ENDGAME
di Susanna Ricci


Parlare dell'ultima puntata di Voyager non è certo un argomento di forte attualità.
La globalizzazione sta lentamente avanzando e anche chi non vive in America ormai ha la possibilità di vedere telefilm che nelle televisioni italiane non approderanno mai, ma questo determina necessariamente uno sfasamento temporale, poiché non tutti hanno modo di accedere contemporaneamente alle stesse informazioni.
Così alcuni di noi sanno che l'equipaggio della Voyager è già tornato a casa e altri no: io l'ho scoperto l'altro ieri.
Cosa volete che vi dica?
Che sono contenta che siano tornati?
La risposta è no. Per diversi motivi.
Il primo fra tutti è dovuto al fatto che in questo modo hanno messo definitivamente la parola fine ad una serie che ha mostrato, con il passare del tempo, delle forti potenzialità. Io sono della vecchia guardia: sono abituata a telefilm come Spazio 1999 - mai finito - e per sempre rimasto in sospeso come una promessa che un giorno potrebbe anche essere mantenuta; o come Doctor Who che, con una perseveranza degna di Sentieri, piuttosto che smettere, cambia periodicamente il protagonista principale.
Il raggiungimento dell'obiettivo finale poi non sempre rappresenta il culmine della soddisfazione, come diceva Leopardi descrivendo il suo sabato nel villaggio. Anche durante il corso della puntata infatti questo concetto viene sottolineato, poiché in due occasioni diverse, in due tempi diversi, l'equipaggio della Voyager brinda non al ritorno, ma al viaggio. Il viaggio è molto più importante della meta ed è durante il viaggio che si fanno esperienze di vita, e si sviluppano affetti, legami e sentimenti.
E per finire il "modo" in cui è stato imbastito e presentato il ritorno, lascia un sapore di… frettolosità. La settima stagione di Voyager è stata una lunga preparazione a questa ultima puntata, in un crescendo di comunicazioni tra la nave e la terra; in un susseguirsi di momenti importanti per il definitivo riavvicinamento; salvo poi arrivare finalmente alla fine e ritrovarsi a raccogliere e riallacciare tutti i nodi lasciati ancora aperti, in maniera quasi precipitosa.
Sboccia l'amore tra Seven e Chakotay, quasi repentinamente, dopo che la nostra Borg preferita aveva giurato di non volersi lasciare andare alle emozioni, visto che non si sentiva ancora pronta.
Nasce la figlia di Tom e B'Elanna.
Si ammala Tuvok.
Arrivano i Borg, compresi di una nuova "vecchia" regina, che pare proprio non riesca a rimanere tutta d'un pezzo quando si trova di fronte ad un federale! Si sposa il Dottore e, colmo di tutti i colmi, si trova un nome! Joe.
Sembra quasi che gli sceneggiatori abbiano continuato a scrivere storie, molto belle, senza rendersi conto che si stavano avvicinando alla fine, salvo accorgersene all'ultimo momento.
"Ehi! Ma la prossima è l'ultima puntata! Presto!! Un finale!!!"
E come quando si prepara la valigia all'ultimo minuto, si butta tutto dentro alla rinfusa.
Devo anche dire che le storie che contengono paradossi temporali sono le più pericolose in assoluto. Possono essere dei gioielli di raffinata bellezza, come "Trials and tribble-ations", così come possono risolversi in pasticci raffazzonati e privi di ogni logica.
End Game è un po' entrambe le cose. Lo spunto che permette di avere due Janeway contemporaneamente sullo stesso scenario è notevole, e senza dubbio fonte di grosse scintille. Soprattutto visto che una è capitano e l'altra è ammiraglio, con 33 anni in più sulle spalle.
Due fenomenali "galline" a dividere lo stesso pollaio possono dare origine a fenomenali guai.
Come per esempio distruggere 47 cubi Borg ed il network di tunnel spaziali artificiali che permette loro di imperversare in tutti i quadranti della galassia.
