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IL REGNO DELLE ILLUSIONI
di Chiara
Salvioni
Ingredienti: zucchero. Addensanti:
gomma arabica, gomma adragante. Aromi. Acidificante: acido tartarico.
Colorato con carminio di cocciniglia. Prodotto e confezionato da... Scusate,
volevo solo controllare che foste attenti. Se vi siete chiesti cosa diavolo
ci faccia l'etichetta di un pacchetto di caramelle nel mio articolo, va
tutto bene. Vuol dire che siete ancora svegli. Se non ve lo siete chiesti,
vi occorre un bel caffè e qualcosa di più divertente da leggere. Tornate
alla pagina precedente, l'articolo del Navarca è sulla sinistra... Qualche
riga più in basso... Ancora un po'... Ecco, perfetto.
E ora che siamo soli io e voi, unici due lettori superstiti, fuori gli
altarini: la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio? Accidenti,
ho sempre desiderato fare questa domanda, fosse solo per il gusto di provocare
uno scompenso psichico agli interlocutori. In realtà non l'ho mai capita
così bene nemmeno io: cosa caspita significa chiedere se i sogni aiutano
a vivere meglio? La risposta è "certo che no". Il sogno è l'incarnazione
di un desiderio inconscio pronto a esplodere e materializzarsi. Il più
delle volte è un elemento destabilizzante; divertente, appagante, estroso,
ma allo stesso tempo da trattare con cautela. Può essere fonte di perenne
insoddisfazione oppure spinta creativa, spesso entrambi allo stesso tempo.
Ciò non vieta di farne un uso smodato e, quel che è peggio, non solo di
notte, nel bel mezzo della fase REM: persino durante il giorno, in piena
luce, camminando per la strada. Per indulgere in questi viaggi mentali
ad alcuni basta un walkman con della buona musica, altri devono essere
particolarmente rilassati, ad altri ancora è sufficiente il contatto con
un testo scolastico. Infine ci sono quelli cui le sollecitazioni esterne
fanno un baffo: chi ne ha bisogno quando si ha a disposizione un effervescente
sistema nervoso pronto ad abbandonare la realtà circostante in favore
di una terra di illusioni? L'unico strumento di questi sognatori a occhi
aperti è l'immaginazione, unita a una spiccata predisposizione per la
visionarietà.
Un mondo migliore?
Quando sento dire con una certa retorica che "il mondo dovrebbe essere
governato dai sognatori" mi sento male. Oh certo, che gran trovata. Chissà,
forse la Terra diventerebbe davvero un posto più allegro e imprevedibile.
L'unico inconveniente è che prima bisognerebbe coprire di gommapiuma i
lampioni nonché eliminare gradini, ante sporgenti e pentole di olio bollente
dalla faccia del pianeta: insomma, rimuovere tutte quelle fonti di pericolo
che metterebbero a rischio l'incolumità dei nuovi governanti insieme a
quella dei bambini sotto i cinque anni. Diciamo la verità, molti amano
confondere i sognatori con gli idealisti: Martin
Luther King e Ghandi potrebbero essere considerati sognatori solo in senso
lato, li definirei piuttosto esseri umani con i piedi tanto ben piantati
a terra da avere un'immagine lucidissima della crudele società che li
circondava. I veri visionari, invece, spesso trascurano di analizzare
certe quisquilie dell'esistenza e non vedono il lenzuolo sventolato sotto
il loro naso. La parola "illusione" evoca di per sé sensazioni spiacevoli:
è ciò che ci fa credere fino in fondo alla sua esistenza per poi svanire
come un fuoco fatuo. Dopo tutta questa introduzione, potreste credere
che io detesti la categoria dei sognatori a occhi aperti. È falso. Anzi,
direi che mi annovero nel club quale socia ordinaria. Nel mio piccolo
anch'io ho dato indimenticabili capocciate ai pali della luce e ho qualche
cicatrice di ustioni dovute a quando, persa in un mondo parallelo, ho
stirato il mio braccio invece di una maglietta. Pensavo solo che un po'
di autocritica non avrebbe certo fatto male poiché le piste mentali che
capita di seguire escludendo il resto dell'umanità, più frequentemente
in alcuni periodi particolari dell'esistenza, possono essere sì tremendamente
appaganti, ma allo stesso tempo fonte di grandi malinconie nel momento
in cui si deve tornare a casa; e appena la mongolfiera atterra dal regno
delle illusioni occorrono un bel po' di autocontrollo e senso dell'umorismo
per ambientarsi fra i terrestri: il primo è necessario per trattenersi
dal desiderio di togliere nuovamente la zavorra, il secondo serve a leggere
la propria stranezza per quello che è: non una malattia ma una delle tanti
variabili impazzite che rendono la vita un fenomeno incontrollabile.
