STREAM OF CONSCIOUSNESS
di Anna "Ro`Laren" Manfredini

Una casa stretta.
Una vita stretta.
Due stanze, un cortiletto, un gatto.
Un computer, una TV, un letto.
Spesso vuoto, a volte riempito dai sogni, a volte sfiorato da creature vaghe che sostano una notte e scompaiono, lasciando un pallido profumo tra le lenzuola.
Di fronte al letto, sempre, ogni notte, l'infinito.
Alla fine del giorno reale, con la sua terrificante crudezza, oltre l'oscurità dei momenti, degli incontri indesiderati, delle parole invano allontate, oltre gli scherzi insulsi della sorte, oltre le lacrime che pur ricacciate indietro insistono e vogliono sgorgare, oltre i millenni di ricordi da cancellare che tornano inesorabili pietrificandosi nella memoria, oltre... c'è l'infinito.
E se anche dura soltanto un paio d'ore, se anche non intacca affatto il mondo di fuori, se anche è solo un rifugio per impedire alla coscienza di sopraffare l'irrazionalità, è un momento di totale, salvifica catarsi.
La stazione accoglie il mio spirito incenerito e lo ravviva in una dimensione parallela, cessano i contatti con l'oscurità dolorosa che mi avvolge e sono Kira, sono Ezri, e Jadzia, e Damar, Weyoun, Kai Winn.
Dall'alba dei tempi mi addormento insieme a Star Trek, e nell'Ultima Era della mia vita è Deep Space Nine che più spesso mi accompagna. È vero, conosco le storie, ogni singola storia, ogni singolo protagonista così a fondo che ormai fanno parte di me, che ormai non sono più storie o personaggi, ma piacevoli e leggeri compagni della notte. Compagni negli incontri furtivi, compagni nella lettura distratta, compagni nei sogni e nel sonno, compagni nel risveglio che ogni volta grazie a loro prende la forma - per un istante - di un'altra vita, da un'altra parte, in un altro tempo.
Spesso mi chiedo se è una sorta di codardia la mia, quando annullo completamente la realtà - che avrebbe bisogno invece di essere domata - entro i confini infiniti della Galassia; eppure sento che aiuta. Odio il pensiero che sarò morta da secoli quando e se mai tutto quello che sogno insieme a Kira prenderà forma concreta; eppure immaginarlo mi porta così lontano, e insieme mi fa sentire così piccola e temporanea da scordare le insignificanti beghe quotidiane, le promesse fatte e mai mantenute, i pezzi d'anima donati e calpestati, i sorsi d'amore offerti come tazze di latte appena munto, le battaglie invisibili che ogni giorno devastano il mio intimo e le guerre universali, per cui mi rodo e piango, ma per cui niente mai potrò fare.
Nessuno saprà mai, nemmeno io probabilmente, ciò che si agita davvero dentro di me; nessuno, forse soltanto io se veramente lo volessi - ma è difficile evitare l'annichilazione dopo secoli e secoli di fatiche -, troverà mai parole o mosse per scuotere via dal mio corpo la crosta di disillusione che lo avvolge; però, a tratti, accarezzano la mia vita presenze luminose e luoghi, momenti, cose che hanno il potere arcano di procurarmi estasi. Sostare con gli occhi lucidi di fronte all'Auriga di Delfi, o tremare di meraviglia sulle righe di "Il Maestro e Margherita", o perdermi in un bosco di nocciolini, o sentire le verità senza tempo dietro i versi di Lucrezio, o allungare lo sguardo fino a dove finisce il mare, o addormentarmi sulla triste ala dell'"Andantino" di Schubert, o sfiorare senza parole la pelle candida di un fiorellino notturno... e se sono soltanto minuscoli istanti non importa, sento che vale la pena vivere per essi.
Perdermi sulla stazione è uno di questi miracolosi istanti. Il più fedele, sicuro, il più mio, il più presente, il più variegato e appagante, nell'arco di tempo in cui si manifesta, agisce e si conclude. Sono consapevole dei limiti di tale forma di nirvana, però lo vivo proprio in funzione della sua fugacità. E io sono tutti sulla stazione, a seconda del mio stato d'animo, di quello che mi è capitato poche ore prima, di quello che vorrei mi capitasse di lì a poco, di come immagino le ore che mi aspettano al risveglio, di quanta rabbia ho sfogato, di quanto ho riso, di quanto ho gridato, represso, rimandato.
Kira è la mia lealtà, il mio istinto, la mia tendenza ad agire senza pensare e ad essere "castigata" di conseguenza da un destino che soltanto a me - come a lei - pare accanirsi senza pietà; Jadzia è la bellezza che a tratti - non sempre - mi vedo addosso, è l'autocoscienza, è la consapevolezza solida della mia conoscenza e la sensualità che so di trasudare quando ho l'odore giusto; Ezri è il fiume di parole che a volte sfugge al mio controllo, è la bambina che sento sempre ridere dentro di me e l'insicurezza vaga che ogni tanto mi prende, è la spensieratezza e la voglia di amare senza pensieri...
Il minuscolo, preziosissimo "Do Re Mi" dei quattro mutanti in quell'istante è tutta la musica che c'è nella mia vita... Quark con i suoi cinque assurdi compagni d'avventura è la sete di allegria che mi devasta, che mi dà forza, che mi spinge a passar sopra ogni giorno alle impietose trame della sorte... Damar è il cuore romantico che pulsa in fondo alla mia anima, il desiderio di combattere per difendere i miei ideali (quando si affacciano)...
E il Tempio Celeste è la porta verso il sogno, verso ciò che vorrei tanto che fosse e invece non sarà mai, verso il distacco totale dalle spire maligne della vita reale che sembrano avvolgermi ogni giorno sempre più strette, verso la liberazione e l'oblio e l'alba di una nuova forma di esistenza...
Così mi addormento ogni notte, qualunque cosa sia accaduta prima, qualunque cosa sia destinata ad accadere poi. Lo so che tutto questo sa di delirio infantile, che non accadrà mai, e che non ha alcun peso nella realtà che pian piano scorre e mi avvicina alla morte.
Ma non importa.
Io sono con Orazio.
Dum loquimur, fugerit invida aetas. Carpe diem, quam minimum credula postero.


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