LA TEORIA DEL BICCHIERE
di Chiara Salvioni

Confesso, per cercare di attirare il maggior numero possibile di lettori verso questa rubrica ho usato un basso mezzuccio: quello di stuzzicare l'innata propensione umana all'alcolismo. Quindi offro un'alternativa a chi di voi si sia fatto fuorviare dal promettente titolo, pensando magari a un excursus sulle gioie vere dell'alcool contro quelle surrogate offerte dal synthehol (l'unica ideazione che nessun trekker vorrebbe mai vedere realizzata): avete ancora qualche riga di tempo per spostarvi su un sito più adatto a voi, come www.scotchwhisky.com o www.alcolisti-anonimi.it.
Detto ciò, suvvia, non è che io sia proprio stata scorretta. Per mia fortuna il titolo scelto ammette una duplice interpretazione: da un lato specchietto per le allodole, lo ammetto, ma in aggiunta sunto efficace dell'argomento intorno al quale ruota questo articolo.
La fantomatica "teoria del bicchiere" infatti non è altro che il sano, vecchio metodo che dagli albori della civiltà permette di separare gli esseri umani in due categorie di pensiero e di intuire i loro sentimenti riguardo al futuro. E tutto ciò, magicamente, solo osservando le loro reazioni di fronte a un bicchiere riempito a metà.
Supponete di essere sottoposti a questa prova, che ai tempi antichi immagino dovesse funzionare come vivace strumento di socializzazione (una specie di antenato dei moderni test psicologici che oggi si possono trovare su riviste dall'alto Q.I. quali Gente, Oggi, Top Girl e succedanei).
Guardando il livello del liquido gongolate pregustando la bevuta e vi sentite pervadere da un senso di intima soddisfazione perché, dopotutto, nel bicchiere poteva anche non esserci nulla? Bravi. Voi sì che sapete interpretare in modo favorevole ciò che la vita ha da offrirvi, e guardate al futuro con indefessa allegria e cieca fede; la gente vi chiama ottimisti. Poniamo che invece siate assaliti dallo sconforto capendo che forse, con tutto quello spazio vuoto in cima, si sarebbe potuto fare di meglio; per cui, inveendo all'avarizia di chi ha riempito il bicchiere, il contenuto vi va di traverso.
Male, razza di sordidi individui che non siete altro: voi, perenni insoddisfatti, scrutate lo scorrere degli eventi a testa bassa, sperando che non vi caschi niente addosso; in giro vi si accusa di disfattismo e siete detti pessimisti.

A onore del vero il test non contempla la terza via, quella che da piccola studentessa di scienze preferisco: il bicchiere è logicamente colmo comunque lo si guardi, perché la metà in apparenza vuota contiene pur sempre aria, e dunque azoto, ossigeno, carbonio più un mucchio di altre cosette.
Tuttavia non complichiamoci la vita, e restiamo ancorati al caso semplice.
Se credete che questo metodo di indagine psicologica sia banale, ahimè, probabilmente non siete al passo con i tempi, perché oggi sulla logica del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto si fondano le due ultime ideologie sopravvissute al secolo scorso: l'ottimismo e il pessimismo. Dopo il crollo inequivocabile dei maggiori sistemi di pensiero, l'unica cosa che ci resta a disposizione per capire qualcosa del mondo in cui viviamo sembra ormai lo stato d'animo, tant'è che molti ne hanno fatto una bandiera professionale: dai pubblicitari, ottimisti per forza, agli assicuratori, pessimisti per necessità di sopravvivenza, senza dimenticare i politici (soprattutto qui in Italia), che sono a intermittenza ottimisti al governo e pessimisti all'opposizione.
Più che di argomentazioni, pare infatti che le discussioni sulle gravi questioni sociali, ecologiche, internazionali che ci propongono i mass media siano ormai fatte di professioni di fede; come se si preferisse incrociare le dita o scuotere la testa rassegnati piuttosto che razionalizzare il problema e affrontare il mondo secondo parametri concreti.
Senza scomodare altre delicate situazioni, il contesto in cui sembra più facile accorgersene è forse quello legato alle vertenze ambientali, vero campo di battaglia per la dicotomia tra ottimisti e pessimisti: i primi tacciano di catastrofismo i secondi, che intanto li accusano di menefreghismo annunciando l'arrivo di un nuovo diluvio universale. Non è concepibile trovare una via di mezzo fra tali posizioni, e intanto, mentre l'ambiente continua a mutare in modo imprevedibile (ce ne accorgiamo tutti), il risultato è una situazione di stallo controproducente. Insomma, più che la logica pare che ormai il discriminante maggiormente diffuso sia l'umore individuale.

