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IGINO
UGO TARCHETTI E IL FANTASTICO ITALIANO
di Fabio Miele
Nel tentativo di dare corpo alla produzione letteraria fantastica italiana
mi sono subito scontrato con un gigante invisibile quale fu Igino Ugo
Tarchetti, precursore della letteratura fantastica in Italia. Oggi leggiamo
Poe, Stoker, Shelley, Lovecraft ma ci dimentichiamo di chi, parlando la
nostra stessa lingua, ha dato vita a finzioni letterarie altrettanto nere
ed elettrizzanti.
Tarchetti fu scapigliato, riformista, ufficiale militare e poi nemico
di ogni autorità in un'Italia precariamente unita in cui il sogno fine
a se stesso non sembrava avere molto spazio. Tormentato ed irrequieto,
fu attento a quella letteratura europea che partoriva incubi da intrattenimento
come accadeva in Francia, in Germania e in Inghilterra già da molto tempo.
L'Italia Romantica invece rifiutò il fantastico, il gotico, e molti suoi
autori illustri addirittura ripudiarono quel romanticismo "di evasione"
che proliferava oltre confine. Leopardi lo escluse (anche se cedette alla
tentazione, come nel suo "Dialogo con una Mummia") e Manzoni rifiutò "guazzabugli
di streghe e di spettri". Dopo l'unione dell'Italia, forse in un clima
più rilassato, alcuni italiani di penna riscoprirono però la voglia di
sognare (e di far rabbrividire) e si avvicinarono alla produzione del
fantastico. Tarchetti è l'astro più luminoso di questo panorama e di lui
si occuperà questo articolo.
Suoi compagni in questa fetta di letteratura furono, solo per citarne
alcuni, Arrigo Boito ("Il pugno chiuso"),
Ghislanzoni ("Il violino a corde umane")
e un verista come Capuana ("Un vampiro").
Il racconto fantastico fu comunque solo una parte della produzione di
questi uomini che ricordiamo per tutt'altro. Si tratta quasi di prove
di penna in preparazione di opere ben più massicce e durature. Tarchetti,
al contrario, fece di queste produzioni di apparente natura effimera il
corpus della sua filosofia letteraria, mai interamente maturata e distinguibile.
Si tratta di sogni e angosce trasudanti di tutta quella dolente e depressa
intelligenza, con necessari e inaspettati sprazzi di umorismo.
L'uomo
nacque a San Salvatore Monferrato, provincia di Alessandria, nel 1839.
Dopo gli studi si mise in mostra nel panorama della Scapigliatura milanese.
Fu anche ufficiale presso il commissariato militare che abbandonò pochi
anni prima della morte quando aveva ormai perduto ogni fiducia concreta
nell'autorità. Negli anni della sua esistenza vediamo il farsi avanti
della protesta anti-monarchica, contro l'elogio al brutto, contro la classe
dirigente, contro la politica borghese, contro Manzoni! Il manifesto della
Scapigliatura possiamo dire che fu il dualismo, l'Io diviso, e tale tematica
rifluì negli scritti di Tarchetti. In un'Italia schiacciata dalla realtà
della politica borghese e attraversata dalla "strada ferrata" del progresso,
che toglieva spazio vitale alla natura, vediamo l'imporsi di quelle pulsioni
di morte che inevitabilmente finiscono per prevalere, così come Tarchetti
sembra trasmetterci e nelle quali sembra credere fermamente.
Il tema del doppio, del double, tipico del gotico europeo, affermatosi
da noi italiani con incredibile ritardo, e già impronta di racconti quali
il Dottor Jekyll e Mr. Hyde, influenzò largamente la
sua produzione e quella di altri scapigliati. L'anticonformismo insito
in questo movimento letterario lo portò sempre a cercare nuovi percorsi
con i quali colpire a fondo l'immaginario della società del periodo. Insieme
a scritti "seri", di natura poetica e impegno sociale, Tarchetti produrrà,
in un arco frenetico di quattro, cinque anni, racconti fantastici e unici
nel loro genere in terra italiana. Tutti largamente intessuti di quello
che da Freud verrà chiamato l'unheimliche (perturbante), cioè
il non-familiare, tutto ciò che tratta di esseri animati e inanimati,
l'agire del pensiero sulla realtà esterna, l'uguale che ritorna e che
si ripete; tutte quelle tematiche primitive che un tempo, da bambini,
ci erano familiari e che ritornano a manifestarsi nell'età adulta mostrando
un nuovo volto inquietante. Un volto che i protagonisti dei racconti non
sanno gestire razionalmente così come noi, lettori assimilati all'eroe,
fatichiamo a vivere con naturalezza. Il perturbante finirà con l'affascinarci.
