TRA SOGNO E REALTÀ
di Enrico "Garak79" Malavasi

Per la Biografia e le opere del Professor Franco La Polla vi rimandiamo all'articolo intervista di Rodolfo Ciottoni pubblicato sul numero 6 dello Star Trek Italia Magazine.

Con un interessante articolo apparso qualche giorno fa su "L'Unità", Franco La Polla ha fatto il punto di quella che è attualmente la situazione dell'universo di Star Trek. Dalle sue parole emerge chiaramente la convinzione che il "vero" Star Trek, quello di TOS e TNG per intenderci, sia morto con Gene Roddenberry più di dieci anni fa, e che, tra le serie successive, DS9 mostri la corda, VOY si sia salvata dall'infamia solo rientrando negli schemi già collaudati da TNG ed ENT sia fondamentalmente noiosa: insomma, che al giorno d'oggi nel mondo di Star Trek vi sia una grave carenza di idee.
Sebbene ognuna di queste affermazioni contenga una fetta più o meno consistente di verità, e sia quindi meritevole di un'approfondita discussione, in questa sede vorrei occuparmi principalmente della tante volte bistrattata DS9.
( Vero: le storie del capitano Sisko e soci hanno avuto un avvio stentato. Si era reduci da TNG, le cui ultime cinque stagioni rappresentarono l'apice della concezione che Roddenberry aveva di Star Trek - e che purtroppo non riuscì in gran parte a vedere -; episodi come "Darmok" e "The inner light" avevano catturato la mente ed il cuore di milioni di persone, ed ora toccava a DS9 l'oneroso compito di raccoglierne la pesante eredità.)
Già dall'ambientazione s'intuiva che la nuova serie sarebbe stata qualcosa di completamente diverso: non ci sarebbero state qui una nuova nave e storie chiuse in se stesse con un elevato messaggio morale. No, questa volta avremmo assistito a vicende ambientate su di una stazione spaziale e osservato da vicini i tentativi di un popolo di risollevarsi da una pluridecennale dominazione straniera.
Ha dunque ragione La Polla quando afferma che DS9 parta da un presupposto diverso, ovvero la scelta di narrare secondo un'ottica minimalista, con un processo che si dipana lungo più episodi, una storia in continua evoluzione. Se in TOS e TNG lo spettatore occasionale poteva seguire una qualsiasi puntata senza aver visto le precedenti, in DS9 questo non è possibile: verrebbero a mancare troppe conoscenze per consentire di gustarla a fondo.
Ha invece torto La Polla quando sostiene che DS9 manchi d'inventiva: certo, nelle prime due stagioni, la staticità imposta dall'ambientazione, un rischio noto agli sceneggiatori e consapevolmente affrontato, si è fatta sentire eccessivamente influenzando in modo negativo lo sviluppo di storie e personaggi, che somigliavano maggiormente a prigionieri della stazione che non al suo equipaggio, ma si tratta di un peccato di gioventù tutto sommato perdonabile e che in fondo è comune anche a TNG, da molti considerata la migliore tra le serie di Star Trek.
Inoltre, anche in queste stagioni in fin dei conti deludenti, si possono trovare episodi degni di figurare tra i migliori mai prodotti per Star Trek.
Sto parlando, ad esempio, di "Colpevole ad ogni costo", una storia magnifica incentrata sulla sete di vendetta e su come questa possa accecare le menti e indurire i cuori.
Con l'arrivo della Defiant prima e con l'avvio delle ostilità contro il Dominio poi, DS9 raggiunge le vette della sua espressività.
L'assegnazione di una nave alla stazione consente alle storie raccontate di godere di quel minimo di mobilità necessaria al loro corretto sviluppo, e l'inizio di quella che probabilmente è la peggiore guerra che la Federazione abbia mai affrontato fornisce infine quel filo conduttore di grande spessore che Bajor da sola non era riuscita a essere.
Di nuovo la concezione minimalista che ritorna: se in TNG i conflitti che l'Enterprise incontrava nei suoi viaggi venivano affrontati prevalentemente come fenomeni sociali che avevano un impatto sui popoli coinvolti in quanto tali o sui loro leaders (naturalmente non mancano alcune pregevoli eccezioni, come ad esempio lo splendido episodio "Un uomo ferito"), in DS9 il conflitto passa in secondo piano, e le luci della ribalta illuminano il modo in cui il singolo individuo reagisce ad esso. In questo ambito per la prima volta si scorge con chiarezza un pericolo per la Federazione che TNG non aveva mai affrontato: il pericolo che essa venga distrutta non da un nemico esterno, ma da un avversario interno molto più insidioso.
Da quando il tema portante della guerra viene introdotto, infatti, in tutti gli episodi è presente in modo latente, ma sempre individuabile, una domanda: riusciranno gli ideali - si badi bene: gli ideali, non i territori - della Federazione a sopravvivere, quando questa viene pesantemente minacciata? Avranno gli uomini della flotta stellare abbastanza forza per continuare a seguirli, invece di cedere e percorrere vie all'apparenza più agevoli?
La realtà irrompe come una doccia fredda nel sogno, ne rende confusi i contorni, e anche quando la guerra con il Dominio viene dimenticata per qualche episodio, come in "Far beyond the stars", si perde ogni certezza di dove finisca l'una e incominci l'altro, e la possibilità che la dura pietra infranga definitivamente lo specchio è tutt'altro che remota.
Un'organizzazione come la Sezione 31 sarebbe stata inconcepibile nell'universo dei grandi ideali in cui Kirk e Picard si sono mossi, ma diventa improvvisamente e pericolosamente verosimile nel rovescio della medaglia che Roddenberry ci aveva presentato.
Nel delicato sogno di TOS e TNG mai la Federazione avrebbe contemplato la possibilità di ricorrere allo sterminio di un popolo per trarsi fuori dai guai, mai avrebbe pensato di porsi seriamente la domanda che Garak, col suo tipico piglio cardassiano, rivolge a Worf: "Cos'è mai un piccolo genocidio in nome della sopravvivenza?"
In questo inquietante scenario le "piccole" storie dei protagonisti si muovono e i caratteri dei personaggi si delineano, dividendosi tra coloro che, come il dottor Bashir, trovano la forza per continuare a seguire i propri ideali, e tra chi, come l'ammiraglio Ross, infine cede e li abbandona. E non si pensi che questo abbandono sia sinonimo di debolezza: perfino il capitano Sisko alla fine percorre questa strada, scegliendo mezzi meno che onorevoli per trascinare i Romulani in guerra. Ma il posto d'onore tra i fautori della machiavellica linea secondo cui "il lodevole fine giustifica i mezzi" spetta certamente a Sloan, l'infido agente della Sezione 31, e non è un caso che uno degli episodi in cui il conflitto tra ideale e paura si avverte maggiormente sia "Inter arma enim silent leges", ed emblematica è, in questo senso, la frase pronunciata proprio da Sloan alla fine dell'episodio e rivolta al dottor Bashir: "La Federazione ha bisogno di uomini come lei, dottore, uomini di coscienza, uomini di principio, uomini che possano dormire la notte. Gli uomini come lei sono anche il motivo per cui la Sezione 31 esiste: qualcuno deve proteggervi dall'universo che c'è là fuori".
Questa è DS9: triste? Forse. Introspettiva? Certamente. Dopotutto, se TOS è stata la nascita del sogno, e TNG la sua apoteosi, DS9 è stata il confronto tra il sogno e la realtà. Drammatico, e proprio per questo superbo.




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