"I'm afraid
you won't survive to witness the victory of the Echo over the Voice."
("Temo non sopravviverai per assistere alla vittoria dell'Eco sulla
Voce."
Shinzon a Picard, "Star Trek X: Nemesis")
Esattamente
non avevo idea di cosa aspettarmi da "Nemesis",
dopo un capolavoro come "First Contact" e
dopo una prova un po' più pallida come "Insurrection".
Come sempre, ho rifiutato fino all'ultimo ogni spoiler e ogni anticipazione,
eccezion fatta per i trailers disponibili in rete, dai quali avevo soltanto
dedotto che l'azione si sarebbe concentrata attorno alla misteriosa
comparsa di un clone di Picard. Grazie a una serie di congiunzioni astrali
favorevoli, ho avuto poi il privilegio di vederlo praticamente in contemporanea
alla sua uscita in America, e ho potuto di conseguenza seguire e verificare
- in me e negli altri eletti che hanno scelto di non aspettare fino
a maggio - l'evoluzione delle aspettative in critiche più o meno
positive; per quanto mi riguarda, devo dire che tali aspettative sono
state pienamente ricompensate.
La visione in lingua
originale mi ha fatto apprezzare appieno un cast eccelso e una vicenda
che tiene con il fiato sospeso dall'inizio alla fine; il commento musicale
dell'ormai mitico Jerry Goldsmith non poteva accompagnare meglio una
storia che è e resterà unica nell'universo di Star Trek.
Sì,
perché "Nemesis" è davvero
un film unico: non è soltanto il classico racconto dell'atavica
lotta tra l'incarnazione del bene e quella del male, non è soltanto
il poderoso scontro tra due giganti stellari, né l'apoteosi di
un Capitano senza macchia e senza paura e del suo fedele equipaggio
che, guidati da ideali inattaccabili, scendono in campo - come dice
Picard - per aspettare l'alba e affrontare il nemico. In "Nemesis"
c'è molto di più in gioco: la definizione del limite stesso
del concetto di umanità.
Non ho intenzione di dedicare questo articolo a un'analisi (o se preferite
a una recensione) dell'intero film, ma di concentrarmi sulla figura
che fa da cardine all'intera vicenda, la figura che mi ha sbalordito
per originalità, profondità e bellezza, che s'impone al
centro dell'attenzione già nei primissimi minuti (è il
suo bellissimo nome ad essere pronunciato per primo) e che a tratti
riesce, per potenza espressiva e spirituale, ad offuscare persino il
fulgore assoluto di Picard. La figura attorno alla quale si snoda e
si riassume proprio l'immane questione cui accennavo poco sopra.
Shinzon di Remus.
Il fanciullo e il Capitano
"I
can hear as well as you can, Captain.
I can see as well as you can.
I can feel everything you feel.
In fact, I feel exactly what you feel. Don't I, Jean-Luc?
Come to dinner, tomorrow, on Romulus. Just the two of us.
Or should I say... just the one of us?"
("Sento esattamente come lei, Capitano. Vedo esattamente come lei.
Provo esattamente tutto quello che anche lei prova.
In effetti, mi sento esattamente come si sente lei. Non è vero,
Jean-Luc?
Venga a cena, domani, su Romulus. Solo noi due. O forse dovrei dire...
solo noi uno?"
Shinzon a Picard)
L'ordine
arriva a Picard in un momento di particolare spensieratezza, mentre l'Enterprise-E
sta facendo rotta verso Betazed per siglare anche secondo le tradizioni
della sposa il matrimonio del millennio. L'atmosfera sulla nave è
estremamente rilassata, la "famiglia" si gode un evento che
corona tanti anni di interazione e l'imprevisto che porta alla scoperta
di un "fratello" di Data su Kolarus III si presenta come un
piacevole diversivo a un Picard quanto mai euforico e fanciullesco (entrerà
nella storia, io credo, la sua guida a velocità folle a bordo del
"gippone" con cui insieme a Worf e Data - visibilmente preoccupati
- scende sul pianeta). Un preludio, questa inaspettata e infantile vivacità,
a quanto il Capitano è destinato a scoprire di se stesso nelle
ore che seguiranno. Come ne è chiara anticipazione il paradossale
confronto tra Data e il suo alter-ego allo stato embrionale, B4 (Data:
"Tu lo sai chi sono io?", B4: "Certo. Tu sei me").
È l'Ammiraglio Janeway che, in un simpatico cameo, notifica a Picard
l'avvenuto cambiamento radicale ai vertici dell'Impero Romulano, annunciando
che una rappresentanza diplomatica federale è richiesta sul pianeta
per importanti comunicazioni; e sottolinea, innescando sulla serenità
che regna a bordo dell'Enterprise una scintilla di inquietudine, che il
nuovo Pretore è di Remus.
