VINCITORI E VINTI
di Chiara Salvioni

Roma, interno notte. Una sfarzosa festa di inaugurazione in un grande palazzo.
Come nel più classico film d'azione americano, alcuni guerriglieri del Sarabandistan, per protestare contro l'atteggiamento del governo italiano nei confronti della miseria cui il loro popolo è soggetto, hanno deciso di spargere terrore sistemando una bomba ai piani superiori dello stesso palazzo. Perché abbiano scelto proprio l'Italia, chi lo sa; forse perché i loro alti ideali sono stati vagamente indirizzati da una multinazionale occidentale con interessi nell'industria edilizia romana, ma potrebbe anche trattarsi delle solite corna che in una foto di gruppo il nostro Presidente del Consiglio ha avuto la bella idea di fare al loro suscettibile Ministro degli Esteri.
Si sa, di norma queste cose succedono a Los Angeles o Seattle, in avveniristici grattacieli il cui raffinato impianto elettrico viene sempre neutralizzato da un terrorista dotato di gomma da masticare e forcine.
Qui siamo in un palazzone di borgata, ma va bene lo stesso. Comunque sia, gli ospiti della festa vengono a conoscenza dell'imminente pericolo; solite reazioni di panico da sceneggiatura, fino a quando non arriva lui, l'Uomo della Situazione: nessun titolo, se non il fatto di sfoggiare un fisico da culturista e che il cugino di sua cognata aveva un nonno artificiere. Il tizio si fa strada tra i piani con qualche alleato (ovviamente nel condotto dell'aria, come in ogni film d'azione che si rispetti) e, dopo avere raggiunto l'ordigno, si trova di fronte a una classica situazione hollywoodiana: il meccanismo della bomba è collegato a due fili, uno rosso e uno blu.
L'uomo dice "non vi preoccupate, è tutto sotto controllo", trattiene il respiro e strappa il filo blu. Ops. Sbagliato. Quest'uomo, come è ovvio, è un incosciente. Se avesse atteso senza intervenire, probabilmente le autorità sarebbero riuscite a trattare con i guerriglieri risolvendo la questione per via diplomatica, e al posto del palazzone ora non ci sarebbe un cratere lunare. Eppure aveva il cinquanta per cento di probabilità di spezzare il cavo giusto, nel qual caso non sarebbe stato folle ipotizzare che in un prossimo futuro, di fronte a una folla festante, avrebbe ricevuto le chiavi della città da un sindaco in brodo di giuggiole ornato di fascia tricolore. Pertanto la domanda è: quest'uomo è un eroe?

In effetti sembra proprio il caso di chiederselo; nonostante questo tragicomico esempio abbia (per fortuna) scarse pretese di realizzazione pratica, il suo protagonista è meno strambo di quanto si pensi.
L'immaginario collettivo è pieno di gente del genere, e infatti ho parlato del caso appena trattato come del classico svolgimento di un film d'azione.
La figura dell'eroe è innata nella nostra psiche: possiamo non esserlo noi stessi, ma sappiamo, o almeno dovremmo, riconoscere l'eroismo quando si presenta ai nostri occhi; e questo esempio pare mettere in dubbio proprio tale capacità. Viene voglia di trasformare il dilemma in una questione più generale: è il successo il fattore discriminante?
Be', il nostro Uomo della Situazione non è un chiaro esempio di lungimiranza. È pronto a immolarsi, e con scarsa saggezza insieme alla propria vita brucia le esistenze di coloro che dalle sue scelte, per sua volontà, dipendono; tuttavia solo una sfortunata casualità gli impedisce di salvarle. Si impone egli stesso come capo senza averne alcun titolo, per vanagloria, arroganza e presunzione; eppure soltanto il colore di un filo lo separa dalla stretta di mano del sindaco.
Detta in questi termini, sembrerebbe che l'alternanza fra idolatria e disprezzo sia regolata da un banale calcolo delle probabilità. E forse è proprio così che attribuiamo il grado di eroe, arrivando a conferirlo persino a chi non lo dovrebbe mai meritare: lo è chi torna vittorioso da una guerra, nonostante possa averla fatta scoppiare lui stesso per motivazioni tutt'altro che nobili; e lo è chi uccide a sangue freddo un rapinatore, nonostante essere derubati non valga il prezzo di una vita.
La storia umana, l'unica disciplina in cui la distinzione fra un eroe e un macellaio pare non esistere, è piena di esempi simili. Quindi, tornando al caso del nostro povero artificiere improvvisato, è la fortuna l'unica dote a mancargli per essere definito un eroe? Secondo quest'ottica sì. Non importa che egli ripudi i propri limiti e si arroghi un compito insostenibile: una scelta diversa, magari guidata dalla simpatia per un colore piuttosto che per l'altro, e il biasimo si sarebbe tramutato in ammirazione. Se questo è un eroe, allora ditemi subito dove devo firmare. Sono pronta a sottoscrivere la famosa opinione per cui beato è il popolo che non ne ha bisogno.

