SHINZON DI REMUS
di Anna "Ro`Laren" Manfredini

"I'm afraid you won't survive to witness the victory of the Echo over the Voice."
("Temo non sopravviverai per assistere alla vittoria dell'Eco sulla Voce."
Shinzon a Picard, "Star Trek X: Nemesis")

Esattamente non avevo idea di cosa aspettarmi da "Nemesis", dopo un capolavoro come "First Contact" e dopo una prova un po' più pallida come "Insurrection". Come sempre, ho rifiutato fino all'ultimo ogni spoiler e ogni anticipazione, eccezion fatta per i trailers disponibili in rete, dai quali avevo soltanto dedotto che l'azione si sarebbe concentrata attorno alla misteriosa comparsa di un clone di Picard. Grazie a una serie di congiunzioni astrali favorevoli, ho avuto poi il privilegio di vederlo praticamente in contemporanea alla sua uscita in America, e ho potuto di conseguenza seguire e verificare - in me e negli altri eletti che hanno scelto di non aspettare fino a maggio - l'evoluzione delle aspettative in critiche più o meno positive; per quanto mi riguarda, devo dire che tali aspettative sono state pienamente ricompensate.
La visione in lingua originale mi ha fatto apprezzare appieno un cast eccelso e una vicenda che tiene con il fiato sospeso dall'inizio alla fine; il commento musicale dell'ormai mitico Jerry Goldsmith non poteva accompagnare meglio una storia che è e resterà unica nell'universo di Star Trek.
Sì, perché "Nemesis" è davvero un film unico: non è soltanto il classico racconto dell'atavica lotta tra l'incarnazione del bene e quella del male, non è soltanto il poderoso scontro tra due giganti stellari, né l'apoteosi di un Capitano senza macchia e senza paura e del suo fedele equipaggio che, guidati da ideali inattaccabili, scendono in campo - come dice Picard - per aspettare l'alba e affrontare il nemico. In "Nemesis" c'è molto di più in gioco: la definizione del limite stesso del concetto di umanità.
Non ho intenzione di dedicare questo articolo a un'analisi (o se preferite a una recensione) dell'intero film, ma di concentrarmi sulla figura che fa da cardine all'intera vicenda, la figura che mi ha sbalordito per originalità, profondità e bellezza, che s'impone al centro dell'attenzione già nei primissimi minuti (è il suo bellissimo nome ad essere pronunciato per primo) e che a tratti riesce, per potenza espressiva e spirituale, ad offuscare persino il fulgore assoluto di Picard. La figura attorno alla quale si snoda e si riassume proprio l'immane questione cui accennavo poco sopra.
Shinzon di Remus.


Il fanciullo e il Capitano

"I can hear as well as you can, Captain.
I can see as well as you can.
I can feel everything you feel.
In fact, I feel exactly what you feel. Don't I, Jean-Luc?
Come to dinner, tomorrow, on Romulus. Just the two of us.
Or should I say... just the one of us?"

("Sento esattamente come lei, Capitano. Vedo esattamente come lei. Provo esattamente tutto quello che anche lei prova.
In effetti, mi sento esattamente come si sente lei. Non è vero, Jean-Luc?
Venga a cena, domani, su Romulus. Solo noi due. O forse dovrei dire... solo noi uno?"
Shinzon a Picard)