Nulla
si sa di questa nuova presenza a parte il suo nome, Shinzon, e le frammentarie
notizie che la Flotta possiede a proposito delle sue gesta militari durante
la guerra contro il Dominio; e nulla o quasi si conosce del plumbeo mondo
dal quale proviene, Remus, da sempre associato al più potente Romulus,
ma mai oggetto di un incontro più ravvicinato. Improvvisamente,
insieme alle parole con cui il Capitano rende noto a Riker che i festeggiamenti
su Betazed dovranno essere rimandati, il clima sull'Enterprise si incupisce,
quasi Picard presentisse che quello cui sta per assistere sarà
molto di più di un incontro diplomatico. E la tensione si fa tangibile
quando, giunti nell'orbita di Romulus, i nostri attendono 17 ore senza
ricevere risposta, mentre Troi sussurra "Sono là fuori...".
Finché, come venisse direttamente dall'Aldilà, una possente
nave dalle forme inconsuete si disocculta e un impressionante volto dalle
fattezze mai viste prima si palesa sugli schermi dell'Enterprise:
"Enterprise.
Siamo il falco da guerra remano Scimitar."
Una voce che sembra provenire dal Regno dei Morti. Picard stesso fatica
a mantenere la calma che l'etichetta gli impone.
"Pretore Shinzon. Sono lieto..."
"Non sono Shinzon. Sono il suo Vicerè. Vi stiamo trasmettendo
le coordinate per il teletrasporto."
A una prima analisi, la Scimitar ("She's a Predator", commenta
Picard) appare dotata di una potenza di fuoco inaudita. Insieme, l'atteggiamento
decisamente poco amichevole del lugubre Vicerè non lascia presagire
nulla di positivo.
Ma l'opportunità di un incontro diplomatico con il vertice Romulano
è troppo importante perché Picard ceda alla prima istintiva
impressione. E il mistero che avvolge la nuova e sinistra razza è
troppo allettante.
I
Remani vivono sul lato oscuro del pianeta, aveva spiegato Data durante
il viaggio verso Romulus. E una penombra torpida, quasi opprimente, diventa
da ora caratteristica dominante in tutte le scene che hanno i Remani come
protagonisti. Il primo incontro avviene nell'oscurità fisica di
un'enorme sala della Scimitar, in cui la voce lucida di Shinzon echeggia
come in una visione notturna, senza che si sveli il suo volto, e nell'oscurità
allegorica dell'ignoto che avvolge la storia di questa cultura. Ma soprattutto
nella tenebra che simbolicamente racchiude il lato oscuro che esiste in
tutti noi umani e con il quale mai vorremmo trovarci a confronto. Infatti
Picard - e noi con lui - è immediatamente di fronte alla prima
sconvolgente sorpresa: "Lei non è come ci aspettavamo."
No.
Shinzon non è remano.
Shinzon è umano.
Avvicinandosi
alla squadra a passi lenti e misurati, nel buio, Shinzon sogghigna alla
perplessità che accompagna quella scoperta. Ma il suo volto resta
nell'ombra. E stranamente, il primo oggetto della sua curiosità
è Deanna. "Posso toccarle i capelli?" Come un bambino
che ha appena scoperto un nuovo gioco. E che subito si ricompone, ritrovando
la solennità della propria posizione, all'impazienza di Picard
che vuole sapere il motivo di quell'incontro. "Abbattere il muro
che ci separa", scandisce Shinzon con calibrata enfasi, mentre il
profilo della sua figura si staglia sullo sfondo. "Per riconoscere
finalmente che siamo una cosa sola. Noi vogliamo la pace". Ma subito,
dietro le sue parole, cogliamo un'ombra di ambiguità. E l'espressione
di Picard, che ascolta quella voce come se essa si stesse rivolgendo direttamente
alla sua anima, ci fa intuire un duplice piano dei significati, ancora
offuscato, ma perfettamente palpabile.
Finché, finalmente, si fa luce.
No. Shinzon non è come ci aspettavamo.
Se fosse davvero stato il tenebroso Vicerè al timone della Scimitar,
non ci sarebbe stata per noi tanta sorpresa. Perché è così
che nel nostro immaginario (e anche in quello di Picard, crediamo) è
disegnata l'incarnazione del Male per antonomasia, qualcuno o qualcosa
di completamente diverso da noi in quanto umani dotati di umano sentire,
qualcosa di alieno, sia a livello fisico che spirituale. Qualcosa che
ci ricordi sempre ciò che non siamo e non potremo mai essere e
che ci rassicuri - proprio attraverso la sua totale "alienità"
- sull'eventualità di diventarlo.
