In principio Star Trek è stato fatto seguendo una serializzazione episodica
a compartimenti stagni, così com'era lo stile dei telefilm dell'epoca
(anni '60, '70 e '80) senza diluire gli elementi in una continuity vera
e propria a cui solo oggi siamo abituati. Deep Space Nine è stato
il primo passo verso una visione in tre dimensioni del mondo Trek, con
storie non più chiuse in soli quarantacinque minuti di episodio ma libere
di estendersi in un arco narrativo più vasto e virtualmente infinito.
Così facendo si è dovuto dare più spessore umano ai personaggi dovendo
essi vivere e agire in un mondo adesso "vivo" dove i loro errori si
sarebbero ritorti contro loro stessi negli episodi a venire. Questo
a mio avviso ha reso i personaggi di DS9 più veri ai nostri occhi. Si
era quindi infranto uno dei grandi tabù di Star Trek: il personaggio
perfetto e sempre rinnovato ad ogni nuovo episodio. La Serie Classica
e The Next Generation ci mostravano la vita di persone irraggiungibili
così perfette da non poter neanche lontanamente essere paragonate all'umanità
del nostro secolo. Ci venivano regalate perle teoriche di moralità e
saggezza, così lineari da essere utopia, di settimana in settimana.
E con loro abbiamo sognato di un mondo che sarebbe potuto un giorno
essere davvero così, dandoci una visione ottimista di quell'umanità
che a modo nostro avremmo provato forse ad eguagliare. Col passare degli
anni, però, il solo buonismo ha esaurito il suo fascino narrativo. Tutto
quello che poteva essere messo in luce lo abbiamo visto rappresentato.
E ci siamo infine accorti che per tenere vivo un sogno bisogna anche
saperlo stropicciare un po'.
Nessuna regola già applicata avrebbe potuto creare una storia fresca
e originale per la terza incarnazione del Trek. Bisognava riprendere
in mano il libro delle regole e sfogliarlo con mani un po' più sporche.
Bisognava trovare una nuova prospettiva che non somigliasse più ai siparietti
autoconclusivi di TNG o allo stile essenziale della Serie Classica,
fatto di sole luci con qualche rarissima ombra. Ecco allora che in Star
Trek arriva il mondo reale! Con la sua serie di ripercussioni e
sfumature
a fare da leit motiv di una fitta continuity narrativa, senza barriere.
Non solo luce nella galassia, non solo bianco e nero, non solo Klingon
guerrafondai, Romulani doppiogiochisti e Federali pacifisti fino al
midollo. Eccovi servita una vasta gamma (ho detto Gamma!) di gradazioni
di grigio. Dopo tante regole eccovi le eccezioni. Eccovi i margini della
società perfetta. Dopo tanto Star Trek in chiave Kirk e Picard, ecco
Deep Space Nine. In chiave Sisko.
Chi l'ha definita la serie meno roddenberriana tra le cinque finora
realizzate non si è certo sbagliato. DS9 agisce su un piano differente
da quello del resto dell'universo Trek e non solo perché ambientato
su una stazione spaziale piuttosto che su una astronave, ma perché
tale stazione è un teatro della natura umana, poliedrica e mai uguale
a se stessa come poteva invece esserlo su tutte quelle navi chiamate
Enterprise (e lo dico con tutto il rispetto per tali icone, ovviamente).
Le regole su DS9 esistono solo per scoprire nuovi modi di piegarle,
di aggirarle, di giocare con le loro conseguenze da veri equilibristi
della sceneggiatura. Non è un pregio solo di DS9, intendiamoci, ma qui
si sono fatti passi da gigante verso la direzione giusta: la non-serializzazione
di uno show di fantascienza che deve essere un'unica storia verso un
unico obiettivo, quasi come se gli episodi fossero tanti capitoli dello
stesso libro. Una storia capace di guidare lo spettatore nella spirale
della reale percezione umana in una evoluzione quasi quotidiana. Sono
persone reali, quelle sulla stazione, anche quelle con il trucco da
Ferengi o il pachidermico Morn ci appaiono... umani. Qui se ti sporchi
ti resta la macchia. Il mondo che emerge da DS9 è finalmente poco rassicurante.
