il momento del lancio. Non prima, non da subito, non in maniera premeditata. Il volo ultra atmosferico, coronamento di un traguardo tecnologico, per Shiro diventa più che altro comprensione di quanto piccola l'umanità veramente sia, là sotto; sia in termini visivi, sia dimensionali che soprattutto morali. Affacciarsi allo spazio è un allargamento degli orizzonti dell'uomo, un affacciarsi a una realtà che esula dalle piccole lotte fra nazioni, dalle piccole contrapposizioni politiche, dalle piccole frenesie e meschinità umane. Lo spazio è il Dio che a Shiro mancava, che ora ha conquistato e da cui è stato abbracciato; e che all'umanità là sotto manca ancora. Shiro è meravigliato ed estasiato, in pace perché avulso dal "piccolo". Abbracciare questo Dio che è lo spazio infinito vuol dire capire di appartenere a un qualcosa di più grande, di accomunante. Shiro fugge al di sopra dell'atmosfera, che è un po' come una metaforica coperta che tiene lo sguardo dell'uomo nella penombra, senza lasciargli scorgere il panorama nella sua interezza.


"Le Ali di Honneamise" è un lungometraggio di circa due ore in cui non si devono cercare azione, ritmi serrati, sensualità o colpi di scena. È una semplice storia che vede questo ignaro ragazzetto privo di particolarità divenire eroe e pioniere, con una narrazione fluida ma tendenzialmente lenta. Per quanto oggi i viaggi spaziali siano meno pionieristici di un tempo, essi sanno entusiasmarci ancora e questo primo passo di un'umanità alternativa in tale direzione sa essere davvero amaro e poetico. Uscito nel 1987 in Giappone, partorito dalla GAINAX (sempre quella di "Neon Genesis Evangelion" e "Il mistero della pietra azzurra", di cui nelle scorse rubriche ho parlato), il film non ebbe il successo sperato e gli incassi non coprirono i costi, sebbene la critica ne parlò con entusiasmo.
Resta un mistero come film animati tipo "Akira" o "Mononoke Hime", i primi esempi che mi vengano in mente (e che io conosca) di lungometraggi profondi e dalla narrazione non esattamente veloce e piena di ritmo, abbiano avuto così tanto successo, mentre questa perla della Gainax sia stata cassata così pesantemente. Ma, seppur tardivamente, esso è stato riesumato e rivalutato. In Italia è arrivato agli inizi degli anni '90 grazie alla Manga Entertainment, con un doppiaggio abbastanza buono (io per certe voci di doppiatori ho le mie simpatie e antipatie da cui non posso non lasciarmi influenzare, per cui ci metto un bel "abbastanza" e non di più, senza alterare ulteriormente il commento con i miei giudizi poco obiettivi). La pellicola vede il celeberrimo e ormai pluricitato Hideaki Hanno come direttore dell'animazione, e Yoshiyuki Sadamoto come character design (praticamente lo staff che sarà di "Neon Genesis Evangelion" e "Fushigi no Umi no Nadia", ma con una bella differenza di stile che mostra quale maturazione ed evoluzione artistiche ci siano state). Le animazioni sono una delle perle più splendenti nel panorama nipponico e a mio avviso superiori anche al pluriosannato "Akira"(di cui forse un giorno parlerò, chissà). La cura per i dettagli nelle ambientazioni e della tecnologia raffigurata rasenta il maniacale. Le musiche, e mi limito a dire questo perché vale più di mille parole, sono di Ryuichi Sakamoto, che vinse un Oscar per le musiche de "L'ultimo imperatore" di Bernardo Bertolucci.


Non è un'opera per chi cerca missili, esplosioni, colpi di scena e ritmi serrati.
"Le Ali di Honneamise" è per chi vuole lenta e dolce narrazione, tanto spazio per dare la propria interpretazione a ciò che vede (come nei finali che piacciono a me, questo è tutto da interpretare e immaginare a proprio modo) e tanta voglia di lasciarsi cullare da una trama semplice nella sua progressione, ma piena di sfumature, parallelismi e metafore della nostra storia di qualche decennio fa (e nemmeno poi così lontana). Una storia che sa far rivivere l'ascesa dell'uomo allo spazio come se davvero fosse la prima volta, con lo spirito determinato e nel contempo impaurito che possiamo immaginare ha accompagnato certe imprese e traendo spunto dalla quale, specie oggi, si può davvero pensare al veicolo spaziale del piccolo pioniere Shiro Lhadat come un vero e proprio "vascello divino", o meglio "spirituale".

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