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LA
COSA CON LE PIUME
di Chiara
Salvioni
Stavolta avevo altri progetti
in testa per questa rubrica. È da un po' di tempo che me ne occupo regolarmente,
e ogni mese mi arrovello per cercare un argomento di cui scrivere; capita
anche, per la legge dei grandi numeri, che dagli e ridagli sporadicamente
riesca persino a trovare un tema che non strazi di noia i lettori. O almeno
spero.
Questo mese non so. Pensavo di parlare d'altro; ho avuto un mucchio di
epifanie perdute, il cestino della carta straccia si è riempito presto
di articoli falliti poco dopo essere iniziati e inoltre, come se non bastasse,
il tempo correva. Perché dovete sapere che noi redattori Stim abbiamo
un grande terrore: la Vendetta per la Consegna dell'Articolo in Ritardo,
una orrenda ritorsione che, contrariamente ai buoni sconto del supermercato,
è cumulabile e di mese in mese assume connotati sempre più inquietanti.
È la nostra Nemesi. Si incomincia col dovere preparare il caffè a tutti
per due settimane, poi ci si ritrova a pulire i bagni con una gomma pane,
e quando si raggiunge il limite massimo dei ritardi tollerati si diventa
parte della poltrona in pelle umana della Direttrice. Si parla anche di
un fantomatico acquario redazionale per i recidivi, ma nessuno è mai tornato
indietro a raccontarci se esiste veramente.
Potrete dunque immaginare la mia ansia all'avvicinarsi del fatidico giorno
di consegna; per tacere di quando è arrivata l'ora legale, sessanta interi
minuti buttati al vento. Vedete, ormai sono a pochi centimetri dalla poltrona
in pelle umana: se dovessi sparire dalla circolazione, saprete dove sono
finita.
Poi, in giro per il mondo, è capitato qualcosa che ha diminuito notevolmente
la mia voglia di scrivere. Be', un disastro. Tutto quello che mettevo
assieme era zuppo di retorica come mai mi era capitato; mentre scrivevo
canticchiavo continuamente "Let the sunshine in" (avete
presente il finale del film "Hair"?) e le poche volte
in cui tentavo di concentrarmi, intenta di fronte al computer, iniziavo
a vagare con la fantasia finendo sempre per immaginarmi seduta di fronte
alla Casa Bianca avvolta in un drappo iridato. Contemporaneamente ho manifestato
sintomi aberranti di tossicodipendenza informativa: per alcuni giorni
ho assimilato notizie senza sosta, pur conscia che in gran parte si trattasse
di illazioni tendenziose, impiegando in media tre ore e mezza per la lettura
del quotidiano mattutino, consumando edizioni straordinarie di telegiornali
e trasmissioni giornalistiche; e sono giunta al disdicevole punto di sentire
parlare Bruno Vespa. Ho
capito di dovere uscire dal tunnel quando non ho battuto ciglio di fronte
a Excalibur. Già, un programma il cui unico elemento di riguardo è la
capacità di farmi fremere di gioia maligna perché ogni volta che mia madre
mi chiede "cosa c'è in televisione?" io posso risponderle rifacendo la
scenetta integrale di Fantozzi ("Escalabar... Escansalar... Eschizzibur...")
con mio padre che al momento clou urla dalla cucina "Excalibur, imbecille!";
il programma, tanto per rinfrescare la memoria, che dedicò a Tolkien una
puntata durante la quale uno dei collaboratori narrò la trama del "Signore
degli Anelli" mimandola con i pupazzetti della Giochi Preziosi, e in cui
il noto intellettuale D'Agostino, sostenitore dei dotti fratelli Vanzina,
proruppe in un memorabile "Ma che gotico e gotico, a noi ce piace la cotica".
v Overdose giornalistica, questa la mia diagnosi, giustificata dal fatto
che era successo qualcosa di cui avevo discusso, per cui avevo litigato,
e che avevo molto temuto; così ho sfogato il mio senso di impotenza in
modo tipicamente umano, cercando di saperne il più possibile. Dunque avevo
pensato di parlarne in questa sede, anche se poi ho cambiato idea: sarebbe
stato un articolo livoroso e sono stata felice di risparmiarvelo, nonostante
abbia deciso di non abbandonare del tutto l'argomento. Dall'esplosione
dello shuttle Columbia fino a questi giorni si è verificata una successione
di tragedie internazionali che ha lasciato in me una tripla dose di frustrazione.
Dopo un tale insieme di sventure e stupidità umane, sfido chiunque a non
sentirsi scoraggiato. E in effetti vedo sempre più persone sostenere che
sì, la pace è davvero un oggetto troppo vago e demagogico per essere raggiunto,
le cose vanno male e andranno sempre peggio, e che pertanto, in modo che
gli sforzi non vadano perduti, occorre coltivare il proprio giardino,
evitando di pensare troppo in grande pena la disillusione.