Finalmente più ruvido. Infatti nessuna società può e deve essere troppo
perfetta se volete ambientarci storie interessanti o si finisce per
perdere credibilità appiattendo ogni cosa. Intendiamoci, andava bene
per l'era di Kirk, andava bene per Picard, ma anche per Star Trek è
giunta l'ora di cambiare (e coloro che fra di voi trovano gradevole
Enterprise mi capiscono).
La forza di DS9 stava, e sta, proprio in questo, in quel travaglio dell'esplorazione
umana che non consiste solo nel raggiungere strani nuovi mondi fino
ad arrivare là dove nessuno è mai giunto prima, ma anche esplorare,
vivere, conoscere i lati oscuri di ognuno di noi attingendo da quelle
ombre e quelle gradazioni di grigio che noi abitanti del XXI secolo
abbiamo sotto il naso tutti i giorni. E quale avventura è più umana
di quella intrapresa da Sisko e compagni? La chiara volontà di sopravvivere
in una nuova dimensione di vita carica di problemi, di tensioni, di
realtà aliene spesso in antitesi l'una con l'altra. I personaggi traggono
energia dalla morte e dalla distruzione che ha toccato la vita di ognuno
di loro e il bello è appunto questo: sono tutti personaggi imperfetti
o inizialmente incompleti, che seguono una strada tortuosa e avventurosa
dentro loro stessi.
E
a dettare ritmo e regole in questo contesto c'è Benjamin Sisko.
Dapprima comandante e poi capitano della stazione spaziale, che si definisce
e prende vita proprio dal più profondo dei drammi: la morte. Quella
di sua moglie, ad essere precisi, una morte che diviene un vuoto profondo
nella sua vita e che non sente più di dovere riempire perché
ormai vasto e profondo quanto un baratro. Quello che definisce profondamente
Sisko fin dal primo episodio è proprio questo smarrimento interiore,
privato di ogni aspettativa di vita. L'atteggiamento rilassato e al
tempo sofferto di un Sisko prima stagione lo si potrebbe quasi definire
anti-federale per quanto esuli da ciò che eravamo abituati a vedere
in un glorioso capitano di Star Trek. Quello che vediamo al suo arrivo
su DS9 è il passo incerto di un uomo allo sbaraglio che si affaccia
sull'ignoto, altro che andare dove nessuno è mai giunto prima! E non
mi riferisco all'ignoto pensando al Quadrante Gamma o alla situazione
politica tra Cardassiani e Bajoriani, ma alla ricerca personale che
un uomo sofferente porta sempre con se nell'arco della sua vita. Non
è l'impavido Kirk
, dal passato pressoché brillante e dalla gloriosa carriera folgorante
che lo ha portato ad essere il capitano più giovane della flotta stellare;
un uomo che affrontava tutto a sorrisi e cazzotti (guadagnandoci sempre
una maglietta strappata e il bacio della velina stellare di turno).
Sisko non è neanche un capitano alla Picard
,
sorretto da un passato che si dispiegherà meglio durante le prime stagioni
di TNG, ma che ha come un punto fermo e saldo in quei regolamenti e
quelle strutture sociali inscindibili che hanno reso la Flotta e la
Federazione quello che è al tempo in cui lui vive. C'è da giurarci che
sia Kirk, sia Picard e così anche Archer, da piccoli giocavano con i
modellini delle navi stellari sognando un glorioso futuro che più che
un orientamento sarebbe stato un destino poetico.
Ma Sisko non lo vedo in questo scenario. Sisko comincia la sua avventura
in Star Trek come se fosse un estraneo alla Flotta, un uomo vuoto. Morto
dentro. Che imparerà a ricercare la gioia dell'essere ciò che è solo
con il tempo, giorno dopo giorno. Parte per l'ignoto con un cimitero
di sentimenti nel cuore andando nel punto più oscuro e sperduto della
galassia, restando a lungo in uno stato di transizione; in un costante
e graduale processo di guarigione e di perfezionamento affrontando dapprima
riluttante poi più convinto questa nuova vita. Ed è questo che ci affascina
mentre lo vediamo crescere, passando da un disinteressato impegno impostogli
dall'uniforme che indossa, fino ad acquisire sempre più volontà e convinzione,
arrivando faticosamente sotto quei riflettori dai quali Kirk e Picard
sono partiti e sotto i quali, con qualche eccezione, sono sempre rimasti.
