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FUORI CAMPO
a cura di
Susanna Ricci
L'autore:
Fabio V. Miele, c'est moi. Nacqui, crebbi (si fa per dire) e un giorno
mi
farò uomo ma se non accadrà sarà comunque lo stesso:
l'importante è avere
le idee chiare. Ho avuto una vita turbolenta e assolutamente variopinta.
Ad
esempio ho vissuto in un sacco di posti diversi (come l'Highlander
cinematografico), studio Storia all'università di Bologna (così
posso
fingere di essere l'Highlander cinematografico anche senza assomigliare
a
Lambert), e non ho mai fatto il militare a Cuneo. Solo in anni recenti
ho
scoperto che il modo migliore di pormi domande (tipo "che giorno
è oggi?")
e di esprimermi era quello di scrivere: non importava a chi. Scivere e
basta.
Scrivendo scrivendo ho scoperto molto di ciò che non sapevo su
me stesso e
mi sono arricchito e... bla bla bla.
Ho passioni infinite per tutto ciò che è legato a cinema,
libri,
musica,internet, fotografia, disegno, giochi di ruolo e non, e chi più
ne ha più ne metta. Non ho spazio per andare nello specifico ma
se vogliamo parlarne o volete scrivermi qualcosa (insulti compresi) mi
trovate qui:
fabio.miele@infinito.it
IL
RACCONTO DELL'ANNO
di Fabio Miele
Parte Terza
Capitolo Nono
«I sensori lo confermano, capitano», esclamò Sulu dalla postazione scientifica
della Plancia.
«Anche le altre porte di accesso negli altri due piloni sono sigillate».
«Capitano», si intromise O'Rielly, tenendosi premuto l'auricolare all'
orecchio sinistro. «Ho ricevuto ora la conferma ufficiale dal Comando
di Flotta».
«E allora?» Kirk lo spronò a parlare accostandosi alla consolle della
comunicazioni.
«Non risulta la presenza di nessuna operazione scientifica in questo settore,
e nessuna struttura con questa forma è mai stata costruita o utilizzata
dalla Federazione.
Qualunque cosa sia, non è nostra».
Kirk annuì, manifestando la propria delusione.
Aveva ipotizzato che potesse trattarsi di un qualche esperimento della
Federazione, magari poteva essere un osservatorio spaziale del quale lui
non sapeva nulla o un’installazione di un vicino sistema solare uscita
dall'orbita e alla deriva nello spazio.
La Federazione aveva sbattuto la porta in faccia a queste possibilità.
La stazione era aliena.
E allora cosa diavolo ci faceva un umano barricato a bordo? Rapito forse?
Aveva mandato di nuovo il signor Spock in Sala Macchine, a studiare lo
strano fenomeno a forma di tovaglia e sinceramente sperava almeno di scoprire
cosa fosse in realtà o a cosa potesse servire.
Era convinto che l'anomalia in Sala Macchine fosse la chiave di tutto,
e se Spock era così in gamba come aveva dimostrato finora lo avrebbe senz'altro
scoperto, o no?
Stava forse riponendo troppa attesa nel vulcaniano? Nell'ufficiale che
lui stesso qualche decina di minuti prima aveva pensato di relegare in
un laboratorio qualche ponte più in basso?
«Qualche suggerimento dal Comando, tenente?»
O'Rielly annuì. «Si, signore, ci dicono di mantenere la posizione e di
indagare e scoprire se questa installazione possa essere una minaccia
per la Federazione».
«Molto bene, sarò in Sala Macchine se avete bisogno di me, a lei il comando,
signor Mitchell».
«Sissignore».
Scott e Spock andarono incontro al capitano appena questi entrò in Sala
Macchine.
L'anomalia ovale fluttuava immobile al centro della stanza, vicino al
gruppo motori, come se fosse accarezzata da una lieve brezza invisibile,
proiettando riflessi di luce bianchi e azzurri in tutta l'area, intensificando
e rendendo irreali le zone in ombra.
Sembra un fantasma, un entità incorporea che ci osserva e ci studia.
«Capitano», iniziò Spock, «credo di avere scoperto qualcosa con le mie
analisi, sono pronto a fornire una mia teoria riguardo allo strano fenomeno
che abbiamo di fronte».
Kirk fu quasi sollevato. «Molto bene tenente, inizi ad esporre i fatti».
«Sospetto che l'anomalia dissociante che abbiamo qui, sia una evoluzione
di un complesso raggio di trasferimento molecolare quantico, capitano».
«Un raggio teletrasporto», tradusse in concetti più semplici Scott.
«Precisamente», puntualizzò il vulcaniano alla volta dell'ingegnere, inarcando
le sopracciglia.
Kirk fu sorpreso. «Quindi la mia teoria originale era corretta?»
«Non ‘corretta’», precisò Spock, «ma approssimativamente vicina alla realtà».
Kirk si avvicinò al fenomeno con un paio di passi, osservandolo con non
meno curiosità di prima.
Senza distogliere lo sguardo continuò a parlare ai suoi due ufficiali
che lo avevano seguito posizionandosi alle sue spalle. «Come funziona?
Hanno cercato di teletrasportarsi a bordo? O è un passaggio?» Spock prese
la parola. «Se i miei calcoli sono giusti, capitano, considero valida
l'ultima possibilità che lei ha formulato».
«È un passaggio».
«Un portale», lo corresse Spock.
«Ma per dove?», domandò Scott, osservando il vulcaniano con più curiosità
rispetto a come aveva mai guardato il fenomeno. «Probabilmente il portale
è collegato con la stazione, signor Scott», rispose l'ufficiale scientifico.