L'ordine arriva a Picard in un momento di particolare spensieratezza, mentre l'Enterprise-E sta facendo rotta verso Betazed per siglare anche secondo le tradizioni della sposa il matrimonio del millennio. L'atmosfera sulla nave è estremamente rilassata, la "famiglia" si gode un evento che corona tanti anni di interazione e l'imprevisto che porta alla scoperta di un "fratello" di Data su Kolarus III si presenta come un piacevole diversivo a un Picard quanto mai euforico e fanciullesco (entrerà nella storia, io credo, la sua guida a velocità folle a bordo del "gippone" con cui insieme a Worf e Data - visibilmente preoccupati - scende sul pianeta). Un preludio, questa inaspettata e infantile vivacità, a quanto il Capitano è destinato a scoprire di se stesso nelle ore che seguiranno. Come ne è chiara anticipazione il paradossale confronto tra Data e il suo alter-ego allo stato embrionale, B4 (Data: "Tu lo sai chi sono io?", B4: "Certo. Tu sei me").
È l'Ammiraglio Janeway che, in un simpatico cameo, notifica a Picard l'avvenuto cambiamento radicale ai vertici dell'Impero Romulano, annunciando che una rappresentanza diplomatica federale è richiesta sul pianeta per importanti comunicazioni; e sottolinea, innescando sulla serenità che regna a bordo dell'Enterprise una scintilla di inquietudine, che il nuovo Pretore è di Remus.
Nulla si sa di questa nuova presenza a parte il suo nome, Shinzon, e le frammentarie notizie che la Flotta possiede a proposito delle sue gesta militari durante la guerra contro il Dominio; e nulla o quasi si conosce del plumbeo mondo dal quale proviene, Remus, da sempre associato al più potente Romulus, ma mai oggetto di un incontro più ravvicinato. Improvvisamente, insieme alle parole con cui il Capitano rende noto a Riker che i festeggiamenti su Betazed dovranno essere rimandati, il clima sull'Enterprise si incupisce, quasi Picard presentisse che quello cui sta per assistere sarà molto di più di un incontro diplomatico. E la tensione si fa tangibile quando, giunti nell'orbita di Romulus, i nostri attendono 17 ore senza ricevere risposta, mentre Troi sussurra "Sono là fuori...". Finché, come venisse direttamente dall'Aldilà, una possente nave dalle forme inconsuete si disocculta e un impressionante volto dalle fattezze mai viste prima si palesa sugli schermi dell'Enterprise:
"Enterprise. Siamo il falco da guerra remano Scimitar."
Una voce che sembra provenire dal Regno dei Morti. Picard stesso fatica a mantenere la calma che l'etichetta gli impone.
"Pretore Shinzon. Sono lieto..."
"Non sono Shinzon. Sono il suo Vicerè. Vi stiamo trasmettendo le coordinate per il teletrasporto."
A una prima analisi, la Scimitar ("She's a Predator", commenta Picard) appare dotata di una potenza di fuoco inaudita. Insieme, l'atteggiamento decisamente poco amichevole del lugubre Vicerè non lascia presagire nulla di positivo.
Ma l'opportunità di un incontro diplomatico con il vertice Romulano è troppo importante perché Picard ceda alla prima istintiva impressione. E il mistero che avvolge la nuova e sinistra razza è troppo allettante.
I Remani vivono sul lato oscuro del pianeta, aveva spiegato Data durante il viaggio verso Romulus. E una penombra torpida, quasi opprimente, diventa da ora caratteristica dominante in tutte le scene che hanno i Remani come protagonisti. Il primo incontro avviene nell'oscurità fisica di un'enorme sala della Scimitar, in cui la voce lucida di Shinzon echeggia come in una visione notturna, senza che si sveli il suo volto, e nell'oscurità allegorica dell'ignoto che avvolge la storia di questa cultura. Ma soprattutto nella tenebra che simbolicamente racchiude il lato oscuro che esiste in tutti noi umani e con il quale mai vorremmo trovarci a confronto. Infatti Picard - e noi con lui - è immediatamente di fronte alla prima sconvolgente sorpresa: "Lei non è come ci aspettavamo."
No.
Shinzon non è remano.
Shinzon è umano.
Avvicinandosi alla squadra a passi lenti e misurati, nel buio, Shinzon sogghigna alla perplessità che accompagna quella scoperta. Ma il suo volto resta nell'ombra. E stranamente, il primo oggetto della sua curiosità è Deanna. "Posso toccarle i capelli?" Come un bambino che ha appena scoperto un nuovo gioco. E che subito si ricompone, ritrovando la solennità della propria posizione, all'impazienza di Picard che vuole sapere il motivo di quell'incontro. "Abbattere il muro che ci separa", scandisce Shinzon con calibrata enfasi, mentre il profilo della sua figura si staglia sullo sfondo. "Per riconoscere finalmente che siamo una cosa sola. Noi vogliamo la pace". Ma subito, dietro le sue parole, cogliamo un'ombra di ambiguità. E l'espressione di Picard, che ascolta quella voce come se essa si stesse rivolgendo direttamente alla sua anima, ci fa intuire un duplice piano dei significati, ancora offuscato, ma perfettamente palpabile.
Finché, finalmente, si fa luce.
No. Shinzon non è come ci aspettavamo.
Se fosse davvero stato il tenebroso Vicerè al timone della Scimitar, non ci sarebbe stata per noi tanta sorpresa. Perché è così che nel nostro immaginario (e anche in quello di Picard, crediamo) è disegnata l'incarnazione del Male per antonomasia, qualcuno o qualcosa di completamente diverso da noi in quanto umani dotati di umano sentire, qualcosa di alieno, sia a livello fisico che spirituale. Qualcosa che ci ricordi sempre ciò che non siamo e non potremo mai essere e che ci rassicuri - proprio attraverso la sua totale "alienità" - sull'eventualità di diventarlo.
La Regina Borg, pur nella sua trasfigurante bellezza, è una mostruosità aliena, un paradossale assemblaggio di impianti cibernetici e membra biologiche; Ru'afo, devastato dal decadimento cellulare cui la sua razza è soggetta, ci appare come uno scherzo della natura e la sua malvagità è codificata, non vacilla mai, neppure per un istante; anche il dottor Tolian Soran, nella sua lucida e spietata follia, non lascia dubbi sulla sua caratterizzazione come "polo maligno" nella vicenda che lo vede protagonista; e risalendo indietro, a Kirk, pensiamo a Khan e agli altri anti-eroi, sempre perfettamente identificabili come tali sin dalla loro prima apparizione, nei lineamenti, negli atteggiamenti, nelle parole.
Shinzon no.
Shinzon è un ragazzo di poco più di vent'anni, semplicemente umano, esile e bellissimo, paurosamente sensuale nell'abito che lo fascia dalle spalle alle caviglie, un volto luminoso nell'oscurità che si apre, un sorriso seducente, uno sguardo intenso e velato di profonda tristezza, una voce che penetra nelle ossa. Umano.
All'epifania del suo volto, Picard sbianca, senza che gli altri della squadra ne comprendano il motivo. Immediatamente, il Capitano e l'irreale fanciullo sono proiettati in una dimensione parallela, il cui segreto, per qualche istante, è noto a loro due soltanto. Il Capitano, ammutolito, ascolta straniato le parole che escono dalla bocca del fanciullo come da uno specchio del tempo, anticipando ciò che poco dopo sarà verificato dagli strumenti: Shinzon è nato dalla clonazione del suo patrimonio genetico. Ciò fa di lui un antagonista unico nella storia di Star Trek, perché nessun Capitano della Flotta Stellare fino a quel momento si era mai trovato a dover fronteggiare se stesso. Perché Shinzon è Picard.
Al di là della somiglianza fisica effettiva, che pure è evidente anche in piccolissimi particolari (il sopracciglio che si alza, ad esempio), il significato di questo incontro tocca ben altri livelli, il gioco è estremamente complesso e immediatamente si innesta sull'identità/polarità delle intenzioni, dei sentimenti, degli ideali. Mai avevamo visto Jean-Luc Picard tanto frastornato. Mai tanto affascinato e al contempo dubbioso. Picard è attratto dal "se stesso" fanciullo, eppure sa che questo fanciullo non può che essere altro da lui e indugia a concedergli la propria fiducia. Sulla luminosa bellezza del fanciullo infatti già incombe l'ombra della dannazione, perché Shinzon, per salire al potere, non ha esitato a sterminare l'intero Senato Romulano. E perché dietro le intenzioni apparenti c'è un altro scopo, molto più vincolante. Ma di questo parlerò più avanti.