Sisko deve invece guadagnarsi tutto on screen, sotto i nostri
occhi, ed è proprio questo a dare fascino al personaggio. Non deve stare
attento a non cadere in disgrazia, come molti altri personaggi Trek,
ma deve fare il contrario: deve uscire da solo dal suo stato di tormento,
senza permettersi distrazioni perché il mondo in ombra in cui
si muove è spesso letale.
Anche quando sta semplicemente passeggiando sulla sua stazione, anche
quando si concede una pausa con suo figlio, anche quando si reca dal
centro di comando al suo alloggio attraverso corridoi male illuminati.
Tutto questo tiene noi avidi spettatori in allerta, a caccia di colpi
di scena per poi sentirci così più vicini a quest'uomo e alla sua lotta
per essere un buono padre, un buon ufficiale, un buon essere umano.
Siamo lontani da quella sensazione di tranquillità e sicurezza che potevano
darci le stanze asettiche delle navi Enterprise. Anche le paratie dentro
le quali Sisko vive gli sono nemiche, costruite da quei Cardassiani
con i quali non ha conti in sospeso ma che continueranno a schiaffeggiargli
la mano ogni volta che la tenderà loro in segno di amicizia o addirittura
per dare loro il suo aiuto. Sono vicini scomodi dai quali non può allontanarsi
e con i quali deve per forza, e senza ipocrisia, stringere delle relazioni
di buon vicinato. Quegli stessi vicini Cardassiani che gli porteranno
la guerra in casa. Coraggioso ad esempio il suo tentativo di rispettare
e trattare da pari Gul Dukat aspettandosi di intravedere la speranza
per un dialogo, se non altro un rapporto di reciproco rispetto professionale,
ma che viene costantemente rimandato fino a trasformarsi in ciò che
chi ha visto la settima e ultima stagione di DS9 ben conosce.
Ecco perché Sisko passa di stagione in stagione con un muso sempre
più duro e sempre più rafforzato dagli eventi, pronto a difendere quel
poco di luce che ancora c'è in quella remota regione di spazio, per
evitare che la corruzione giunga fin sulla Terra. Come il comandante
di un fortino al limite della civiltà, Sisko deve garantire sicurezza
e benessere ad ogni cittadino che vive al sicuro lontano dalla frontiera;
Sisko imbraccia come un fucile quella che Spock chiamò "diplomazia
impertinente" (cowboy diplomacy in originale, N.d.R.) per
garantire ai cittadini della Federazione la tranquillità e la certezza
di un mondo ricco di replicatori e medicine miracolose, lontano dai
mali di frontiera. Egli è un gioco di molte ombre e poca luce, poiché
solo un coriaceo combattente che conosce le sfumature della galassia
può sperare di comprenderle e batterle sul loro terreno, ricorrendo
a volte agli stessi inganni dei suoi nemici. Si scopre imperfetto, forse
inadeguato, ma vuole comunque tappare tutte le falle della sua vita
anche usando le mani nude, se occorre. È un difensore, non un esploratore
spavaldo o un diplomatico paziente. Non cerca di portare la luce della
Federazione nelle profonde tenebre stellari dove regna solo caos ma
si batte e respinge quelle tenebre che vogliono sporcare ulteriormente
il suo mondo. Spesso scende a compromessi che Picard si sognerebbe anche
solo di progettare poiché scarsamente leciti o non in linea con
lo stile della Federazione stessa. Questo è il Sisko già maturo, che
già ha scoperto l'esistenza del Dominio e che già ne ha saggiato
il potere cogliendone la minaccia. È un Sisko che è avanti nel suo processo
di trasformazione rispetto a l'uomo smarrito che era nella prima stagione.
