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DICK E IL CINEMA
di Susanna
Ricci
È
in questi giorni nelle sale l’ultimo splendido film di Steven Spielberg,
tratto da un racconto di Philip K. Dick, “Minority Report”.
Contrariamente a quanto avviene normalmente con altri racconti o romanzi,
gli scritti di Dick sono perfetti per la loro trasposizione cinematografica.
Occorre comunque ricordare che essi non sono di facile lettura e che spesso
sono talmente tanto ricchi di materiale e spunti, che una loro riduzione
per il grande pubblico richiede delle forti manipolazioni, pur rimanendo
lo scheletro del racconto fedele al pensiero Dickiano.
È il caso per esempio di Blade Runner (1982), durante le riprese del quale
ci sono stati forti contrasti tra Dick e Scott per diversità di vedute
e di interpretazioni, tanto che lo scrittore, amareggiato per non essere
stato chiamato come estensore ufficiale della sceneggiatura, ne disconobbe
in più di una occasione la legittimità. Dick morì qualche mese prima dell’uscita
del film, stroncato da un infarto: non è dato sapere cosa ne avrebbe potuto
pensare se avesse visto le sue fantasie prendere corpo in maniera definitiva.
Chi
ha letto il libro “Do Android dreams of electric sheeps ?” sa di cosa
sto parlando: tra il libro ed il film sembra esserci un abisso incolmabile,
per come viene caratterizzato il personaggio di Deckard, per come viene
stressato il significato di possedere animali vivi, per il finale… eppure
siamo di fronte a due capolavori.
Una menziona a parte merita Total Recall (1990) che, per quanto incredibile
possa sembrare, è anch’esso tratto da un racconto di Dick. È un film con
molta azione ed avventura, con un fitto mistero ed un finale sorprendente,
costruito più come una spy story che come un film di fantascienza. Soprattutto
un film tagliato a misura di Schwarzenegger, con tante scene rocambolesche
per permettere ai sui muscoli di abbagliare la platea. Ma la filosofia
Dickiana ricorrente circa la “confusione d’identità” è comunque ben in
evidenza.
In
Blade Runner tutto ruotava attorno alle domande: “Chi sono? Cosa fa di
me ciò che sono? Quanto mi resta da vivere?” Replicante o umano doc, le
pulsioni alla vita sono le stesse, le domande sulla propria esistenza
sono ugualmente importanti, il confine sottile tra ciò che è finto e ciò
che è reale porta al dubbio circa la vera identità di Deckard…
In
Total Recall vengono portate sullo schermo personalità nascoste all’interno
di altre personalità. Un normale e tranquillo operaio vuole farsi impiantare
falsi ricordi di una fantastica avventura vissuta su Marte nel ruolo di
spia, solo per scoprire che non si tratta affatto di una falsa memoria:
l’operaio è davvero una spia venuta da Marte, con i falsi ricordi di una
vita normale…
Chi è chi? Il fascino della schizofrenia e della paranoia, due delle malattie
mentali che hanno caratterizzato la vita reale di Dick, il quale ha cercato
di esorcizzarle, non si sa bene con quale risultato, scrivendone a profusione.
È
noto infatti quanto lo scrittore abbia sofferto per entrambi questi aspetti.
È nato con una sorella gemella, morta dopo pochi mesi di vita, dicono,
per incuria della madre. Questo fatto non gli ha mai permesso di avere
pace, sempre perseguitato dal fantasma di quest’altro “essere lui”. In
alcuni momenti della sua vita era arrivato a pensare di essere un’ombra:
in realtà era lui ad essere morto, mentre la sorella gli era sopravvissuta.
La
sua esistenza derivava unicamente dalla fantasia della sorella, che lo
immaginava vivo e per questo gli dava spessore, un’ombra appunto di realtà,
vivo in un mondo immaginario.
Un altro argomento caro allo scrittore è infatti proprio quello della
morte, anch’essa vera o presunta: in quasi tutti i suoi scritti vi è un
accenno a ciò che può esistere dopo la morte. Alle volte viene descritto
come una coscienza persistente che non scompare mai e che rimane ad aleggiare
tra i vivi, non ben conscia della cessazione della propria esistenza (come
appunto l’esistenza stessa di Dick: se io sono solo il frutto della fantasia
di mia sorella e non sono cosciente di essere morto, sono morto realmente?);
alle volte non rimane nulla, se non un senso di sconfinata desolazione.
“All
those moments will be lost in time, like tears in the rain.”
“Tutti quei momenti verranno persi nel tempo, come lacrime nella pioggia….”
Che paradossalmente non è una frase di Dick, ma di Scott.
Molte delle cose scritte da Dick non sono per il grande schermo, come
per esempio i frequenti accenni all’utilizzo delle droghe, siano esse
di tipo chimico o di tipo alternativo. In
“Do Android…” esiste un congegno non meglio identificato chiamato “induttore
di umore”, che viene opportunamente programmato dai protagonisti affinché
agisca nel sonno per assicurare un risveglio sereno e con propensione
positiva alla vita. La moglie di Deckard (ebbene sì, esiste nel libro una
moglie di Deckard!, che nel film viene solo menzionata in una battuta “Sushi.