La Regina Borg, pur nella sua trasfigurante bellezza, è una mostruosità
aliena, un paradossale assemblaggio di impianti cibernetici e membra biologiche;
Ru'afo, devastato dal decadimento cellulare cui la sua razza è
soggetta, ci appare come uno scherzo della natura e la sua malvagità
è codificata, non vacilla mai, neppure per un istante; anche il
dottor Tolian Soran, nella sua lucida e spietata follia, non lascia dubbi
sulla sua caratterizzazione come "polo maligno" nella vicenda che lo vede
protagonista; e risalendo indietro, a Kirk, pensiamo a Khan e agli altri
anti-eroi, sempre perfettamente identificabili come tali sin dalla loro
prima apparizione, nei lineamenti, negli atteggiamenti, nelle parole.
Shinzon no.
Shinzon è un ragazzo di poco più di vent'anni, semplicemente umano, esile
e bellissimo, paurosamente sensuale nell'abito che lo fascia dalle spalle
alle caviglie, un volto luminoso nell'oscurità che si apre, un sorriso
seducente, uno sguardo intenso e velato di profonda tristezza, una voce
che penetra nelle ossa. Umano.
All'epifania del suo volto, Picard sbianca, senza che gli altri della
squadra ne comprendano il motivo. Immediatamente, il Capitano e l'irreale
fanciullo sono proiettati in una dimensione parallela, il cui segreto,
per qualche istante, è noto a loro due soltanto. Il Capitano, ammutolito,
ascolta straniato le parole che escono dalla bocca del fanciullo come
da uno specchio del tempo, anticipando ciò che poco dopo sarà
verificato dagli strumenti: Shinzon è nato dalla clonazione del
suo patrimonio genetico. Ciò fa di lui un antagonista unico nella
storia di Star Trek, perché nessun Capitano della Flotta Stellare
fino a quel momento si era mai trovato a dover fronteggiare se stesso.
Perché Shinzon è Picard.
Al
di là della somiglianza fisica effettiva, che pure è evidente
anche in piccolissimi particolari (il sopracciglio che si alza, ad esempio),
il significato di questo incontro tocca ben altri livelli, il gioco è
estremamente complesso e immediatamente si innesta sull'identità/polarità
delle intenzioni, dei sentimenti, degli ideali. Mai avevamo visto Jean-Luc
Picard tanto frastornato. Mai tanto affascinato e al contempo dubbioso.
Picard è attratto dal "se stesso" fanciullo, eppure sa
che questo fanciullo non può che essere altro
da lui e indugia a concedergli la propria fiducia. Sulla luminosa bellezza
del fanciullo infatti già incombe l'ombra della dannazione, perché
Shinzon, per salire al potere, non ha esitato a sterminare l'intero Senato
Romulano. E perché dietro le intenzioni apparenti c'è un
altro scopo, molto più vincolante. Ma di questo parlerò
più avanti.
"The eyes. Surely you recognize the eyes.
Our eyes reflect our lives, don't they? And yours are so confident."
("Gli occhi. Sono sicuro che riconosci gli occhi.
Gli occhi sono lo specchio della nostra vita, non è vero? E i tuoi
sono così rassicuranti."
Shinzon a Picard)
Picard accetta l'invito a cena spinto prima di tutto dal desiderio di
scoprire perché Shinzon esiste, "da dove diavolo viene"
e quali sono le sue reali intenzioni; ma nel profondo del suo animo brama
confrontarsi con qualcosa che indiscutibilmente gli appartiene in modo
esclusivo, che istintivamente, inevitabilmente sente vicino. Vuole scoprire
che forma una condizione completamente diversa dalla sua ha dato allo
stesso potenziale genetico. Shinzon non è semplicemente un umano
cresciuto in una situazione totalmente avulsa dall'umanità, Shinzon
è l'umano Picard cresciuto in una situazione totalmente
avulsa dall'umanità. La rivelazione del "perché"
dell'esistenza di Shinzon, creato dai Romulani al fine di sostituire Picard
come infiltrato ai vertici della Flotta Stellare (un progetto abbandonato
sul nascere dopo un cambio di governo), ci lascia quasi indifferenti.
Tutta la nostra attenzione, tutta l'attenzione di Picard si concentra
su quello che è uno dei momenti più drammatici dell'intera
storia, uno dei momenti di maggiore intimità tra il fanciullo e
il Capitano, quando per un istante aleggia la speranza che il destino
possa essere diverso da quello che ci aspettiamo.
"I was only a child when they took me, and then I didn't
see the sun or the stars again for nearly ten years. The only thing the
Romulan guards hated more than the Remans was me."
("Ero solo un bambino quando mi presero, e da allora non ho più
visto il sole o le stelle per quasi dieci anni. La sola cosa che le guardie
romulane odiavano più dei Remani ero io.")
Con
lo sguardo che trabocca di vago autocompiacimento e insieme di mortale
rassegnazione, Shinzon racconta a Picard di un'infanzia trascorsa nelle
tenebre delle miniere di dilitio di Remus dove, non essendo più
utile ai progetti governativi, era stato mandato a morire. È qui
che comincia a farsi chiara la polarità che caratterizza queste
due vite, cominciate dallo stesso seme, ma sviluppatesi in due direzioni
e dimensioni radicalmente opposte.