Guadagnando fiducia in se stesso guadagna uno spessore umano che lo
avvicina più all'uomo del nostro tempo, incarnando la chiave di quel
segreto di successi che è stato DS9. Tutto il suo percorso è la rinascita
di un uomo che diventa tutto ciò che prima non era e che non avrebbe
mai sognato d'essere. Scelto dal destino per vivere una vita interessante
e difficile e non lì per la sola gloriosa ricerca della conoscenza.
Sisko si circonda di persone difficili quanto lui, tutte a cavallo tra
luci ed ombre, come Odo, ossessionato dall'ordine in un modo che può
ricordare la megalomania paranoide della sua stessa gente, i Fondatori;
o Quark, interessato solo al profitto ma via via umanizzato dal contatto
prolungato con terrestri e cittadini federali in genere. Tra questi
c'è anche chi venera lo stesso Sisko in quanto bajoriana (Sisko è anche
il riluttante Emissario, ricordiamolo) e che lo rispetta in quanto suo
primo ufficiale.
Sto parlando di Kira Nerys, ovviamente, un altro personaggio
che fin dalla prima puntata si trova faccia a faccia con una rinascita:
quella del suo popolo, quella della sua carriera, quella della sua vita
da donna finalmente libera. Anche Kira è apparentemente col cuore in
pezzi, stremata da anni di ostilità che l'hanno portata a crearsi una
corazza lignea attorno al cuore, come una corteccia da saper aprire
solo da chi sappia presentarsi con gli strumenti giusti. Sisko col tempo
ha imparato ad aggirare tale corazza, ottenendo grande rispetto da questa
donna che in principio pensava di trovarsi di fronte solo ad un secondo
Dukat. Forse le ombre di Kira sono servite ad entrare in sintonia con
quelle di Sisko; in fondo il passato della bajoriana è segnato da anni
di sofferenza, da anni di delusioni e da anni di lotta partigiana contro
un popolo oppressore che ancora adesso si aggira come un branco di lupi
affamati fuori dagli oblò della stazione. A questo cocktail di personalità
possiamo aggiungere un pizzico di Garak, il signore delle ombre. Spia
e amico del sempre meno ingenuo dottor Bashir. Che dire poi di Worf,
unitosi al cast nella quarta stagione (una delle mie preferite) che
è sempre stato il personaggio più oscuro e più controverso di The Next
Generation e che in DS9 sembra aver trovato il posto adatto per lui,
anche dopo averlo visto sette anni sul ponte di comando di Picard. E
poi Dax (Jadzia ed Ezri), re/regina delle sfumature con le sue tante
vite chiuse nel simbionte. Insomma, comprendere come hanno potuto personaggi
tanto spigolosi essere i nuovi eredi di Kirk, Spock, Picard e Data può
apparire un misterioso fenomeno televisivo ma in realtà credo che il
segreto stia proprio nell'aver mostrato l'uomo di oggi in una allegoria
da space opera. L'aver sporcato quel lenzuolo bianco che fino
a quel momento era stato Star Trek viene quindi non solo perdonato dalla
quasi totalità dei Trekkies, ma bollato come un esperimento gradevole,
serio e ben riuscito. Anche se conclusa e ormai lontana, la serie resta
a mio giudizio uno dei migliori prodotti Trek mai realizzato.
Va
bene, DS9 non sarà il Trek sognato da Roddenberry, sarà anche forse
un passo indietro rispetto a quanto stabilito da Kirk e Picard, ma a
me, che sono imperfetto, piace vederlo come un passo di lato. Sì, leggermente
decentrato rispetto alla messa a fuoco del riflettore, in quel punto
dove i bordi della luce sono sfocati e dove comincia il buio dell'ignoto.
In quel punto mi piace vedere Benjamin Sisko e il suo equipaggio oltremodo
numeroso, tra regolari e cast di supporto, mentre affrontano i mali
di un'esistenza difficile, turbolenta ed estremamente affascinante interpretando
in chiave nuova i valori di Roddenberry e scoprendo a modo loro nuovi
mondi, molti dei quali chiusi nelle pieghe della mente e del cuore.
E per sette anni sono stati capaci di farlo con grande successo rappresentando
al meglio la natura umana piuttosto che farne una utopistica ed evanescente
proiezione futura.
E per tutto questo, grazie.
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