I VAMPIRI
di Fabio Miele

E venne il vampiro. Dapprima brutto perverso mostro conosciuto come revenant, una creatura senza cervello e senza spirito d'iniziativa, uscita dalla tomba per aggirarsi nei boschi dell'est in una istintiva ricerca dell'unica cosa per lui importante: il sangue! Questa creatura era priva di fascino e vero parassita capace di vivere, in base alle leggende, sulle spalle dei vivi.... anzi, sul collo! Poi Bram Stoker attinge a questo mito rurale e di pura superstizione paesana e ne dipinge una versione romantica, più acculturata, facendo del grezzo Nosferatu, il non-morto, un principe nobile e glorioso caduto in una non-vita decadente e malinconica, incapace sia di morire che di vivere. Hollywood ci ha poi messo del suo, tagliandogli quegli antiestetici baffi ormai démodé e mettendogli un doppiopetto e guanti di raso bianco, aumentandone lo charme e la malinconia e trasformandolo così da mostro incompreso a pallido emulo di Rodolfo Valentino.
La figura di Stoker viene presto "dimenticata" e ridisegnata con le fattezze inquietanti di Bela Lugosi, incarnato dall'eccellentissimo Christopher Lee o da innumerevoli altri interpreti che sin dal cinema muto si sono susseguiti nei panni del signore della notte.
Tre salti creativi: il mito, la letteratura e il cinema, hanno contribuito alla creazione di un sostrato vampirico dal quale oggi nascono numerosi sub-generi. All'inizio del ventesimo secolo solo Dracula e al massimo le sue varie mogli erano l'essenza del vampiro, ma come per ogni altra cosa, quando gli stereotipi arrivano ad essere spremuti come limoni fino a che ciò che ne resta è solo una raggrinzita buccia, si ricorre alla reinvenzione ed ecco che nascere nuovi e variopinti vampiri. Esseri più legati alla nostra epoca, figli di un processo di trasformazione culturale non troppo diverso da quello ispiratore dello stesso Stoker alla fine dell'ottocento.
Oggi la letteratura e il cinema partoriscono le gesta di numerosi nuovi emuli del principe della notte fino a creare una nicchia di costume e cultura vampirica che si esprime in volumi, dizionari, locali a tema, film e telefilm tutti basati sul mito e sul fascino originale del conte e dei suoi adepti. Il perché il vampiro trasmetta tale fascino è evidente: la bellezza, l'immortalità, il male di vivere protratto all'infinito che rende questi "eroi" più simili al nostro spirito, comprensibili e familiari quanto la notte stessa. Ciò che resta della realtà di superstizione mitologica sono forse solo l'aglio e le croci... e a volte neanche quelle.

Con questo articolo prendo ora in esame solo alcune delle sfaccettature del vampiro narrativo e cinematografico, elencando le variazioni sul tema usate dai vari autori per rinverdirne lo stile al giorno d'oggi.
L'atmosfera e le regole di questo universo buio e fantastico restano sempre e comunque al passo con la cultura del tempo, aggiornandosi quasi automaticamente come farebbe un vero vampiro che si adatti alle mode e allo scorrere dei decenni. Tutti gli autori hanno ricalcato sulle Regole Prime del genere, così come fece Stoker che ebbe come base la sola superstizione e pochi altri esempi letterari, per poi deviare in determinati punti chiave e dirigersi a mano libera verso nuove e, spesso, impensate direzioni.
