LA FINE DI UN SOGNO?
di Federico "curson" Colnago

Sabato, 1 Febbraio 2003, 08.00 CST (Central Standard Time).
Lo Shuttle Columbia e l'equipaggio della missione STS-107 si trovano a sorvolare la regione del Nord del Texas: siamo in piena fase di rientro in atmosfera.
Il Columbia sta viaggiando a circa 20,100 km/h (approssimativamente Mach 18), a 61,900 metri di quota.
In questo momento, l'intera parte ventrale della navetta è investita da un flusso di aria super riscaldata (plasma) che raggiunge temperature elevatissime, fino a 1,648.9 °C (3,000 °F). L'atterraggio è previsto in meno di 15 minuti, presso la pista del Kennedy Space Center, in Florida.
Sono appena passate le 08.00 quando lo Shuttle si spacca in tre differenti tronconi, disintegrandosi.

L'uomo è un animale curioso che spesso è portato ad estremizzare la sua continua ricerca del "nuovo", la spasmodica ricerca dei suoi limiti. Viaggiare nello spazio rappresenta ancora un'enorme sfida di carattere tecnico e scientifico, che è ben lontana dal diventare semplice "routine" e la tragedia che ha colpito la NASA e l'intera comunità tecnico-scientifica mondiale i primi giorni di Febbraio ne è un'efficace quanto triste dimostrazione.
Lo Space Shuttle, la cui progettazione risale ormai a ben più di 20 anni fa (il primo volo era stato proprio quello del Columbia, con la missione STS-1 del 12 Aprile 1981), è una macchina che ancora oggi rimane un capolavoro dell'ingegno umano.
Primo veicolo progettato per essere un "aeroplano riutilizzabile" per voli orbitali, svolge da anni un lavoro di tutto rispetto, ed ha volato con pieno successo per più di 100 missioni. Purtroppo, essendo una macchina, è suscettibile di guasti e problemi che, vista la natura della sua missione, si esplicano come dolorose catastrofi. Il riferimento alla sciagura del Challenger, nel Gennaio del 1986, è evidente, ma non è assolutamente da confondersi con la volontà di creare un parallelo tra i due eventi, che sono del tutto slegati sotto il profilo tecnico.
Mandare uomini e donne nello spazio è un impegno rischioso: l'imprevisto o la fatalità possono avvenire con modalità non prevedibili, o perfino ineluttabili.
La domanda da porsi è: questa tragedia poteva essere evitata?
Partiamo con il chiarirci le idee sull'attuale ipotesi riguardo le cause dell'incidente.
Appena dopo il lancio, circa 80 secondi dopo il "lift-off", dal serbatoio principale esterno (l'enorme oggetto di colore arancione allacciato allo shuttle in fase di lancio), si è osservato il distacco di un pezzo di isolante termico, probabilmente misto a ghiaccio, che precipitando ha impattato contro il bordo di attacco, e parte della zona ventrale, dell'ala sinistra del Columbia, disintegrandosi. In seguito a tale impatto è logico supporre la presenza di un danneggiamento più o meno esteso di alcune delle piastrelle di protezione termica, in prossimità anche dei pannelli di chiusura del vano di alloggiamento del carrello.
Tale danno non avrebbe in alcun modo compromesso l'operatività di missione del velivolo in orbita, in quanto è solamente in fase di rientro che il sistema di piastrelle di protezione termica è essenziale alla vita dello Shuttle.
A causa di tale danneggiamento alle piastrelle, il plasma surriscaldato che avvolge il velivolo in fase di rientro potrebbe aver allargato la zona danneggiata ed essere entrato poi in contatto con elementi strutturali non progettati per resistere a quelle temperature, come l'interno del vano carrello. Si pensa infatti che l'aumento di temperatura e la progressiva perdita di dati dai sensori degli impianti interni all'ala sinistra siano da imputarsi al deterioramento strutturale dell'interno dell'ala, che non è progettato per un contatto diretto con il flusso di plasma. A seguito di questa "intrusione", l'intera struttura alare è stata irrimediabilmente compromessa, cosa che ha portato lo Space Shuttle ad un comportamento in volo ben al di fuori dei parametri di assetto previsti, elemento che sembra essere direttamente collegato con l'aumento di resistenza aerodinamica che i computer di bordo hanno tentato di correggere.
A seguito di questo errato assetto di discesa, il Columbia si è quasi sicuramente disintegrato perché sottoposto ad enormi stress di tipo aerodinamico, per cui la sua struttura non era stata progettata.
La situazione in cui lo Shuttle si è trovato a volare al rientro era quindi ben oltre i suoi limiti strutturali, cosa che lo ha portato ad un catastrofico cedimento, risultante nella perdita del velivolo e del suo equipaggio.
Il punto da cui ripartire è quindi il danno causato dall'isolante del serbatoio esterno in fase di lancio.
Fin dalla STS-1, la prima missione dello Shuttle, sono stati riportati numerosi casi di danneggiamenti delle piastrelle d'isolamento termico durante la fase di lancio dello Space Shuttle, tanto che la NASA è solita eseguire numerose ispezioni sulla rampa di lancio appena dopo il "lift-off", proprio allo scopo di valutare i danni provocati dall'eventuale distacco di materiale nelle prime fasi seguenti l'accensione dei propulsori principali.
Solitamente a queste ispezioni ne seguono delle successive in orbita, eseguite da terra tramite telescopi, per assicurarsi che il danno sia contenuto e non vada a compromettere la complessiva sicurezza dello Shuttle durante la fase di rientro in atmosfera.
Le analisi e le simulazioni effettuate tramite calcolatori non hanno rilevato la presenza di un danno da impatto tale da fare presagire che la situazione sarebbe stata così critica durante la discesa. Le valutazioni che gli ingegneri davano di questo impatto non erano tali da presumere che avesse dato luogo a danni così importanti al sistema di protezione termica.
Si è dunque trattato di errore umano?
Personalmente, e qui non posso fare a meno che entrare nella sfera delle supposizioni, ritengo che sia improbabile che ci sia stata una sottovalutazione così essenziale del problema. Sicuramente alcuni aspetti fondamentali sono sfuggiti anche alle analisi più attente. E' ormai certo che ci sia stata una errata valutazione dei potenziali rischi connessi al danneggiamento dello scudo termico, fattore probabilmente dovuto anche all'idea che il vano carrello non fosse stato coinvolto dall'impatto.
Lo strato di protezione termica è studiato appositamente su più livelli, perché si assume la possibilità di un danneggiamento superficiale dei livelli esterni a causa di impatti di detriti, sia in fase di lancio che in orbita (la cosiddetta "spazzatura spaziale"); è evidente però che il danno prodotto dall'impatto relativo al lancio del Columbia è andato ben oltre ogni valutazione effettuata da terra.
Dunque queste le probabili cause della perdita dello Shuttle; ma quale sia il futuro della ricerca spaziale dopo questo avvenimento è ancora una questione del tutto aperta.
Attualmente i voli degli Shuttle rimasti: Endeavour, Atlantis e Discovery (escludo l'Enterprise in quanto non è mai stato approntato per il volo orbitale, essendo un prototipo), sono sospesi fino a data da destinarsi, data che sarà probabilmente stabilita a seguito dei risultati dell'indagine della commissione di inchiesta e relative modifiche progettuali da applicare ai veicoli rimasti.
La Stazione Spaziale Internazionale (ISS) continua ad orbitare attorno al nostro pianeta con a bordo i 3 componenti del suo attuale equipaggio, e viene regolarmente rifornita tramite veicoli cargo Progress, lanciati dalla base russa di Baikonur in Kazakhstan. Dispone inoltre di un sicuro collegamento con la Terra, ovvero la navetta Soyuz, costantemente attraccata a lei come eventuale veicolo per una fuga di emergenza. Per la ISS non si prevede quindi alcun abbandono o alcun ridimensionamento, anche se è ormai chiaro che la data del suo completamento dovrà slittare ancora di più, visto che i componenti possono essere portati in orbita ed assemblati solo dallo Space Shuttle e dal suo equipaggio.

