Eccoci qua per la quarta parte
di questo speciale. Quattro articoli ed abbiamo appena iniziato a scalfire
la superficie, mettendo in luce qualche curiosità ed opinioni personali
su questo che è uno degli autori cinematografici più prolifici di Hollywood.
Cominciamo
quindi questa puntata della storia della filmografia di Spielberg con
"A.I. Intelligenza Artificiale", controverso film del
2001, che, a detta degli esperti, doveva raccogliere l'eredità di Kubrick.
Il film si basa su un racconto di Brian Aldiss, noto
autore del periodo d'oro della fantascienza degli anni '50, "Super
Toys last all summer long". Pare che Kubrick fosse da tempo
innamorato di questa storia breve e che ne volesse fare un film: tenuto
conto dei tempi biblici che in genere impiegava per maturare fino in
fondo le proprie idee, Kubrick non ebbe modo purtroppo di portare a
termine il progetto, che peraltro aveva già iniziato a discutere proprio
con Spielberg.
In effetti pare che l'adattamento del racconto fosse già a buon punto,
ma ancora non fosse sicuro fino in fondo chi dei due dovesse occuparsene,
visto che il progetto interessava molto ad entrambi.
Alla morte di Kubrick è stato quindi un fatto scontato che a raccoglierne
l'eredità sia stato proprio Spielberg, che, dopo ulteriori aggiustamenti
alla sceneggiatura, ha dato alla luce il film.
Furono in molti a suo tempo a fare commenti, secondo me un po' a sproposito,
sul fatto che il film avrebbe dovuto ricalcare lo stile di Kubrick,
per essere un vero e proprio omaggio al genio scomparso e rimasero delusi
vedendo che in realtà il film era spielbergiano fino all'ultima lacrima
(dello spettatore).
A
dire il vero poi anche quest'ultima affermazione non è del tutto corretta,
visto che, contrariamente alla filmografia classica di Spielberg, A.I.
risulta essere un film molto lento e molto meno rocambolesco dei suoi
"soliti" film di avventura/fantascienza.
È senza dubbio un film molto intimista, una favola che tocca corde di
sentimenti profondi, con risvolti psicologici anche alle volte molto
pesanti. Quasi dickiani.
È una storia di lutti amorosi: l'amore, motore del mondo, è ciò che
manca a tutti i protagonisti, è quello che tutti vanno affannosamente
ricercando.
Il solito scienziato visionario crede che, costruendo l'androide perfetto,
che può essere condizionato ad amare tramite un imprinting, di poter
riportare in vita il proprio bambino scomparso. Una madre, il cui figlio
è in coma da qualche anno pensa di poter sopperire alla mancanza del
suo bambino offrendo il proprio affetto al piccolo androide. Il bambino,
ripresosi dal coma, crede di poter recuperare l'amore della madre screditando
l'androide e facendolo apparire pericoloso. L'androide, allontanato
dal suo unico vero amore, la sua MAMMA, pensa di poterla riavere tutta
per sé solo se diventerà un bambino vero, con l'ausilio della fata turchina
di Pinocchio.
Anche
gli attori di contorno, le "comparse" se così vogliamo chiamarle, siano
esse umane o "mecca" (nomignolo con cui vengono chiamati gli androidi,
da "meccanici") o alieni, cercano la stessa cosa: lo stimolo a sentirsi
vivi, l'amore. La parentesi finale, quella degli alieni, è quella meno
credibile, una sorta di forzatura che costituisce quasi una autocitazione.
Sono i soliti alieni filiformi, dai grandi occhi, dalla mente e dalla
tecnologia sorprendenti, che appaiono però alla fine del film come dei
deus ex machina, per risolvere una situazione irrisolvibile, per fornire
la scusa ad un lieto fine forzato.
Il film ha una potenza visiva impressionante: gli effetti speciali sono
perfettamente amalgamati all'interno della storia e ne costituiscono
parte integrante, senza per forza voler sorprendere lo spettatore in
oh di meraviglia. Il piccolo protagonista, Haley Joel Osment,
sembra vero, da tanto che sembra finto: ci sono alcuni passaggi in cui
ha effettivamente l'aspetto di un bambolotto, con lo sguardo un po'
fisso e le guance di porcellana. Jude Law si riconferma
per l'ennesima volta un grandissimo interprete, un burattino del desiderio,
sfrontato e felice di essere "vivo", nonostante gli umani, nonostante
il pericolo di essere distrutto da un momento all'altro, nonostante
tutto: egli è! Anzi, è forse l'unico personaggio realmente libero, l'unico
che ha davvero raggiunto l'amore, perché innamorato della vita per tutto
ciò che essa può offrirle, fino a che può.

