 |
|
LA
PISTA DELLE STELLE
di Chiara
Salvioni
Come
chiunque sia soggetto alla sindrome del "non mi ascolta mai nessuno eppure
dico un sacco di cose interessanti, accidenti se le dico", spesso indulgo
in meravigliose interviste nella vasca da bagno: "Chiara, cosa ne pensi
del conflitto di interessi?", "Signorina, abbiamo quattro ore libere e
vorremmo tutti conoscere la sua opinione sull'opera omnia di Tolkien",
"Dottoressa, cosa ha provato nel vincere a così breve distanza il premio
Nobel, quello Pulitzer e un enorme uovo di cioccolato alla lotteria pasquale?",
"Augusta Imperatrice, intende mostrare clemenza verso i suoi pochi oppositori
politici?" (la risposta all'ultima domanda è ovviamente no; poi di solito
faccio decapitare il giornalista). Be', non sarò certo l'unico essere
umano che, se ben sollecitato, si abbandona a vaneggiamenti di varia specie;
forse non siamo poi in molti a farlo nella vasca col tubo della doccia
a mo' di microfono, ma in un luogo adatto sfido chiunque a non lasciarsi
imbambolare da un impetuoso flusso di fantasie: di fronte a un incantevole
paesaggio naturale, a un'opera d'arte o in una biblioteca (non crederete
davvero che le biblioteche siano luoghi di studio, c'è troppo silenzio
per non mettersi a bighellonare con la mente). Oppure sotto un cielo stellato
e qui penso che sarete per la maggior parte d'accordo con me.
Un cielo ricamato di stelle è come un flacone di vitamine per l'immaginazione.
Ci si sistema sotto e si aspetta, così, senza nessuna pretesa. Pochi minuti
di attesa e voilà, nel più apatico degli esseri umani iniziano ad insinuarsi
domande esistenziali che farebbero rabbrividire persino certi ostinati
autori di best-seller New Age. È da millenni che questa fitta (sempre
meno a causa dell'inquinamento luminoso) trama di punti bianchi si dà
da fare con l'immaginario collettivo umano: inizialmente vista come esempio
primordiale di Settimana Enigmistica ("unisci i puntini da 1 a 50 e indovina
la figura mitologica"), è diventata oggetto di approfondite speculazioni
filosofiche e scientifiche che ci hanno fatto capire come guardando sopra
la nostra testa stessimo in realtà cercando dentro di noi, fino alle radici
della vita.
"Noi siamo figli delle stelle", diceva una canzonetta di qualche
decennio fa e aveva ragione, per quanto inconsapevolmente, poiché gli
elementi più pesanti che costituiscono i mattoni della nostra esistenza
vengono prodotti in quelle fucine che sono i nuclei stellari. Chi volge
lo sguardo al cielo notturno in realtà osserva se stesso, e chi si chiede
come sia possibile che quei globi incandescenti gli pendano sul capo si
sta inconsciamente domandando se la vita sia un fenomeno accidentale o
necessario, una fra le molte questioni cui la scienza cerca di rispondere
oggi. Tuttavia alla fine siamo poco più che zingari che frugano lo spazio
con la loro mente irrequieta e le cui domande suscitano altre domande
ancora, senza un punto di arrivo apparente. Le conoscenze che nei secoli
abbiamo acquisito più che donarci importanza ce la sottraggono; non fanno
altro che disperderci in continuazione, confonderci e renderci piccoli.
Comunque sia, indagini scientifiche a parte, è affascinante il modo in
cui percepiamo l'universo, lo trasfiguriamo e da fredda distribuzione
di materia lo rendiamo un mistero pulsante. È merito della folta retina
di stelle e dello stupore che può comunicarci anche in età adulta, quando
l'infantile senso del meraviglioso è ormai andato in pensione: la sua
apparente staticità impone un confronto mozzafiato con la cupidigia con
cui inghiottiamo il tempo, offrendoci un maestoso punto di riferimento,
un assaggio di eternità. E poi abbiamo incrinato questa eternità entrandovi
noi stessi, anche se ci troviamo ancora sulla soglia, trovando un modo
per farci strada sopra l'atmosfera terrestre, verso la Luna, su Marte.
