STEVEN SPIELBERG 2002-2003
Quarta Puntata

di Susanna Ricci


Eccoci qua per la quarta parte di questo speciale. Quattro articoli ed abbiamo appena iniziato a scalfire la superficie, mettendo in luce qualche curiosità ed opinioni personali su questo che è uno degli autori cinematografici più prolifici di Hollywood.

Cominciamo quindi questa puntata della storia della filmografia di Spielberg con "A.I. Intelligenza Artificiale", controverso film del 2001, che, a detta degli esperti, doveva raccogliere l'eredità di Kubrick.
Il film si basa su un racconto di Brian Aldiss, noto autore del periodo d'oro della fantascienza degli anni '50, "Super Toys last all summer long". Pare che Kubrick fosse da tempo innamorato di questa storia breve e che ne volesse fare un film: tenuto conto dei tempi biblici che in genere impiegava per maturare fino in fondo le proprie idee, Kubrick non ebbe modo purtroppo di portare a termine il progetto, che peraltro aveva già iniziato a discutere proprio con Spielberg.
In effetti pare che l'adattamento del racconto fosse già a buon punto, ma ancora non fosse sicuro fino in fondo chi dei due dovesse occuparsene, visto che il progetto interessava molto ad entrambi.
Alla morte di Kubrick è stato quindi un fatto scontato che a raccoglierne l'eredità sia stato proprio Spielberg, che, dopo ulteriori aggiustamenti alla sceneggiatura, ha dato alla luce il film.
Furono in molti a suo tempo a fare commenti, secondo me un po' a sproposito, sul fatto che il film avrebbe dovuto ricalcare lo stile di Kubrick, per essere un vero e proprio omaggio al genio scomparso e rimasero delusi vedendo che in realtà il film era spielbergiano fino all'ultima lacrima (dello spettatore).
A dire il vero poi anche quest'ultima affermazione non è del tutto corretta, visto che, contrariamente alla filmografia classica di Spielberg, A.I. risulta essere un film molto lento e molto meno rocambolesco dei suoi "soliti" film di avventura/fantascienza.
È senza dubbio un film molto intimista, una favola che tocca corde di sentimenti profondi, con risvolti psicologici anche alle volte molto pesanti. Quasi dickiani.
È una storia di lutti amorosi: l'amore, motore del mondo, è ciò che manca a tutti i protagonisti, è quello che tutti vanno affannosamente ricercando.
Il solito scienziato visionario crede che, costruendo l'androide perfetto, che può essere condizionato ad amare tramite un imprinting, di poter riportare in vita il proprio bambino scomparso. Una madre, il cui figlio è in coma da qualche anno pensa di poter sopperire alla mancanza del suo bambino offrendo il proprio affetto al piccolo androide. Il bambino, ripresosi dal coma, crede di poter recuperare l'amore della madre screditando l'androide e facendolo apparire pericoloso. L'androide, allontanato dal suo unico vero amore, la sua MAMMA, pensa di poterla riavere tutta per sé solo se diventerà un bambino vero, con l'ausilio della fata turchina di Pinocchio.
Anche gli attori di contorno, le "comparse" se così vogliamo chiamarle, siano esse umane o "mecca" (nomignolo con cui vengono chiamati gli androidi, da "meccanici") o alieni, cercano la stessa cosa: lo stimolo a sentirsi vivi, l'amore. La parentesi finale, quella degli alieni, è quella meno credibile, una sorta di forzatura che costituisce quasi una autocitazione. Sono i soliti alieni filiformi, dai grandi occhi, dalla mente e dalla tecnologia sorprendenti, che appaiono però alla fine del film come dei deus ex machina, per risolvere una situazione irrisolvibile, per fornire la scusa ad un lieto fine forzato.
Il film ha una potenza visiva impressionante: gli effetti speciali sono perfettamente amalgamati all'interno della storia e ne costituiscono parte integrante, senza per forza voler sorprendere lo spettatore in oh di meraviglia. Il piccolo protagonista, Haley Joel Osment, sembra vero, da tanto che sembra finto: ci sono alcuni passaggi in cui ha effettivamente l'aspetto di un bambolotto, con lo sguardo un po' fisso e le guance di porcellana. Jude Law si riconferma per l'ennesima volta un grandissimo interprete, un burattino del desiderio, sfrontato e felice di essere "vivo", nonostante gli umani, nonostante il pericolo di essere distrutto da un momento all'altro, nonostante tutto: egli è! Anzi, è forse l'unico personaggio realmente libero, l'unico che ha davvero raggiunto l'amore, perché innamorato della vita per tutto ciò che essa può offrirle, fino a che può.

