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L'ALBA
DOPO IL TRAMONTO
di Matteo
"Norton" Bistoletti
Tutto è cambiato. Lo capiamo già fin dalle prime scene in plancia a bordo
di una presunta Enterprise. Al posto dove solitamente siede il nostro
capitano Kirk troviamo una giovane vulcaniana, inoltre molti dei soliti
membri dell'equipaggio "classico" non sono ai loro posti. Cosa sta succedendo?
Eppure avevamo lasciato tutto invariato alla fine del film precedente,
con Kirk che, ancora una volta, portava a zonzo tra le stelle la sua Enterprise
e i suoi uomini.
Questa è la potenza e la rivoluzionaria novità che "Star Trek
II: L'ira di Khan" ha portato nella nostra saga. Il senso di
epicità, dettato dall'inesorabile trascorrere del tempo, fa per la prima
volta capolino all'interno della saga.
Infatti nel corso delle tre stagioni della serie si era dato ben poco
spazio, a differenza della secondogenita TNG, all'evoluzione interna di
personaggi e storie, preferendo un stile più frammentario e nettamente
autoconclusivo. Anche il primo film, nonostante raggiunga un certo livello
di epicità, lo raggiunge soprattutto attraverso una trama che porta la
Terra in grave pericolo di fronte ad una minaccia incombente davvero impressionante,
ma che poco porta all'evoluzione dei personaggi e della storia (eccezion
fatta per Spock, di cui le conseguenze vedremo però solo in seguito nel
secondo film).
È
solo infatti nel secondo lungometraggio dove i nostri eroi vengono realmente
e per la prima volta confrontati con loro stessi, con quello che sono
e con quello che finora hanno fatto. Per la prima volta vediamo come questi
personaggi sono cambiati, cresciuti e, soprattutto, invecchiati.
Non per niente si decise di (nonostante il distacco reale tra le serie
e i vari film) di lasciar passare soli due anni e mezzo di crono-storia
Trek tra l'ultimo episodio della saga ed il primo film, mentre la cronologia
ufficiale lascia trascorrere ben dieci anni tra il primo e secondo film.
Non ci è dato sapere cosa sia accaduto in questi lunghi dieci anni, ma
di sicuro ci è dato vedere cosa sia successo ai nostri eroi in questo
punto cruciale delle loro carriere.
"Star Trek II: L'ira di Khan" è forse anche per questo
il film più amato e considerato tra i migliori, se non il migliore, dai
fan, soprattutto in ambito classico: esso apre una spirale evolutiva e
una riflessione epica su Star Trek ed i suoi eroi che si compie non solo
nell'ambito del film stesso, ma che si ripercuote anche nei film successivi,
soprattutto terzo e quarto, con cui forma una trilogia unica.
Come dicevamo, questa sensazione di cambiamento la avvertiamo fin dalle
prime scene. L'Enterprise è diventata una nave scuola dove vengono istruiti
futuri cadetti ed é sotto il comando del capitano Spock (noi avevamo lasciato
un'Enterprise fresca di rinnovamento, modernissima e iperfunzionale, al
comando del suo capitano più famoso), Checov ha lasciato il suo gruppo
originale e presta servizio a bordo della USS Reliant come primo ufficiale
del capitano Terrel (noi avevamo lasciato il gruppo unito a affiatato
in plancia dell'Enterprise).
Ma i cambiamenti più pesanti li notiamo nei due personaggi chiave della
saga, attorno ai quali ruotano anche i diversi sviluppi del film. Kirk
è oramai divenuto un uomo riflessivo e un poco frustrato dal suo lavoro
che lo costringe dietro una scrivania straripante di scartoffie; cosa
da impazzire se si pensa all'irrefrenabile entusiasmo con cui Kirk scorazzava
tra le stelle o con cui aveva portato via il comando a Decker nel film
precedente.
Anche Spock è cambiato. Dopo l'esperienza con V'ger, che toccò profondamente
il suo lato umano mettendolo in nuova luce rispetto al suo lato vulcaniano
finora prevalente, Spock non sembra più ripudiare sentimenti ed emozioni,
e lascia trasparire i primi segni di affetto verso le cose e le persone
che ama. Ci appare quindi un nuovo Spock che, nonostante mantenga tutti
i crismi della logica e usa la sua proverbiale e classica freddezza e
compostezza, esprime sentimenti di grande amicizia, oltre che rispetto,
verso il suo capitano.
Il
film non ci porta a confrontarci solo col presente, ma per dar maggior
peso all'epicità e al tormento dei suoi protagonisti li mette a confronto
con un redivivo passato.
Kirk si ritrova ben presto quindi a fare i conti (non penso serva che
stia qui a riassumere un film che spero tutti conosciate) con un figlio
che non sapeva nulla di lui, e con un nemico spietato che cerca vendetta
verso colui che ritiene responsabile delle sue disgrazie.