Piccoli sognatori crescono
Il sognatore d.o.c. ha una carriera precoce. Inizia subito, praticamente
in fasce. Tutti se ne accorgono perché è l'età in cui la stranezza non
si riesce a nascondere (e a dire il vero non si vede nemmeno il motivo
per cui si dovrebbe farlo). I genitori si preoccupano, ma finché il bimbo
ha rapporti sociali e gioca tranquillamente con gli amichetti, pensano,
rientra tutto nella norma. Falso. I miei, ad esempio, non sapevano che
invece riuscivo a coinvolgere nelle mie piste mentali anche i malcapitati
compagni di giochi: ricordo benissimo che a sei anni con tre compagni
di classe meditavamo di fuggire in America a bordo di un aereo a pedali
che avremmo costruito da soli. Era una cosa seria. Avevamo già disegnato
il progetto del velivolo ma poi ho cambiato scuola in terza elementare.
Peccato, chissà dove sarei adesso.
Dopo si cresce, si inizia a essere chiamati "strambi" e allora si impara
(non tutti) a modulare la propria stranezza, che durante l'adolescenza
è un appiglio formidabile. Ah, la pubertà. Un Vietnam. So
di gente partita per il mondo dei sogni e mai più tornata indietro, con
l'aiuto di qualche strana sigaretta di troppo. Comunque, l'ex teenager
sognatore che riesce ad atterrare sul pianeta degli adulti dovrà necessariamente
fare patti chiari con la propria indole: tu lasci stare la mia vita sociale
e io prometto di farti uscire dalla gabbia ogni tanto; tu eviti che i
papabili fidanzati ti vedano finché questi non si sono sbilanciati e io
ti permetto di saltare fuori urlando "sorpresa!" qualche appuntamento
dopo. Sembra tutto a posto, la vita scorre ordinata, i papabili fidanzati
continuano a fuggire quando l'indole si palesa, insomma, i parametri rientrano
nella norma. Finché un giorno il sognatore in incognito accende la televisione
e vede la puntata di un telefilm chiamato "Ally McBeal". Apriti
cielo. La protagonista, che diventa immediatamente la sua nume tutelare,
riesce a mischiare benissimo i due piani che lui con tanta fatica ha separato;
vive in una realtà contaminata dall'immaginazione e vede distintamente
in più occasioni un neonato saltellante che cerca di ucciderla, il proprio
ufficio sommerso dalle acque, la collega antipatica trasformarsi in Alien,
Al Green che canta per lei, tre coriste, un unicorno e l'ex fidanzato
morto. Inoltre ha spesso della musica in testa, nonostante sembri strano
che con tutto quell'affollamento là dentro ci sia ancora posto. Come se
non bastasse, il suo migliore amico vede Barry White (pace all'anima sua)
e sente rintocchi di campane quando deve farsi coraggio, mentre la psicanalista
che dovrebbe aiutarla usa risate registrate per commentarne i racconti.