Tuttavia negli ultimi tempi sembra essersi creato un leggero squilibrio sulla bilancia. Ho la sensazione che dei due umori uno abbia decapitato l'altro. Forse dipende da qualcosa che mangio, o dal fatto che studio troppo, ma mi sento come se avessi completamente perso il contatto con il resto del pianeta, come se tutti si fossero imbarcati su una mongolfiera, avessero gettato la zavorra e mi avessero abbandonato a terra a guardarli salire. O come se una tempesta di radiazioni avesse investito l'Italia, e a tutti tranne me fosse spuntata la terza narice.
Mi sento disorientata: non ho più voglia di vivere nell'era dell'ottimismo. Non sono pessimista per natura, ma lo sto diventando a forza dei sempre più frequenti entusiastici proclami riguardo al futuro che dovrebbe attendermi.
Il nostro è un mondo popolato da simpatici ottimisti, i quali espongono le loro innocenti trovate con lo stesso tatto di un ariete che sfondi un muro a testate. Dove un allegro ministro dell'Economia, che sta alla matematica come io alla cardiochirurgia, ha pensato bene di proporre come antidoto all'inflazione e al carovita l'idea di tramutare una moneta in un pezzo di carta, perché "la gente dà più valore alle banconote" e così si rende conto meglio di come spende.
Dove un eminente filosofo, che si riconosce nel cosiddetto "pensiero debole" (e non gli do torto), chiede a un carcerato di rifiutare la grazia perché il suo principale oppositore politico è d'accordo ad attribuirgliela; anzi, quasi quasi ci andrebbe pure lui in cella, ma proprio non può perché ha i pantaloni in tintoria, e poi chi glieli va a prendere?
Dove uno scrittore ottantenne, per integrare la pensione statale, si rovina la reputazione di una vita facendosi pagare per una pubblicità in cui recita al telefonino versi come "Gianni! Vedo montagne trasparenti, elefanti in amore, criceti che cantano... L'ottimismo è il profumo della vita!".
Dove si smania per costruire un mastodontico ponte del quale non ci si chiede né la durata, né la stabilità, ma dopotutto queste sono cose che si vedranno dopo.
Dove la chiave per risolvere la crisi dell'azienda automobilistica più grande del paese è incollare su una Panda l'adesivo Super-Ferrari, perché poi vedrete che all'estero ci cascheranno tutti e svuoteranno i magazzini.
E via, tutti di corsa verso un brillante futuro, come felici lemming giù da una scarpata. C'è una vena di follia in tutto questo che fa sembrare la Terra il palcoscenico di una commedia dell'assurdo di Ionesco.

Insomma, a dirla breve mi sento circondata dall'ottimismo; un'invasione di ottimisti della razza peggiore, i cui tratti fondamentali sono un'irruenza giustificata dalla fede nella buona sorte e una visione semplificata della vita: l'atteggiamento di chi agisce sulle brevi distanze, producendosi in gesta sui cui sviluppi futuri non si interroga perché comunque andrà tutto a posto.
Dopotutto, come recita l'aforisma di J.Robert Oppenheimer, "L'ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili. Il pessimista sa che è vero". Di fronte a un quadretto di questo tipo, le strade da intraprendere sono diverse: ad esempio, mettersi in piedi su una cassetta di frutta all'angolo della strada, come ad Hyde Park, e gridare alla folla il proprio disappunto; ma il muro contro muro non serve a nulla, se non a farsi etichettare come irriducibili pessimisti perdendo ogni credibilità. Oppure ci si arma di un solido senso del ridicolo, usando il riso, "l'unico dono concesso dagli dei all'uomo che egli non ha in comune con le bestie" (come dice W.S. Maugham in un suo romanzo).
Che questo sia un modo superficiale di reagire? Forse, ma poi si pensa, facendo le debite proporzioni riguardo al periodo storico, a quello che Chaplin è riuscito a fare con "Il grande Dittatore" e ci si riflette un po' su, prima di dirlo.