Nulla può essere umanamente paragonabile a un'esistenza nel buio
di una caverna, tra miseri schiavi remani e spietate guardie romulane,
un luogo in cui a Shinzon - fragile bambino umano - nulla poteva appartenere.
Un luogo in cui la pur piccola scintilla di umanità che per retaggio
genetico doveva brillare dentro il suo animo era destinata ad essere spenta.
Un luogo dal quale non era possibile vedere le stelle e sognare, un luogo
votato alla dannazione eterna e al dolore. L'unica speranza di salvezza,
paradossalmente, viene proprio dalla creatura che all'inizio avevamo immaginato
tanto mostruosa, il Remano che per la sua bontà sarà premiato
in seguito con la carica di Vicerè. Ma che comunque potrà
soltanto dimostrare a quel bambino dimenticato un affetto sincero, l'unico
che abbia mai ricevuto, e insegnargli come sopravvivere giorno per giorno
alla disperazione di quell'inferno.
Perciò Shinzon di Remus, perciò "fratelli Remani"
e non fratelli umani, perché Shinzon di Remus non ha mai conosciuto
l'umanità. Shinzon di Remus è un prodotto di laboratorio
creato suo malgrado per esigenze politiche che poi ha acquisito un'identità
propria seguendo la più difficile delle vie, quella della solitudine
e della sofferenza più nera. Shinzon di Remus non è un leader
maturo, padrone di sé e delle proprie scelte, né un guerriero
assetato di sangue; Shinzon di Remus è un fanciullo che non ha
avuto modo né tempo di saperlo. Come lo stesso Tom Hardy - il giovane
e bravissimo attore che lo interpreta - dice in un'intervista rilasciata
a FilmForce,
Shinzon "è un ragazzo frustrato dalla vita che ha vissuto,
intrappolato in una struttura che è molto più grande di
lui. Si ritrova a vestire i panni dell'Imperatore, e viene da un luogo
equivalente alle favelas di Rio de Janeiro." Si possono forse biasimare
l'odio che gli è cresciuto nel cuore, la sete di vendetta, la brama
di vivere, il desiderio di riscatto prima nei confronti di chi ha segnato
la sua condanna, il popolo romulano, e quindi di colui che incarna tutto
ciò che avrebbe potuto essere e invece non è stato, cioè
Picard?
"I want to know what it means to be human. The Remans have
given me a future. But you can tell me about my past."
("Voglio sapere cosa significa essere umano. I Remani mi hanno dato
un futuro. Ma tu puoi raccontarmi il mio passato."
Shinzon a Picard)
"È
stato un errore," commenterà di lì a poco il Vicerè
a proposito dell'incontro tra Shinzon e Picard. "Stiamo solo perdendo
tempo." Non crediamo che sia così, almeno non a questo punto
della storia. Nemmeno Picard. E - ne sono sicura - nemmeno Shinzon. Perché
proprio durante quell'incontro a cena, quando Picard con voce forzatamente
distaccata afferma che non ha ragione di fidarsi di lui, Shinzon disperatamente
cerca la sua approvazione, il suo appoggio, la sua fiducia. La vita ha
concesso a Picard il privilegio di credere in ideali che vanno oltre i
suoi sentimenti personali, Shinzon invece è soltanto questo che
ha, i suoi sentimenti personali; e in questo momento, affidandosi a Picard,
vorrebbe davvero comprendere ciò che ha perduto e - ove mai gli
fosse consentito - cercare di riconquistarlo.
Picard lo sente e, sebbene tenti di ribadire che il suo passato è
e resterà soltanto suo, sebbene esiti a concedergli la propria
fiducia, di fronte a quello che ora è soltanto un ragazzo avido
di conoscenza - com'era Picard alla sua stessa età - che candidamente
gli domanda se in famiglia sono da sempre tutti esploratori, si intenerisce
fino al sorriso, in una scena di un'intensità unica, sottolineata
dallo struggente tema di "Ideals" di Goldsmith. Gli occhi di
entrambi brillano, per un istante, mentre Picard lascia che sia il suo
cuore a parlare, si abbandona ai ricordi di un'infanzia trascorsa a guardare
le stelle e a sognare di raggiungerle, e Shinzon pende estasiato dalle
sue labbra, si perde nel suo sguardo, anticipa la conclusione delle sue
frasi. È l'unico momento in cui, per un istante, le due entità
che sono la stessa e insieme non lo sono si fondono completamente, dimenticando
l'universo intero.
La dannazione e la nemesi
Shinzon: "So what am I? My life is meaningless as long as
you're still alive. What am I while you exist? A shadow? An echo?"
[...]
Picard: "Are you ready to plunge the entire quadrant into
war to satisfy your own personal demons?"
Shinzon: "It amazes me how little you know yourself."
Picard: "I'm incapable of such an act."
