Su Internet , cercando notizie a proposito
dell'argomento per questo articolo, ho recuperato la seguente biografia: purtroppo
è un brano così limitativo che al posto di invogliare a scoprire
di più, fa venire voglia di passare oltre. Ovvero, come minimizzare le
opere di un genio.
Steven Spielberg (Cincinnati, 1948), cresciuto
nel New Jersey e in Arizona, si è dedicato da giovanissimo a fotografia e cinema.
Il suo corto Amblin è stato presentato nel 1969 all’Atlanta Film Festival.
All’esordio televisivo Duel ha fatto presto seguito il primo lungometraggio
per il cinema Sugarland Express. Il secondo e il terzo film, Lo
squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo hanno battuto i record di incassi.
In seguito Spielberg ha prodotto o diretto otto dei venti maggiori successi
della storia del cinema, fra cui Jurassic Park, E.T. l’extraterrestre e I
predatori dell’Arca perduta. Ha diretto anche 1941 – Allarme a Hollywood, L’impero
del sole, Schindler’s List – La lista di Schindler, Amistad, Salvate il soldato
Ryan. Attualmente nelle sale è presente la sua ultima fatica Minority
Report.
Una presentazione biografica di questa fatta, sintetica e laconica, non rende
sicuramente giustizia alla creatività di uno dei migliori registi del nostro
tempo; di conseguenza preparatevi a gustare il primo di quattro articoli a lui
dedicati: saranno una rassegna delle sue fatiche, dagli esordi fino ai nuovi
progetti.
Partiamo, come si espone nelle migliori storie, dall’inizio.
Steven Spielberg, di origini ebree (questo particolare ricordatevelo),
nasce a Cincinnati: è figlio di un ingegnere elettronico e di una pianista,
Leah Adler.
Arriva
in California dopo diversi spostamenti familiari, e finalmente la sua
passione per il cinema comincia a produrre risultati concreti, anche
se il suo primo film (“Escape to Nowhere”) proiettato nei cinema
è stato girato a sei anni con la cinepresa che ebbe in regalo da suo
padre per Natale. (sic)
Diplomato all’Arcadia High School di Phoenix ed in seguito laureato all'Università
della California, lavora a lungo per la televisione dando il suo contributo
alla regia di alcuni telefilm poi divenuti cult: fra questi serial sono annoverati
i celebri “Colombo”, “Marcus Welby, M.D.”, “The Twilight Zone”
(“Ai confini della realtà”).
È un farsi le ossa nella regia, e questi impegni procedono di pari passo
con la sua evoluzione cinematografica.
Nel
1968 ottiene dal produttore Sidney Sheinherg l'incarico di dirigere
il cortometraggio "Amblin'" (nome che poi sarà
dato alla sua Casa di Produzione), ambientato nel mondo
degli autostoppisti. Il filmato è programmato in coda alla proiezione
di "Love Story" e consente al giovane Spielberg di
farsi finalmente notare.
A
questo cortometraggio fa seguito "Duel", pellicola
che finalmente lo impone all'attenzione internazionale e che gli dà
modo di essere conosciuto anche dal grande pubblico.
“Duel” è un thriller psicologico. In breve la trama.
Un commesso viaggiatore in viaggio su una lunga e monotona autostrada californiana
ingaggia una sfida di velocità con un’auto-cisterna.
Fra
inseguimenti e misteri sulle motivazioni di questo duello, lo spettatore
scopre gli aspetti biografici dell’automobilista, persona dedita a rifuggire
la violenza a tutti i costi, e introduce uno degli escamotage cari a
Spielberg: il non rivelare l’identità del “nemico” quasi fino alla fine
del film.
Il finale è un vero e proprio duello: chi volesse scoprire il vincitore è ahimè
obbligato ad andare a recuperare una Cassetta o un DVD.
