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LA
SIGNORA CON LA FALCE DELL'IMMAGINARIO COLLETTIVO
di Matteo
"Norton" Bistoletti
Non posso biasimare quei
lettori che, dopo aver letto il titolo della rubrica Borderline di questo
mese, hanno pensato bene di saltare a piedi pari e dopo i dovuti scongiuri
verso il prossimo articolo.
D'altro canto penso che anche questo tema, per quanto delicato, intenso
e molto personale, possa trovare tra le pagine della nostra rivista qualche
spunto che vale la pena approfondire. Ben lungi da me proporvi chiavi
filosofiche sulla concezione di tale immenso mistero, preferisco parlarvi
di come la morte trovi spazio nell'arte, soprattutto quella drammaturgica
e cinematografica, e dei significati che essa può avere.
In fondo, la morte è proprio uno di quei concetti che trova largo spazio
nel mondo fantastico della finzione, tanto che spesso rischia la banalizzazione.
Questo processo di "sconsacrazione" non è di certo imputabile unicamente
e facilmente (come troppo spesso si fa) al cinema e alla televisione.
In fondo noi stessi tendiamo, di principio, a pensare il meno possibile
alla nostra morte. Indubbiamente questo è in parte legato alla nostra
giovane età, nonché al nostro stato di relativa salute. Forse diverso
si fa il discorso con l'avanzare degli anni o con l'aggravarsi di una
malattia, laddove il fardello della nostra mortalità potrebbe cominciare
a gravare nei nostri pensieri.
Solitamente si tende comunque ad avere maggiore paura della morte riferita
a terzi piuttosto che alla nostra. In fondo il senso di perdita è la cosa
che più ci spaventa. Non so più quale grande poeta, scrittore o filosofo
diceva che era impossibile temere la nostra morte, in quanto era l'unica
cosa a noi impossibile di vivere. Se togliamo il concetto di sofferenza
(che purtroppo è spesso legato alla morte) in fondo quanto detto non è
poi così lontano dalla verità: la nostra morte sarà un concetto a noi
per sempre estraneo (ovviamente l'autore di tale pensiero escludeva ogni
forma di vita post-terrena). E' piuttosto la morte dei nostri cari e delle
persone che amiamo che ci terrorizza e ci spaventa. Ed è proprio su questo
lato emozionale della morte, legato alla drammaturgia, che voglio, in
questo articolo, parlare.
Data stesso, alla morte della compagna e amica Tasha Yar, dice con schiettezza
e sincerità di non essere triste per la morte dell'amica in sé, ma bensì
di essere addolorato per se stesso: egli si interroga sulla sua vita senza
la compagnia di Tasha e si rende conto di quanto è triste per lui pensare
ad una vita senza di lei. Data pensa di avere qualcosa che non va, ma
Picard lo rassicura: Data ha invece capito la vera sofferenza che la morte,
nel corso della nostra vita, ci può procurare.
Un'intera puntata viene addirittura dedicata a questo tema: "Il vincolo"
della terza stagione di TNG è la delicata storia di un ragazzino che resta
orfano a bordo dell'Enterprise. La morte della madre avviene nei primi
minuti della puntata, dopodiché la nostra attenzione viene catturata dalle
reazioni all'accaduto e alle emozioni in esse coinvolte.
Tragici amori
Chi non conosce la struggente storia d'amore tra Romeo e Giulietta? La
morte dei due amanti è e resta tra le scene più tristi e tragiche, nonché
famose, della drammaturgia. Verrebbe da chiedersi cosa spinse Shakespeare
a chiudere in modo tanto catastrofico questa storia d'amore e che impatto
avrebbe avuto se essa fosse finita con i due amanti che, in barba alla
loro disgraziate famiglie, si fossero goduti a fondo il loro amore.
E quindi, per proseguire, che reazioni se in "Moulin Rouge" la bella Nicole
Kidman non fosse morta di tisi ma fosse scappata col suo nuovo amante
alla ricerca di una nuova vita? O se il buon Di Caprio non fosse annegato
nel freddo oceano, ma fosse salito su una scialuppa di salvataggio del
Titanic con Kate Winslet alla fine del film? Potrei continuare con altri
esempi, ma il concetto credo sia chiaro. Ci sono storie d'amore che, detto
banalmente, finiscono bene e altre che finiscono male.
Ma perché far finire male una storia d'amore? E perché sono proprio queste
ultime che in fondo ci colpiscono maggiormente e che ci lasciano perturbati,
tanto che molti si rifiutano addirittura di vederle?
