NODI AL FAZZOLETTO
di Chiara Salvioni

"I swear I recognize your breath.
Memories, like fingerprints, are slowly raising (…)
Hearts and thoughts they fade, fade away"

Pearl Jam - "Elderly woman behind a counter in a small town"


In questi giorni mi sto facendo prendere dalla malinconia. Intendiamoci, capita a tutti, e il fatto che sia io a dirlo non rende certo la notizia più interessante. Dopotutto neanche ci conosciamo. È solo che sto traslocando dalla casa in cui ho vissuto per quindici anni, periodo tutto imperniato sull'adolescenza con le angosce del prima, i traumi del durante e la convalescenza del dopo, e pertanto mi sto dedicando al festival della rievocazione. Mi trasferisco a qualche chilometro di distanza ed è come se me ne andassi in Bolivia. Sono stata addirittura a visitare per l'ultima volta la mia classe delle elementari; proprio la classe, con nessuno dentro.
Ho salutato i banchi e gli appendiabiti neanche stessi partendo per l'Australia. Sto diventando troppo sentimentale per i miei gusti. Mi diverto a ricostruire le varie forme che la mia stanza ha assunto negli anni accordandosi all'umore del momento, o a capire perché accidenti io abbia tenuto nei cassetti scorie di ogni genere, dai sottobicchieri alla ghiaia: so che dovrebbero ricordarmi qualche avvenimento particolare, ma, ahimè, non riesco a capire quale.
Purtroppo spesso accade così, si mette da parte un oggetto insignificante per chiunque altro eccetto noi stessi e lo si chiude in un cassetto perché la sua sola vista ci riporti al momento in cui l'abbiamo raccolto; invariabilmente, prima o poi quel medesimo oggetto diventa banale anche ai nostri occhi. Col tempo ogni legame di questo tipo sfuma, ed è un peccato, perché sono convinta di avere un intero archivio nella testa al quale mi è impossibile accedere consapevolmente. A tratti, mai quando lo desidero, capita che emerga un brandello di informazione, come il tipo di scarpe che indossavo un certo giorno in seconda elementare, o il gusto della caramella offerta dal medico dopo un vaccino. Dettagli inutili, assolutamente irrilevanti, ma ancora presenti nella mia memoria, che come un magma ribollente ogni tanto ne espelle qualcuno per il solo gusto di vedermi arrovellare su come abbia potuto scordare una cosa tanto evidente. Pare che il mio cervello si diverta un mondo a mettermi in difficoltà con tali singolari ricordi; ho la netta sensazione che la simpatica spugnetta ritenga le centinaia di particolari lasciate scorrere più elettrizzanti degli eventi macroscopici accaduti nella mia esistenza, come gli affetti provati, i viaggi fatti, gli studi scelti: forse perché i dettagli della vita, a cui nessuno può imporre un controllo, sono le vere spie dell'inconscio. E nulla entusiasma più i neuroni che stuzzicare i lati sepolti delle nostre esistenze.

Potrei definirmi fortunata se riuscissi a collegare anche solo la metà degli oggetti stipati nei miei armadi alle occasioni in cui li ho raccolti. Purtroppo la percentuale è molto più bassa, fatto che mi porta a ragionare sulle condizioni in cui la nostra mente assorbe e rielabora il passato.
C'è un episodio di TNG, a dire la verità uno fra i molti che in questa serie trattano la fenomenologia della memoria, in cui Data si interroga con Geordi sulle qualità dei ricordi umani. Abbiate pazienza se non riporto il dialogo con precisione; le mie videocassette di Star Trek ormai giacciono in uno scatolone che presto lascerò alle cure dell'impresa di traslochi.
Detto brevemente, in "Violenze mentali" Data pone l'interessante questione del perché la memoria umana non si comporti come quella elettronica di un androide. Dopotutto in entrambi i casi sembrano verificarsi le medesime condizioni: le esperienze vissute vengono stipate da qualche parte all'interno del cervello, mai eliminate del tutto. Per quale motivo, allora, a noi non basta la volontà per riportare al presente un vecchio avvenimento?
Perché dobbiamo sopravvivere. La vita sarebbe insopportabile se la dividessimo con la marea di informazioni provenienti dal passato. Non potremmo psicologicamente reggere un peso di tali proporzioni: provate a immaginare cosa vorrebbe dire ricordare anche solo il contenuto delle merende mangiate da bambini; figuriamoci se poi dovessimo sostenere la memoria di ogni riga letta, che si incollerebbe alla nostra mente come alla carta moschicida. Nel migliore dei casi saremmo tutti archivi ambulanti terribilmente colti.
Fortunatamente la biologia viene in nostro soccorso effettuando una netta distinzione fra ricordi a breve termine, destinati a soccombere, e a lungo termine, le tracce decisive della nostra esistenza; dei primi possiamo anche non curarci. Peccato che essi siano ben lungi dal volerci abbandonare, ed ecco che quando meno uno se lo aspetta fanno capolino dal nulla comportandosi come se fossero sempre stati i padroni di casa.
Altro che catalogare il passato come banale collezione di ricordi a breve o lungo termine, esso pare più un insieme di dati principali intorno ai quali si agita un repertorio infinito di detriti mnemonici. Allora il problema è capire come il cervello scelga volta per volta il ricordo da fare apparire sulla scena. Parlare di casualità non mi sembra una risposta esauriente. Cosa fa la differenza, qual è il fattore discriminante tra un'inezia e l'altra? Forse la cosa più semplice, il sentimento: uno dei motivi per cui a studiare la memoria fino ad ora se l'è cavata meglio l'arte della scienza.