"The eyes. Surely you recognize the eyes.
Our eyes reflect our lives, don't they? And yours are so confident."

("Gli occhi. Sono sicuro che riconosci gli occhi.
Gli occhi sono lo specchio della nostra vita, non è vero? E i tuoi sono così rassicuranti."
Shinzon a Picard)

Picard accetta l'invito a cena spinto prima di tutto dal desiderio di scoprire perché Shinzon esiste, "da dove diavolo viene" e quali sono le sue reali intenzioni; ma nel profondo del suo animo brama confrontarsi con qualcosa che indiscutibilmente gli appartiene in modo esclusivo, che istintivamente, inevitabilmente sente vicino. Vuole scoprire che forma una condizione completamente diversa dalla sua ha dato allo stesso potenziale genetico. Shinzon non è semplicemente un umano cresciuto in una situazione totalmente avulsa dall'umanità, Shinzon è l'umano Picard cresciuto in una situazione totalmente avulsa dall'umanità. La rivelazione del "perché" dell'esistenza di Shinzon, creato dai Romulani al fine di sostituire Picard come infiltrato ai vertici della Flotta Stellare (un progetto abbandonato sul nascere dopo un cambio di governo), ci lascia quasi indifferenti. Tutta la nostra attenzione, tutta l'attenzione di Picard si concentra su quello che è uno dei momenti più drammatici dell'intera storia, uno dei momenti di maggiore intimità tra il fanciullo e il Capitano, quando per un istante aleggia la speranza che il destino possa essere diverso da quello che ci aspettiamo.

"I was only a child when they took me, and then I didn't see the sun or the stars again for nearly ten years. The only thing the Romulan guards hated more than the Remans was me."
("Ero solo un bambino quando mi presero, e da allora non ho più visto il sole o le stelle per quasi dieci anni. La sola cosa che le guardie romulane odiavano più dei Remani ero io.")