Shinzon: "You are me! The same noble Picard blood runs in
our veins! If you had lived my life, you'd be doing exactly as I am. So
look in the mirror, and see yourself. Consider that, Captain. I can think
of no greater torment for you."
Picard: "Shinzon... I'm a mirror for you too."
(Shinzon: "Che cosa sono io allora? La mia vita non ha senso finché
anche tu sei vivo. Cosa sono io finché tu esisti? Un'ombra? Un'eco?"
[...]
Picard: "Sei pronto a far precipitare l'intero quadrante in una guerra
per soddisfare i tuoi demoni personali?"
Shinzon: "Mi stupisce quanto poco ti conosci."
Picard: "Non sono capace di un tale atto."
Shinzon: "Tu sei me! Lo stesso nobile sangue dei Picard scorre nelle
nostre vene! Se tu avessi vissuto la mia vita, faresti esattamente quello
che sto facendo io. Guarda nello specchio, Capitano. Guarda te stesso.
Pensaci. Non riesco a immaginare un tormento più grande per te."
Picard: "Shinzon... Anch'io per te sono uno specchio.")
Poi,
lentamente, inesorabilmente, le prospettive cominciano a cambiare.
Già poco prima del suo incontro con Picard, Shinzon - il volto
avvolto in una luce lugubre, quasi spettrale - nella penombra della sua
sala delle udienze aveva zittito con un ringhio rabbioso il Comandante
romulano Suran, che esigeva spiegazioni sul suo tergiversare, e respinto
con schifato disprezzo le avances della bella Donatra: "Tu non sei
una donna. Sei una Romulana."
Il
desiderio di umanità e di riscatto - che è fortissimo dentro
di lui - prende le forme dell'odio sconsiderato verso la razza colpevole
di averlo reso ciò che è, dell'esasperazione dell'antagonismo-affinità
con Picard, della brama di conquista in nome di un ideale che in realtà
non gli appartiene (la liberazione di Remus), della prepotenza con cui
abusa di Troi sfruttando i poteri telepatici del suo Vicerè, dell'arroganza
con cui impartisce ordini ai Remani suoi sottoposti. Ma la sua disperazione
si sfoga con la stessa violenza istintiva di un ragazzino che ha subito
un torto e decide di vendicarsi, che vuole a tutti i costi una cosa e
la prende, che non si ferma a riflettere sulle possibili conseguenze delle
proprie azioni, per se stesso e per gli altri, ma agisce.
Perché Shinzon è sostanzialmente questo, un ragazzo ambizioso
e impulsivo come Picard ricorda d'essere stato alla sua stessa età,
ma che - al contrario di Picard - non ha avuto e ancora non ha i mezzi
per affrontare un destino troppo più grande di lui.
Se
le caratteristiche originarie sono le stesse che dall'altra parte del
quadrante hanno dato vita a Jean-Luc Picard, se gli intenti e le ambizioni
che allo stato embrionale spronano entrambi corrispondono, tuttavia "Shinzon
per raggiungere i suoi obiettivi - dice Patrick Stewart in un'intervista
- ha scelto la via del conflitto e della violenza, mentre Picard è
per la diplomazia, per la risoluzione pacifica di ogni controversia. E
nonostante tutto Picard vorrebbe salvarlo, non solo per salvare se stesso,
ma perché vorrebbe dare a Shinzon l'opportunità di vivere
un'esistenza migliore, fargli capire che ne ha la possibilità".
Ma c'è qualcosa di più, dicevamo sopra, un fattore pregiudicante
che non gli lascia scampo e che man mano che la vicenda procede sembra
destinato ad evolversi parallelamente all'evoluzione della sua malvagità:
più volte, nella cupa solitudine della sua Scimitar, Shinzon si
piega in spasmi di dolore.
Il
suo Vicerè accorre carico di premura, con inumana dolcezza gli
appoggia una mano sul petto per controllare il suo stato e lo sostiene,
posando sul suo volto uno sguardo che oltre il ripugnante aspetto trabocca
di sincera preoccupazione, di affetto profondo. "Sta peggiorando",
gli dice in un'occasione. "Non hai più tempo per giocare".
Anche Beverly, in seguito, ne darà conferma: l'RNA di Shinzon era
stato programmato in modo da poter consentire la sua crescita accelerata,
perché raggiungesse in brevissimo tempo l'età di Picard.
Ma la sequenza non fu mai attivata, ed ora le sue cellule stanno degenerando.
Senza una "trasfusione" completa del DNA dell'unico donatore
possibile, Picard, Shinzon non ha speranza di sopravvivere.
Così, il fanciullo dannato comincia ad assumere tutte le caratteristiche
dell'anti-eroe, conservando però quella ingenuità di fondo
che continua ad indurre in noi e in Picard una sorta di tenerezza; come
quando, dopo aver rapito e imprigionato il Capitano, risponde alla sua
attonita domanda "Perché lo hai fatto?" con il ruvido
sarcasmo di un demone e insieme con la spontaneità di un bambino
che ha davvero bisogno di sentire vicina una figura che possa dargli conforto
e guida: "Mi sentivo solo".