«L'energia che lo ha generato ha avuto origine da un’antenna sulla struttura,
quindi è logico supporre che la destinazione finale sia la stazione stessa».
Kirk non fu convinto, si voltò. «Tenente, come può essere certo che il
portale conduca alla stazione? La stazione stessa potrebbe essere una
bobina di campo o un meccanismo di trasmissione per trasferire il segnale
altrove».
Spock negò quest'ipotesi con un debole scuotimento della testa. «No, capitano,
ho ragione di credere che non sia così. I miei calcoli indicano che in
base alla quantità di energia sprigionata e trasferita nella nostra sala
macchine il tragitto dovrebbe essere piuttosto breve. Partendo da qui
e arrivando approssimativamente a non più di ventisettemila metri, e tenendo
l'Enterprise come punto di origine, l'unica struttura presente all'interno
di questo raggio d'azione è solo la stazione aliena, capitano».
Scott ebbe alcuni sospetti. «E se si trattasse di un trucco? ...Se ci
fidiamo, mandiamo qualcuno attraverso il portale e questo rimaterializza
il poveretto nello spazio?»
«È una remota possibilità», rispose Spock. «Ma dimostrerebbe una tattica
ed una linea di azione del tutto illogica».
Kirk prese la parola. «Sono d'accordo con il signor Spock. Perché prendersi
la briga di mandare un raggio teletrasporto su di una nave con quattrocento
persone a bordo per eliminarne solo una mezza dozzina con una tattica
così grossolana? Non ha molto senso».
Poi si rivolse a Spock: «Quindi, tenente, attraversando questa anomalia
ci ritroveremmo sulla stazione?»
«Si, è la mia teoria».
«Ma a che scopo avrebbero dovuto fare una cosa del genere?»
«Forse è una loro usanza», si intromise Scott.
«È possibile che questo gesto possa essere interpretato come un “venite
avanti, la porta è aperta”».
«Interessante ipotesi, signor Scott», lo gratificò il vulcaniano.
«Ma chi?», domandò Kirk. «Chi ha fatto questo? La stazione è disabitata,
se escludiamo la forma di vita che il Tricorder ha rilevato...»
«Potrebbe essere una procedura automatica della stazione», suggerì Spock.
Il volto di Kirk si illuminò. «Signor Spock, ritiene possibile che la
forma di vita umana rilevata possa essere salita a bordo tramite il portale,
e che quindi non sia altro che un ospite della stazione?»
Spock sembrò guardare il capitano con sufficienza. «A questo punto, questa
eventualità è piuttosto ovvia, capitano».
Kirk lo osservò, pensando se replicare o no a questa mancanza di rispetto
nei confronti della propria supposizione. Decise di tacere, non era il
momento. Iniziò a passeggiare nervosamente per la sala macchine, pensando.
«Signor Spock», disse. «Ho bisogno della sua analisi e delle sue ipotesi
riguardo la forma di vita a bordo della stazione».
«Posso solo fornirle le mie congetture, signore, non ho dati certi o prove
per essere preciso».
«Allora mi fornisca le sue ipotesi, tenente». Kirk si stava irritando.
Proprio un vulcaniano doveva capitarmi!
«Ritengo possibile che la forma di vita sulla stazione sia prigioniera
degli eventi. Suppongo che abbia attraversato il portale e si sia trovata
imprigionata nella struttura. Nel suo nucleo, dove le porte sigillate
non le permettono di uscire dalla centrale di controllo dell'installazione».
«..Rendendolo una sorta di prigioniero», concluse Kirk, pensando ad alta
voce, e senza mai smettere di passeggiare su e giù per la stanza. «Se
questo è vero, perché ora non usa il portale per fuggire e salire sulla
nostra nave?»
Spock espose i fatti con distacco e superiorità, quest'ultima dovuta più
alla sua espressione fredda piuttosto che a un’emozione di reale superbia.
«Potrebbe aver scoperto che l'energia della fenditura è in realtà instabile»,
disse.
Kirk cadde dalle nuvole, smise di passeggiare e si voltò di scatto. «Instabile?
Ma di cosa sta parlando?»
«L'energia che forma il portale è altamente distorta, capitano, questo
potrebbe alterare il fenomeno di dissociazione degli atomi, che è una
procedura standard comune al raggio teletrasporto. La distorsione causa
un funzionamento alterato del portale impedendo agli atomi di separarsi
correttamente gli uni dagli altri».
Kirk realizzò: «La ferita riportata dal tecnico che ha toccato la fenditura
l'ha fatta arrivare a questo, non è così?»
«Si, capitano, la sua deduzione è corretta».
«Dunque, se riuscissimo a stabilizzare la distorsione, il portale potrebbe
essere attraversato normalmente dall'ospite della stazione».
«Questa è una possibilità, capitano».
«Molto bene, sa già come farlo?»
«Sì, ma potrebbe non essere realizzabile in natura».
«Si spieghi, tenente».
Spock non rispose ma si limitò ad osservare l'ingegnere.
«Signor Scott», lo spronò ad intervenire.
«Vede capitano», spiegò l'ingegnere scozzese, «l'unica cosa che potrebbe
stabilizzare la distorsione di una massa di energia con questa consistenza
e dimensioni sarebbe un bombardamento di particelle tachioniche a bassa
intensità».
«Dunque, si metta al lavoro, signor Scott, si faccia aiutare dal tenente
Spock. Io sarò in Plancia, avvisatemi quando avrete reso innocua questa
cosa».
Kirk indicò l'anomalia alle sue spalle e fece per andarsene ma Scott attirò
la sua intenzione, sbarrando gli occhi e distorcendo la voce a causa del
proprio stupore: «Ma... signore. Non è possibile in natura generare un
bombardamento di tachioni».