Quindi ci rido sopra e mi diverto ancora di più quando, dato questo bel contesto, sento che noi trekker siamo tacciati di essere dei visionari oltre che degli eterni, irriducibili ottimisti. Ma guarda un po', scommetterei invece che siamo fra le categorie con i piedi più appiccicati al terreno che si possano trovare nella società odierna.
Sogniamo parecchio, e questo è vero. Alle volte per una frazione di secondo ci sfiora l'idea di quanto sarebbe stato bello nascere nel XXIV secolo. Speriamo di arrivare integri al 5 Aprile 2063, per vedere sopra le nostre teste la scia del primo veicolo a curvatura. E a dirla tutta ogni tanto, quando nessuno ci sente, sussurriamo persino agli armadietti in cucina di prepararci un "the Earl Grey, caldo". Ma queste sono venialità quotidiane, piccole follie che aiutano a mantenere l'equilibrio nella vita: tra di noi non ci annoiamo mai.
Però essere dei sognatori non significa fraintendere ciò che accade nel mondo, e soprattutto evitare di essere ottimisti ad ogni costo non comporta abbandonare le speranze per il futuro. Perché la speranza è il sentimento più razionale che esista, per quanto questo ossimoro possa significare. La fede qui non c'entra: non sperare è semplicemente un atto stupido, o illogico, come direbbe qualcuno che conosciamo bene. Non ci è dato predire il futuro, e nessuno può prevedere tutti gli esiti, nemmeno il più lungimirante fra di noi.
Allora perché disperarsi? Perché soccombere volontariamente agli eventi quando la vita conosce mille modi per sorprenderci? Pessimisti proprio non lo siamo. In Star Trek nulla è mai del tutto perduto, anche nei casi in cui gli eventi paiono precipitare: dopo la morte di Spock, quando i Borg incombono, mentre la Voyager è sperduta negli sconosciuti meandri del Quadrante Delta, e persino quando la guerra col Dominio appare più disperata. Abbiamo ereditato tutto questo, e anche il pensiero che una via d'uscita esiste sempre, basta solo trovarla: dopotutto è la vecchia storia del test Kobayashi Maru affrontato da Kirk. Ma non possiamo nemmeno serenamente dirci ottimisti.
Speriamo di incontrare altre razze nell'universo perché sentiamo quanto sia scorretto l'antropocentrismo che ha da sempre minato la nostra cultura.
Incrociamo le dita attendendo l'invenzione del replicatore e del motore a curvatura perché vorremmo che la scienza fosse realmente al servizio di tutta l'umanità.
Confidiamo in un cambiamento della società perché siamo consci di quanto male ci sia in essa oggi, e un giorno piacerebbe ripetere anche a noi con Picard "ciò che Amleto dice con ironia, io lo dico con convinzione: l'uomo, che capolavoro".
Non ci inganniamo sui difetti del mondo umano, e non ci aspettiamo che i nostri desideri si realizzino in pochi anni: sappiamo di essere in un'era di transizione; sappiamo che molti dovranno fare parecchia strada per raggiungere anche un piccola parte dei sogni che nutriamo. L'importante è cercare di offrire il proprio contributo alla causa, e molti di noi lo fanno, in svariati anche se piccoli modi, che sono più importanti di quanto loro stessi immaginano.

Insomma, nella "teoria del bicchiere" esistono tre vie: mezzo pieno, mezzo vuoto, e poi ci siamo noi trekker, sottovalutati e incompresi, che però il bicchiere chissà come riusciamo a vederlo sempre colmo.
A nostro modo siamo dei piccoli eroi.
Ma questa è un'altra storia, e si dovrà raccontare un'altra volta. Magari il prossimo mese.



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