Proprio
in questi giorni in cui persino la Cina, che fino a cinque o dieci anni
fa non avremmo mai pensato potesse arrivare a tanto, ha superato il
limite dell'atmosfera terrestre a bordo di un mezzo spaziale chiamato
romanticamente "vascello divino", voglio trovare l'occasione
per parlare di un capolavoro animato di rara bellezza: "Le ali di
Honneamise".
Un mondo in cui l'uomo è in preda alla frenesia, al caos, all'individualismo;
un mondo impregnato di trame politiche, corse agli armamenti e una guerra
fredda che arriva a trovare terreno di scontro anche nella corsa allo
spazio. Un mondo in cui la spiritualità è cosa di pochi, i valori sono
cosa di pochissimi, l'incertezza è cosa di tutti e in cui l'umanità
sta facendo passi da gigante in senso tecnologico ma apparentemente
non in campo morale. Un mondo in cui due superpotenze stanno cercando
di fare della corsa allo spazio un mezzo di sopraffazione politica e
militare verso l'avversario.
Un mondo in cui l'ingenuo e mediocre Shiro Lhadat, protagonista
di questo lungometraggio, è finito per arruolarsi nel Regio Corpo
Spaziale, senza rendersi conto né del perché, né del per come, e
più che altro per mancanza di alternative.
Questo mondo vede strani tram a due piani dallo stile piuttosto pittoresco;
treni dall'aspetto abbastanza moderno e filante spinti da forza motrice
a vapore; oggetti dal design abbastanza misterioso, nomi sconosciuti
di specialità culinarie, uno strano gergo che si riferisce al trascorrere
del tempo e atmosfere che possono solo far intuire, fra le righe, che
per quante enormi similitudini ci possano essere, non si tratta del
nostro pianeta Terra. Honneamise è un mondo alternativo, una
sorta di gemello della Terra, la cui tecnologia è una sorta di "rivisitazione"
di quella che era la tecnologia terrestre negli anni '60, con qualche
condimento un po' "retrò"; una rivisitazione così curata e precisa da
offrire una credibilità tale da non fare capire, a prima vista, che
si tratti di una sorta di "altro mondo".
Shiro
è carne da macello, come lo sono tutti i cadetti del Regio Corpo Spaziale:
ci sono stati innumerevoli tentativi di lancio spaziale falliti, prima
che la storia cominci, e lo spettatore viene a conoscenza del fatto
che i numerosi fallimenti precedenti sono corrisposti più o meno ad
altrettante terribili morti di malcapitati piloti. Le risorse delle
nazioni sono impegnate in numerosi campi, specie quello bellico. Le
guerre sono una piaga costante e attuale. Il Regio Corpo Spaziale, di
cui molti non sono nemmeno a conoscenza, è l'unica branca dell'esercito
che apparentemente non sembra dedita a questo tipo di attività distruttiva.
Apparentemente, perché le forze politiche in gioco, come ogni pianeta
gemello della Terra che si rispetti che ci possa essere e possa essere
raffigurato, tramano nell'ombra per strumentalizzare anche questa potenziale
avventura spaziale dell'umanità. Shiro è volontario per questa missione
che
dovrebbe
spedire il primo uomo nello spazio e che ha tutte le carte in regola
per essere un vero e proprio suicidio. Shiro si imbarca in questa impresa
per ingenuità e inconsapevolezza, all'inizio. Conoscerà, poi, una ragazza,
una grande attivista religiosa, la cui vicinanza finirà per far germogliare
nel ragazzo non solo l'amore, ma anche una nuova chiave di lettura dell'impresa
nella quale si sta imbarcando: volare verso le stelle non è solo un
passo tecnologico, né fonte di eroismo, ma la concretizzazione, se vogliamo,
di una sorta di ascesa spirituale dell'uomo.
Il Dio, che la ragazza si augura entri nei cuori dell'umanità intera,
è fonte di salvezza ed elevazione del caos e per Shiro è rappresentato
dallo spazio e dalle stelle, come elevazione e allontanamento da quello
che è l'umanità e tutto quello che essa costituisce: la pesante presenza
di mille religioni e di mille fanatismi contrapposta alla desolante
assenza di qualsiasi tipo di spiritualità vera. Ma è un Dio al quale
Shiro non tende da subito. È un'ascensione, nel senso di avventura e
di viaggio spirituale, a cui Shiro tende sempre di più man mano che
si avvicina il momento del lancio. Non
prima,
non da subito, non in maniera premeditata. Il volo ultra atmosferico,
coronamento di un traguardo tecnologico, per Shiro diventa più che altro
comprensione di quanto piccola l'umanità veramente sia, là sotto; sia
in termini visivi, sia dimensionali che soprattutto morali. Affacciarsi
allo spazio è un allargamento degli orizzonti dell'uomo, un affacciarsi
a una realtà che esula dalle piccole lotte fra nazioni, dalle piccole
contrapposizioni politiche, dalle piccole frenesie e meschinità umane.