Ma
ragazzi, siamo trekker. Vorrà pur dire qualcosa. La nostra timida setta
si basa su una filosofia di pace e speranza. Detta così, questa caratteristica
potrebbe anche accomunarci a dei banali Raeliani, non fosse per il fatto
che la loro massima brama è l'invenzione del Clonatutto™ De Longhi e che
noi abbiamo qualche dote in più. In media siamo realisti e abbastanza
intelligenti (be', a essere sinceri questo andrebbe provato singolarmente)
per capire che il mondo non va come dovrebbe e che c'è da lavorare per
anni; tuttavia il disfattismo non è nelle nostre corde. Quella che abbiamo
in mente è un'immagine molto forte del futuro, e non parlo solo del viaggiare
fra le stelle grazie alla velocità a curvatura: mi riferisco a una Terra
unita sotto il medesimo governo, seppure democratica e tutelata nelle
proprie diversità, e non citiamo neanche la Federazione.
Ambizioso, non è vero? Per un sogno grande come questo, occorre pensare
in grande. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta proprio del motivo
per cui questa guerra è nata: portare prosperità, distensione e libertà
in un angolo del pianeta in cui non esiste; creare un nuovo ordine, con
la mira che, una volta stabilito, questo sia permanente. Ma più si cerca
di mettere ordine alle cose con forza, più queste tendono al disordine
e al caos: è una legge fisica. Perché si raggiunga l'equilibro occorre
mescolarsi e mediare, non certo bloccare militarmente le strade che conducono
in tale direzione, specialmente quando esistono. Comunque sia, tornando
al discorso iniziale, mi rifiuto di credere che si debba lasciare la storia
a se stessa. Ogni gesto, per quanto apparentemente piccolo, ogni lotta
nel cui obiettivo si creda, sono segni che possono incidere sul corso
della vita altrui. Bisogna pensare in grande e avere fiducia nel futuro,
anche se ci si trova in un grigio presente, per il semplice motivo che
nessuno può conoscere il suo andamento. Niente palla di cristallo, niente
disperazione anticipata.
Credo che tutti abbiamo conosciuto situazioni prive di sbocco alle quali
si è inaspettatamente sopravvissuti. Eppure quando mi metto a parlare
di speranza vengo tacciata di essere una utopista, un'idealista senza
contatto con la realtà, e addirittura retorica. Be', questo proprio no.
Se devo indicarne un esempio, piuttosto punto il dito contro quella fiera
rionale che è la nostra televisione: per l'occasione si è messa in gran
spolvero unendo sacro e profano, chiedendo a soubrette statunitensi di
spiegare le prese di posizione del proprio paese, appendendo su ogni muro
bandiere arcobaleno, parlando di guerra con la stessa contrizione affettata
spesa, fino al giorno prima, per il caso umano del martedì. Si parla molto
senza dire nulla. Per me quello che è successo è un fallimento lungo la
strada che vorrei prendesse l'umanità, ed è su questo che mi interrogo,
se valga ancora la pena di sperare nel dialogo, e confidare nel fatto
che un giorno la guerra venga veramente scelta come ultima, disperata
opzione. Credo di sì. Perché la speranza è il bene più prezioso, oltre
ogni fede, ogni credo, ogni convinzione.
Mi viene in mente Emily Dickinson, una donna che ha trascorso l'esistenza
di bianco vestita sigillata nella sua camera, pur amando la vita e celebrandola
con le sue poesie, che lei chiamava "le mie lettere al mondo". Fra
queste, una recita "Hope is the thing with feathers / That perches
in the soul": la speranza è la cosa con le piume appollaiata
sull'anima. Un mio spiritoso compagno di classe del liceo la
riteneva un'idea macabra, e diceva che ogni volta che leggeva quei versi
immaginava di avere un polletto spennacchiato in mezzo al petto. A me
piace. La sento vicina al modo che ho di vivere; anche dalla situazione
più disperata esiste sempre una via d'uscita, e il solo pensarlo è una
coperta morbida e calda che mi avvolge quando attorno infuria la tempesta.
In fondo si tratta del vecchio proverbio, la speranza è l'ultima a morire.
Tutto sommato banale: o forse no? Ci si lamenta spesso molto facilmente,
e ci si adagia sulle disgrazie; si inveisce contro la grettezza, e poi
si resta chiusi nel proprio orto sdegnando chiunque tenti di avvicinarsi.
Si cade in un languore dato dalla sensazione che ogni atto non finalizzato
a preservare se stessi sia irrimediabilmente inutile. Viene da gettare
la spugna, non è vero? Sperare significa sapere di dover agire, con coraggio
e con modestia, e non impedisce di usare gli strumenti della razionalità
per avere una stima realistica di quello che succede nel mondo. Lo diceva
il filosofo Imre Lakatos: "Se incontri un forza irresistibile,
opponiti con il doppio di resistenza, e vincerai". Non credo
all'homo homini lupus, non credo all'egoismo naturale dell'uomo e non
credo che ciascuno nasca per se stesso, vivendo per tutelare i propri
interessi sopra ogni cosa. E non mi voglio rassegnare, a costo di finire
come l'ultimo giapponese sull'isola deserta che ancora tiene il coltello
tra i denti perché non gli hanno detto che la Seconda Guerra Mondiale
è finita. Dopotutto sono una trekker.
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