È lo stesso processo tramite il quale, più prosaicamente, finiamo per
amare un film horror quando questo attinge dalle nostre paure puerili
o quando trasforma il quotidiano in bizzarro. Ecco perché quindi l'immagine
di un clown ghignante con in mano un coltello gocciolante di sangue ci
inquieta; oppure la paura fredda e asettica che ci può trasmettere una
automobile posseduta dal demonio (N.d.R. entrambi chiari riferimenti a
Stephen King, un nostro contemporaneo).
Tornando a Tarchetti, e dedicandoci ad alcuni dei suoi racconti, prendiamo
come punto d'inizio I Fatali, dove la scissione dell'IO
diviene manifesta. Racconto ambientato a Milano e influenzato dal mondo
del mesmerismo, del cosiddetto magnetismo animale, è la storia di due
personaggi in grado di mandare influssi malefici su vittime ignare, in
particolare una donna che finirà col deperire solo vivendo accanto ad
uno dei fatali. Il secondo fatale è di gran lunga più potente del primo
ed entrambi finiranno per scontrarsi e sovrapporsi vicendevolmente. Vediamo
come il doppio sia un artificio letterario che dovrebbe servire ad assicurare
il perdurare dell'anima contro la morte ma che nel racconto diviene invece
portatore di morte e non preservatore di questa. Il doppio è inevitabilmente
demone distruttore, essere mortifero che incarna l'esatto contrario di
ciò che dovrebbe rappresentare. I due uomini fatali sono l'incarnazione
dell'ES e del Super-Io che Freud concretizzerà successivamente nei suoi
studi.
La tematica del doppio è evidente anche in Uno spirito in un lampone,
dove vediamo un barone, sempre di cattivo umore, lasciare spesso il suo
castello per andare a caccia di colombi selvatici. Il trovare una pianta
di lamponi, e il mangiarne i frutti, gli cambierà la percezione della
vita stessa. Si avrà uno sdoppiamento del protagonista e non solo nella
psicologia di questo. Si sentirà egli stesso uno e bino, dove i suoi pensieri
e le sue volontà si scontrano con quelle di qualcuno a lui estraneo ma
che convive all'interno del suo stesso corpo. La dualità si manifesta
in ogni gesto banale; la sua stessa vista è sfocata come se due altri
occhi si sovrapponessero ai suoi. Vediamo due volontà improvvisamente
opposte l'una all'altra, quella del barone e un'altra del tutto misteriosa,
convivere contradditoriamente. Assistiamo allo scontro diretto di due
anime in un solo corpo. Tarchetti ci regala perle narrative come l'annullarsi
delle due volontà del barone quando il suo vero Io vorrebbe prendere un
sentiero e l'altra presenza ne vorrebbe invece prendere un'altro e si
avrà quindi una paralisi delle funzioni motorie; l'annullamento, appunto,
di due opposti. E sul finire del racconto, quando scopriamo il segreto
dello spirito misterioso impossessatosi del barone, ci verrà raccontata
la beatitudine erotica e platonica del protagonista che, infilatosi nel
letto, a voce alta dirà "io vengo a dormire con lei, signor barone" parlando
apparentemente con se stesso.
Sfumature più tetre e oniriche raggiungerà La leggenda del castello
nero, utilizzando dei meccanismi romantici che Tarchetti saprà
fare espressamente suoi. Qui il protagonista passa dal sonno alla veglia
avendo la sensazione di avere vissuto più vite in una rapida successione.
Egli, quindicenne, nei suoi sogni sa di essere un venticinquenne (nuovamente
la tematica del doppio). Vige infatti una sorta di proprietà disgiuntiva
in cui egli sa di essere qualcuno ma sa anche di poter essere qualcun'altro
al tempo stesso: esperienza normale nel mondo dei sogni. E il ragazzo
sogna del castello nero su una montagna aguzza dove sa esserci la donna
che egli ama, custodita da armigeri, e che lui deve salvare. Un sogno
dopo l'altro raggiungerà la donna amata e abbracciandola avrà la netta
sensazione di stringere a sè uno scheletro. Quest'ultima diverrà infatti
un topos tarchettiano ricorrente che si concretizzerà poi nel suo romanzo
più famoso, Fosca, del quale parleremo in seguito. Nella leggenda del
Castello Nero vediamo il protagonista alla continua ricerca del suo passato,
anche attraverso le pagine di due misteriosi tomi sorprendentemente finiti
in suo possesso e dove, nelle loro pagine, troverà note apparentemente
vergate di suo pugno ma vecchie di decenni, come appartenenti ad un'altra
vita della quale non porta memoria. Una notte, la donna amata del sogno,
gli rivelerà un particolare determinante sul suo passato, sul suo futuro
e su quando finalmente potranno rivedersi...
Ma il fantastico può spesso sconfinare nel comico, come la letteratura
romantica ci mostra, e rifacendosi ad alcuni dei suoi maestri Tarchetti
ce ne da un esempio concreto e divertente in Un osso di morto,
storia di un pittore che stringendo amicizia con un docente di medicina
riesce ad ottenere delle ossa umane per esercitarsi nel disegno anatomico.