La scena che segue immediatamente la cattura di Picard è di una
potenza incredibile: è qui il nodo della storia, il faccia a faccia
tra le due entità che sono Picard e insieme non lo sono, è
qui che per la prima volta il Capitano viene messo di fronte alla terribile
realtà del suo lato oscuro "possibile", allo specchio
della sua "anima nera".
E
Shinzon ha ragione. Non esiste per Picard tormento più grande del
terrificante pensiero che una parte di lui, molto in fondo, in potenza
possa davvero essere tale. Non esiste per nessuno di noi. Al di là
della rabbiosa disperazione di Shinzon, la cui giovane anima è
trafitta da ogni lato - dal peso della morte che incombe, dalla consapevolezza
della propria "inidentità", dall'odio insensato che si
alimenta in lui fino ad accecarlo -, al di là della resistenza
morale di Picard - che nonstante tutto continuerà fino all'ultimo
a cercare una porta per raggiungere l'intimo più profondo del suo
distorto alter-ego -, è un interrogativo più grande che
campeggia sulla cupa penombra che grava sulla scena: fino a che punto
un uomo può essere condizionato dalla realtà in cui il caso
gli impone di vivere? Fino a che punto siamo in grado di guidare le nostre
scelte, evitando di oltrepassare quel limite che ci riporta verso uno
stato bestiale? Fino a che punto siamo disposti a difendere la nostra
umanità, quando ogni ideale, ogni valore, ogni speranza è
caduta?
E
nel caso specifico di Shinzon, ci sentiamo di condannare la follia che
lo porta all'estremo? Il male che lo divora è duplice, è
fisico e spirituale, agisce contemporaneamente sul suo corpo e sulla sua
anima, devastandolo in una metamorfosi allucinante: man mano che l'odio
e la rinuncia prendono il sopravvento sull'illusione di salvezza, il morbo
che lo consuma altera il suo volto, la luminosa bellezza del fanciullo
si trasforma nella paurosa mostruosità del demone, in un contrasto
che stride dolorosamente e carica questo giovane eroe maledetto di una
forza espressiva straordinaria.
E a questo punto sentiamo, con disarmante certezza, che non assisteremo
mai, né noi né Picard, alla vittoria dell'Eco sulla Voce.
Picard: "Look at me, Shinzon! Your heart, your hands, your
eyes... are the same as mine. The blood pumping within you, the raw material
is the same. We have the same potential."
Shinzon: "That's the past, Captain."
Picard: "It can be the future! Buried deep within you, beneath
all the years of pain and anger there is something that has never been
altered: the potential to make yourself a better man. And that is what
it is to be human. To make yourself more than you are."
(Picard: "Guardami, Shinzon! Il tuo cuore, le tue mani,
i tuoi occhi... sono gli stessi che ho io. Il sangue che pulsa dentro
di te, la materia grezza è la stessa. Abbiamo le stesse potenzialità."
Shinzon: "Questo è il passato, Capitano."
Picard: "Ma può essere il futuro! Sepolto dentro di te, in
fondo, sotto gli anni di sofferenze e di rabbia c'è qualcosa che
non è stato mai intaccato: la capacità di diventare un uomo
migliore. Ed è questo che vuol dire essere umani. Fare di te stesso
qualcosa di più.")
È
l'ultimo incontro, chiarificatore, quando già la situazione è
compromessa e la Scimitar è stata lanciata contro l'Enterprise.
È l'ultimo tentativo di Picard per trarre in salvo Shinzon da
se stesso, e se stesso dall'incubo che Shinzon per lui rappresenta.
L'ultimo tentativo della ragione umanamente intesa, dell'equilibrio
morale, degli ideali illuminati di strappare
al lato "oscuro" un'anima che meriterebbe di crescere per
diventare quello che potenzialmente è in grado di diventare.
Ancora, la scena è di una drammaticità sconvolgente; ancora,
ci rendiamo conto che Picard cerca disperatamente, siceramente di raggiungere
e salvare quella parte di sé che inesorabilmente gli sta sfuggendo,
non per ingannarla (ingannerebbe se stesso), né per prendere
tempo secondo quanto gli insegna la strategia militare. Ancora, l'Enterprise,
il suo equipaggio, la battaglia, le sorti del quadrante cadono per un
istante nell'oblio, di fronte a un conflitto che si esaurisce tra le
pareti della sala tattica del Capitano, ma le cui dimensioni superano
i confini dell'universo.
Per un istante ancora cogliamo un balenio perplesso nello sguardo di
Shinzon, che sgrana gli occhi negli occhi del Capitano, contrae le labbra,
ma poi si fa indietro, quasi impaurito di fronte alla grandezza di un
sentimento che non è capace di comprendere.
