 |
|
PIONEER
10: ULTIMO SEGNO?
di Federico
"curson" Colnago
Lanciata nel
1972, il 2 Marzo, da un vettore ATLAS-CENTAUR a triplo stadio (fu questo
il primo esperimento nel lanciare un Atlas con 3 stadi), la sonda Pioneer
10 ha viaggiato in lungo e in largo per il nostro sistema solare e si
è guadagnata di diritto un posto di rilievo nella memoria tecnico-scientifica
di questi ultimi 31 anni.
Il Pioneer 10 (insieme alle due sonde Voyager 1 & 2 e al gemello Pioneer
11) è un membro di quell'esclusivissimo club formato dagli oggetti artificiali
che si apprestano a lasciare definitivamente il Sistema Solare, o che
lo hanno appena fatto.

La missione
di questa sonda non prevedeva certo che sarebbe diventata uno degli oggetti
"umani" più lontani dalla Terra, ma nonostante le specifiche di progetto
fossero principalmente orientate verso il conseguimento degli obbiettivi
scientifici primari, la NASA non ha trascurato di prevedere la possibilità
che la vita operativa del mezzo si potesse estendere a tempo indeterminato,
così da poterne sfruttare le potenzialità anche dopo che i principali
target scientifici erano stati raggiunti.
L'avventura del Pioneer 10 comincia con un record importante: il vettore
che lo portò in orbita lo lanciò con una velocità di 51.810 km/h (32.400
mph), valore che rende questa sonda il più veloce oggetto che abbia mai
lasciato l'orbita terrestre; la velocità di lancio era talmente elevata
da permettere il superamento dell'orbita lunare in 11 ore (le missioni
Apollo impiegarono giorni per raggiungere la Luna), e il "doppiaggio"
dell'orbita di Marte in appena 12 settimane.
Tuttavia l'accelerazione necessaria per raggiungere il principale obbiettivo
della missione era ben più elevata. Il Pioneer 10 dovette accelerare fino
a circa 132.000 km/h per lanciarsi nel suo viaggio verso Giove. Per raggiungere
il pianeta più grande del nostro Sistema Solare, si dovette per forza
progettare la traiettoria di volo della sonda in modo che attraversasse
senza danni uno dei luoghi più insidiosi per la navigazione interplanetaria:
la fascia degli asteroidi tra Marte e Giove. Posta tra le orbite di questi
due pianeti si trova infatti una fascia di oggetti di dimensioni largamente
variabili (da semplici piccoli "sassi" ad agglomerati di roccia grossi
come l'Alaska), che costituiscono un serio pericolo per eventuali veicoli
che li attraversano. L'impatto
di un corpo come questo, anche se di ridottissime dimensioni (i corpi
più grandi sono facilmente evitabili, perché è possibile conoscerne esattamente
la traiettoria anche da Terra, ed è quindi possibile programmare la traiettoria
della sonda in modo da non incontrarne alcuno lungo la rotta), può infatti
danneggiare irreparabilmente sistemi vitali alla missione, o perfino alla
vita del veicolo stesso.
Una volta superato, brillantemente per altro, questo difficile ostacolo,
il Pioneer 10 si è trovato davanti al compito primario della sua missione:
studiare Giove (è giunto nei pressi del pianeta nel 1973, arrivando a
circa 130.354 km) e i suoi satelliti, per effettuare misure più accurate
di quelle che si potevano allora ottenere da Terra, e svelare i segreti
che ancora attorniavano il gigante gassoso (la scoperta che il pianeta
è quasi completamente allo stato liquido/gassoso è proprio da attribuirsi
a questa sonda, che ha inoltre contribuito ad altri numerosi esperimenti,
tra cui la misurazione del campo magnetico).
Ma il Pioneer non si è certo fermato lungo il suo cammino attraverso il
Sistema Solare esterno ed ha proseguito con successo la sua missione,
continuando ad esplorare quella che allora era decisamente una delle regioni
meno conosciute dall'uomo, data la difficile osservabilità e le ridotte
capacità di acquisizione dati di cui si disponeva. Durante il suo viaggio
ha utilizzato i suoi strumenti di bordo per studi sul vento solare, sui
raggi cosmici, sulla distribuzione della polvere stellare e sulla struttura
della eliosfera (ovvero una complessa zona ai confini estremi del nostro
Sistema Solare, dove i raggi cosmici galattici e il vento solare si "scontrano"
dando origine a fasce con particolari caratteristiche, impossibili da
studiare da Terra).
Il Pioneer 10 possiede una dotazione di ben 11 differenti strumenti scientifici
(solo 1 in meno del suo successore, il Pioneer 11), strumenti che spaziano
da un Telescopio per Raggi Cosmici, un Radiometro in Infrarosso, o un
Fotometro in Ultravioletto.