Fenomenologia del coniglio bianco
Quando si incontra Ally, ovvero "Alice nel Paese delle Meraviglie ha fatto
carriera ma continua a vedere il Bianconiglio", si getta la spugna. Perché
nascondersi? La
ragazza del telefilm (poco interessante dopo la terza stagione, a dirla
tutta) non vive bene. Ha problemi sentimentali, dubbi, incertezze, ma
anche momenti superbi in cui la sua particolare sensibilità la porta alle
stelle. E quando le propongono di prendere un medicinale per finirla con
le visioni e mettere la testa a posto, Ally rifiuta. Come posso rinunciare
a quello che mi rende unica e irripetibile, pensa; se io per prima non
accetto i miei picchi e le mie voragini, non posso pretendere che lo facciano
gli altri. Può essere utile avere come lei qualche amico sognatore che
sappia esattamente chi siamo: tuttavia bisogna essere fortunati o c'è
il rischio di sigillarsi in un club molto elitario, pure troppo. Insomma,
dal canto nostro non possiamo permetterci di rifiutare gli altri, quelli
che non hanno un mondo tanto affollato; d'altra parte, grossa ingiustizia,
molti di loro rifiutano noi senza fare il minimo sforzo per capire.
C'è un film che ne parla senza remore e che ritengo il mio manifesto programmatico.
Si chiama "Harvey" e non vi biasimo se non lo conoscete poiché,
essendo un film in bianco e nero degli anni '50 per di più anche bello
(aggravante imperdonabile), la legge italiana ne vieta la programmazione
televisiva prima delle due di notte. Comunque esiste in dvd. Elwood P.
Dowd, interpretato da James Stewart, vive a stretto contatto con l'inseparabile
amico Harvey: i due chiacchierano continuamente, spesso bevono insieme
in un piccolo bar vicino a casa, si fanno persino ritrarre in un quadro.
Peccato solo per un paio di dettagli.
Primo, nonostante Elwood abbia superato da un pezzo l'infanzia, l'amico
è immaginario; secondo, l'amico è un coniglio bianco alto due metri con
un grosso papillon annodato al collo. A quanto pare i conigli bianchi
sono fra gli animali più gettonati dai visionari, a partire da quello
di Alice (ripreso dall'episodio della TOS "Licenza di sbarco"),
senza cravattino ma con un bel panciotto. Quando nel corso di un ricevimento
Elwood rovina la vita sociale della famiglia tentando di presentare Harvey
ad alcuni ricchi invitati, la sorella e la nipote decidono di farlo internare;
scanserà, tuttavia, ogni trattamento psichiatrico facendo involontariamente
passare per nevrotica e alcolizzata la sorella stessa, che in fondo è
un pezzo di pane. Elwood non rifiuta gli altri: vuole solo presentare
Harvey a tutti, convinto che due chiacchiere con lui possano fare un gran
bene. Sono gli altri a scappare, come se quell'allampanato individuo dal
perenne sorriso potesse improvvisamente mollare il suo eccentrico coniglio
per accoltellarli. È la stessa fisima che si può riscontrare spesso nei
sognatori abituali: gli altri non vanno spaventati e per questo si deve
nascondere la propria attitudine ad avere la testa sempre per aria. Eppure
chiedete a uno dei fuggitivi cosa fa nel tempo libero. Vi risponderà che
magari va al cinema o a teatro, legge libri, tranne quando in televisione
c'è quel telefilm che adora, vi parlerà dei suoi fumetti preferiti...
Stop. Ma questa è la fabbrica delle illusioni. Il suo tempo libero è concentrato
sullo svago che possono offrire storie fittizie, immaginarie, appositamente
inventate. L'unica differenza è che le sue illusioni sono incasellate
in spazi predefiniti e seguono i canoni convenzionali: il che va benissimo,
ma dov'è finita la componente anarchica della fantasia con la sua capacità
di scardinare le regole?