Come dicevo, l'unica cosa
che non torna è proprio il finale, a mio avviso troppo forzato, troppo
volutamente roseo. Lo stesso errore che Spielberg ha commesso raccontando
la storia di Minority Report, splendido film del 2002,
tratto da un racconto di P.K.Dick (vedi recensioni
anche sul numero dello STIM #42).
Come
avevo già scritto in un precedente articolo, i racconti di Dick sono
tesi fino allo spasimo, ma non hanno mai il classico lieto fine: hanno
semmai delle porte lasciate aperte, degli enigmi ancora irrisolti, dei
nodi di difficoltà esistenziale ancora da sciogliere, con fatica e tanto
lavoro.
Eppure in Minority Report tutto finisce in gloria, per tutti: il cattivo
viene punito, il bene trionfa, l'amore perduto viene ritrovato, i deboli
non vengono più sfruttati, ma acquistano propria libertà e dignità.
Un finale patinato, che poco si addice ad un film teso come una lama
di rasoio e che mostra inganni dentro inganni dentro inganni.
Una
cosa mi ha colpito moltissimo dopo l'uscita sugli schermi di Minority
Report: nel film fanno la loro comparsa dei cartelloni pubblicitari
interattivi, che reagiscono al passaggio delle persone davanti a loro,
chiamando, offrendo, mostrando…. I cartelloni del film sono personalizzati,
chiamando ogni consumatore per nome grazie ad un lettore di retina,
che identifica ogni persona presente sulla terra. Ci attende un futuro
in cui è impossibile sfuggire alla pubblicità.
Ebbene pochissimi mesi dopo l'uscita del film ho letto la notizia che
in America hanno sperimentato i primi cartelloni pubblicitari al cinema:
le locandine dei film si animano non appena un futuro spettatore si
para loro davanti, mostrando immagini del film, curiosità, e piccoli
interventi da parte degli interpreti principali, che assicurano la qualità
della pellicola….
Lo
trovo inquietante (come dicono a Zelig), ma d'altra parte non posso
fare a meno di pensare a Keanu Reeves che mi dà una voce dal cartellone
di Matrix! E veniamo al film del 2003, lo strampalato "Catch
me if you can", che racconta una storia vera, ambientata nei
magici anni '60 ed interpretata dai perfetti Leonardo di Caprio
e Tom Hanks.
Uno strano film, che non si colloca da nessuna parte della filmografia
di Spielberg e che, se non fosse per un paio di scene che portano chiaramente
la sua firma, potrebbe essere stato girato da qualunque altro regista.
La storia è incredibile, tanto più se si pensa che corrisponde al vero:
un giovane ragazzo di appena 16 anni imbastisce una truffa che lo porta
ad appropriarsi di circa 4 milioni di dollari tramite assegni falsi
e false identità.
Riesce
a spacciarsi, utilizzando solamente la propria faccia tosta ed il proprio
charme, per un pilota di aerei, per un medico di pronto soccorso (!)
e per un avvocato. Di Caprio è eccezionale, soprattutto quando è vestito
come James Bond, e Tom Hanks è maniacalmente attaccato al proprio lavoro
ed al proprio orgoglio di poliziotto ferito.
Eppure,
anche in questo caso, sembra che il motore primario di tutto non sia
tanto il vile denaro, quanto la ricerca dell'amore. Il giovane Frank
Abagnale si tormenta perché i genitori si sono lasciati, o meglio la
madre ha lasciato il padre, poiché quest'ultimo ha dei grossi problemi
con il fisco e non riesce a risollevarsi più dal punto di vista economico.
L'unica soluzione che Abagnale riesce a vedere è quella di procurarsi
tanti soldi, per poterli dare al padre, il quale potrà così riconquistare
l'ex moglie e riformare il quadretto della famiglia felice.
La
storia di Abagnale è vera, ma questo particolare, così come confessato
dallo stesso ex truffatore, è stato molto romanzato, in quanto il giovane
aveva iniziato la propria "carriera" proprio esclusivamente per i soldi.
Se volessimo dilettarci in psicologia spicciola quali conclusioni ne
potremmo trarre? Che Steven Spielberg si sente solo e sta disperatamente
cercando l'Amore vero? Quello che fa battere il cuore e che riempie
la vita?
Ultimamente pare che questo sia il motivo portante di tutti i suoi film.
Forse semplicemente anche per lui gli anni si stanno cominciando a far
sentire e la scala delle priorità è cambiata: meno avventure rocambolesche
e più sentimenti familiari….
Come sarà il prossimo Indiana Jones allora?
Dobbiamo temere? Vedremo Indy in pantofole, mentre sorseggia un liquore
e legge un libro davanti al caminetto, mentre la signora Jones prepara
la cena in cucina?
C'è di che rabbrividire…
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