Kirk non si fermò, aveva ormai quasi lasciato la stanza.
«Allora lo simuli», concluse e voltò l'angolo sparendo alla vista dei
propri ufficiali.
Spock corrugò la fronte. Scott osservò il vulcaniano con sguardo allibito.
«Il capitano non dirà mica sul serio?»
«Temo di si, signor Scott».
«Ma non posso mica fare un miracolo».
«Questo è ovvio, ma forse il capitano non ne è al corrente».
Scott sbatté le palpebre rimanendo a bocca aperta.
Capitolo Decimo
«Jim, nostro figlio avrà bisogno di un padre un giorno, te ne rendi conto?»
«Carol, non posso fare altrimenti. Adesso sono il capitano di una nave
stellare».
«Che cosa dirò a David quando sarà cresciuto?»
Kirk rimase folgorato da quella frase. Rimase in silenzio, seduto sulla
piccola seggiola della scrivania del proprio alloggio, fissando il volto
femminile sul piccolo schermo del terminale a lui di fronte.
«Jim?»
«Purtroppo abbiamo fatto entrambi le nostre scelte, Carol».
La donna rispose con disappunto e amarezza nella voce.
«Certo, e a quanto pare nei tuoi progetti non c'è spazio per tuo figlio».
«Carol...»
«No, Jim, ho capito come stanno le cose. Tu galopperai in giro per la
galassia per il resto dei tuoi giorni, e ogni volta che tornerai a terra
troverai tuo figlio più vecchio di almeno cinque o sei anni. Tu non ci
sarai quando andrà a scuola per la prima volta. Tu non sarai là quando
avrà bisogno dei tuoi consigli... quando avrà bisogno di un padre».
La donna sembrò sul punto di scoppiare in lacrime.
Kirk era visibilmente provato da questo discorso ma gli si leggeva chiaramente
in volto che aveva già preso una decisione. Giusta o sbagliata che fosse.
Ho deciso.
«Carol, io tornerò ogni volta che potrò farlo. Noi...»
«Dimmi una cosa, Jim, le cose sarebbero state differenti se io e te fossimo
stati sposati?»
Non si aspettava quella domanda. Forse sì.
«No», rispose piattamente. «Questa è la mia carriera Carol, la mia carriera.
E non c'è niente che possa ostacolarla, non ora che ho ottenuto quello
per cui ho sempre combattuto.
Una mia nave, capisci?»
«David rimarrà senza un padre, questo lo sai vero?»
La donna sembrò rassegnata.
«No, lui avrà un padre».
«Certo, un padre che forse, la prossima volta che lo rivedrà, sarà quando
suo figlio avrà già dieci anni».
«Ne abbiamo già parlato, abbiamo già discusso di questo tante volte, perché
non vieni a prestare servizio qui a bordo, abbiamo bisogno di gente come
te, sei una scienziata: forse potremmo...»
«No, James, David ha bisogno di almeno sua madre. Non voglio che diventi
come il padre. Un pioniere dello spazio».
«Vi chiamerò, Carol. Sarò sempre presente quando potrò».
«Jim, non rimane altra soluzione... non puoi essere suo padre solo quando
la nave ti riporterà sulla Terra. Mi trovo costretta ad allontanarti».
Kirk realizzò quell'ultima frase, ed ebbe un brivido lungo la schiena.
«No, Carol, tu non puoi impedirmi di...»
«Se non potrai rimanere con lui adesso, Jim, voglio che tu esca completamente
dalla sua vita. Sarà più facile sopperire alla mancanza di un padre, che
sapere di averne uno e soffrire perché lui non ti è accanto».
«Carol, no...»
«Credimi, Jim, non lo avrei voluto dire, ma non mi resta altra possibilità.
È mio figlio e...»
«È ‘nostro’ figlio, Carol!»
La donna, sospirò. Guardò Jim Kirk quasi con tenerezza.
Con amore forse?
«Mi spiace, Jim, voglio che tu te ne stia lontano. È meglio per tutti
e due. Per te e per lui. Ti prego di fare come ti dico... almeno per una
volta».
«Hai detto che è meglio per me e per lui... ma lo è per te, Carol?»
La donna lo fissò silenziosa per un paio di interminabili secondi, poi
con una velata dolcezza rispose. «Stai lontano da lui, Jim. Crescerà nella
consapevolezza di non avere un padre. Sarà meglio così».
Kirk stava già per protestare ulteriormente, cercando di sfruttare un'altra
tattica ma il fischio dell'intercom glielo impedì.
Osservò il pannello delle comunicazioni alla parete, poi tornò a voltarsi
verso il monitor.
«Carol, non puoi dirmi di...»
Un altro fischio.
«Che cosa succede, Jim?»
«Ho... un compito da sbrigare... io... ti richiamerò. Anzi, no, farò in
un attimo... rimani in attesa».
«Ti lascio al tuo lavoro, Jim, alla tua nave».
Ci fu un terzo fischio.
«Carol, no... aspetta...»
«Addio, Jim».
La comunicazione si interruppe bruscamente, Kirk rimase con un NO strozzato
in gola. L'intercom fischiò.
Il capitano si alzò e si recò al pannello delle comunicazioni, premette
il pulsante di attivazione del canale interno.
«Si?», esclamò brusco.
Era O'Rielly: «Capitano, dalla Sala Macchine mi hanno informato che la
stanno chiamando già da un po', ma non hanno avuto risposta. C'è qualche
problema?»
Sì, decisamente sì.
«No, è tutto a posto tenente. Avvisi il signor Spock che lo raggiungerò
in Sala Macchine tra poco».
«Sissignore».
