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IL
FASCINO DISCRETO DEL NULLA
di Chiara
Salvioni
Iniziamo da un luogo comune.
Dopotutto è il modo migliore per dare il via a un discorso. Come in treno,
quando si ammicca al vicino di scompartimento dicendo "certo che dopo
l'arrivo dell'Euro i prezzi..."; o al supermercato, se a Febbraio, dal
caldo, ci si sventaglia come ballerine di flamenco col primo volantino
recuperato in giro e la cassiera dà man forte con un "eh, le mezze stagioni
proprio non ci sono più".
Guarda caso, anch'io ho qualche luogo comune pronto per l'occasione e
mi butto nella mischia. Avrete sentito dire che la mancanza di qualcosa
spesso è più significativa della sua presenza; o che l'attesa, e non tanto
la realizzazione, è il lato predominante del desiderare. Di solito queste
cose se le ripetono gli impiegati appena licenziati, gli innamorati non
ricambiati e il conduttore di "Chi l'ha visto?".
Tuttavia, queste due abusate considerazioni costituiscono un preambolo
al nostro argomento del mese: pongono l'accento sul fatto che nella vita,
come in pittura, i pieni hanno bisogno dei vuoti per esistere; ci introducono
all'importanza di qualcosa che, per definizione, nemmeno c'è. Parlano
del valore del nulla.
Cos'è il nulla? È molto facile definirlo: è l'assenza. Lapalissiano, direi.
Il nulla, su Rieducational Channel! Insomma, non è certo colpa mia se
la definizione è semplice, anche se, a ben vedere, nella storia della
filosofia sono volati coltelli al riguardo; be', a volere sindacare coltelli
sono volati un po' su tutto, ma questo tema non è stato da meno.
"L'essere
è, il non essere non è", diceva Parmenide; "ma si può
parimenti vedere il non essere come una diversa modalità dell'essere",
ribatteva Platone, e così via, allegramente conversando nei secoli dei
secoli. Tale frizzante dibattito ci interessa poco, a meno di non voler
incoraggiare l'introduzione di Valium e Lexotan nel paniere Istat.
Comunque possiamo soffermarci lo stesso su alcuni aspetti ambigui della
questione, quelli di radice linguistica. Ad esempio, abbiamo detto che
il nulla è l'assenza di ogni cosa: ma questa affermazione ci mette in
crisi, perché il nulla non può compiere l'azione di essere; a sentire
una cosa del genere, Parmenide ci avrebbe tolto il saluto. L'assenza non
esiste, e quindi non può agire come qualcosa che tocchiamo con mano. Eppure
spesso ci inganniamo, e usiamo frasi quali "nessuno è perfetto", o "nulla
è perduto": ragionando in questo modo, viene da pensare che ci sia un
tizio di nome Nessuno davvero perfetto, e che il nulla sia veramente perduto
(povero nulla...). Il primo ad accorgersi dell'enigmaticità insita nell'uso
di certe negazioni è stato Ulisse, scaltro come neanche Cesare Previti
sotto giuramento; col trucchetto di farsi chiamare Nessuno gabbò il povero
Polifemo, il quale, urlando "Nessuno mi ha accecato", si fece prendere
per i fondelli da tutti i ciclopi del vicinato. E questo tremila anni
fa, giusto per rendersi conto che i problemi di allora non sono poi così
cambiati.
Tuttavia, se definire il nulla appare relativamente semplice, concepirlo
in realtà è assai arduo da ogni punto di vista, che sia biologico, fisico,
psicologico o quant'altro: il nulla è la mancanza di vita, di materia,
di emozioni, ma questo non implica che lo si possa chiamare con gli opportuni
sostantivi morte, vuoto o apatia, che di per sé classificano uno stato
dell'esistenza e lo rendono, quindi, essere.
Per fare un esempio in tema, quando nell'episodio "L'alternativa"
della TOS si identifica la non esistenza con l'antimateria, a mio parere
si pasticcia un po' con tali concetti. Il nulla è quello che non può essere
immaginato né pensato, eppure lo vediamo ogni giorno intorno a noi; ed
è difficile parlarne, perché gli si attribuiscono doti che soltanto qualche
cosa dotata di un'esistenza potrebbe avere. Il nulla, in modo contraddittorio,
si trova ovunque; non è solo un mostro letale come quello che divora Fantàsia
ne La Storia Infinita di Michael Ende.
Si insinua negli spazi che abbiamo scordato di riempire. È il bianco fra
le righe sulla pagina di un libro, il cielo che divide le stelle, le pareti
spoglie di un museo fra una tela e l'altra, i silenzi, anche infinitesimali,
tra le note in un concerto. È l'insieme dei vuoti dell'esperienza, senza
i quali essa diventerebbe un pastone indefinibile, e pertanto è uno dei
principi costitutivi della natura. Ogni cultura, ogni religione gli offre
posto, anche quando vorrebbe sinceramente farne a meno; non è il bene,
e neppure il male: è la mancanza, o paradossalmente la presenza, di entrambi.
Ed è stata proprio quest'ultima accezione di nulla ad avere condizionato,
ufficialmente dal 1700 in poi, gli atteggiamenti e le convinzioni di numerose
persone: i cosiddetti nichilisti, coloro che del niente fanno una condizione
incontrollabile della vita umana.
Il nichilista considera svalutato l'intero sistema di valori, ritiene
il bene e il male etichette prive di significato, si mette di fronte all'assurdità
della vita, certo che nulla abbia senso (o che il nulla abbia senso).