Molti critici hanno descritto questo film come un’allegoria sul rifiuto di vivere
all’interno della società, e sulla violenza presente all’interno della società
stessa. Il ricordo più vivido che ho di questo film è la sensazione angosciante
della solitudine provata dal protagonista.
Nel
1974 arriva “The Sugarland Express”, film nel quale sono altresì
presenti le caratteristiche del road movie e della violenza della società
americana.
La brava Goldie Hawn convince il marito ad evadere dal carcere per aiutarla
a rapire il figlioletto, affidato dal giudice a dei genitori adottivi.
Incentrato su una sarabanda di inseguimenti con aspetti più farseschi che drammatici,
con un occhio di riguardo al catastrofico, pone l’accento l’intervento dei media
nella fuga della coppia, trasformata in spettacolo, ed è un’ottima presa in
giro della televisione-verità, del pubblico affamato di real-TV, delle autorità
che trattano il caso in maniera incompetente.
Ricordo che più volte nel corso del film mi sono sorpresa a commiserare il bambino
figlio di due genitori così idioti.
Comincia
con questo film la collaborazione fra Spielberg e John Williams:
questo prolifico autore firmerà le musiche di tutti il film (tranne
uno) del regista. Alcune delle sue opere sono state premiate con un
Oscar.
Nel 1975 esplode “Jaws” – “Lo squalo”, la più azzeccata trasposizione
di Moby Dick degli ultimi anni. Per i due o tre al mondo che non lo avessero
visto, ecco in sintesi che succede nel film.
Durante
un party notturno in spiaggia una ragazza invita un ragazzo ubriaco
a nuotare: lei si tuffa mentre lui crolla in un sonno etilico. La ragazza
muore. Il giorno dopo il capo della polizia locale (Roy Scheider)
vorrebbe chiudere la spiaggia ma OVVIAMENTE il suggerimento non è accettato
da chi ha interessi nel tenerla aperta. E così schiatta un altro bambino.
Viene messa una taglia sul pesciolone: arrivano i cacciatori a frotte.
Un Ittiologo (Richard Dreyfuss) capisce che lo squalo deve avere
dimensioni enormi. Nonostante sembri che lo squalo sia stato ucciso,
viene fatta la festa all’intero equipaggio di un motoscafo. Il sindaco
non vuol chiudere la spiaggia durante una festa nazionale, e ci scappano
altri morti. Viene ingaggiato un cacciatore di squali (ecco l’Achab
della storia), cui si aggregano poliziotto ed ittiologo. Trovano ed
attaccano il pesciolone, che salta addirittura sul battello nel tentativo
di papparsi i nostri eroi. Il finale non ve lo dico.
La
trovata geniale è di non fare comparire lo squalo quasi fino alla fine
del film, sostituendo la sua presenza con le musiche angoscianti del
tema principale della pellicola: in questo caso Williams ha creato un
prodotto che fa ottimamente immaginare la sensazione di potenza e di
pericolo che evoca in tutti la presenza di uno squalo. E difatti ha
portato a casa l’Oscar per la colonna sonora.
Una curiosità: esistono foto che ritraggono il regista fra le fauci del pesce;
si dice che Spielberg fosse preoccupato per la riuscita del film perché i giornalisti
continuavano a ricordargli che si vedeva che lo squalo era finto. In più quasi
gli venne un esaurimento nervoso per la preoccupazione che tutti i set del film
fossero distrutti dagli uragani.
Arriva la fama, i finanziamenti aumentano.
E
Spielberg gira nel 1977 “Close Encounters of the Third Kind”
– “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.
Trama: Arrivano gli Ufo. Tutti li vedono e tutti li sentono. Ma Il governo USA
asserisce che siano allucinazioni collettive. Ma chi insiste avrà la sua giusta
ricompensa.
Richard Dreyfuss (che Spielberg definì come un suo alterego) fa qui una
delle sue migliori interpretazioni. Ma il mio primo ricordo va al tema di cinque
note, creato per rappresentare un linguaggio cromatico-musicale per comunicare
con gli alieni: è una trovata che profuma di favola.