Ma se l'ammiraglio Janeway, che ha impiegato 16 anni in più per tornare sulla terra (ha visto morire 7di9 e Chakotay e va a trovare una volta alla settimana un Tuvok ormai in preda alla demenza), torna indietro nel tempo e persuade il capitano Janeway a prendere una scorciatoia Borg ed il suo piano ha successo… allora il capitano Janeway torna sulla terra con 16 anni di anticipo, non vive le esperienze che dovrebbe vivere (Seven non muore, Chakotay non perde il proprio smalto per il dispiacere e non muore nemmeno lui, Tuvok torna in tempo su Vulcano, dalla sua famiglia per poter fare una fusione mentale che può salvare dal deterioramento le sue cellule cerebrali), e quindi non matura le motivazioni necessarie che la spingeranno a fare il viaggio a ritroso nel tempo per avvertire la sua più giovane sé…
Ma se non lo fa, allora il capitano Janeway non prenderà nessuna scorciatoia e ci metterà 16 anni in più a tornare…
Il che significa che l'ammiraglio tornerà indietro e farà passare il capitano nella scorciatoia…
Ma allora tornerà 16 anni prima…
Facile perdersi nei meandri del tempo.
Certo si può sempre ricorrere alla scusa che in realtà si è creato un futuro alternativo, parallelo al primo.
Se non si fosse perseguita questa strada, comunque, giocoforza avremmo dovuto concludere che la sorte di Janeway era segnata e che arrivata al grado di ammiraglio la sua vita e la sua carriera sarebbero terminate nel supremo sacrificio di distruggere un covo di Borg di notevoli dimensioni.
Oppure si può sempre ricorrere alla scusa che si tratta di un telefilm di fantascienza e che in un telefilm di fantascienza tutto è lecito e possibile e chissenefrega.
Certamente la storia è molto ben sviluppata, ottime le interazioni tra il futuro ed il passato, fino all'incontro delle due "rosse", una da una parte ed una dall'altra del rift temporale.
Eccezionale la nuova tecnologia che l'ammiraglio porta in regalo al capitano, soprattutto il nuovo schermo fisico, una sorta di armatura che racchiude tutta la navetta dell'ammiraglio e che viene montata anche sulla Voyager.
Ma che fine fa la prima direttiva temporale?
I due agenti (Moulder (Doulmer) e Scully (Lucsly) sotto mentite spoglie) con i quali deve avere a che fare Sisko quando torna indietro nel passato di Kirk esistono o sono in un'altra linea del tempo?
E se esistono non intervengono? Ce n'è per una corte marziale con i fiocchi!
Perché creare dei paletti rigidi e teoricamente infrangibili come le prime direttive, se poi alla prima occasione in cui danno fastidio essi vengono accantonati con estrema disinvoltura?
I fan di Star Trek sono peggio degli integralisti religiosi quando si parla di continuity, ed io ovviamente non sono da meno.
Divento una iena quando vedo che, per ottenere un facile successo, gli sceneggiatori passano sopra a qualsiasi cosa, anche alle proprie ottime idee.
Una cosa però è veramente splendida: l'ultima scena, quando la Voyager finalmente riemerge nel quadrante alfa. Si trova di fronte una parata di astronavi federali di tutte le classi ed il personale bentornato dell'ammiraglio Paris e di Barclay, che da tanti mesi la sta ormai seguendo passo passo nel difficile percorso del ritorno.
I volti dei nostri eroi sono rapiti dallo spettacolo che hanno davanti. Increduli, sopraffatti dalle emozioni. Immobili. Quasi che ad agitarsi per la felicità, le fragili immagini riportate dallo schermo del ponte di comando, possano dissolversi in mille schegge, come un miraggio nel deserto.
I volti del capitano, di Chakotay, di Seven sono quasi trasfigurati dalla visione della terra. Tutti gli attori coinvolti hanno veramente dato il meglio di sé in una scena corale di felicità totale, tanto più grande in quanto sussurrata in reverente silenzio.
Peccato che non sapremo mai quali sono state le reazioni dei terrestri nei confronti di Seven, o di Icheb. E non sapremo nemmeno come verranno trattati i Maquis, o se B'Elanna ricucirà il rapporto con il padre, o che fine farà Tom Paris, che inizialmente era stato imbarcato come galeotto in missione forzata.
E nemmeno se il Dottore troverà davvero un nome, sperando abbandoni la folle idea di chiamarsi davvero Joe!



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