Kirk interruppe la comunicazione e si voltò a fissare il monitor vuoto,
dove fino a pochi secondi prima c'era stato il mezzo busto di Carol.
Dannazione.
La porta si aprì ed uscì dal proprio alloggio.
Capitolo Undicesimo
«Allora, signor Scott?»
Kirk entrò in sala macchine, pronto ad ascoltare le novità.
Scott gli andò incontro. «Signore, non siamo riusciti a riprodurre l'effetto
tachionico, ma il signor Spock ha eseguito alcune interessanti analisi,
ed ha scoperto un sistema per ricreare lo stesso effetto utilizzando parte
dei sistemi del nostro invertitore di campo».
Kirk fu sopreso. «Ce l'ha fatta?!»
Scott guardò Spock, intento a impostare alcuni dati nella vicina consolle
tecnica. «Grazie all'aiuto del tenente Spock, sì, signore».
«Tra quanto sarete pronti?»
«La abbiamo fatta chiamare per questo, signore, attendiamo un suo ordine.
È tutto pronto».
«Bene, allora vi do l'ordine, procedete».
«Sissignore». Scott si avvicinò a Spock attirando la sua attenzione. I
due discussero di qualcosa che il capitano non poteva sentire poiché era
abbastanza distante, ma ipotizzò che fossero le ultime istruzioni prima
dell'attivazione del raggio che avrebbe infine stabilizzato il portale.
Una volta portata a termine la procedura probabilmente la misteriosa persona
a bordo della stazione sarebbe riemersa lì, nella Sala Macchine dell'Enterprise.
Ma se non fosse successo niente?
Avrebbe rischiato di far attraversare la fenditura a qualcuno del suo
equipaggio?
«Siamo pronti», disse Scott riportando il capitano nel mondo della realtà.
Il capitano si accorse di avere Spock alla propria sinistra, con in mano
un Tricorder acceso. Una specie di proiettore era sul pavimento accanto
a loro, due tecnici vi stavano lavorando senza tregua già da un paio di
minuti. Un cavo partiva dal proiettore e si dirigeva alla vicina consolle
tecnica dove un altro tecnico si stava dando da fare.
«Il Tricorder è programmato per monitorare la procedura», lo avvisò Spock.
«Bene, attivate il meccanismo», ordinò Kirk.
Scott si avvicinò al proiettore e allontanò i due tecnici.
Regolò alcune valvole e poi annuì alla volta del tecnico alla vicina consolle.
Questi si voltò digitando alcuni pulsanti. Subito si udì un crescente
ronzio che presto divenne un vero e proprio fastidioso sibilo continuo.
Un raggio verde e dalla forma conica originò dal proiettore, estendendosi
completamente sulla vicina anomalia levitante. Spock non si perse neanche
una virgola di ciò che il proprio Tricorder rilevava. «Ora, signor Scott!»,
disse senza mai distogliere lo sguardo dal piccolo monitor.
Scott, che quasi brillava di verde anche lui a causa del riflesso del
raggio, si avvicinò alla consolle e disattivò le emissioni del proiettore.
Il raggio si spense istantaneamente e il suono ronzante si spense con
lui.
Fu di nuovo il silenzio. «Ce l'abbiamo fatta, capitano», annunciò il vulcaniano
con un’espressione che a Kirk sembrò di soddisfazione.
In fondo è per metà umano.
«Ora le particelle sono di nuovo stabili», specificò il tenente Spock,
«il portale è attivo ed è possibile attraversarlo». Kirk ponderò la situazione.
Gli occhi di Scott e dell'ufficiale scientifico erano su di lui.
Era sua la decisione finale.
Avrebbe atteso che il misterioso uomo sulla stazione attraversasse l'anomalia?
O avrebbe dovuto mandare qualcuno a prenderlo?
Forse lui non era in grado di conoscere l'esito dell'esperimento del signor
Scott. Doveva mandare qualcuno a prenderlo. Ma chi?
«Signor Spock», disse, «quante possibilità ci sono che la fenditura possa
essere a senso unico?»
Spock soppesò le parole che avrebbe dovuto usare: «C'è una discreta possibilità,
capitano, almeno una su tre».
Kirk sorrise a questa risposta meticolosa. «Questo è un margine di rischio
piuttosto alto, non posso ordinare a nessuno di andare attraverso un portale
che potrebbe non riportarlo indietro».
«Questo è comprensibile, signore», Spock diede il proprio supporto.
Kirk si rivolse a Scott: «Signor Scott, abbiamo a bordo una sonda o qualcosa
di simile?»
Scott rovistò nella propria mente. «Sì, capitano, abbiamo alcune sonde
teleguidate per le rilevazioni astronomiche. Sono programmate per il rilevamento
e lo studio di fenomeni ed anomalie spaziali fino alla quarta classe».
«Potremmo riprogrammarla», si intromise Spock.
«Sì», rispose Kirk. «Potremmo installarle una microcamera ed un sistema
di teleguida per operare in presenza di gravità».
Scott annuì. «Mi metto subito al lavoro, signore».
«Quanto ci vorrà, signor Scott?»
«Venti, forse trenta minuti».
«Molto bene. Signor Spock, lei lo assista».
«Sissignore».
I due ufficiali si spostarono in un’altra stanza, sempre nel livello della
Sala Macchine.
Kirk si recò al vicino pannello dell'intercom: «Kirk a Plancia».
«Qui Plancia».
«Nessuno strano segnale dall'installazione? Nessun cambiamento?»
«Negativo, signore».
«Voglio che effettuiate una scansione a rotazione, una volta ogni cinque
minuti a partire da ora. Voglio essere messo al corrente su ogni possibile
cambiamento nello schema energetico della struttura».