Questa dotazione
ha accompagnato con degno successo la missione del Pioneer, e ora si appresta
a seguirlo nel suo definitivo allontanamento dal Sistema Solare.
L'equipaggiamento di questa sonda prevedeva come generatore d'energia
un sistema di Generatori Elettrici a Radioisotopi basato su Plutonio-238,
che tramite reazione nucleare fornisce alla sonda il fabbisogno energetico
di circa 100 watts, di cui ben 26 necessari ad alimentare gli strumenti
scientifici a bordo. Il progetto del Pioneer non poteva prevedere in alcun
modo pannelli solari, visto che la sonda sarebbe andata ad operare in
una zona dove i raggi solari sono troppo deboli per essere sfruttati adeguatamente
come sistema di produzione di energia elettrica, soprattutto basandosi
su tecnologie degli anni '70.
Ufficialmente la missione scientifica del Pioneer 10 si esaurì nel Marzo
del 1997, esattamente il 31 di Marzo (proprio 6 anni fa), quando i sistemi
scientifici di bordo furono disattivati e la missione venne dichiarata
conclusa dalla NASA. Tuttavia la sonda non fu abbandonata, e solo recentemente
si era interrotto il contatto con la rete di osservazione e monitoraggio
(DSN: Deep Space Network).
Il 27 Aprile 2002 i sistemi computerizzati di bordo hanno inviato a Terra
l'ultimo pacchetto di dati telemetrici, e i tentativi fatti per comunicare
di nuovo con il Pioneer non avevano avuto esito positivo fino al 7 Febbraio
di quest'anno, quando un debole segnale è stato ricevuto in risposta ad
un segnale di prova. I centri di monitoraggio di Arecibo (gli stessi del
progetto SETI, che ha sempre usato la sonda come riferimento e come "boa"
di segnalazione) e di Madrid hanno infatti captato, dopo 22 ore, la risposta
ad un comando inviato da Terra, risposta che prova che la sonda è ancora
attiva e risponde in modo preciso agli input inviati da Terra, nonostante
si trovi a più di 82,57 Unità Astronomiche (12,4 miliardi di km) dal nostro
pianeta.
È quasi incredibile pensare che un oggetto prodotto dall'uomo,
che si trova così lontano, possa ancora funzionare regolarmente. I sistemi
di bordo rispondono ai comandi inviati dai centri di controllo della NASA,
e tutto sembra funzionare regolarmente.
Questo pioniere dello spazio sconosciuto si sta avventurando fuori dal
Sistema Solare, portando con sé un pezzo di storia umana, un pezzo
di umanità.

Attaccata sull'esterno
della sua struttura principale, viaggia con il Pioneer 10 una placca,
del tutto simile a quella delle missioni Voyager, che dovrebbe servire
a spiegare all'universo chi sono i costruttori di tale veicolo, nella
speranza che qualcuno o qualcosa possa mai trovare questo oggetto metallico
che vaga nelle profondità dello spazio, con il suo carico di scienza e
di tecnologia.
Qualcosa di magico rimane nell'immaginarsi cosa sta vedendo il glorioso
Pioneer 10, figlio degli anni d'oro dell'esplorazione spaziale, e figlio
della immensa curiosità umana, che ci spinge sempre... ...là, dove nessun
uomo è mai giunto prima.
Fai buon viaggio, Pioneer 10.
Se volete commentare questo articolo scrivete a
Warp
Mail
|