LA SFORTUNA DEL PORCOSPINO
di Fabiano "Langley" Piccione


La nostra vita è un susseguirsi di esperienze. Le incameriamo, le facciamo nostre dopo averle vissute; quando le viviamo ci sembrano dei piccoli, grandi eventi, e anche quando ci sembra che il giro di boa sia stato compiuto, cioè che l'esperienza nello specifico sia finita e si passi ad un'altra, non ci rendiamo sempre conto che quello che è stato resterà inevitabilmente con noi. Diciamo che nella nostra vita facciamo le valigie in continuazione: mettiamo nella nostra valigia personale quello che abbiamo appreso, quello che ci è rimasto di un'esperienza, di un incontro, di un discorso. A volte quello che mettiamo nella nostra "valigia" ci servirà come ricordo per i giorni a venire, per rammentare sempre quello che vogliamo, o quello che non vogliamo si ripeta. I nostri souvenir, infatti, servono anche perché ci si impegni a non ripeterli.
L'uomo tende a non avere doppioni indesiderati nel proprio valigione, se vogliamo dirla con l'ennesima metafora. Se i doppioni sono desiderati, invece, è perché il campione iniziale ci è piaciuto, e una o più repliche sarebbero più che gradite. Il ciclo vitale di una persona è costellato di mille cose, mille avvenimenti, mille ricerche e mille fughe, ma una è la regola che la fa da padrona: l'uomo assaggia, gradisce o rifugge, e di conseguenza aggiusta il tiro e da quel momento in poi cercherà di riprovare il piacere che ha provato, di sentire la sensazione positiva che ha sentito, di riottenere quello che gli è piaciuto; oppure tenterà di rifuggire quello che non ha gradito e di evitare la sensazione che gli ha dato disturbo.
Ma spesso si tratta di una fuga illusoria.

Ebbene, la nostra mente è spesso un luogo in cui questi processi avvengono in maniera chiara ed esplicita, mentre altre volte è come una scatoletta oscura in cui essi avvengono senza che il nostro "processore biologico" decida di metterci al corrente del suo operato.

U.S.S. Voyager, 24° secolo: B'Elanna Torres si isola dai suoi compagni, resta in disparte, a malapena parla anche con il fidanzato Tom Paris. Tutti, piano piano, notano in lei qualcosa di strano, ma non sanno capire il perché. E mentre tutti i suoi amici notano questo freddo distacco, B'Elanna si rifugia sul ponte ologrammi e mette in funzione dei programmi davvero pericolosi ed estremi, dopo aver disattivato i protocolli di sicurezza che dovrebbero preservare la sua incolumità. Paracadutismo extra-atmosferico, lotta corpo a corpo contro diversi Cardassiani incattiviti, test di volo molto rischiosi: sembra quasi cercare di farsi del male, e di mettere a rischio la sua vita ad ogni costo. Dall'esterno questo atteggiamento potrebbe essere scambiato per una mania suicida, o come voglia di attirare l'attenzione del prossimo. Ma non è così, e con lo scorrere della puntata lo si può intuire. Cosa spinge B'Elanna a sfidare la sorte? Cosa la spinge ad essere una continua "sopravvissuta"?
Ebbene, il bello di "Estreme Risk", puntata scritta dal grande Ron Moore, è proprio la sottigliezza di quello che starebbe dietro all'atteggiamento di B'Elanna (che viene detto protrarsi ormai da molto tempo prima che la puntata abbia inizio), e che denota un bellissimo studio della psicologia del personaggio. La mezza Klingon non è una maniaca depressiva, né è improvvisamente impazzita. Semplicemente la sua mente ha fatto il proprio gioco senza metterla al corrente. B'Elanna non sente più. Non sente più nulla. Non un sentire prosaicamente sensoriale, bensì un sentire dal punto di vista emotivo: non percepisce più emozioni particolari dentro di sé. E' come un guscio vuoto, che un tempo era pieno di quello che erano le emozioni di una persona sanguigna, appassionata, persino irascibile, impulsiva ed irruente. Ora la sola sensazione di B'Elanna è di non sentire più le sue emozioni, e di conseguenza si sente morta e priva di stimolo. Il ponte ologrammi, e i suoi programmi estremi e potenzialmente mortali, le offrono l'unica possibilità di sentire qualcosa, di qualsiasi cosa si tratti: paura, terrore, istinto di sopravvivenza, soddisfazione nella lotta, violenza, rabbia. Tutto va bene quando una persona si sente svuotata dalle emozioni. Qualsiasi tipo di chimica emotiva è bene accetta, purché sia la dimostrazione che si è vivi.