Lo spazio è il Dio che a Shiro mancava, che ora ha conquistato e da
cui è stato abbracciato; e che all'umanità là sotto manca ancora. Shiro
è meravigliato ed estasiato, in pace perché avulso dal "piccolo". Abbracciare
questo Dio che è lo spazio infinito vuol dire capire di appartenere
a un qualcosa di più grande, di accomunante. Shiro fugge al di sopra
dell'atmosfera, che è un po' come una metaforica coperta che
tiene lo sguardo dell'uomo nella penombra, senza lasciargli scorgere
il panorama nella sua interezza.
"Le
Ali di Honneamise" è un lungometraggio di circa due ore in cui non
si devono cercare azione, ritmi serrati, sensualità o colpi di scena.
È una semplice storia che vede questo ignaro ragazzetto privo di particolarità
divenire eroe e pioniere, con una narrazione fluida ma tendenzialmente
lenta. Per quanto oggi i viaggi spaziali siano meno pionieristici di
un tempo, essi sanno entusiasmarci ancora e questo primo passo di un'umanità
alternativa in tale direzione sa essere davvero amaro e poetico. Uscito
nel 1987 in Giappone, partorito dalla GAINAX (sempre quella di
"Neon Genesis Evangelion" e "Il mistero della pietra azzurra",
di cui nelle scorse rubriche ho parlato), il film non ebbe il successo
sperato e gli incassi non coprirono i costi, sebbene la critica ne parlò
con entusiasmo.
Resta un mistero come film animati tipo "Akira" o "Mononoke
Hime", i primi esempi che mi vengano in mente (e che io conosca)
di lungometraggi profondi e dalla narrazione non esattamente veloce
e piena di ritmo, abbiano avuto così tanto successo, mentre questa perla
della Gainax sia stata cassata così pesantemente. Ma, seppur tardivamente,
esso è stato riesumato e rivalutato. In Italia è arrivato agli inizi
degli anni '90 grazie alla Manga Entertainment, con un doppiaggio abbastanza
buono (io per certe voci di doppiatori ho le mie simpatie e antipatie
da cui non posso non lasciarmi influenzare, per cui ci metto un bel
"abbastanza" e non di più, senza alterare ulteriormente il commento
con i miei giudizi poco obiettivi). La pellicola vede il celeberrimo
e ormai pluricitato Hideaki Hanno come direttore dell'animazione,
e Yoshiyuki Sadamoto come character design (praticamente lo staff
che sarà di "Neon Genesis Evangelion" e "Fushigi no Umi no Nadia",
ma con una bella differenza di stile che mostra quale maturazione ed
evoluzione artistiche ci siano state). Le animazioni sono una delle
perle più splendenti nel panorama nipponico e a mio avviso superiori
anche al pluriosannato "Akira"(di cui forse un giorno parlerò, chissà).
La cura per i dettagli nelle ambientazioni e della tecnologia raffigurata
rasenta il maniacale. Le musiche, e mi limito a dire questo perché vale
più di mille parole, sono di Ryuichi Sakamoto, che vinse un Oscar
per le musiche de "L'ultimo imperatore" di Bernardo Bertolucci.
Non
è un'opera per chi cerca missili, esplosioni, colpi di scena e ritmi
serrati.
"Le Ali di Honneamise" è per chi vuole lenta e dolce narrazione, tanto
spazio per dare la propria interpretazione a ciò che vede (come nei
finali che piacciono a me, questo è tutto da interpretare e immaginare
a proprio modo) e tanta voglia di lasciarsi cullare da una trama semplice
nella sua progressione, ma piena di sfumature, parallelismi e metafore
della nostra storia di qualche decennio fa (e nemmeno poi così lontana).
Una storia che sa far rivivere l'ascesa dell'uomo allo spazio come se
davvero fosse la prima volta, con lo spirito determinato e nel contempo
impaurito che possiamo immaginare ha accompagnato certe imprese e traendo
spunto dalla quale, specie oggi, si può davvero pensare al veicolo spaziale
del piccolo pioniere Shiro Lhadat come un vero e proprio "vascello divino",
o meglio "spirituale".