In questo caso la morte ha infatti un senso di preservazione del sentimento
e lo rende ancora più unico. La morte dei (o di uno) dei protagonisti
suggella un momento di perfezione amorosa che il tempo non può annacquare
e la rende perciò ancora più intensa e memorabile. Spesso queste storie
vengono raccontate in flashback o viene comunque mostrato l'amante in
vita diverso tempo dopo. Egli infatti preserva intatto il ricordo di quel
sentimento perfetto sul quale poggiava un amore così forte ed unico, che
è restato tale proprio perché vissuto in un solo attimo di idillio.
Possiamo definirla una "morte romantica": la morte da sì un senso di tristezza,
ma nello stesso tempo definisce e rafforza quel sentimento. Per questo
le suddette storie d'amore ci appaiono più intense e memorabili delle
altre a lieto fine.
Eroismo o malasorte?
Nel grande cinema epico, spesso il protagonista sacrificava la sua vita
per la causa che stava difendendo e per cui stava lottando, entrando così
a pieno diritto nella categoria di eroe. Credo che non basterebbero cinque
articoli come questo per citare degli esempi, sia in ambito letterario
sia cinematografico.
Anche in Star Trek la figura della morte eroica viene spesso usata, anche
se forse non nel modo così convenzionale come potremmo vedere in film
di più classico stampo eroistico.
Kirk muore da eroe, salvando un intero pianeta dalla distruzione. Eppure
la sua morte è tutt'altro che epica e gloriosa. Nonostante la premesse
dette sopra, Kirk muore solo (come egli stesso aveva predetto) in una
landa deserta, senza i suoi fedeli amici a rendergli omaggio, senza onori
degni del suo nome e della sua carriera e addirittura senza venir nemmeno
ringraziato da coloro che ha salvato.
Anche
Spock muore da eroe nel secondo lungometraggio della saga. La sua morte
è cinematograficamente molto più eroica di quella di Kirk (e, a parer
personale, decisamente più emozionante e coinvolgente), ma anche in questo
caso abbiamo una connotazione, dettata dalla trama, che la rende particolare.
Infatti Spock non muore da eroe, bensì muore in maniera "ovvia", almeno
dal punto di vista logico vulcaniano. Nessun eroismo quindi, ma solo una
scelta inevitabile, che avrebbe fatto qualunque essere dotato di logica.
Ovviamente questo agli occhi della dottrina di Surak, non certo ai nostri…
Sicuramente molto toccante è la morte di Sito Jaxa in "Giovani carriere":
lei non era certo un'eroina in vita, anzi; la sua passata carriera era
macchiata da un grave errore e il suo ruolo e posizione non le permettevano
certo di risaltare particolarmente dalla massa. Eppure le viene offerta
la possibilità di fare qualcosa di rischioso, ma speciale. Ella muore
nell'intento. Sicuramente una morte eroica, ma ancora più commovente visto
che in questa morte eroica è morta sola una persona qualunque, come noi
tutti, a cui era stata data per una volta la possibilità di brillare più
degli altri.
Spesso la morte eroica può essere il prezzo della redenzione. Il caso
di Sito può forse sembrare eccessivo, ma se pensiamo a personaggi come
Darth Vader in Guerre Stellari la cosa appare più ovvia. Certo che l'espediente
della redenzione a "caro prezzo" è uno di quei cliché di cui cinema e
letteratura hanno fin troppo fatto largo uso.
Ma la cosa che ho sempre apprezzato maggiormente è la morte del capo della
sicurezza Tasha Yar nell'episodio della prima stagione di TNG "La pelle
del male". Una morte assolutamente inutile e senza scopo. Una morte avvenuta
semplicemente e banalmente nello svolgimento del suo lavoro. Quando un
personaggio del calibro di Tasha (non si parlava quindi di una comparsa
qualunque) lascia la serie, si predilige far colpo sullo spettatore proponendogli
una morte eroica e gloriosa, per esaltare un ultima volta il personaggio
e fare in modo che restasse impresso nella memoria dei fan. Questa volta,
con coraggio e ingegno, si é provata una nuova strada, senza però, secondo
me, togliere commozione ed emozione alla puntata. Questo anche a dimostrare
che una morte accidentale o occorsa nello svolgimento del proprio dovere
non ha minor significato di una morte eroica, in quanto il significato
lo dà la persona stessa coinvolta.
Strategie
La morte può avere un'altre funzione cinematografica, oltre quella legata
all'emozione più "romantica": essa può essere legata alla tensione e alla
paura. Se si vuole generare una sensazione di tensione nello spettatore
non c'è nulla di meglio che far incombere un pericolo mortale imminente
sulle teste dei nostri protagonisti.
Su
questo punto è interessante notare una pesante differenza di stile, dettato
dal passare degli anni. Sono infatti ormai entrati nella storie le mitiche
"magliette rosse" di cui si faceva larga strage ai tempi della serie classica.