Eh si, perché io sono d'accordo con Ron Moore: la proprietà transitiva esige che emozioni = stimoli, e che stimoli = vita, e che di conseguenza emozioni = vita. I vulcaniani non sarebbero d'accordo con questa mia valutazione, ma mi assumo questo rischio tranquillamente, del tutto noncurante. La nostra vita è regolata dagli istinti e dalle emozioni; possiamo ragionare finché vogliamo, ma il razionalizzare vuol dire, 99 volte su 100, se non 100 su 100, operare un lavoro di elaborazione sulla base di emozioni. Percepiamo, quindi sentiamo, quindi valutiamo quello che abbiamo sentito e decidiamo se dare sfogo a quello che abbiamo sentito e che darebbe origine ad una nostra conseguente reazione di un certo tipo; oppure decidiamo che quella reazione vada temperata od osteggiata, decidendo razionalmente di agire diversamente e di autocontrollarci. Razionalizzare è un'operazione che possiamo fare, secondo me, solo sulla base di un terreno che sono i sentimenti. Noi siamo sia quello che sentiamo, sia quello che decidiamo di fare di ciò che sentiamo.
Quando non sentiamo, però, che vuol dire? Non preoccupatevi, non è come una macchina che non ha più il carburante. Il carburante c'è, ma il tubo che porta la benzina al motore deve essere strozzato da qualche parte. L'uomo non resta mai senza input emotivi, perché egli è un costante flusso di ciò che è il sentimento.
Vi è mai successo di rimanere imbambolati per alcuni istanti, magari con lo sguardo fisso nel vuoto, e che qualcuno vicino a voi vi abbia chiesto: "Hey, sveglia! A cosa stavi pensando?". E voi magari avete risposto: "A niente..". Ebbene, tutte le volte che lo fate, sappiate che siete dei bugiardi! Che sia noia, che sia paura, che sia gioia…Noi non smettiamo mai di sentire, così come non smettiamo mai di pensare. Che siano pensieri casuali, o riflessioni filosofico-esistenziali di carattere universale, i nostri ingranaggini cerebrali sono sempre in moto, così come sono sempre in moto quelli "del cuore", per dirlo un po' romanticamente. Diciamo che si tratta di "muscoli involontari". Quando abbiamo la sensazione contraria è solo perché è scattata in noi una forma di blocco: vogliamo ignorare quello che sentiamo e fare finta che non ci sia; fare finta che non bussi alla porta della nostra mente, o della nostra anima (che dir si voglia). Facciamo orecchie da mercante, in un distorto gioco subconscio in cui il nostro cervellino oscuro sembra spesso un così bravo occultatore di prove.
B'Elanna non è svuotata realmente, ma preferisce evitare di sentire: vuole evitare di sentire la paura, il terrore, l'ansia della solitudine e la paura dell'abbandono. Nella sua vita ha subìto più volte la triste sorte dell'abbandono: il padre scappò quando lei era una bambina; poi la vita sulla colonia fu davvero dura, essendo l'unica Klingon insieme a sua madre; poi venne l'espulsione dall'Accademia; poi ancora l'allontanamento dai Maquis a causa dell'esilio nel Quadrante Delta e la scoperta, in seguito, del loro sterminio. B'Elanna ha sempre perso tutte le famiglie che ha avuto nella vita. Le si sono disgregate sotto i piedi. E' una sensazione che nella vita, nel corso delle sue esperienze, ha imparato a conoscere bene, e che non ha apprezzato affatto. Ciò che non apprezziamo noi tentiamo di evitarlo, come detto prima. Evitare l'entrata delle emozioni è arduo: scaturiscono da sé, senza chiedere il lasciapassare. Sono veloci, subdole, quasi invisibili. Si insinuano e non si schiodano facilmente. Ma la nostra mente, per salvaguardarsi, può decidere di anestetizzarci e di isolarci da tutto questo. Il nostro subconscio può "decidere" di seguire quello che da Schopenhauer fu curiosamente ed efficacemente definito come il "dilemma del porcospino": non è possibile amare ed essere amati senza dolore; non è possibile fare parte di un qualcosa che sia amicizia, fratellanza, convivenza o amore, senza che queste cose, oltre che portarci gioia, ci portino anche dolore; proprio come i porcospini di Schopenhauer d'inverno, per sfuggire al freddo, tendono ad avvicinarsi fra loro per scaldarsi a vicenda, per poi ritrarsi in fretta e furia perché si sono trafitti l'un l'altro coi loro aculei.