Ecco la sequenza :
(Rosa) -Sol
Su di un tono. (Arancione) -La
Giù di una terza. (Viola) - Fa
Scendere di un'ottava. (Giallo) - Fa
Su di una quinta. (Bianco) - Do
Bellissimi, teneri, eterei, mistici, commoventi, gli alieni. Spettacolari le
astronavi.
Per
interpretare lo scienziato fu scelto un improbabile François Truffaut,
quasi a incarnare un ipotetico regista che dirige gli attori dell’immaginario
palcoscenico approntato per accogliere i visitatori dallo spazio.
È indubbiamente diverso dai film che rappresentano il disco volante come un
“nemico” dallo spazio, da combattere e distruggere prima che i visitatori invadano
la terra. Sono lontani i tempi di Klaatu Barada Niktu, e le astronavi con i
loro viaggiatori rappresentano solo un’allegoria dell’esplorazione, dell’avventura,
ma più che tutto della conoscenza. Una conoscenza che vogliono condividere con
noi. È l’inizio di una nuova era.
Le battute migliori? Eccole:
Claude Lacombe: Signor Neary, cosa vuole?
Roy Neary: Voglio solo sapere se sta accadendo veramente.
Da ricordare che questo film ha vinto il David di Donatello per il Miglior Film
Straniero.
È il 1979.
Sugli
schermi arriva anche “1941” – “1941: Allarme a Hollywood”.
E come si apre questo film?
Con le stesse identiche sequenze de “Lo squalo”. Stessa musica inquietante.
Solo che qui la ragazza non viene sbranata, ma viene abbordata dal periscopio
di un sommergibile Giapponese.
Questo mezzo di avanscoperta deve bombardare Hollywood per minare il morale
degli Statunitensi (è appena successo l’attacco di Pearl Harbor), ma scambia
una tranquilla cittadina della California con la Mecca del cinema.
Gli abitanti si uniranno per distruggere la minaccia giallo-teutonica.
Il film è una presa in giro del patriottismo americano esasperato, della paura
dell’invasione nemica (di qualsiasi nemico), un attacco satirico al militarismo
esasperato, e un buon inizio di collaborazione con Robert Zemeckis, del quale
Spielberg produrrà diversi soggetti (uno per tutti: “Back to the future”
– “Ritorno al futuro”).
È un divertentissimo film comico che vede la partecipazione di diversi
attori di fama mondiale (oltre a John Belushi e Dan Aykroyd):
vi ricordo Toshiro Mifune e Christopher Lee rispettivamente
nella parte degli ufficiali giapponese e Nazista.
Fra bombardamenti, balli, sparatorie, voli aerei, gag a raffica, il film porta
inevitabilmente alla sconfitta del nemico. Ma è solo una combinazione!
Fra le scene memorabili ritengo fra le top ten i dialoghi nippo-tedeschi: ognuno
parla la sua lingua ma si capiscono fra loro; il giapponese che non riesce a
fare entrare una radio nel sottomarino e dice: “Dobbiamo riuscire a farle più
piccole”; l’aereo che fa rifornimento ad una normale stazione di benzina.
Da
evidenziare il fatto che questo è il film in cui Spielberg comincia
con le "Auto-citazioni": in moltissimi dei suoi film sono
presenti scene che richiamano alla memoria personaggi, circostanze,
fotogrammi di film che ha realizzato in precedenza. Alcuni registi gli
rendono omaggio facendo la stessa cosa. Per esempio recitando per lui
(John Landis è il "Portaordini in motocicletta").
Oppure, se siete appassionati cinefili, riguardate i film di George Lucas:
potrete trovare qui e là qualche immagine di extraterrestre che non combacia
con le razze di Star Wars.
Vi aspettiamo il prossimo mese con la seconda parte dell’articolo, che però
sarà scritto da Susanna Ricci: a lei spetta presentarvi il secondo decennio
di attività di questo geniale regista.
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