E nello scambio di battute che segue, ciò che ci disorienta è
la profonda amarezza che trasudano il volto sempre più plumbeo
del fanciullo e la sua voce, oltre il freddo sarcasmo e la lucida rabbia
che velano le sue parole.
Picard: "Oh yes... I know you... There was a time you looked
at the stars and dreamed of what might be..."
Shinzon: "Childish dreams, Captain... Lost in the dilithium
mines of Remus... I am what you see now."
Picard: "I see more than that, I see what you could be.
The man who is Shinzon of Remus and Jean-Luc Picard could never
exterminate the population of an entire planet. He's better than that."
Shinzon: "He is what his life has made him. [...] I can't
fight what I am!"
(Picard:
"Oh sì... Ti conosco... C'è stato un tempo in cui
guardavi le stelle e sognavi che cosa poteva esserci..."
Shinzon: "I sogni di un bambino, Capitano... Perduti nelle miniere
di dilitio di Remus... Io sono quello che vedi ora."
Picard: "No, io vedo di più, io vedo quello che potresti
essere. L'uomo che è Shinzon di Remus e Jean-Luc
Picard non potrebbe mai sterminare la popolazione di un intero pianeta.
È migliore di così."
Shinzon: "È quello che la sua vita ne ha fatto. [...] Non
posso combattere quello che sono!")
La conferma, per un Picard annichilito, che non esiste alcuna speranza.
È come se tutte le certezze, tutti gli ideali che per Shinzon
non hanno mai preso forma concreta in questo momento crollassero anche
per Picard, che resta, muto, a fissare lo sgretolarsi di tutto quello
in cui gli hanno insegnato a credere, in cui ha sempre creduto.
"I'll show you my true nature. Our nature. And
as Earth dies, remember I will always and forever be Shinzon of Remus.
And my voice will echo through time long after yours has faded to a
dim memory."
("Ti mostrerò la mia vera natura. La nostra
vera natura. E dopo che la Terra sarà morta, ricordati che mi
chiamerò per sempre Shinzon di Remus. E il mio nome echeggerà
nel tempo anche molto dopo che il tuo sarà svanito in un un pallido
ricordo."
Shinzon a Picard)
È
possibile dunque che lo stesso potenziale umano che da un lato ha generato
l'integerrimo Capitano dall'altro abbia dato origine a un'incarnazione
del male? Perché questo crescendo verso la dannazione, perché
tanta sete di vendetta, al punto di decidere - a costo della propria
vita - di cancellare dall'universo non solo Picard e ciò che
rappresenta, ma anche l'umanità intera? Perché in fondo
Shinzon è stato creato dal male per il male? No. Non solo, almeno.
Il bambino senza colpa imprigionato nelle viscere di un pianeta dimenticato,
il bambino che piange sotto i colpi delle fruste romulane nelle miniere
di Remus, il bambino cui la ruvida mano del Vicerè sfiora tanto
teneramente la fronte non può essere malvagio.
È
ancora Tom Hardy, interrogato sulla complessità del suo personaggio,
a soccorrerci: "Ho osservato i ritratti di Napoleone e di Hitler
e ho provato a pensare: 'Perché queste persone sono dei mostri?'
Non sto facendo alcun commento politico, non sono il tipo, è
solo una questione di 'umanità'. Non credo che un bambino esca
dall'utero di sua madre e sia già malvagio. Il problema è
davvero: che cosa è malvagio? Che cos'è un 'cattivo'?
È un essere umano che ha attraversato una determinata sequenza
di situazioni circostanziali con annessi e connessi, sia genetici che
derivanti dalla sua personale esperienza, che lo conducono a commettere
atti di un'atrocità tale da essere definiti (e lo sono) malvagi."
Questo sostiene anche Shinzon fino allo stremo, che la vita che ha vissuto
lo ha trasformato in ciò che realmente è, siglando la
sua dannazione, condannandolo ad un odio inestinguibile, destinato ad
esplodere e a cancellare per sempre l'idea di "ciò che avrebbe
potuto essere", l'umanità che per un momento aveva preso
le forme di un sogno e che ora viene inesorabilmente messa da parte.
La sua vita, non il semplice fatto di essere stato creato dal male per
il male. E la conferma di ciò viene dal dubbio atroce che continua,
fino all'ultimo istante, a rodere Picard: nelle stesse condizioni, anche
lui avrebbe finito col rinunciare alla parte più sacra della
propria umanità?
"Deploy the weapon. Kill everything on that ship. Then
set a course for Earth. We must complete our mission. Some ideals are
worth dying for, aren't they, Jean-Luc?"
("Attivate l'arma. Uccidete qualunque cosa su quella nave. Poi
fate rotta verso la Terra. Dobbiamo completare la nostra missione. Vale
la pena morire per certi ideali, vero, Jean-Luc?")