Un ponte ologrammi senza ologrammi
Per questo motivo quando penso all'invenzione del ponte ologrammi in Star
Trek trovo sempre più azzeccato l'accostamento coi tracciati mentali dei
visionari piuttosto che con il cinema, nel quale non esiste una componente
di imprevedibilità personale. Da Dixon Hill a Captain Proton, per i nostri
eroi il ponte ologrammi ha sempre rappresentato, oltre che una continua
fonte di avventure, un interessante punto di partenza per discutere sulla
natura della realtà. Tuttavia prima di proseguire col discorso vorrei
dirvi come si conclude "Harvey" .Il
guizzo di genio si ha oltre la metà del film, quando (come avrete già
immaginato) nello spettatore inizia a sorgere il dubbio che il coniglione
esista davvero. All'improvviso compare un quadro commissionato da Elwood
che lo ritrae di fianco ad Harvey: come ha potuto dipingerlo il pittore
se si tratta di un frutto della fantasia? La sorella di Elwood, poi, ammette
con somma preoccupazione di avere visto il coniglio, attribuendo la colpa
alla suggestione inculcatale dal fratello. Infine, un razionalissimo psichiatra
gli chiederà se può avere Harvey in prestito per un po'. Il coniglio però
non vuole, e se ne va al fianco di Elwood insinuandoci il dubbio che sia
quest'ultimo il vero amico immaginario. Questa è la medesima incognita
proposta da tanti episodi di Star Trek. Siamo certi che gli elementi del
ponte ologrammi non possano mischiarsi a quelli della realtà rendendosi
indistinguibili o addirittura sostituendosi a questi ultimi? Alcuni personaggi
fanno fatica a distinguere i due piani. Non parlo solo del povero Reginald
Barclay in TNG ("Illusione o realtà?") che tutti citano quale classico
esempio; mi riferisco anche alla ferrea, insospettabile Kathryn Janeway
che nel risibile episodio di Voyager "Fair Heaven" prende una sbandata
per un grezzo barista olografico e lo rende un partito adatto a sé producendosi
nella storica battuta "Computer, delete the wife".
Tanti dubbi acquistano gli individui reali, tanta consapevolezza guadagnano
quelli olografici, che quando ne hanno la possibilità arrivano a rendersi
conto della propria natura. Come il Moriarty nemico numero uno di Sherlock
Holmes materializzato sul ponte ologrammi dell'Enterprise D; o come il
dottore della Voyager, di anno in anno sempre più reale, complesso, umano.
E se l'illusione fosse realtà e viceversa? Dopotutto, interpretando lo
Shakespeare così amato da Star Trek, la vita stessa è rappresentazione,
"non è che un'ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e
si agita per la sua ora sulla scena" (dal "Macbeth").
Credo che in Star Trek questa visione abbia il proprio culmine negli episodi
di DS9 "Far beyond the stars", di Voyager "Un sogno per ricordare",
di TNG "Una vita per ricordare" (evviva la fantasia dei traduttori,
comunque le due storie si avvicinano molto) e "Frammenti di realtà".
In quest'ultimo Riker viene rapito durante una missione su un pianeta
alieno. Qui addirittura tre piani si confondono risultando indistinguibili:
la permanenza del primo ufficiale nell'ospedale psichiatrico, la sua routine
quotidiana sull'Enterprise e, per l'appunto, la rappresentazione teatrale.
Quasi un viaggio in quell'attrazione da Luna Park che è la casa degli
specchi, dove niente è quello che sembra e ogni riflesso assume l'importanza
di un ente reale. Citare Matrix è fin troppo banale.
Non è invece così banale essere dei sognatori a occhi aperti: questa attività
permette anzi di essere in contatto con un diverso piano dell'esistenza,
una sorta di ponte ologrammi fatto in casa. Cosa dire a chi teme tanta
stravaganza? Bisogna forse continuare a nascondersi? Be', prendiamola
con filosofia. Autostima per Tutti, Fascicolo 1, primo paragrafo: come
diceva Nietzsche nell'Aurora, "quanto più ci innalziamo,
tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare".
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