Con lo sguardo che trabocca di vago autocompiacimento e insieme di mortale rassegnazione, Shinzon racconta a Picard di un'infanzia trascorsa nelle tenebre delle miniere di dilitio di Remus dove, non essendo più utile ai progetti governativi, era stato mandato a morire. È qui che comincia a farsi chiara la polarità che caratterizza queste due vite, cominciate dallo stesso seme, ma sviluppatesi in due direzioni e dimensioni radicalmente opposte.
Nulla può essere umanamente paragonabile a un'esistenza nel buio di una caverna, tra miseri schiavi remani e spietate guardie romulane, un luogo in cui a Shinzon - fragile bambino umano - nulla poteva appartenere. Un luogo in cui la pur piccola scintilla di umanità che per retaggio genetico doveva brillare dentro il suo animo era destinata ad essere spenta. Un luogo dal quale non era possibile vedere le stelle e sognare, un luogo votato alla dannazione eterna e al dolore. L'unica speranza di salvezza, paradossalmente, viene proprio dalla creatura che all'inizio avevamo immaginato tanto mostruosa, il Remano che per la sua bontà sarà premiato in seguito con la carica di Vicerè. Ma che comunque potrà soltanto dimostrare a quel bambino dimenticato un affetto sincero, l'unico che abbia mai ricevuto, e insegnargli come sopravvivere giorno per giorno alla disperazione di quell'inferno.
Perciò Shinzon di Remus, perciò "fratelli Remani" e non fratelli umani, perché Shinzon di Remus non ha mai conosciuto l'umanità. Shinzon di Remus è un prodotto di laboratorio creato suo malgrado per esigenze politiche che poi ha acquisito un'identità propria seguendo la più difficile delle vie, quella della solitudine e della sofferenza più nera. Shinzon di Remus non è un leader maturo, padrone di sé e delle proprie scelte, né un guerriero assetato di sangue; Shinzon di Remus è un fanciullo che non ha avuto modo né tempo di saperlo. Come lo stesso Tom Hardy - il giovane e bravissimo attore che lo interpreta - dice in un'intervista rilasciata a FilmForce, Shinzon "è un ragazzo frustrato dalla vita che ha vissuto, intrappolato in una struttura che è molto più grande di lui. Si ritrova a vestire i panni dell'Imperatore, e viene da un luogo equivalente alle favelas di Rio de Janeiro." Si possono forse biasimare l'odio che gli è cresciuto nel cuore, la sete di vendetta, la brama di vivere, il desiderio di riscatto prima nei confronti di chi ha segnato la sua condanna, il popolo romulano, e quindi di colui che incarna tutto ciò che avrebbe potuto essere e invece non è stato, cioè Picard?

"I want to know what it means to be human. The Remans have given me a future. But you can tell me about my past."
("Voglio sapere cosa significa essere umano. I Remani mi hanno dato un futuro. Ma tu puoi raccontarmi il mio passato."
Shinzon a Picard)

"È stato un errore," commenterà di lì a poco il Vicerè a proposito dell'incontro tra Shinzon e Picard. "Stiamo solo perdendo tempo." Non crediamo che sia così, almeno non a questo punto della storia. Nemmeno Picard. E - ne sono sicura - nemmeno Shinzon. Perché proprio durante quell'incontro a cena, quando Picard con voce forzatamente distaccata afferma che non ha ragione di fidarsi di lui, Shinzon disperatamente cerca la sua approvazione, il suo appoggio, la sua fiducia. La vita ha concesso a Picard il privilegio di credere in ideali che vanno oltre i suoi sentimenti personali, Shinzon invece è soltanto questo che ha, i suoi sentimenti personali; e in questo momento, affidandosi a Picard, vorrebbe davvero comprendere ciò che ha perduto e - ove mai gli fosse consentito - cercare di riconquistarlo.
Picard lo sente e, sebbene tenti di ribadire che il suo passato è e resterà soltanto suo, sebbene esiti a concedergli la propria fiducia, di fronte a quello che ora è soltanto un ragazzo avido di conoscenza - com'era Picard alla sua stessa età - che candidamente gli domanda se in famiglia sono da sempre tutti esploratori, si intenerisce fino al sorriso, in una scena di un'intensità unica, sottolineata dallo struggente tema di "Ideals" di Goldsmith. Gli occhi di entrambi brillano, per un istante, mentre Picard lascia che sia il suo cuore a parlare, si abbandona ai ricordi di un'infanzia trascorsa a guardare le stelle e a sognare di raggiungerle, e Shinzon pende estasiato dalle sue labbra, si perde nel suo sguardo, anticipa la conclusione delle sue frasi. È l'unico momento in cui, per un istante, le due entità che sono la stessa e insieme non lo sono si fondono completamente, dimenticando l'universo intero.