«Sissignore, ma posso chiedere perché? Sospetta qualche reazione da parte
della stazione?»
«Si, può chiedermi il perché, tenente O'Rielly. Tra pochi minuti manderemo
una sonda attraverso la fenditura e ritengo possibile un qualche tipo
di alterazione o reazione nello schema della stazione».
«Capisco, signore, iniziamo subito».
Kirk si riportò davanti al fenomeno.
Lo osservò.
Quasi cercò di analizzarlo con la vista, nello stesso modo con cui avrebbe
potuto farlo avendo in mano un Tricorder. Non si rese conto di quanto
tempo passò. E sfruttando l'anomalia come un catalizzatore di pensiero,
rievocò nella propria mente gli avvenimenti delle ultime ore.
La partenza. L'addio a Carol. Pensò al giovane figlio che sarebbe dovuto
crescere senza un padre. Cosa avrebbe dovuto fare? Sparire per sempre?
Richiamare Carol? Spedire gli auguri di compleanno una volta l'anno per
il proprio figlio?
Mio figlio.
«Capitano?» Kirk si voltò e vide accanto il tenente Spock con in mano
una grossa sfera metallica, con una lunga antenna rivolta verso l'alto.
Simile ad un vecchio pallone aerostatico. Alcune luci, rosse, verdi, gialle,
si accendevano e si spegnevano a intermittenza sulla sonda con una sequenza
irregolare che a Kirk rievocò la memoria di lontani alberi natalizi quando
era ancora un bambino.
Ho avuto un padre affettuoso, io.
«Siete già pronti?»
Il vulcaniano annuì. «Si, capitano, il signor Scott ha la strana tendenza
a fare una stima errata dei propri tempi di lavoro».
Kirk si concesse un timido sorriso. «Procediamo con il nostro lavoro»,
disse.
«Si, capitano. La sonda è pronta per essere semplicemente rilasciata nella
fenditura. Il controllo antigravità permetterà lo spostamento della sonda.
tramite l'uso del mio Tricorder, prontamente sintonizzato sulle giuste
frequenze, ne telecomanderò gli spostamenti ricevendo le letture in tempo
reale».
«Bene, tenente, faccia quello che deve fare».
Kirk e Spock si portarono davanti alla distorsione. Scott si avvicinò
alla consolle motori digitando alcuni comandi e in seguito annuendo nella
direzione del vulcaniano.
A quel segnale Spock poggiò la sonda sul pavimento, attivandola. Il vulcaniano
e Kirk fecero un passo indietro. Spock attivò il proprio Tricorder.
La sonda iniziò a levitare in verticale portandosi a circa un metro dal
pavimento. L'ufficiale scientifico regolò alcuni comandi sul proprio strumento
e la sonda si fermò un istante, per poi iniziare a spostarsi orizzontalmente
verso il portale. Quando lo strumento lo raggiunse, non vi furono scariche
o scintille come quando quel povero tecnico l'aveva toccata. Il raggio
del signor Scott aveva funzionato correttamente.
Quando la sonda iniziò ad attraversare la fenditura, sembrò come se la
luce stessa, che costituiva l'anomalia, si contorcesse proiettando fasci
luminosi azzurri e di un bianco intenso verso ogni angolo della Sala Macchine.
Come fari impazziti alla ricerca di qualcosa.
Kirk si portò il braccio davanti agli occhi per proteggersi.
Spock si limitò a socchiudere gli occhi.
Come può resistere?
Nel giro di un paio di secondi tutto era finito. La luce era tornata alla
normalità, come anche le sembianze stesse dell'anomalia. Non vi era più
traccia della sonda. Spock studiò con interesse le letture del proprio
Tricorder, ma aveva un espressione di estrema curiosità. Troppa curiosità.
Qualcosa non è andato per il verso giusto.
«Signor Spock?»
«Capitano... temo che qualcosa non abbia funzionato».
«Mi faccia un rapporto».
«Ho perso ogni contatto con la sonda, nessuna lettura dai sensori e i
controlli di movimento non sono più in linea con il Tricorder».
Dannazione.
«Qual è la causa?»
Spock scosse la testa: «Non lo so, signore, avrebbe dovuto funzionare».
«La causa di questo ipotetico guasto potrebbe essere la distanza?»
«La sonda, signore, è progettata per funzionare correttamente, teleguidata
dall'Enterprise, fino ad una distanza di trecento milioni di chilometri.
La stazione è solo ad una frazione di questa distanza».
«Allora la stazione non è la destinazione di questo portale».
«Se così fosse, i miei calcoli sul rapporto di distanza e energia impiegata
sarebbero sbagliati. E questo è molto improbabile».
«Ma non impossibile».
«No, non impossibile».
Nessun segno di risentimento.
«Non si preoccupi, tenente, probabilmente non è un suo errore ma solo
un effetto del campo di schermatura del nucleo della stazione».
«Anche questa è una possibilità. Ma anche la sua teoria sulla distanza,
se vera, aprirebbe nuovi orizzonti al lato ipotetico di questo fenomeno».
«Cosa intende? Si spieghi».
«Questa stazione potrebbe essere un generatore di anomalie di transito,
cioè di fenomeni di spostamento spaziale, che porterebbero eventuali viaggiatori
da questo luogo ad un altro, forse il pianeta natale dei costruttori della
stazione. Se così fosse avremmo una spiegazione razionale per la perdita
del segnale».
Kirk ponderò su questa ipotesi, che originariamente era stata la sua.
«Non lo so, tenente, ma il mio istinto mi dice che l'uomo sulla stazione
sia la chiave di tutto, adesso. Continuo a tenere per valida la teoria
della prigionia».
«Sì, signore, è una possibilità».