Chi o che cosa è un eroe, dunque?
Certamente non un folle millantatore pronto a giocare con la morte; ma neppure chi fa la raccolta differenziata o paga puntualmente le tasse, azioni civili che comunque non devono acquistare un peso spropositato solo perché pochi le compiono.
Spesso si arriva a confondere l'eroismo, oltre che con la follia, l'incoscienza, la facilità nel mettere a repentaglio la propria vita, anche con ciò che si deve fare, con il senso di responsabilità innato dentro di noi. La radice greca del termine vede nell'eroe un semidio, e porta alla convinzione che per esserlo ci si debba provare grandi, magnifici e possenti, nella mente quanto nel corpo. Questo è improponibile.
L'eroe non può essere la pura figura fiabesca cui tali requisiti (inattuabili in realtà) conducono necessariamente. Tuttavia non si può nemmeno svilire il termine attribuendolo a chi non fa altro che rispettare le regole, persino quando è raro che qualcuno lo faccia. Coloro che compiono il proprio dovere civile non dovrebbero richiedere medaglie.
Un eroe non è solo un modello di comportamento: rappresenta l'incarnazione del sentimento di giustizia che sorge in noi quando ci troviamo all'interno di una comunità; è l'immagine di un essere umano eticamente più evoluto, che sia riuscito a seppellire l'innato istinto da predatore verso i propri simili e sappia rivestire di concretezza il termine "ideale"; che sia in grado di rinunciare a quanto di più caro ma con saggezza, senza immolarsi per il gusto dell'autodistruzione anche se vi sono occasioni in cui il sacrificio è l'unico mezzo per parlare.
Il rapporto fra genitori e figli è un esempio comune di come si possa fraintendere il concetto di eroismo. Durante l'infanzia madre e padre sono veri eroi, poiché sembrano sempre sapere cosa è più corretto fare, distinguere bene e male, trovare la strada giusta affinché le cose volgano al meglio per noi. Paiono creature quasi soprannaturali, sicuramente onniscienti. Poi la maturità toglie il velo, e svanita l'aura mistica rimangono solo dei genitori: esseri umani che, se ci va di lusso, provano a guidarci al meglio delle loro conoscenze finché lo accettiamo. Dei modelli, appunto, quando va bene; ma non figure eroiche (a parte i rari casi in cui, oltre l'incanto della crescita, si rivelano davvero tali).

In compenso ho provato a meditare sulla prima immagine che mi viene in mente quando sento la parola "eroe", e mi sono stupita della risposta. Penso a una scena del film "Alexander Nevskij" di Eisenstein (sì, quello della "Corazzata Potemkin"), soprattutto perché ho avuto modo di vederlo poco tempo fa. La sequenza, ambientata nel 1200 durante l'invasione teutonica della Russia, è molto divertente. Nel corso della battaglia decisiva per la cacciata dell'invasore, un abitante di Novgorod si trova di fronte un cavaliere teutonico che ha appena ucciso, colpendolo a tradimento alle spalle, un suo caro amico. Il soldato russo, per nulla preoccupato del fatto che l'avversario sia armato fino ai denti e coperto da uno spesso elmo, gli si para davanti, lo guarda in modo truce, e prima di prenderlo ad asciate gli sputa in faccia con una furia che neanche Mario Merola in un drammone napoletano. Il teutonico, evidentemente sopraffatto dallo spessore morale del russo, resta immobile e l'altro ha tutto il tempo per accopparlo.
In questa ingenua scena è racchiusa la forza d'animo di cui ogni eroe si fa scudo, attingendo al personale senso della giustizia che possiede; ma vi è anche tutta la relatività delle sue azioni. C'è poco da fare: l'eroismo non è un concetto assoluto.
L'eroe è simbolo della collettività, dicevo qualche riga sopra, e lo è della propria collettività. Se è vero che ogni eroe dovrebbe recare la bandiera di un'etica universale, non si può neppure negare che il senso della giustizia gli sia dato dalla comunità in cui è cresciuto e di cui, anche involontariamente, si fa portavoce.
Beowulf che lotta contro il drago e soccombe è un eroe vinto per il popolo di cui è Re; tuttavia il drago è eroe per se stesso, per la razza di cui ha tutelato la sopravvivenza. È in questa zona d'incertezza che si insinua la figura dell'anti-eroe, indomito e coraggioso ma ligio a un senso della giustizia distorto rispetto al nostro modello; e il pensiero corre velocemente a Khan, il nemico per eccellenza del secondo film di Star Trek.