La dannazione e la nemesi

Shinzon: "So what am I? My life is meaningless as long as you're still alive. What am I while you exist? A shadow? An echo?"
[...]
Picard: "Are you ready to plunge the entire quadrant into war to satisfy your own personal demons?"
Shinzon: "It amazes me how little you know yourself."
Picard: "I'm incapable of such an act."
Shinzon: "You are me! The same noble Picard blood runs in our veins! If you had lived my life, you'd be doing exactly as I am. So look in the mirror, and see yourself. Consider that, Captain. I can think of no greater torment for you."
Picard: "Shinzon... I'm a mirror for you too."
(Shinzon: "Che cosa sono io allora? La mia vita non ha senso finché anche tu sei vivo. Cosa sono io finché tu esisti? Un'ombra? Un'eco?"
[...]
Picard: "Sei pronto a far precipitare l'intero quadrante in una guerra per soddisfare i tuoi demoni personali?"
Shinzon: "Mi stupisce quanto poco ti conosci."
Picard: "Non sono capace di un tale atto."
Shinzon: "Tu sei me! Lo stesso nobile sangue dei Picard scorre nelle nostre vene! Se tu avessi vissuto la mia vita, faresti esattamente quello che sto facendo io. Guarda nello specchio, Capitano. Guarda te stesso. Pensaci. Non riesco a immaginare un tormento più grande per te."
Picard: "Shinzon... Anch'io per te sono uno specchio.")

Poi, lentamente, inesorabilmente, le prospettive cominciano a cambiare.
Già poco prima del suo incontro con Picard, Shinzon - il volto avvolto in una luce lugubre, quasi spettrale - nella penombra della sua sala delle udienze aveva zittito con un ringhio rabbioso il Comandante romulano Suran, che esigeva spiegazioni sul suo tergiversare, e respinto con schifato disprezzo le avances della bella Donatra: "Tu non sei una donna. Sei una Romulana."
Il desiderio di umanità e di riscatto - che è fortissimo dentro di lui - prende le forme dell'odio sconsiderato verso la razza colpevole di averlo reso ciò che è, dell'esasperazione dell'antagonismo-affinità con Picard, della brama di conquista in nome di un ideale che in realtà non gli appartiene (la liberazione di Remus), della prepotenza con cui abusa di Troi sfruttando i poteri telepatici del suo Vicerè, dell'arroganza con cui impartisce ordini ai Remani suoi sottoposti. Ma la sua disperazione si sfoga con la stessa violenza istintiva di un ragazzino che ha subito un torto e decide di vendicarsi, che vuole a tutti i costi una cosa e la prende, che non si ferma a riflettere sulle possibili conseguenze delle proprie azioni, per se stesso e per gli altri, ma agisce.
Perché Shinzon è sostanzialmente questo, un ragazzo ambizioso e impulsivo come Picard ricorda d'essere stato alla sua stessa età, ma che - al contrario di Picard - non ha avuto e ancora non ha i mezzi per affrontare un destino troppo più grande di lui.
Se le caratteristiche originarie sono le stesse che dall'altra parte del quadrante hanno dato vita a Jean-Luc Picard, se gli intenti e le ambizioni che allo stato embrionale spronano entrambi corrispondono, tuttavia "Shinzon per raggiungere i suoi obiettivi - dice Patrick Stewart in un'intervista - ha scelto la via del conflitto e della violenza, mentre Picard è per la diplomazia, per la risoluzione pacifica di ogni controversia. E nonostante tutto Picard vorrebbe salvarlo, non solo per salvare se stesso, ma perché vorrebbe dare a Shinzon l'opportunità di vivere un'esistenza migliore, fargli capire che ne ha la possibilità".
Ma c'è qualcosa di più, dicevamo sopra, un fattore pregiudicante che non gli lascia scampo e che man mano che la vicenda procede sembra destinato ad evolversi parallelamente all'evoluzione della sua malvagità: più volte, nella cupa solitudine della sua Scimitar, Shinzon si piega in spasmi di dolore. Il suo Vicerè accorre carico di premura, con inumana dolcezza gli appoggia una mano sul petto per controllare il suo stato e lo sostiene, posando sul suo volto uno sguardo che oltre il ripugnante aspetto trabocca di sincera preoccupazione, di affetto profondo. "Sta peggiorando", gli dice in un'occasione. "Non hai più tempo per giocare".
Anche Beverly, in seguito, ne darà conferma: l'RNA di Shinzon era stato programmato in modo da poter consentire la sua crescita accelerata, perché raggiungesse in brevissimo tempo l'età di Picard. Ma la sequenza non fu mai attivata, ed ora le sue cellule stanno degenerando. Senza una "trasfusione" completa del DNA dell'unico donatore possibile, Picard, Shinzon non ha speranza di sopravvivere.
Così, il fanciullo dannato comincia ad assumere tutte le caratteristiche dell'anti-eroe, conservando però quella ingenuità di fondo che continua ad indurre in noi e in Picard una sorta di tenerezza; come quando, dopo aver rapito e imprigionato il Capitano, risponde alla sua attonita domanda "Perché lo hai fatto?" con il ruvido sarcasmo di un demone e insieme con la spontaneità di un bambino che ha davvero bisogno di sentire vicina una figura che possa dargli conforto e guida: "Mi sentivo solo".
La scena che segue immediatamente la cattura di Picard è di una potenza incredibile: è qui il nodo della storia, il faccia a faccia tra le due entità che sono Picard e insieme non lo sono, è qui che per la prima volta il Capitano viene messo di fronte alla terribile realtà del suo lato oscuro "possibile", allo specchio della sua "anima nera". E Shinzon ha ragione. Non esiste per Picard tormento più grande del terrificante pensiero che una parte di lui, molto in fondo, in potenza possa davvero essere tale. Non esiste per nessuno di noi. Al di là della rabbiosa disperazione di Shinzon, la cui giovane anima è trafitta da ogni lato - dal peso della morte che incombe, dalla consapevolezza della propria "inidentità", dall'odio insensato che si alimenta in lui fino ad accecarlo -, al di là della resistenza morale di Picard - che nonstante tutto continuerà fino all'ultimo a cercare una porta per raggiungere l'intimo più profondo del suo distorto alter-ego -, è un interrogativo più grande che campeggia sulla cupa penombra che grava sulla scena: fino a che punto un uomo può essere condizionato dalla realtà in cui il caso gli impone di vivere? Fino a che punto siamo in grado di guidare le nostre scelte, evitando di oltrepassare quel limite che ci riporta verso uno stato bestiale? Fino a che punto siamo disposti a difendere la nostra umanità, quando ogni ideale, ogni valore, ogni speranza è caduta?
E nel caso specifico di Shinzon, ci sentiamo di condannare la follia che lo porta all'estremo? Il male che lo divora è duplice, è fisico e spirituale, agisce contemporaneamente sul suo corpo e sulla sua anima, devastandolo in una metamorfosi allucinante: man mano che l'odio e la rinuncia prendono il sopravvento sull'illusione di salvezza, il morbo che lo consuma altera il suo volto, la luminosa bellezza del fanciullo si trasforma nella paurosa mostruosità del demone, in un contrasto che stride dolorosamente e carica questo giovane eroe maledetto di una forza espressiva straordinaria.
E a questo punto sentiamo, con disarmante certezza, che non assisteremo mai, né noi né Picard, alla vittoria dell'Eco sulla Voce.