La ricerca spaziale ha subito una grave perdita.
Perdere l'operatività della flotta degli Shuttle, oltre al grande carico di risorse umane ed economiche perse in questa tragedia, vuole dire perdere l'unico mezzo efficiente che si ha per entrare nell'orbita del nostro pianeta, e soprattutto vuole dire un enorme ritardo nell'attuazione di tutti quei progetti di ricerca e sviluppo che attualmente erano in fase finale di progettazione o realizzazione.
Purtroppo da molti anni a questa parte l'attenzione degli organi d'informazione, che è poi spesso l'ago della bilancia che sposta investimenti privati e non, si è allontanata dalle questioni relative allo "spazio".
Durante l'epoca pionieristica della conquista dello spazio, quando USA e URSS si contendevano il primo uomo nello spazio, o il primo passo sulla Luna, la copertura mediatica era totale e glorificatrice, elemento essenziale di propaganda delle grandiose imprese di uomini come J.Gagarin, J.Glenn, A.Shepard, delle missioni Apollo o delle missioni Salyut. Certo, le tragedie erano molte di più, spesso quasi "parte calcolata del gioco", ma l'essenziale era ottenere il proprio personale primato nazionale, e non contava poi molto il prezzo da spendere.
Rileggendo i dati relativi alle missioni Apollo, c'è veramente da chiedersi con che coraggio si siano spinti fino alla Luna, e come siano tornati indietro vivi gli equipaggi: i mezzi erano tecnicamente quasi inferiori a quelli dei sovietici, erano quasi del tutto inadeguati alla missione che dovevano compiere e solo il genio degli astronauti e dei tecnici a terra ha reso possibile il realizzarsi dello sbarco sul nostro satellite.
La differenza con il presente c'è, ed è evidente: gli standard di sicurezza sono molto più alti, più rigidi, così come sono molto più complesse le missioni che siamo in grado di svolgere in orbita.
La frontiera però si è solo spostata, e certe volte succede qualcosa di ineluttabile e imponderabile che ci ricorda che siamo sempre imbarcati in un'impresa grandiosa, e per questo motivo estremamente pericolosa. Tutti coloro che hanno a che fare con l'esplorazione dello spazio sanno il rischio che corrono intraprendendo questa strada, così come lo sapevano coloro che si imbarcavano sulle navi dirette dall'altra parte dell'Atlantico nel XV secolo. Allora la frontiera stava al di là di un oceano, ora sta 200 chilometri sopra le nostre teste, ma i rischi sono gli stessi di una volta.

Al di là di ogni sterile preconcetto, o di ogni considerazione politica, i nostri pensieri devono andare a quei sette astronauti che sono morti così tragicamente inseguendo il loro sogno, e forse inseguendo anche il sogno che molti di noi hanno.
Non erano eroi, erano solo persone che facevano quello che sognavano di fare, per loro e per la scienza.
Addio Columbia.

In memoria di: Rick Husband (Cmdr.), William "Willie" McCool (Plt.), Kalpana "KC" Chawla (Mission Spec.), David "Dave" Brown (Mission Spec.), Michael "Mike" Anderson (Mission Spec.), Laurel Clark (Mission Spec.), Ilan Ramon (Payload Spec.)


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