In questo film un Kirk più affranto e riflessivo, e dichiaratamente più
vecchio, si ritrova quindi a fare i conti con tutto quello che è stata
la sua vita finora e ne deve pagare i debiti.
Quello che sta passando Kirk è, penso, quello che succede ad ognuno di
noi, e spesso più volte nella vita. Ci si chiede cosa di quello che abbiamo
fatto nel nostro passato abbia delle conseguenze sul nostro presente,
sul nostro futuro e su quelli degli altri, e ci si chiede se queste conseguenze
siano o meno positive: insomma, ci si interroga sulla nostra stessa vita
e se ne traggono delle conclusioni, a volte amare, ma che servono a raddrizzare
il tiro.
Che fosse arrivato il momento anche per Kirk di tirare le somme, personaggio
da sempre di stampo eroico, rende la cosa ancor più interessante.
La
chiave di lettura del film risiede sicuramente nel test della Kobyashi
Maru che apre il film, ma che in realtà è un fil rouge che lega tutto
il significato del lungometraggio.
Anche in questo caso Kirk si ritrova paragonato con quello che era. Alla
domanda su come lui fosse riuscito a superare il test (fu l'unico nella
storia a riuscirci), Kirk esita a rispondere. Egli infatti barò, cambiò
i parametri del test e riuscì per questo a superarlo. Questo trucco racchiude,
approssimativamente ma in modo abbastanza nitido, un po' quello che era
Kirk come lo conoscevamo nella serie e nel film precedente: avventato,
spregiudicato, irrequieto, sempre pronto al rischio e all'avventura, spesso
noncurante delle conseguenze.
Nello scrivere questa sceneggiatura si pone un pizzico di critica di fronte
a questo tipo di eroe e lo si mette di fronte a circostanze di confronto
con le conseguenze scaturite dal suo comportamento.
Perfino ciò che lui ha sempre considerato una forza del suo carattere
gli si rivolta contro, e questo nella metafora del test Kobyashi Maru:
"Affrontare la vita è importante quanto affrontare la morte."
Questa frase, ripetuta varie volte nel film, racchiude lo scontro evolutivo
che vive Kirk.
Egli dapprima insegna a Saavik quanto sia importante per un avventuriero
dello spazio sapere affrontare anche delle situazioni difficili, ma nel
contempo Kirk capisce di non averlo mai fatto. Quella sua spregiudicatezza
e quel gigionismo con cui ha affrontato anche le situazioni più disparate
l'hanno portato a costruirsi una corazza che gli ha sempre impedito di
confrontarsi con la morte stessa. Lui ha giocato con la morte, e si è
lodato per questa sua spregiudicatezza.
Così confessa al figlio di essersi comportato quando si rende conto, con
la morte di Spock, che per la prima volta non ha potuto barare al test
della Kobyashi Maru e ha dovuto confrontarsi con la morte, non la sua,
ma bensì, forse ancora peggio, con quella suo primo ufficiale e migliore
amico.
Sì,
perché Spock il test della Kobyashi Maru non l'ha mai fatto, ma ha visto
nel confronto con la morte, non nel suo sbeffeggiamento, e nell'estremo
sacrificio la soluzione.
Separati da un vetro che impedisce loro il contatto i due si accasciano
al suolo, appoggiati virtualmente l'uno all'altro nella più completa solitudine
in cui si sono lasciati.
Spock, come ultimo regalo al suo capitano, offre una nuova alba per continuare
il suo galoppo tra le stelle con una nuova e rinnovata coscienza di sé.
Kirk si sente vecchio all'inizio del film e lo dice più volte nel corso
dello stesso: ha bisogno di un paio di occhiali per leggere le consolles,
si lascia prendere alla sprovvista in battaglia, laddove una giovane tenente
come Saavik non avrebbe fallito, e rimpiange i tempi in cui riusciva ancora
a gabbare leggi e regolamenti di cui ora è responsabile e quasi succube.
Alla fine, dopo la morte di Spock e con la presa di coscienza di questo
suo cambiamento, Kirk si sente rinascere e, come ed insieme al progetto
Genesis, si prepara a crescere in un una nuova vita: una vita per il quale
il suo amato compagno ha dato la sua vita, come egli stesso dice.
Un sacrificio vano e vuoto quello di Spock?
No di certo, non solo ha salvato la nave intera e il suo equipaggio in
una "no win situation" tipica della Kobyashi Maru, ma ha portato Kirk
alla fine di quella sua riflessione sul suo passato che tanto lo tormentava
negli ultimi tempi, coronando la loro amicizia in questo suo ultimo, immenso
gesto.
Perché su una cosa Kirk aveva ragione: c'è sempre una via di scampo, e
non tutto quello che abbiamo fatto nel nostro passato è solo bene o male.
I nemici si possono annientare, coi figli ci si può riconciliare, e, come
dimostrerà il film successivo, gli amici, quelli veri, non ci abbandonano
mai.
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