Picard: "Look at me, Shinzon! Your heart, your hands, your eyes... are the same as mine. The blood pumping within you, the raw material is the same. We have the same potential."
Shinzon: "That's the past, Captain."
Picard: "It can be the future! Buried deep within you, beneath all the years of pain and anger there is something that has never been altered: the potential to make yourself a better man. And that is what it is to be human. To make yourself more than you are."
(Picard: "Guardami, Shinzon! Il tuo cuore, le tue mani, i tuoi occhi... sono gli stessi che ho io. Il sangue che pulsa dentro di te, la materia grezza è la stessa. Abbiamo le stesse potenzialità."
Shinzon: "Questo è il passato, Capitano."
Picard: "Ma può essere il futuro! Sepolto dentro di te, in fondo, sotto gli anni di sofferenze e di rabbia c'è qualcosa che non è stato mai intaccato: la capacità di diventare un uomo migliore. Ed è questo che vuol dire essere umani. Fare di te stesso qualcosa di più.")

È l'ultimo incontro, chiarificatore, quando già la situazione è compromessa e la Scimitar è stata lanciata contro l'Enterprise. È l'ultimo tentativo di Picard per trarre in salvo Shinzon da se stesso, e se stesso dall'incubo che Shinzon per lui rappresenta. L'ultimo tentativo della ragione umanamente intesa, dell'equilibrio morale, degli ideali illuminati di strappare al lato "oscuro" un'anima che meriterebbe di crescere per diventare quello che potenzialmente è in grado di diventare.
Ancora, la scena è di una drammaticità sconvolgente; ancora, ci rendiamo conto che Picard cerca disperatamente, siceramente di raggiungere e salvare quella parte di sé che inesorabilmente gli sta sfuggendo, non per ingannarla (ingannerebbe se stesso), né per prendere tempo secondo quanto gli insegna la strategia militare. Ancora, l'Enterprise, il suo equipaggio, la battaglia, le sorti del quadrante cadono per un istante nell'oblio, di fronte a un conflitto che si esaurisce tra le pareti della sala tattica del Capitano, ma le cui dimensioni superano i confini dell'universo.
Per un istante ancora cogliamo un balenio perplesso nello sguardo di Shinzon, che sgrana gli occhi negli occhi del Capitano, contrae le labbra, ma poi si fa indietro, quasi impaurito di fronte alla grandezza di un sentimento che non è capace di comprendere.
E nello scambio di battute che segue, ciò che ci disorienta è la profonda amarezza che trasudano il volto sempre più plumbeo del fanciullo e la sua voce, oltre il freddo sarcasmo e la lucida rabbia che velano le sue parole.