«Già, probabilmente è tutto un problema di schermatura e...» La fenditura
vibrò, ed iniziò ad agitarsi come se un vento magico scuotesse la Tovaglia
stesa sul filo invisibile.
Kirk prese il vulcaniano per un braccio e lo trascinò con cautela verso
una vicina consolle, lontano dal fenomeno.
«Che diavol...?!» fece in tempo ad esclamare Scott e subito vi fu un’improvvisa
esplosione di luce che quasi accecò tutti i presenti. Il bagliore durò
solo per una frazione di secondo, ci fu come un boato e subito tutto si
calmò.
Kirk cercò di guardare verso il portale, ma tutto quello che vide fu una
indistinta macchia grigia. Ma non era nella Sala Macchine, la macchia,
era nei suoi occhi. Si trattava di un effetto collaterale dell'esplosione
di luce. Presto la vista sarebbe tornata normale. Lui lo sapeva.
Nonostante la condizione però, si accorse che il portale non si trovava
più là, era sparito.
Sparito nel nulla.
Al suo posto c'era soltanto la sonda antigravità, con la quale poco prima
avevano perso i contatti. La sfera metallica era fumante. Il pannello
dell'intercom nelle vicinanze emise un fischio armonico.
Kirk scattò verso il pannello e spinse un pulsante. «Qui Kirk».
«Capitano... la stazione sta... si sta muovendo».
«Allarme rosso! scudi alzati! Stiamo arrivando in Plancia».
Si voltò verso il vulcaniano: «Spock!»
Capitolo Dodicesimo
Insieme corsero verso il più vicino turboascensore. Poi la porta si aprì
sibilando e Kirk e Spock entrarono in Plancia. «Rapporto!», ordinò il
capitano sedendosi alla propria poltrona di comando.
Mitchell prese la parola. «La stazione ha ricevuto una trasmissione di
energia proveniente dalla nostra Sala Macchine, e subito ha iniziato a
distribuire energia a tutti i suoi sistemi di bordo. E poi... ha iniziato
a roteare».
Kirk lo vedeva sullo schermo visore. La posizione della stazione era sempre
stabile, ma roteava come se fosse effettivamente stata l'enorme ruota
di un carro. La velocità era in aumento. Ben presto i raggi della ruota
sarebbero divenuti dei riflessi indistinti, simbolo dell'eccessiva velocità
di rotazione.
Spock, dalla propria consolle, consultò i sensori, guardando all'interno
del visore sulla sua postazione. «Le emissioni di energia della struttura
sono aumentate del settecento per cento e sono in continuo aumento».
«Settecen...?!» L'esclamazione del timoniere Johnson rimase incompiuta,
come se dirlo ulteriormente potesse complicare le cose.
«Ci sono dei rischi per la nave?», domandò il capitano.
Spock rimase impassibile. «Fino a che le emissioni energetiche non verranno
incanalate in un sistema principale non possiamo saperlo. Comunque potrebbe
anche trattarsi di un sovraccarico dei sistemi, e quindi potrebbe verificarsi
una esplosione in pochi minuti».
Per Kirk fu sufficiente come risposta, non potevano rischiare oltre. «Timoniere,
avviare i motori. Indietro tutta».
«Sissignore, motori avviati». Sullo schermo visore la stazione aveva iniziato
a ruotare sempre più veloce.
Kirk notò che l'antenna che aveva trasmesso l'anomalia in Sala Macchine
non c'era più. Forse era stata ritratta dalla stazione stessa mentre lui
non era in Plancia.
È un particolare di poco conto, comunque.
La velocità di rotazione diventò vorticosa. Ora nessuna parte della stazione
era più visibile chiaramente. Davanti a loro c'era solo un vortice di
luce grigia e blu.
«Output energetico al novecento per cento ed in continua ascesa», annunciò
Spock.
L'immagine sullo schermo iniziò a rimpicciolirsi a causa della retromarcia
dell'Enterprise. Kirk si stava tormentando il mento con la mano destra
stando sulla propria poltroncina.
Tutti in Plancia, eccettuato il signor Spock, avevano gli occhi incollati
sul visore. Il vortice che una tempo era stata la misteriosa stazione
iniziò ad emettere diversi flash luminosi che andarono a mescolarsi con
in colori base della struttura. Un lampo verde, poi uno giallo, poi blu,
rosso, indaco, viola, ocra ed infine vi fu un’esplosione di luce accecante
che impedì a chiunque di guardare verso lo schermo. Kirk si protesse con
la mano destra, gli altri si voltarono di scatto o chiusero gli occhi
cercando di proteggersi il viso con le mani.
Il lampo fu breve, durò un attimo, e quando terminò lo schermo visore
stava inquadrando solo lo spazio. Solo le stelle e il buio siderale.
Nient'altro.
«Signor Spock?», domandò il capitano alla volta dell'ufficiale scientifico.
«La stazione è scomparsa, capitano».
«Distrutta?»
«Implosa in quello che all'apparenza è sembrato un vortice di cavitazione
sub spaziale.
«Cavitazione sub spaziale, tenente?!» Kirk fu sorpreso.
«Ma non è quel fenomeno che disintegra la materia permettendole di estendersi
a distanze sub spaziali quasi infinite, per poi reintegrare il tutto a
destinazione?" «Precisamente capitano. Ma tale fenomeno è incontrollabile
e non è riproducibile totalmente tramite mezzi artificiali, i più grandi
sostenitori di questa tecnologia sono solo riusciti a riprodurre il vortice
della cavitazione e la disintegrazione della materia, ma non sono mai
riusciti a riorganizzare la struttura dei vascelli sperimentali una volta
raggiunta la destinazione finale».