È una metafora perfetta della vita degli esseri umani (o alieni che siano; N.d.R.), perennemente in bilico fra le gioie del coinvolgimento e il dolore emotivo. Abbiamo bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno, di sentirci parte di quanti ci stanno attorno e che abbiamo a cuore. Abbiamo bisogno di conferme della nostra appartenenza ad un tessuto che è la società, la famiglia, gli amici, la persona amata. Ma nel contempo quest'appartenenza, quando c'è, ci espone alla sofferenza, perché gli altri, oltre ad amarci, possono anche ferirci coi loro aculei. Spesso involontariamente. Che sia un fenomeno totalmente subconscio oppure no, lo lascerò dire a chi di psicologia se ne intende più di me. Io so solo, per quanto mi riguarda, che questo può accadere e accade a tutti. L'anestesia che a volte facciamo circolare in noi ci protegge, ci difende, ci isola in una sorta di bambagia virtuale, per evitare che gli altri, volenti o nolenti, ci possano ferire e possano minare le nostre sicurezze e le nostre identità; ma cos'è questa anestesia?
A volte sentiamo il bisogno di urlare più forte delle nostre sensazioni, pur di metterle a tacere. Un gioco al rialzo dei decibel, diciamo così, per evitare di sentire ciò che ci fa male. Rischiamo di fuggire da alcune emozioni dolorose e di buttarci, come reazione, su altre pur di distrarci. B'Elanna ha una tale paura di perdere anche la famiglia che ha trovato sulla Voyager, e di rimanerne di nuovo ferita a morte nell'intimo come le è sempre successo, specie ora che ha saputo che i Maquis sono stati sterminati, che preferisce fingere con se stessa di aver chiuso i suoi sentimenti sotto chiave, e di non provare nulla per quanto successo ai suoi vecchi compagni di lotta. Questo nell'unico modo che conosce: distraendosi, concentrandosi su di sé, su altro, sul rischio estremo, su qualcosa che le occupi tutta la mente e che sia lontano da tutto. Che la isoli, urlando più forte della sua paura. L'aculeo che la ferisce è la paura di sapere di dipendere dal suo prossimo, dell'imminente potenziale assenza del suo prossimo; di amare i suoi amici, il suo equipaggio, di averne bisogno e di rischiare di perderlo. E allora ecco le sfide alla morte, le ferite, le lotte potenzialmente mortali che la portano lontano dalla paura della perdita. Qualsiasi cosa che sia estremo, pericoloso, che le faccia scorrere in corpo l'adrenalina e che la porti lontano dai suoi demoni, è benvenuto. Il dolore fisico è una distorta ed inusuale medicina in cui lei si rifugia. Quante volte, per evitare un dolore causato da uno sbaglio, ci siamo buttati su sbagli ancora peggiori? Certo senza grandi risultati, la maggior parte delle volte.
Ma il punto non è davvero questo. Il punto è che ogni porcospino ha comunque bisogno degli altri porcospini attorno. Negarlo è un autoinganno. La vicinanza causa dolore, perché espone alla sofferenza che deriva dall'interdipendenza e dall'affetto reciproco. Farsi del male, anche con piccole mosse inaspettate, è inevitabile, perché la convivenza porta anche il dolore e la fragilità, oltre alla gioia. Le esigenze delle persone sono spesso diverse, così come i caratteri, gli interessi, i gusti, le priorità, le reazioni. Per quanto ci si voglia bene, ferirsi è talvolta inevitabile, perché addirittura imponderabile. B'Elanna cerca di illudersi di non avere bisogno di nessuno, di non essere legata a nessuno. Finge di essere sola, perché sola vorrebbe dire "non vulnerabile al dolore" che l'amore degli altri e per gli altri possa procurarle. La solitudine è solo uno stato in cui ogni tanto finiamo, e in cui ogni tanto ci rifugiamo volontariamente. Essa non è fragilità e non è forza. Il bisogno degli altri non è debolezza né virtuosa consapevolezza. A patto che ci sia un equilibrio. Schopenhauer ha posto il dilemma come irrisolvibile, perché ciclico, ripetitivo ed inesorabile. Chi siamo noi per dare contro a Schopenhauer? La solitudine è sia forza che debolezza e, come per ogni fattore della vita, la parola che meglio commenta questo equilibrio precario è "dipende". Ci arrendiamo all'evidenza che l'uomo è fatto di entrambe queste componenti e che c'è poco da fare se non abbracciarle entrambe.
Fuggire da questo equilibrio è impossibile, e B'Elanna ce lo ha dimostrato.



Se volete commentare questo articolo scrivete a Warp Mail