Come dicevo, l'unica cosa che non torna è proprio il finale, a mio avviso troppo forzato, troppo volutamente roseo. Lo stesso errore che Spielberg ha commesso raccontando la storia di Minority Report, splendido film del 2002, tratto da un racconto di P.K.Dick (vedi recensioni anche sul numero dello STIM #42).
Come avevo già scritto in un precedente articolo, i racconti di Dick sono tesi fino allo spasimo, ma non hanno mai il classico lieto fine: hanno semmai delle porte lasciate aperte, degli enigmi ancora irrisolti, dei nodi di difficoltà esistenziale ancora da sciogliere, con fatica e tanto lavoro.
Eppure in Minority Report tutto finisce in gloria, per tutti: il cattivo viene punito, il bene trionfa, l'amore perduto viene ritrovato, i deboli non vengono più sfruttati, ma acquistano propria libertà e dignità.
Un finale patinato, che poco si addice ad un film teso come una lama di rasoio e che mostra inganni dentro inganni dentro inganni.
Una cosa mi ha colpito moltissimo dopo l'uscita sugli schermi di Minority Report: nel film fanno la loro comparsa dei cartelloni pubblicitari interattivi, che reagiscono al passaggio delle persone davanti a loro, chiamando, offrendo, mostrando…. I cartelloni del film sono personalizzati, chiamando ogni consumatore per nome grazie ad un lettore di retina, che identifica ogni persona presente sulla terra. Ci attende un futuro in cui è impossibile sfuggire alla pubblicità.
Ebbene pochissimi mesi dopo l'uscita del film ho letto la notizia che in America hanno sperimentato i primi cartelloni pubblicitari al cinema: le locandine dei film si animano non appena un futuro spettatore si para loro davanti, mostrando immagini del film, curiosità, e piccoli interventi da parte degli interpreti principali, che assicurano la qualità della pellicola….
Lo trovo inquietante (come dicono a Zelig), ma d'altra parte non posso fare a meno di pensare a Keanu Reeves che mi dà una voce dal cartellone di Matrix! E veniamo al film del 2003, lo strampalato "Catch me if you can", che racconta una storia vera, ambientata nei magici anni '60 ed interpretata dai perfetti Leonardo di Caprio e Tom Hanks.
Uno strano film, che non si colloca da nessuna parte della filmografia di Spielberg e che, se non fosse per un paio di scene che portano chiaramente la sua firma, potrebbe essere stato girato da qualunque altro regista.
La storia è incredibile, tanto più se si pensa che corrisponde al vero: un giovane ragazzo di appena 16 anni imbastisce una truffa che lo porta ad appropriarsi di circa 4 milioni di dollari tramite assegni falsi e false identità. Riesce a spacciarsi, utilizzando solamente la propria faccia tosta ed il proprio charme, per un pilota di aerei, per un medico di pronto soccorso (!) e per un avvocato. Di Caprio è eccezionale, soprattutto quando è vestito come James Bond, e Tom Hanks è maniacalmente attaccato al proprio lavoro ed al proprio orgoglio di poliziotto ferito. Eppure, anche in questo caso, sembra che il motore primario di tutto non sia tanto il vile denaro, quanto la ricerca dell'amore. Il giovane Frank Abagnale si tormenta perché i genitori si sono lasciati, o meglio la madre ha lasciato il padre, poiché quest'ultimo ha dei grossi problemi con il fisco e non riesce a risollevarsi più dal punto di vista economico. L'unica soluzione che Abagnale riesce a vedere è quella di procurarsi tanti soldi, per poterli dare al padre, il quale potrà così riconquistare l'ex moglie e riformare il quadretto della famiglia felice.
La storia di Abagnale è vera, ma questo particolare, così come confessato dallo stesso ex truffatore, è stato molto romanzato, in quanto il giovane aveva iniziato la propria "carriera" proprio esclusivamente per i soldi.
Se volessimo dilettarci in psicologia spicciola quali conclusioni ne potremmo trarre? Che Steven Spielberg si sente solo e sta disperatamente cercando l'Amore vero? Quello che fa battere il cuore e che riempie la vita?
Ultimamente pare che questo sia il motivo portante di tutti i suoi film. Forse semplicemente anche per lui gli anni si stanno cominciando a far sentire e la scala delle priorità è cambiata: meno avventure rocambolesche e più sentimenti familiari….
Come sarà il prossimo Indiana Jones allora?
Dobbiamo temere? Vedremo Indy in pantofole, mentre sorseggia un liquore e legge un libro davanti al caminetto, mentre la signora Jones prepara la cena in cucina?
C'è di che rabbrividire…

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