Picard: "Oh yes... I know you... There was a time you looked at the stars and dreamed of what might be..."
Shinzon: "Childish dreams, Captain... Lost in the dilithium mines of Remus... I am what you see now."

Picard: "I see more than that, I see what you could be. The man who is Shinzon of Remus and Jean-Luc Picard could never exterminate the population of an entire planet. He's better than that."
Shinzon: "He is what his life has made him. [...] I can't fight what I am!"
(Picard: "Oh sì... Ti conosco... C'è stato un tempo in cui guardavi le stelle e sognavi che cosa poteva esserci..."
Shinzon: "I sogni di un bambino, Capitano... Perduti nelle miniere di dilitio di Remus... Io sono quello che vedi ora."
Picard: "No, io vedo di più, io vedo quello che potresti essere. L'uomo che è Shinzon di Remus e Jean-Luc Picard non potrebbe mai sterminare la popolazione di un intero pianeta. È migliore di così."
Shinzon: "È quello che la sua vita ne ha fatto. [...] Non posso combattere quello che sono!")

La conferma, per un Picard annichilito, che non esiste alcuna speranza. È come se tutte le certezze, tutti gli ideali che per Shinzon non hanno mai preso forma concreta in questo momento crollassero anche per Picard, che resta, muto, a fissare lo sgretolarsi di tutto quello in cui gli hanno insegnato a credere, in cui ha sempre creduto.


"I'll show you my true nature. Our nature. And as Earth dies, remember I will always and forever be Shinzon of Remus. And my voice will echo through time long after yours has faded to a dim memory."
("Ti mostrerò la mia vera natura. La nostra vera natura. E dopo che la Terra sarà morta, ricordati che mi chiamerò per sempre Shinzon di Remus. E il mio nome echeggerà nel tempo anche molto dopo che il tuo sarà svanito in un un pallido ricordo."
Shinzon a Picard)

È possibile dunque che lo stesso potenziale umano che da un lato ha generato l'integerrimo Capitano dall'altro abbia dato origine a un'incarnazione del male? Perché questo crescendo verso la dannazione, perché tanta sete di vendetta, al punto di decidere - a costo della propria vita - di cancellare dall'universo non solo Picard e ciò che rappresenta, ma anche l'umanità intera? Perché in fondo Shinzon è stato creato dal male per il male? No. Non solo, almeno. Il bambino senza colpa imprigionato nelle viscere di un pianeta dimenticato, il bambino che piange sotto i colpi delle fruste romulane nelle miniere di Remus, il bambino cui la ruvida mano del Vicerè sfiora tanto teneramente la fronte non può essere malvagio.
È ancora Tom Hardy, interrogato sulla complessità del suo personaggio, a soccorrerci: "Ho osservato i ritratti di Napoleone e di Hitler e ho provato a pensare: 'Perché queste persone sono dei mostri?' Non sto facendo alcun commento politico, non sono il tipo, è solo una questione di 'umanità'. Non credo che un bambino esca dall'utero di sua madre e sia già malvagio. Il problema è davvero: che cosa è malvagio? Che cos'è un 'cattivo'? È un essere umano che ha attraversato una determinata sequenza di situazioni circostanziali con annessi e connessi, sia genetici che derivanti dalla sua personale esperienza, che lo conducono a commettere atti di un'atrocità tale da essere definiti (e lo sono) malvagi."
Questo sostiene anche Shinzon fino allo stremo, che la vita che ha vissuto lo ha trasformato in ciò che realmente è, siglando la sua dannazione, condannandolo ad un odio inestinguibile, destinato ad esplodere e a cancellare per sempre l'idea di "ciò che avrebbe potuto essere", l'umanità che per un momento aveva preso le forme di un sogno e che ora viene inesorabilmente messa da parte. La sua vita, non il semplice fatto di essere stato creato dal male per il male. E la conferma di ciò viene dal dubbio atroce che continua, fino all'ultimo istante, a rodere Picard: nelle stesse condizioni, anche lui avrebbe finito col rinunciare alla parte più sacra della propria umanità?

"Deploy the weapon. Kill everything on that ship. Then set a course for Earth. We must complete our mission. Some ideals are worth dying for, aren't they, Jean-Luc?"
("Attivate l'arma. Uccidete qualunque cosa su quella nave. Poi fate rotta verso la Terra. Dobbiamo completare la nostra missione. Vale la pena morire per certi ideali, vero, Jean-Luc?")