La sensazione di pericolo imminente era infatti molto più marcata nella
serie degli anni 60 rispetto a quelle successive. Per trasmettere questa
sensazione,il telefilm faceva uso di questi poveri ufficiali della sicurezza
che facevano le più svariate e tremebonde fini. Il mezzo per comunicare
la sensazione di pericolo erano infatti proprio questi ufficiali della
sicurezza, di cui nessuno, né i protagonisti, né gli spettatori piangevano
la morte, ben più preoccupati entrambi di capire cosa e perché aveva causato
quell'evento.
Nelle serie successive la sensazione di pericolo è sicuramente meno marcata:
sono cambiati i tempi sia nell'ambito della serie (la Federazione è più
evoluta e c'è meno la sensazione "di frontiera" tipica della serie classica)
che nell'ambito televisivo (meno avventura spiccia, prediligendo la riflessione).
Laddove era necessario far passare una sensazione di pericolo nelle serie
più recenti, si predilige un approccio più pragmatico e dettato da dialoghi
o circostanze o comunque attraverso morti non viste direttamente sullo
schermo (le vittime di guerra, numerose in DS9, oppure le vittime dell'incidente
coi Borg che tanto fanno dannare Picard).
Altro concetto modificatosi nel corso degli anni è la morte dell'antagonista.
Vero è che, da sempre, Star Trek si è distinto per dare ai suoi antagonisti
delle motivazioni o, quantomeno, delle caratterizzazioni tali da renderlo
capibile ai nostri occhi. La morte del cattivo senza battere ciglio é
qualcosa che, oggi come oggi, sempre meno appare sui nostri schermi e
di cui un tempo si faceva largo uso. Sicuramente possiamo affermare che
Star Trek, anche in questo caso, sia stato precursore dei tempi.
Tra stravaganze e sospetti
Ovviamente
nel mondo di Star Trek e della fantascienza in generale, bisogna aspettarsi
l'imprevedibile, e, spesso, anche concetti basilari ed inevitabili come
la morte trovano, a volte con successo a volte meno, degli stravolgimenti
non indifferenti.
Il concetto di morte è spesso relativizzato, con la presenza di concetti
quali fantasmi o spiriti, nuove forme di vita o piani di esistenza oppure,
primo fra tutti, l'immortalità.
Emblematico in Star Trek è sicuramente il personaggio di Q: essere immortale,
oltre che onnipotente, addirittura una volta si presenta a Picard come
guardiano della vita dopo la morte. Il suo ruolo nel disegno cosmico resta
tuttora un mistero irrisolto, ma ciò non toglie fascino alla sua figura,
anzi…
D'altro
canto di personaggi immortali in Star Trek ne abbiamo visti parecchi:
eppure quasi tutte non sono indenni dalla possibilità di morire per cause
esterne. Il dio Apollo, Cochrane, Flint, Trelane sono tutti suscettibili
ad una probabile fine della loro esistenza: solo ai nostri occhi appaiono
immortali, in realtà hanno solo una concezione più ampia di vita.
Discutibile ovviamente il concetto di morte applicato ai Q, come visto
nell'episodio di Voyager "Diritto di morte" sul quale non mi dilungo in
quanto appena trattato da Riccardo in un articolo apposito.
Altra caratteristica tipica della fantascienza sono le morti "incerte":
chissà quanti di noi si sono chiesti, al di là del profondo significato
della loro scomparsa, che fine hanno in pratica fatto Decker ed Ilia.
Oppure che fine ha realmente fatto Sisko nell'episodio conclusivo di DS9.
Oppure ancora come applicare il concetto di morte ad una razza come i
Trill o ai Vulcaniani che, con questi loro rituali salvavita, ci hanno
ridato la possibilità di rivedere Spock per altri tre film.
Ma al di là di tutte queste stravaganze, è la morte nella sua più banale
realtà che più ci coinvolge. L'immortalità è in fondo solo un sogno, e
spesso nemmeno poi tanto positivo (gli esseri immortali sono spesso malinconici
oppure annoiati) e la ricerca della stessa è stata varie volte punita
e si è rivelata vana.
Per
citare Picard alla fine di Generazioni: "E' la nostra mortalità che ci
definisce. E' parte della verità della nostra esistenza".
Un'ultima nota, molto personale; se qualcuno fosse davvero interessato
a vedere qualcosa di davvero unico sull'argomento qui trattato, consiglio
la visione di un episodio della quinta stagione di Buffy (sì, sì, avete
letto bene…e ben lungi da me voler essere blasfemo). La puntata, inedita
in Italia, si intitola: "The Body".
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