Dentro di me, in fondo, molto in fondo, so che è tutta una questione di biochimica. Eppure preferisco ancora l'interpretazione emotiva a quella puramente scientifica, un po' come il buon vecchio cavernicolo che non comprende il fulmine e quando lo vede pensa a una selvaggia divinità. Esiste uno strano film di alcuni anni fa chiamato "Dark City", non bellissimo ma senza dubbio affascinante. Degli alieni effettuano esperimenti su ignari esseri umani impiantando loro periodicamente memorie sempre diverse: il loro scopo è comprendere le origini dell'anima umana osservando la capacità che queste persone hanno di adattarsi a vite diverse, con ricordi sempre nuovi. Non riescono tuttavia a raggiungere nessun risultato. "Avete cercato nel posto sbagliato", dice il protagonista al termine del film: non la mente, ma il cuore. Perché forse c'è una scintilla dentro di noi, proveniente da chissà dove, che ci permette di non essere unicamente in balìa della memoria.
L'alieno che assorbe i ricordi di assassino costruiti ad hoc per il protagonista diventa realmente un individuo sadico, ma non comprende l'umanità giacché questa ammette l'alternativa di sopravvivere alla memoria ed emanciparsi da essa. Paradossalmente è questa stessa scintilla a regolare i nostri rapporti con i ricordi più insignificanti. Una sensazione di piacere o di affetto possono legarci a un'immagine e farla ricomparire inattesa dopo che è stata sepolta per anni, un po' come accade allo scrittore Marcel Proust, cui l'assaggio di un dolce, una madeleine, scatena una cascata di ricordi. Risultato: un romanzo di sette volumi ("Alla ricerca del tempo perduto"). Alla faccia del dolcetto.
Al contrario, un trauma può rendere un avvenimento facile da scordare indipendentemente dal fatto che lasci una traccia nella psiche. In TNG, nell'episodio "La porta chiusa", Deanna Troi riesce addirittura a rimuovere l'esistenza di una sorella. I meccanismi che fanno dimenticare sono sostanzialmente gli stessi che permettono di ricordare, ed è per questo che le due funzioni molto spesso si confondono. Gli psicanalisti sfruttano questo aspetto per cercare di fare emergere eventi rimossi dal passato; il loro lavoro è simile a quello di Bastiano, il protagonista della Storia Infinita, che alla fine del romanzo scava con cautela nella cupa miniera di Yor rinvenendo, cesellate su fragili lastre, le immagini dei propri ricordi.

Proprio a causa di questa sua innata delicatezza e degli ambigui meccanismi che la regolano, è assai facile ingannare la memoria. Giocare con i ricordi è un'attività frequente nell'arte; l'amnesia, poi, è fra le tematiche più ricorrenti in letteratura e cinematografia per la sua abilità nel rivoltare i personaggi come calzini e porre la fatidica questione di quanto essi potrebbero rivelarsi differenti senza il proprio corredo mnemonico. Ricordi cancellati, distorti, inseriti artificialmente: la fantascienza (e non soltanto lei) è colma di simili espedienti narrativi. Comunque non è indispensabile ricorrere a tecnologie fantascientifiche e scienziati pazzi per ottenere gli stessi risultati nella nostra realtà, poiché certi proprietari di memorie già lo fanno senza bisogno di aiuti esterni. La memoria è forse l'unica, vera proprietà individuale, e tutto sommato ciascuno può interferire con essa quanto gli pare; basta che poi ne accetti le conseguenze. Un esempio di fin dove ci si possa spingere in tale hobby è offerto dallo straordinario film "Memento", di cui non dirò nulla se non che dovete assolutamente vederlo e che il suo protagonista si trova privo di memoria a breve termine a causa di una malattia, circostanza che lo rende vittima e carnefice allo stesso tempo. Quest'uomo è il simbolo più efficace di tutto il nostro discorso sull'enorme difficoltà insita nel gestire i propri ricordi.

È tutto abbastanza complicato da spingere a gettare la spugna per abbandonarsi ai ricordi senza troppe meditazioni. Credo però che non si possa rinunciare a riflettere sulla memoria, dato che si tratta della nostra unica occasione di immortalità, il solo modo in cui trascendere i confini della vita biologica.
L'idea che ho in mente è simile a quella dell'eccezionale episodio "Una vita per ricordare". Una razza aliena ormai estinta imprime i ricordi della propria civiltà nel capitano Picard affinché li custodisca e li tramandi, rinnovando in questo modo la sua esistenza. Entrare nella memoria di un altro essere umano, anche nel modo più irrilevante, equivale a fare parte del suo movimentato substrato psichico e magari, un giorno o l'altro, ad essere estratti da un lontano recesso. Chissà quanti individui ho nella mia mente in questo preciso momento, una gran folla che non lascerà mai il suo posto, almeno fino a quando avrò vita. E sapete chi è la prima persona che mi viene in mente ora? Non un parente, o un ragazzo, e neanche un professore: no, uno stupidissimo autista di bus che a 17 anni mi aveva insultato sulla corsa delle 7:15 perché non sapevo quale tagliandino del biglietto fargli strappare.
Insomma, l'ultimo essere sulla Terra a cui avrei voluto donare vita eterna. Dannata memoria. Provate anche voi a giocare con l'imprevedibilità di questi frammenti di passato. Avete mai cercato di ricostruire il vostro primo ricordo? Fatelo, e poi elaborate una fantasiosa strategia per stimolare un po' di anarchia nella vostra scatola cranica. Come la mia collezione di cianfrusaglie. Non funziona a meraviglia, anzi, a dirla tutta spesso mi porta su una strada del passato opposta rispetto a quella che avevo progettato di prendere. Ma almeno mi ricorda che, ogni tanto, è bene ricordare.


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