E' così che mia moglie mi chiamava. Pesce freddo.”) rifiuta di utilizzarlo,
perché ha bisogno del dolore derivante dalla fatica di vivere per sentirsi
veramente completa!
La
depressione vista come un mezzo per riuscire a vivere più intensamente:
personalmente rimango affascinata e senza parole di fronte a tanta speculazione,
soprattutto se si considera il fatto che negli anni 60-70 (gli anni di
maggiore produzione e di maggiori squilibri), la depressione non era ancora
quel fenomeno tanto diffuso e conosciuto che è attualmente.
Secondo me questo non fa che confermare che spesso ciò che viene classificato
come “fantascienza” e pertanto genere di sottocultura, adatto a ragazzini
che sognano i mostri spaziali, sia in realtà un insieme di idee che mettono
in primo piano l’uomo ed i propri confini, esplorandoli fin dove possibile.
Non è importante quanto lontano possa andare un razzo, o quanto diverso
possa essere un pianeta sperduto a 1000 anni luce da qui: è importante
il viaggio intrapreso per raggiungerlo e ciò che si troverà sul nuovo
pianeta non potrà che specchiare ciò che ci portiamo dentro.
Tutti
questi elementi e molti altri ancora sono contenuti anche nel “Minority
Report” di Spielberg.
Personalmente ritengo si tratti di un ottimo film: sembra impossibile
che la visione solare di Spielberg possa sposarsi con le atmosfere crepuscolari
di Dick, eppure il connubio appare ben miscelato e i due autori prendono
lo spettatore per mano portandolo nei meandri di una storia apparentemente
semplice. In realtà ci sono parecchi colpi di scena, sapientemente gestiti
dallo Spielberg dei tempi migliori: le sue invenzioni visive, l’uso della
telecamera e delle sue assurde angolazioni, l’uso del colore per illustrare
la lucida follia degli omicidi ed il confuso terrore delle visioni dei
precog, portano una ed una sola firma. Inconfondibile.
Il futuro, che in realtà sembra un presente solo un po’ più tecnologico,
ma perfettamente alla portata di tutti di qui a qualche anno, porta invece
il marchio di Dick, che non ha mai inteso farsi portavoce di una fantascienza
“hard”, preferendo sempre presentare i suoi personaggi in un ambiente
quanto più familiare e vicino possibile, ricorrendo alla fantasia solo
per spiegare meglio i propri concetti rivoluzionari.
In questo film l’utilizzo di droghe è palese.
Il concetto di esistenza sospesa tra la realtà e le visioni ritorna tristissimo,
a partire dai precog, per continuare con il modello di detenzione dei
criminali.
La
paranoia del “sistema che controlla l’individuo” è resa in maniera fantastica
e disturba profondamente per quanto sembra essere vicino alla nostra realtà,
con le sue pubblicità personalizzate, basate sul retina-scan (quanti anni
mancano? Molto pochi a mio parere).
La schizofrenia intesa come separazione tra ciò che si sa di essere e
ciò che i precog hanno visto che saremo è il centro focale di tutta la
storia.
Si cerca di farlo passare per l’anello debole dell’agenzia precrimine:
essere arrestati per qualcosa che ancora non si è commesso. L’omicida
in potenza ha un solo modo per difendersi: ho pensato di uccidere, ma
non l’avrei mai fatto.
Ma è vero?
I precog non sbagliano mai…. Non esiste un futuro diverso da quello che
i precog hanno visto: ciò che è successo nella visione, succederà nella
realtà, anche al di là del libero arbitrio, come viene efficacemente dimostrato
nel caso dello stesso Cruise.
L’unica
nota negativa del film è, a mio parere, il finale. Troppo positivo, troppo
in contrasto con tutto ciò che ci è stato fatto vedere fino a poco prima.
Dicevamo della visione solare di Spielberg… alla fine non gliel’ha fatta,
ha dovuto fare in modo che tutto finisse per il meglio per tutti i protagonisti,
peccando di un po’ di ingenuità e cercando di offrirci un finale roseo
e pieno di speranza, laddove la speranza è l’ultima delle cose presenti
nel film. D’altra
parte non dobbiamo dimenticarci che siamo di fronte all’autore di Incontri
Ravvicinati del III tipo e di E.T. e che lo abbiamo adorato per quei due
film. Lo si può perdonare per aver cercato di alleviare l’angoscia del
futuro, anche se il film ne risulta penalizzato.
Esistono altri due film tratti da libri/racconti di Dick: si tratta di
Impostor, uscito poco prima dell’estate e Tremors, di qualche anno fa.
Purtroppo in questo caso non ho né letto, né visto, pertanto non sono
in grado di offrire commenti in proposito. Penso sarà uno dei miei buoni
propositi per l’anno 2003, con la speranza che il “saccheggio” della narrativa
di Dick da parte del grande schermo continui con gli ottimi risultati
finora ottenuti.
Nel frattempo….
RUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNN!!!!!!!!!!!!!
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