Kirk si alzò in piedi. «Fermare i motori. Cancellare l'allarme rosso»,
ordinò e poi si portò accanto alla postazione di Spock.
«Questo significa che non possiamo conoscere la sua destinazione e soprattutto
non possiamo sapere se la stazione si è rimaterializzata correttamente
una volta superata la cavitazione».
Spock osservò lo schermo visore ora privo di interesse per chiunque in
Plancia. «Esattamente, capitano. Temo che il mistero della stazione, del
portale e dell'uomo al suo interno sia destinato a restare insoluto».
Kirk tentò un'ultima volta. «Non è possibile studiare il fenomeno e ipotizzare
la destinazione finale, non è vero?»
«No, capitano, non è possibile. Anche con la nostra tecnologia è alquanto
difficoltoso individuare e seguire un normale vortice di curvatura prodotto
da una delle nostre navi e quindi...»
«Ho capito, tenente», lo interruppe Kirk. «Non possiamo fare più niente.
Ma abbiamo riavuto indietro la sonda. Forse è riuscita a registrare qualcosa».
«Improbabile». sentenziò Spock. «Non ho potuto regolarne i registratori
e i sensori, a causa della perdita di segnale».
«’Improbabile’, non ‘impossibile’»." Kirk fece notare la differenza.
Sulu, che era rimasto sempre accanto alla postazione di O'Rielly protestò.
«Ma questo significa che non sapremo mai da chi è stata mandata quella
cosa, e soprattutto cosa ci faceva qui».
«La sua affermazione è di una palese logicità, signor Sulu», fece notare
Spock.
Kirk si portò accanto alla consolle delle comunicazioni. "Tenente O'Rielly,
si prepari a trasmettere un rapporto della situazione al Comando di Flotta."
"Sissignore."
Capitolo Tredicesimo
Il piccolo sportellino scorrevole del sintetizzatore di cibo si aprì e
il capitano afferrò la fumante tazza di caffè che vi trovò dentro.
Soffiò per raffreddarlo un po' e ne bevve subito un sorso.
Si voltò ed osservò la nuova mossa di Spock sulla scacchiera.
Il giovane capitano si avvicinò al tavolo e spostò il proprio alfiere
di due caselle.
L'intercom fischiò richiamando l'attenzione dei pochi presenti in Sala
Mensa.
Il capitano si portò al vicino pannello e premette un pulsante, «Sì?»
La voce di Mitchell giunse filtrata. «Siamo in rotta, Jim, pensavo volessi
esserne informato, arriveremo al settore dodici in diciotto giorni».
«Molto bene, Gary. Alla via così».
Si portò di nuovo accanto al tavolo. «Capitano, temo che la sua mossa
non abbia fatto altro che aiutare la mia torre».
Kirk poggiò la tazza di caffè sul tavolo accanto alla scacchiera tridimensionale.
«Molto bene, signor Spock, non vorrà farmi credere che la sua torre potrà
ottenere un vantaggio dal movimento del mio alfiere?»
Spock mosse la torre. «Invece è proprio così, capitano, grazie alla sua
mossa sono riuscito a mettere il re bianco in scacco».
Kirk si sedette e si strofinò le guance con entrambe le mani. Gli occhi
fissi sulla scacchiera.
«Non c'è niente che lei possa fare se non dichiarare partita persa. In
due mosse le darò scacco matto».
«Non crede che la mancata risoluzione del mistero della stazione sia piuttosto
frustrante, signor Spock?»
«Potrei essere d'accordo con lei se dessi peso alle emozioni quanto lo
fate voi umani, capitano, il nostro scopo è quello di viaggiare nello
spazio alla ricerca di risposte ai nostri quesiti etici e scientifici,
e in questo caso non abbiamo ottenuto nessun risultato soddisfacente,
quindi è possibile che tale emozione sia alquanto naturale... in un umano».
Kirk sorrise divertito e mosse il proprio cavaliere bianco da un piano
inferiore ad uno superiore.
«Era solo il nostro primo incontro, signor Spock, e sono certo che i nostri
viaggi futuri ci riservino meno interrogativi e qualche risposta in più».
«C'è solo una cosa che non riesce a trovare pace nella mia mente, capitano».
Il vulcaniano corrugò la fronte, e mosse di una casella la propria regina
nera. «Non riesco a spiegarmi la mancanza della cartuccia dati dall'unità
di registrazione della sonda».
Kirk sorrise. «Nessuno di noi è in grado di trovare la risposta a questa
domanda, signor Spock. Si rassegni.... oh. Se non erro lei ha dichiarato
poco fa che alla prossima mossa mi darà scacco matto, giusto?»
Spock annuì con convinzione. «Sarà inevitabile, signore».
Kirk sorrise e afferrò la propria torre. «Deve sempre pensare ad altre
vie di uscita, tenente».
Detto questo portò il proprio pezzo nella linea di azione del re di Spock.
«Scacco matto, signor Spock».
Spock impallidì. Era allibito.
«Come ci è riuscito?» chiese incredulo.
«Con un po' di arte dell'autoarrangiarsi terrestre, signor Spock., e con
un po' di... logica».
Kirk sollevò un sopracciglio, scimmiottando il vulcaniano.
Epilogo
«Tutto qui, ragazzo».
Il cadetto si ridestò come da un sogno. Era affascinato. Lasciò la presa
dal bicchiere ormai vuoto, e controllò quanta autonomia restava al registratore.
«E quella cartuccia dati?», domandò il cadetto, assetato di risposte.
«L'avete poi ritrovata?»
Kirk sorrise. «Perderai la tua navetta».