Come diceva Nietzsche, "nichilismo: manca il fine, manca la risposta
al perché; che cosa significa nichilismo? Che i valori supremi si svalorizzano".
Un pessimismo al cubo, sembrerebbe, ma non è detto. Il nichilista non
sempre rifiuta di agire, ritenendosi impotente davanti al nulla; può capitare
che si faccia egli stesso parte attiva nel crollo dei valori, e che li
sbugiardi per oltrepassarli, diventando superiore alla decadenza.
Va detto che non tutti i nichilisti sono intelligenti come Nietzsche,
e per quanto mi riguarda ultimamente, dopo un'infatuazione adolescenziale,
trovo ben più complesso, onesto e interessante provare a scegliere; col
nulla è facile riempirsi la bocca. Ad ogni modo, di nichilisti la letteratura
e il cinema ne presentano a iosa. Li si confonde con i cattivi, di solito;
ma si sbaglia, perché spesso sono semplicemente antagonisti e compiono
il male solo per avere qualcosa da fare. C'è il principe dei nichilisti
russi, l'affascinante Stavrogin del romanzo di Fëdor Dostoevskij "I
demoni", che trae uguale piacere dal compiere un'azione buona
o una cattiva e, pur distinguendo bene e male, si decide per entrambi,
agendo per noia; ci sono gli Idioti dell'omonimo film di Lars von Trier
e la maggior parte dei personaggi dei vecchi noir americani; c'è il malizioso
antagonista del libro di Dürrenmatt "Il giudice e il suo boia",
che vive per pura sfida all'etica; il protagonista del film dei fratelli
Coen "L'uomo che non c'era" e Alex di "Arancia
meccanica" di Kubrick; un gran numero dei personaggi di Tarantino,
in particolare in "Pulp Fiction" e "Le iene";
e persino i Monty Python hanno un tipo di umorismo che potrebbe essere
definito nichilista, mentre esiste una citazione addirittura in Matrix,
nella sequenza in cui Neo apre un libro di Baudrillard al capitolo "On
nihilism".
Ma se vi interessa sapere quale "istituzione", in questa abbondanza di
nichilisti, sia riuscita a mantenersi quasi intatta, be', siete nel posto
giusto.
Già,
perché in Star Trek per il nichilismo non c'è spazio, eccetto un'unica,
gigantesca eccezione; ma di questa parleremo poi. Star Trek abbraccia
un sistema di valori complesso, dai contorni sfumati ma indubbiamente
"attivo"; compie una personale distinzione tra bene e male su base etica
e spinge i propri interpreti a scegliere sempre fra i due, impedendo di
rifiutarli o accettarli entrambi. Per quanti dubbi, frustrazioni, delusioni
possano esserci, una scelta, anche opinabile, viene sempre compiuta. Star
Trek è l'impegno. Per questo motivo è facile indovinare che i nichilisti
si trovino dall'altra lato della barricata, quello dei nemici. Se la decisione
di un alieno di stare dalla parte del cosiddetto "male" può essere compresa
in virtù della differenza culturale o almeno di una motivazione concreta
(ad esempio, la ricerca dell'evoluzione per i Borg e del profitto per
i Ferengi), è considerato con minore stima colui che rinnega la responsabilità,
o agisce senza ragione. In questo senso i nichilisti sono rarissimi nell'intero
Star Trek. Forse ne esiste qualcuno in più nella TOS, ma ci si può facilmente
confondere con la categoria, ampia in questa prima serie, dei cattivi
"unidimensionali": i Platoniani di "Umiliati per forza maggiore",
Charlie X, Trelane, Gary Mitchell di "Oltre la galassia".
Nelle restanti serie, gli enigmatici alieni di "Dove regna il
silenzio" (TNG) e di "Visioni mentali" (VOY)
sono forse i soli esemplari di nichilisti, apparentemente guidati da una
curiosità di facciata. Il primo, in particolare, racchiude emblematicamente
l'Enterprise in una regione di vuoto dalla quale è impossibile uscire:
il nulla, guarda caso. E la gigantesca eccezione che vi avevo promesso?
Non ditemi che non avete ancora indovinato. Ma
è Q, ovviamente. Ha tutto per essere qualificato come
il maggiore nichilista di Star Trek. Innanzitutto, sfido chiunque a classificarlo
nelle schiere dei buoni o dei cattivi: qualunque prova abbiate a sostegno
della prima tesi, ne troverete un'altra a favore della seconda. Col senso
di superiorità che gli è proprio lascia indietro di varie lunghezze tutti
i nostri banali nichilisti umani.
Q non è soltanto oltre la morale e le leggi umane; è addirittura sopra
l'unico limite davvero invalicabile di cui siamo dotati, le leggi fisiche:
tanto scomode che propone tranquillamente di gettarle dalla finestra.
Spesso compie le proprie azioni sconsiderate per trarne divertimento,
felice di abbattere le convinzioni etiche e scientifiche dell'equipaggio
dell'Enterprise. Fantasioso e dissacrante, assomiglia in modo straordinario
al superuomo nietzschiano, l'essere umano che secondo il filosofo dovrà
sorgere dall'abbattimento dei valori tradizionali. Dopotutto non dichiara
forse, in "Una seconda opportunità", di essere Dio? Chissà
cosa penserebbe ora Nietzsche del fatto che il suo erede più credibile
lavora in una trasmissione televisiva...
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