Da
questo momento in avanti la metamorfosi è completa, la sete di
vendetta e la rabbia ferina prendono il sopravvento, in un folle volo
che porterà Shinzon a scontrarsi con il suo inevitabile destino.
Nemmeno sopravvivere ha più alcun senso per lui. Picard lo ha
abbandonato, i Romulani che aveva sottomesso scendono in campo contro
di lui, il morbo che lo divora avanza inarrestabile. Tutti questi elementi,
insieme all'evoluzione contestuale della sua figura, ne fanno un personaggio
di uno spessore incredibile, che ricorda molto da vicino gli eroi della
tragedia greca e shakespeariana, la cui sorte è decisa da un
destino che si configura come forza trascendente e implacabile, inattaccabile,
che conduce inesorabilmente alla rovina; e la scelta del titolo, "Nemesis",
evoca in qualche modo questo corpus di reminiscenze letterarie che io
sento profondamente presente dietro la mera evidenza del racconto.
Niente
è rimasto del luminoso fanciullo che era apparso a Picard come
un'epifania divina all'inizio della storia, niente della speranza di
risalita dagli abissi mortali dell'innaturalità. Insieme alla
luce dell'illusione nei suoi occhi, è scomparsa dal suo animo
qualunque parvenza di umanità: a Picard non resta altra scelta,
poiché non può più controllare il suo lato maligno,
che quella di distruggerlo. E sebbene la Scimitar superi di gran lunga
l'Enterprise in potenza, Picard possiede un'esperienza tattica e una
lucidità mentale che Shinzon non ha, ed ora che il suo senso
del dovere ha nuovamente preso il sopravvento sui suoi sentimenti non
esita a trarre in inganno il suo giovane antagonista.
È spettacolare la scena in cui l'Enterprise, per ordine di Picard,
sperona la Scimitar penetrando letteralmente dentro di essa, avvinghiandosi
ad essa in un abbraccio mortale, a sublimare la potenza dello scontro
finale tra le due parti incompatibili e insieme complementari della
stessa anima originaria. Nessun altro, a parte Picard, può affrontare
l'ultima sfida; certo, così era stato anche con Soran, con la
Regina Borg e con Ru'afo, ma questa volta è diverso.
Questa
volta il Capitano che si scaglia contro il nemico per impedirgli di
attivare la terribile arma che spazzerà via ogni cosa sull'Enterprise
è allucinato, si muove tra i Remani e fa fuoco come sospinto
da un meccanismo istintivo, getta lo sguardo da una parte all'altra
cercando il suo doppio, trasale incontrando i suoi occhi, si impone
di procedere, quasi facendo violenza al proprio inconscio. Perché
sa che sta per annientare una parte di sé.
"I'm glad we're together now... Our destiny is complete..."
("Sono contento che siamo insieme adesso... Il nostro destino si
è compiuto..."
Shinzon a Picard)
La tensione culmina, esplode e cade nel momento in cui Picard, con un
riflesso istintivo, svelle un condotto dalla parete e interrompe il
rabbioso impeto di Shinzon, trafiggendolo in petto e guidando la tragedia
alla sua giusta conclusione: c'è quasi sorpresa sul volto devastato
del fanciullo, che prima piega gli occhi sulla terribile ferita, poi
li rialza, e tenendoli fissi dentro quelli di Picard si afferra al palo,
accenna un sorriso tremolante, con uno sforzo atroce si trascina fino
ad aggrapparsi al suo collo, per morire abbandonato sul suo petto.
Il
Capitano resta là, pietrificato, incredulo, il giovane corpo
ormai esanime contro il suo, incapace di muoversi, di vedere, di agire,
mentre l'arma si prepara a colpire. Soltanto, sulla spettrale voce del
computer che scandisce "Un minuto alla sequenza di fuoco. Livello
infusione thalaron completato.", l'eco delle ultime parole di Shinzon,
a trattenere Picard in un limbo di incoscienza in cui niente pare più
definito, né l'esplosione imminente, né l'arrivo di Data,
né la vita stessa. Soltanto l'ombra della fine che incombe, come
una porta verso l'irreale consacrazione di quel duplice destino, per
unire di nuovo ciò che arbitrariamente era stato diviso; come
una sorta di liberazione dalla tremenda consapevolezza che quella parte
di noi così spaventosa continuerà comunque e sempre ad
esistere, palpitando sul fondo del pozzo oscuro e inconoscibile della
nostra anima.
E così sarebbe stato, se l'estremo sacrificio di Data non avesse
posto fine all'inferno.
Ma questa è un'altra storia.
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P.S.: Dopo la visione della versione italiana di "Nemesis",
mi sento di osservare che il doppiaggio ha purtroppo sottratto al personaggio
Shinzon gran parte della forza originaria. Consiglio perciò a
tutti, ove vi sia possibile, di gustarvi la versione in inglese.
Vi allego qui
solo un piccolo esempio.