Per cominciare ricordo con nostalgia la prima trasformazione del vampiro cinematografico a cui assistetti: si trattava di un vecchio film anni ottanta chiamato Ammazzavampiri (Fright Night, in originale). Fu la prima volta che vidi sdrammatizzato il ruolo del succhiasangue in una figura più vera, più reale, molto più, letteralmente, da vicino di casa. Chris Sarandon (già interprete dell'elauriano antagonista di Quark nell'episodio Questione di Fortuna di DS9) impersonava Jerry Dendridge, un antiquario che compra casa accanto ad un ragazzo appassionato di film di vampiri vecchio stile. Una sera, guardando fuori dalla sua finestra, il giovane scopre il segreto di Jerry Dendridge: quell'uomo è un vampiro, un vampiro vero! Qui il vampiro non è ne eccessivamente malinconico e neanche rigidamente compreso nel suo ruolo di succhiasangue. Non si tratta neanche del solito mostro da film horror. Jerry Dendridge è intelligente, spiritoso, un vero uomo degli anni ottanta nonostante sia in circolazione da mille e duecento anni. Mangia una mela mentre pianifica le sue malefatte e fischietta "Stranger in the night" mentre è a caccia. È subito chiaro che Jerry Dendridge non è Dracula e che possono esistere molti altri vampiri altrettanto efficaci! Qui il regista e gli sceneggiatori hanno giocato alla reinvenzione lasciando integre le regole tecniche generali: l'acqua santa funziona, il paletto nel cuore è efficace, la luce del sole è letale, la croce respinge i mostri... ma c'è del nuovo, c'è la rivisitazione: il paletto nel cuore, se rimosso, non distrugge il vampiro; la croce è efficace solo se chi la impugna è portatore di vera fede, altrimenti si tratta di un ammennicolo senza alcun potere. Le linee portanti dell'essere vampiro vengono rielaborate e ripresentate in modo accattivante per un film che, negli anni ottanta, poteva limitarsi ad essere solo splatter e invece è stato qualcosa di più, una scintilla ed una guida verso nuove possibilità.
Uno sforzo di originalità il vampiro lo aveva già ricevuto in letteratura, con due estremi dello stesso tema. Il primo rappresentato dai vampiri di Richard Matheson di Io Sono Leggenda, dal quale è stato tratto un vecchio film con Charlton Heston, 1974 Occhi Bianchi sul Pianeta Terra, dove però i vampiri furono qui rimpiazzati da creature notturne con, appunto, gli occhi bianchi e poco più. Nel libro il mondo, per una strana epidemia di vampirismo, è una crosta di città interamente deserte di giorno e brulicanti di vampiri la notte. Neville, apparentemente unico essere umano rimasto in circolazione, vive barricato nella sua casa di notte e va in cerca di provviste e di armi di giorno, quando il mondo dei non-morti dorme. Una visione apocalittica del vampirismo e che, a quanto dicono le ultime news cinematografiche, sarà il tema centrale del terzo capitolo di Blade, personaggio di cui parlerò in seguito.
La seconda innovazione letteraria sono state le cronache dei vampiri di Anne Rice. Molti di voi avranno visto il film Intervista col Vampiro, che altro non è che la trasposizione su celluloide del primo dei cinque volumi delle cronache che si completano con Scelti dalle Tenebre, La Regina dei Dannati (anche questo diventato film), Il ladro di Corpi e Memnoch, il Diavolo. A parte il primo, che è visto attraverso gli occhi del vampiro Louis, le altre cronache sono narrate dal vampiro Lestat, divenuto l'icona del vampiro del nostro tempo così come in passato lo è stato Dracula. Lestat è giovane, bello, letale e assolutamente ribelle. Anne Rice gioca sulla normalità del vampiro facendocelo vedere nei panni di una creatura pensante, nobile e a tratti misericordiosa, spesso incapace di accettare il suo destino perché nessuno ha gli ha insegnato cosa significhi essere vampiro. Louis si nutre di topi rifiutando l'innaturalità della sua condizione, terrorizzato dalla possibilità di dover togliere la vita a un essere umano. La Rice ci mostra l'enigma dell'esistenza attraverso gli occhi ancora umani di creature virtualmente immortali che appaiono sempre più simili a noi, incapaci di capire cosa significhi essere vivi o apparentemente tali. Il vampiro e il suo misticismo vengono dipinti distorcendo le regole generali e creando affascinanti contraddizioni: un vampiro può amare Dio, può entrare in chiesa ma rifugge la luce del sole che continua ad essergli letale, gli specchi rimandano tranquillamente la sua immagine e il desiderio di una vita normale lo attanaglia quasi quanto la colpa di avere dentro una belva feroce assetata di sangue. Il vampiro romantico della Rice non uccide più a cuor leggero e non è mai uguale a se stesso. Ci fa vivere in prima persona le sensazioni di come deve essere risvegliarsi e scoprire che il nostro cuore non batte più e nonostante questo siamo ancora vivi. Ci fa immedesimare nel "mostro" e ci presenta un esame, almeno nei primi volumi, della psicologia confusa e allo stesso tempo razionale del cosa significhi essere creatura infernale e però capace di grandissimo amore allo stesso tempo.