«Non può essere finita così, vero?», chiese il cadetto, incalzando con
un nuovo sorriso. Kirk consultò il cronometro alla parete e si alzò, raccogliendo
la giacca dell'uniforme dalla vicina poltroncina.
«Si è fatto tardi, non vorrei che cominciassero il varo senza di me. È
stato un piacere», disse appoggiandosi la giacca sull'avambraccio e porgendo
la mano tesa.
Il cadetto si alzò e gli strinse la mano. «Il piacere è tutto mio, capitano.
Un onore».
Raccolse il registratore, lo spense ed estrasse la cartuccia dati.
La guardò e la soppesò, rimuginandoci sopra.
«L'aveva presa lei?» disse in un attacco di presunzione e facendosi coraggio.
Kirk aveva appena aggirato il tavolo circolare. Si fermò e gli sorrise
paternamente. «Sei sveglio, ragazzo. E anche intraprendente».
«Devo saperlo. Non lo pubblicherò sul giornale. Ha la mia parola».
«Morirò solo».
«Come, scusi?»
Kirk sorrise, e lasciò il Venus bar.
«Grazie per il drink!», gli urlò dietro il ragazzo, ma il capitano in
pensione era già uscito.
Il cadetto sospirò, deglutì, e ripiombò seduto sulla poltroncina.
«Ti dico che questa roba è una bomba. Mancano solo le mie note conclusive
e le mie impressioni a freddo sul capitano», disse il cadetto sventolando
l'intervista sotto il naso di Sipak, il suo compagno di crociera vulcaniano,
assegnato alla consolle di navigazione della Janus, la navetta scientifica
sulla quale si era appena imbarcato.
«Quest'anno il premio per il miglior racconto lo vinco io. Non ci sono
dubbi». Giocherellò con la cartuccia dati, rigirandosela tra le dita.
Il compagno distolse lo sguardo dai comandi e guardò l'amico andarsi a
distendere sulla propria poltroncina da co-pilota. Fissava il soffitto
con un sorriso estasiato stampato in volto.
«Un'intervista con il grande capitano Kirk. Ma ci pensi? E l'ha rilasciata
a me!» Sipak inarcò un sopracciglio e tornò ad interessarsi alla rotta.
Qualcuno bussò alla porta della cabina di pilotaggio. Prima ancora di
poter rispondere o aprire, bussarono di nuovo, ripetutamente. «Aprite
presto!», disse una giovane voce dal corridoio.
Sipak attivò i controlli della porta dalla consolle vicina..
Una cadetta al quarto anno, loro amica, entrò di corsa. Bianca in volto
e con il respiro affannoso. «Avete saputo? Avete sentito?»
«Cosa?»
«Kirk!» prese fiato, "Kirk è morto.”
Il cadetto scattò in piedi. «Cosa.. cosa stai dicendo?»
La voce della ragazza tremava. Prendeva pesantemente fiato tra una parola
e l'altra. «Il varo, la crociera di prova. qualcosa è andato storto: la
nave ha subito un danno alla camera di controllo del deflettore. Kirk
era lì in quel momento.
Ma non avete sentito il canale informativo dell'Accademia?»
«Io.. no.. mi sono appena imbarcato dopo essere rientrato dal molo di
attracco e...» realizzò la gravità della notizia.
«Mio Dio», aggiunse con un fil di voce, posando lo sguardo incredulo sull'intervista
elettronica che ancora reggeva in mano.
«Le tue note conclusive, a quanto pare, saranno destinate ad essere un
necrologio», disse Sipak con tranquillità.
«Mi disse che sapeva che sarebbe morto solo. Io non capii ma... lo sapeva.»,
bisbigliò.
«Cosa?»
«Nulla, Mary Ann, nulla».
«Abbiamo raggiunto l'orbita marziana», annunciò il vulcaniano, con voce
piatta. «Stiamo entrando in orbita standard e ci dirigiamo verso i cantieri
vulcaniani»
Una spia luminosa si fece notare dal pannello del co-pilota.
«Ci stanno chiamando, dobbiamo rispondere», disse Sipak, risvegliando
il giovane cadetto che fissava sconvolto Mary Ann.
«Hm, si, ci penso io..» rispose con voce inespressiva e si risedette,
attivando l'intercom.
La voce giunse filtrata dai cantieri.
«Ben arrivata navetta Janus».
Attraverso il piccolo visore della plancia biposto vennero inquadrati
i cantieri orbitali destinati alla sezione scientifica vulcaniana.
«Ecco il nostro compito in classe», disse Sipak, fissando un punto dello
schermo.
Mary Ann attivò un comando, ingrandendo l'immagine. La voce nell'intercom
continuò: «Siamo felici dell'aiuto che stiamo ricevendo dal dipartimento
scientifico dell'Accademia. Siete arrivati giusto in tempo per il primo
test. Qualcuno di voi si offre come pilota per un giro di prova?»
Sullo schermo venne inquadrata un'enorme costruzione spaziale.
Sembrava un gigantesco anello metallico. Simile ad una ruota di carro
gigantesca. Tre raggi partivano dall'anello e si incontravano al centro,
dove al posto del fulcro c'era una sfera metallica.
Sull'anello era presente una specie di lunga antenna.
Cavi di alimentazione e condotti si estendevano dai moli di attracco ai
portelli di quella specie di stazione spaziale.
«Vi presento il progetto TimeWarp», disse la voce filtrata.
«Sono anni che i Vulcaniani stanno lavorando a questa installazione, finalmente
è pronta» commentò Mary Ann.
Il cadetto spostò lo sguardo sulla cartuccia dati con l'intervista elettronica
che ancora teneva in mano. Si sentì l'animo in subbuglio.
Ora capiva. Ora sapeva cosa doveva fare.
«Mi offro io per il test», disse.
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