Un giorno il medico muore e il pittore vuole quindi liberarsi di tutte
quelle ossa, tranne che di una, una rotula, che decide di tenere come
fermacarte. Dopo undici anni, in seguito ad una seduta spiritica, il pittore
contatta il suo vecchio amico che gli rivela di non avere mai avuto pace
nell'aldilà poiché il proprietario di quella rotula la rivuole indietro!
Impossesatosi del medium lo spirito padrone della rotula-fermacarte si
manifesta dicendo che presto tornerà a riprendersi il suo osso. "Quando?"
domanda il pittore, decisamente spaventato. "Stanotte!" risponde lo spirito
attraverso le labbra del medium... L'atmosfera spaventevole è mitigata
dalla personalità caricaturale dello spirito che interagisce in modo divertente
(per il lettore) con il pittore decisamente terrorizzato. Qui Tarchetti
ha attinto principalmente da Gautier e dal suo "Un Piede di Mummia",
ma nonostante le similitudini è un esperimento ingenuo caratteristico
dell'evoluzione artistica dell'autore che mai arriverà a pieno compimento.
Le facoltà attentive maniacalmente care a un altro scrittore irrequieto,
Edgar Allan Poe, hanno anche qui un loro ruolo. Si ha
l'entificazione della rotula che diviene oggetto delle più intime attenzioni
da parte del pittore durante l'attesa che intercorre dal tramonto del
sole all'arrivo del fantasma. Quest'ultimo viene reclamare quella parte
dissociata del suo stesso corpo banalmente usata quale fermacarte! Un
tema similare anche se meno umoristico lo ricoprirà un altro racconto
di Tarchetti, Storia di una Gamba.
La Lettera U, o Manoscritto di un pazzo,
chiude la carrellata sui racconti fantastici del nostro scapigliato. Qui
l'autore raggiunge una originalità ammirevole rispetto ad altri temi,
rivelando decise capacità artistiche e stilistiche. È la storia di un
uomo ossessionato dalla lettera U! La vuole totalmente cancellare dalla
sua vita, espungerla dai suoi scritti, rinunciare a una vocale così tetra
ed empia che finirà per portarlo alla pazzia. Rifiuterà l'amore di Ulrica,
a causa della U nel suo nome. Sarà ossessionato da Giulia. Sposerà invece
Annetta che però altro non è che il vezzeggiativo di Susanna! Ed ecco
la U che torna a tormentarlo. L'ossatura ha delle influenze riconducibili
ad Hawthorne e alla sua Lettera Scarlatta,
anche se qui la lettera U ha una funzione ossessionante e grottesca mantenendo
però una atmosfera decisamente fantastica.
Tarchetti è maggiormente ricordato per il suo romanzo Fosca,
una storia non propriamente fantastica ma fantasticizzata, in cui la realtà
domina la scena con chiari richiami alla fantasia e al conflitto interiore
dei sentimenti. Il tema del doppio ritorna nella figura di Fosca, una
donna malata, tetra, orribile a vedersi, contrapposta a Chiara, donna
solare, sana e bella. Il protagonista finirà per venire affascinato dalla
donna malata fino al punto di amarla e desiderarla in un moto degli eventi
incomprensibile anche per se stesso. Questa storia ha una natura autobiografica,
infatti pare che una donna molto malata, alla quale furono pronosticati
non più di sei mesi di vita, si innamorasse di Tarchetti e sembra che
lo stesso avesse il sentore che quella donna lo avrebbe prima o poi condotto
alla morte; una morte che egli vedeva avvicinarsi in forma favolistica,
con falce e clessidra, pronta a portarselo via. È appunto di quei giorni
la sua volontà di scrivere Fosca e dei cinquantadue capitoli del romanzo
riuscì a ultimarne solo cinquantuno prima di morire di tifo, nel 1869,
a soli trent'anni! Destino comune a tutti gli scapigliati, che morirono
giovanissimi (tranne Boito) straziati dalle malattie, dall'alcol, dalle
droghe, dagli eccessi e dalle loro stesse volontà suicide. Fosca, quindi,
viene pubblicato postumo. Il capitolo mancante, non l'ultimo come si potrebbe
pensare ma il quarantottesimo, fu scritto dal suo amico ed editore Salvatore
Farina. Il quarantottesimo capitolo, quello che Tarchetti forse saltò
volontariamente, che forse non ebbe la forza di scrivere, narrava la prima
notte d'amore tra la ripugnante Fosca e il protagonista maschile.
Sepolto successivamente nel cimitero monumentale di Milano, dove ancora
riposa, si dice che per anni, il primo di novembre, sulla sua tomba vi
fossero sempre fiori freschi. Fiori portati, dice la leggenda, da quella
donna malata che avrebbe dovuto vivere solo pochi mesi e che, grottescamente,
gli sopravvisse molti anni ancora.
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