Già, Star Trek: fucina di eroi.
I quattro capitani (come sempre mi dispenso dal parlare dell'ultimo acquisto Archer) sono le figure più rappresentative di questa categoria in ambito trek, gli unici che hanno il comando, la responsabilità di un intero equipaggio e devono rispondere di qualsiasi errore. Ognuno di essi rappresenta una variante nella sinfonia dell'eroismo il cui fascino consiste nell'incompletezza: ciascuno ha debolezze e affanni unici, paure di cui gli altri si burlerebbero; ma anche i pregi sono complementari.
Messi insieme i quattro capitani formerebbero un unico, grande e noioso eroe. Fortuna vuole che questo non succeda ed essi restino, separatamente, umani e fallibili; se il loro obiettivo comune è la difesa della Federazione, ciascuno ricerca nelle proprie vicissitudini insegnamenti ben diversi alla radice.
Kirk è il fulgido, brillante guerriero dal trucco e parrucco perfetti, intraprendente, sempre in conflitto col regolamento, spesso l'unica barriera che si frappone tra lui e la giustizia. La sua ricerca è quella dell'ignoto, guidata da un'insaziabile sete di avventura.
Tanto estroverso è Kirk quanto ripiegato nella propria intimità è Picard, il riflessivo, sereno condottiero lucido nei pensieri che sulla propria nave gode di un'immensa autorità guadagnata con il rispetto; mentre l'obiettivo centrale della sua ricerca è la conoscenza mediata dalla saggezza, quello di Janeway è la salvezza: in lei sono ancora più schiaccianti il senso di responsabilità, il peso del comando, l'atteggiamento materno (non per nulla è una donna) nei confronti dei sottoposti.
Sisko, infine, rappresenta l'uomo di fronte ai grandi eventi della storia, alla guerra, nel momento in cui si deve decidere se prendervi parte o arrendersi allo scorrere degli eventi: come tale cerca la vittoria lungo un cammino di crescita spirituale. La sua capacità consiste nel prendere decisioni spesso tanto importanti quanto opinabili, che pesano come macigni sulla coscienza.

Stiamo però parlando dei grandi eroi, quelli che entrano nella storia plasmandola. Ma ne esistono altri, meno glorificati, che tuttavia meritano il titolo quanto i primi.
Per me lo è chi non perde la testa quando tutto intorno a lui sta crollando, chi non teme di leggere la realtà nei momenti in cui sembra più cupa, chi non perde la speranza anche quando sarebbe più facile abbandonarla, e chi ha sempre la misura delle proprie capacità.
E poi ci sono quelli che amo io: gli improponibili, da cui non ti aspetteresti nulla più di una sana, cinica lettura della vita e all'improvviso ti stupiscono con grandi gesti e sacrifici, senza aspettarsi medaglie; come se la forza richiesta per compierli fosse sempre stata latente in loro, e tanto rapidamente si desta quanto poi è in grado di tornare a dormire, vigile ma nascosta. Per questo sembrano sempre vinti più che vincitori. Ma sono veri eroi.
Perché alcune volte, per esserlo, il coraggio è solo una delle doti che occorre: e il pudore può essere meno irrilevante di quanto si creda.



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