Il fumetto e poi il cinema hanno preso in prestito il vampiro "originato" da Dracula per i propri scopi di genere: Vampirella calca la mano sulla sensualità e l'erotismo insiti in un vampiro per darci storie... bè, senza pretese delle quali c'è molto poco da dire e più da vedere. Blade, della casa editrice Marvel già madre dell'Uomo Ragno e dei Fantastici 4, è un Diurno (metà umano, metà vampiro) che ha giurato di sterminare tutte le creature delle tenebre. Quest'ultimo è stato reso famoso sul grande schermo da Wesley Snipes in due film solo sangue e azione che sono Blade e Blade II. A mio avviso il secondo è molto più riuscito del primo, anche grazie ai numerosi effetti speciali e ad un budget più elevato. In entrambi la storia è ridotta all'osso e l'azione la fa da padrone: i vampiri sono qui poco più di antagonisti usa e getta, tutti opportunisti, arrampicatori sociali, vere sanguisughe della società, interessati non solo al sangue ma anche al potere, al denaro, alla supremazia in quanto specie superiore. Qui siamo in quella fase per niente romantica e tutta azione che il vampirismo di inizio ventunesimo secolo sembra voler sposare. Ironia e calci diventano una ricetta vincente che scalza le lacrime malinconiche del vampiro da mantello e brillantina, ormai fuori moda e inghiottito dalle nebbie del bianco e nero.
Vampiri di questa nuova stirpe rivivono nel romanzo di John Steakley Vampiri S.p.A., dove Jack Crow, un Van Helsing dei nostri giorni, comanda una squadra di cacciatori sponsorizzata nientemeno che dal Vaticano per liberare il mondo dai vampiri che si divertono a creare "nidi" nelle principali città del mondo. Il tema dei vampiri ha sedotto anche Stephen King che ne ha parlato nel suo eccellente romanzo Le Notti di Salem, uno dei miei favoriti del genio del brivido.
E, saltando alcuni passaggi, arriviamo all'ultima evoluzione delle regole vampiriche, anche queste rielaborate e cuore di un telefilm generazionale che non sembra avere niente in comune con vecchie leggende tzigane: sto parlando di Buffy l'Ammazzavampiri. Qui la biondina di turno non è più la ragazzina in pericolo ma è essa stessa l'essenza del cacciatore di vampiri perfetto. Le sue armi? Ironia scoppiettante, lingua tagliente e una raffica, una stra-raffica, di calci volanti!
I puristi del genere che ancora leggono Stoker, che ancora guardano Lee e Lugosi in videocassetta o che giocano a Vampiri: La Masquerade (un riuscitissmo gioco di ruolo dove si impersonano, neanche dirlo, vampiri) rifiutano di considerare Buffy un qualcosa di anche lontanamente imparentato con il genere vampirico, ma è una evoluzione di gusto e di pensiero che dobbiamo accettare per non farci coprire dalle ragnatele del nostro passato. Tutto evolve e si fa contaminare da altri generi e i vampiri di Buffy ne sono il campione per eccellenza. Non dico debba piacere per forza, ma va compreso come sviluppo evolutivo di un genere e di una sensibilità culturale sempre più giovane e sempre più sbarazzina. Un genere che è capace di mutare decennio dopo decennio al contrario di altre mitologie narrative che finiscono per diventare d'epoca o incapaci di evolvere e quindi muoiono nel contesto in cui sono state create quando questo cambia. Se anche Star Trek cede il passo all'imperfezione, mostrandoci vulcaniani sui generis e capitani scurrili con Enterprise, dobbiamo accettare il rimpasto e la contaminazione in un mondo che rifiuta sempre più i compartimenti stagni della fantasia ma che, per vincere la ripetitività, deve reinventarsi e reinventare producendo accostamenti impensabili ma funzionali. In un tempo presente dove le contaminazioni di genere sono la nuova regola del creatore di mondi fittizi, i vampiri sanno sempre trovare nuovi spazi, nuove dimensioni e nuove ragioni d'essere, più umanizzati che mai, forse perché così tremendamente simili a noi. E l'evoluzione continua...



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