Sopra le nostre teste vagano oggi, insieme alle stelle, satelliti artificiali
di creazione umana. Stiamo lasciando un'impronta nel cielo sotto forma
di detriti metallici, a testimonianza del fatto che, nonostante abbiamo
sempre desiderato giungere lì sopra, dopo esservi sbarcati non abbiamo
cambiato le nostre abitudini di una virgola. Star Trek rappresenta proprio
l'idea dell'essersi fatti strada lungo la "pista delle stelle"; è come
se la Phoenix durante il primo volo avesse infranto la cupola bidimensionale
della nostra volta celeste donandole una profondità infinita. Per il momento,
purtroppo, noi alle vere stelle ancora non siamo arrivati.
Così come offre la chiave, Star Trek regala anche il contro esempio. Esiste
una bella (almeno nello spunto narrativo) puntata di Voyager chiamata
"Night" dalle premesse terrificanti. Esse postulano infatti l'esistenza
di una zona di spazio nel Quadrante Delta in cui non vi siano stelle,
e le rimanenti siano schermate da abbondanti dosi di radiazioni. Come
sottolinea Chakotay, un cielo privo di stelle è "l'incubo di ogni marinaio",
e non si tratta soltanto di un problema di orientamento; continuare a
vedere le stelle mentre si naviga in mezzo all'oceano aiuta ad avere fiducia
e a credere che tutto stia andando come deve andare. Gli stessi ufficiali
della Voyager iniziano ad avvertire la mancanza degli astri dal proprio
panorama dando segni di squilibrio. Due in particolare paiono risentire
di tale privazione: Neelix, colto da asfissianti crisi di panico, e il
Capitano Janeway, che si rinchiude nel proprio alloggio intenta in un
massacrante percorso di autoanalisi, come se all'improvviso si sentisse
realmente, totalmente sola, quasi avesse perso una parte di sé. La sicurezza
delle decisioni prese in passato si dissolve e restano i mille dubbi foraggiati
da una eterna notte senza luce. Ma il cielo stellato per me più bello
che sia mai comparso in tutto Star Trek è senza dubbio quello del finale
dell'episodio "Famiglie", appartenente alla quarta stagione di
TNG. Renè, il nipote di Picard, osserva sognante una notte piena
di astri luminosi, immaginando con tutta probabilità di recarvisi trovando
la propria strada fra quel groviglio di luci; ed è triste pensare a quale
sarà il suo destino. Quel cielo raccoglie l'insieme di tutte le sue aspirazioni,
ciò che avrebbe potuto essere e non sarebbe mai diventato; eppure, nonostante
la malinconia, ogni volta che mi capita di osservare la volta celeste
come appare in quell'episodio mi convinco sempre di più che il cielo stellato
sia l'elemento su cui abbiamo costruito il concetto di bellezza: pura
simmetria e luce cristallina.
Mentre sto scrivendo è ancora Agosto e mi sto godendo la consueta
pioggia estiva di meteore; ho già visto la mia stella cadente ed espresso
il mio desiderio: dopo tante speculazioni, tutto si contrae in questo
piccolo rito irrazionale. Alla fine, secondo un costume un po' infantile,
sembra sempre più importante il ruolo che qualcosa riveste per noi rispetto
alla sua effettiva natura. Già, perché forse, tra aspirazioni fallite
e potenzialità inespresse, il discorso è molto più semplice: forse è vero,
come suggerisce l'inizio dello splendido film "Contact", che l'universo
è tutto negli occhi di una bambina. E dove altro dovrebbe essere?
Se volete commentare questo
articolo scrivete a Warp
Mail
|