Da questo momento in avanti la metamorfosi è completa, la sete di vendetta e la rabbia ferina prendono il sopravvento, in un folle volo che porterà Shinzon a scontrarsi con il suo inevitabile destino. Nemmeno sopravvivere ha più alcun senso per lui. Picard lo ha abbandonato, i Romulani che aveva sottomesso scendono in campo contro di lui, il morbo che lo divora avanza inarrestabile. Tutti questi elementi, insieme all'evoluzione contestuale della sua figura, ne fanno un personaggio di uno spessore incredibile, che ricorda molto da vicino gli eroi della tragedia greca e shakespeariana, la cui sorte è decisa da un destino che si configura come forza trascendente e implacabile, inattaccabile, che conduce inesorabilmente alla rovina; e la scelta del titolo, "Nemesis", evoca in qualche modo questo corpus di reminiscenze letterarie che io sento profondamente presente dietro la mera evidenza del racconto.
Niente è rimasto del luminoso fanciullo che era apparso a Picard come un'epifania divina all'inizio della storia, niente della speranza di risalita dagli abissi mortali dell'innaturalità. Insieme alla luce dell'illusione nei suoi occhi, è scomparsa dal suo animo qualunque parvenza di umanità: a Picard non resta altra scelta, poiché non può più controllare il suo lato maligno, che quella di distruggerlo. E sebbene la Scimitar superi di gran lunga l'Enterprise in potenza, Picard possiede un'esperienza tattica e una lucidità mentale che Shinzon non ha, ed ora che il suo senso del dovere ha nuovamente preso il sopravvento sui suoi sentimenti non esita a trarre in inganno il suo giovane antagonista.
È spettacolare la scena in cui l'Enterprise, per ordine di Picard, sperona la Scimitar penetrando letteralmente dentro di essa, avvinghiandosi ad essa in un abbraccio mortale, a sublimare la potenza dello scontro finale tra le due parti incompatibili e insieme complementari della stessa anima originaria. Nessun altro, a parte Picard, può affrontare l'ultima sfida; certo, così era stato anche con Soran, con la Regina Borg e con Ru'afo, ma questa volta è diverso. Questa volta il Capitano che si scaglia contro il nemico per impedirgli di attivare la terribile arma che spazzerà via ogni cosa sull'Enterprise è allucinato, si muove tra i Remani e fa fuoco come sospinto da un meccanismo istintivo, getta lo sguardo da una parte all'altra cercando il suo doppio, trasale incontrando i suoi occhi, si impone di procedere, quasi facendo violenza al proprio inconscio. Perché sa che sta per annientare una parte di sé.

"I'm glad we're together now... Our destiny is complete..."
("Sono contento che siamo insieme adesso... Il nostro destino si è compiuto..."
Shinzon a Picard)

La tensione culmina, esplode e cade nel momento in cui Picard, con un riflesso istintivo, svelle un condotto dalla parete e interrompe il rabbioso impeto di Shinzon, trafiggendolo in petto e guidando la tragedia alla sua giusta conclusione: c'è quasi sorpresa sul volto devastato del fanciullo, che prima piega gli occhi sulla terribile ferita, poi li rialza, e tenendoli fissi dentro quelli di Picard si afferra al palo, accenna un sorriso tremolante, con uno sforzo atroce si trascina fino ad aggrapparsi al suo collo, per morire abbandonato sul suo petto.
Il Capitano resta là, pietrificato, incredulo, il giovane corpo ormai esanime contro il suo, incapace di muoversi, di vedere, di agire, mentre l'arma si prepara a colpire. Soltanto, sulla spettrale voce del computer che scandisce "Un minuto alla sequenza di fuoco. Livello infusione thalaron completato.", l'eco delle ultime parole di Shinzon, a trattenere Picard in un limbo di incoscienza in cui niente pare più definito, né l'esplosione imminente, né l'arrivo di Data, né la vita stessa. Soltanto l'ombra della fine che incombe, come una porta verso l'irreale consacrazione di quel duplice destino, per unire di nuovo ciò che arbitrariamente era stato diviso; come una sorta di liberazione dalla tremenda consapevolezza che quella parte di noi così spaventosa continuerà comunque e sempre ad esistere, palpitando sul fondo del pozzo oscuro e inconoscibile della nostra anima.
E così sarebbe stato, se l'estremo sacrificio di Data non avesse posto fine all'inferno.
Ma questa è un'altra storia.


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P.S.: Dopo la visione della versione italiana di "Nemesis", mi sento di osservare che il doppiaggio ha purtroppo sottratto al personaggio Shinzon gran parte della forza originaria. Consiglio perciò a tutti, ove vi sia possibile, di gustarvi la versione in inglese.
Vi allego qui solo un piccolo esempio.

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