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FUORI CAMPO
a cura di
Susanna Ricci
L'autore:
Fabio V. Miele, c'est moi. Nacqui, crebbi (si fa per dire) e un giorno
mi
farò uomo ma se non accadrà sarà comunque lo stesso:
l'importante è avere
le idee chiare. Ho avuto una vita turbolenta e assolutamente variopinta.
Ad
esempio ho vissuto in un sacco di posti diversi (come l'Highlander
cinematografico), studio Storia all'università di Bologna (così
posso
fingere di essere l'Highlander cinematografico anche senza assomigliare
a
Lambert), e non ho mai fatto il militare a Cuneo. Solo in anni recenti
ho
scoperto che il modo migliore di pormi domande (tipo "che giorno
è oggi?")
e di esprimermi era quello di scrivere: non importava a chi. Scivere e
basta.
Scrivendo scrivendo ho scoperto molto di ciò che non sapevo su
me stesso e
mi sono arricchito e... bla bla bla.
Ho passioni infinite per tutto ciò che è legato a cinema,
libri,
musica,internet, fotografia, disegno, giochi di ruolo e non, e chi più
ne ha più ne metta. Non ho spazio per andare nello specifico ma
se vogliamo parlarne o volete scrivermi qualcosa (insulti compresi) mi
trovate qui:
fabio.miele@infinito.it
IL
RACCONTO DELL'ANNO
di Fabio Miele

Prologo
«Posso sedermi?», domandò il timido cadetto alla volta dell'uomo seduto
in disparte, in un tavolino isolato del Venus bar. Le luci erano soffuse
e dalle immense vetrate era possibile vedere le navi attraccate al molo
spaziale. Quel giorno a dare spettacolo agli avventori del locale orbitale
sarebbe stata un'unica nave. Enorme e stupenda. Terza nave a portare quel
nome. La sezione a disco dell'Enterprise-B era chiaramente visibile anche
da quella angolazione del locale. L'uomo solitario smise di guardare fuori,
verso lo spazio e verso quella nave che non gli apparteneva più, e posò
gli occhi sul ragazzo.
«Certo. Accomodati pure. Ti aspettavo».
«Lei mi aspettava?!» balbettò un po' il giovane, sedendosi al tavolo.
Era eccitato. Così emozionato ed impacciato che neanche il giorno del
diploma in Accademia avrebbe tremato tanto, anche se mancava ancora un
anno a quel giorno.
«Sì, certo», disse la voce calda. «Non sei qui per intervistarmi?»
«Lei.. lei è il capitano Kirk, non è vero?»
L'uomo sorrise. «Sì, sono io. Hai con te il tuo registratore?»
«Hm, sì. certo. Lo porto sempre con me. Sto lavorando al giornale dell'
Accademia, e quest'anno vorrei vincere il premio per il Racconto dell'Anno.
Ero venuto qui in cerca di qualche ufficiale per farmi raccontare qualcosa.
Si scoprono un sacco di storie interessanti in questi posti. ma mai avrei
creduto di vedere lei seduto a questo tavolo».
«È il tuo giorno fortunato, ragazzo, allora».
«È qui per il varo, non è vero?»
«Si, ma volevo starmene un po' da solo con i miei pensieri.
Ho ancora un po' di tempo. Ecco perché sono venuto qui».
Il ragazzo arrossì. «Io.. non vorrei disturbarla, se vuole la..»
«Metti pure il tuo registratore sul tavolo. Mi farà piacere aiutarti per
il tuo giornale. Da dove cominciamo?»
Il ragazzo posò l'unità di registrazione sul tavolo e l'attivò.
«Hm, potrebbe cominciare a dirmi come si sente in questo giorno, a poche
ore dal varo della nuova Enterprise».
«Oh. emozionato. Sì.." guardò la grande nave al di là della paratia trasparente.
Troppo grande.
«E' senza dubbio un gioiello, un miracolo di design e tecnica, come potrebbe
dire il mio vecchio capo ingegnere. Passiamo al racconto ora?»
«Hm, certo. come vuole».
«Posso offrirti qualcosa?»
«No. no, grazie. Tra poco dovrò prendere una navetta per Marte, dove svolgeremo
un progetto per l'Accademia, organizzato dal dipartimento scientifico
vulcaniano e vorrei…»
«Ti perderai il varo, quindi».
«Hm, si, già. Purtroppo».
«Insisto. Anche solo un analcolico, magari».
«D'accordo. Un succo di Zerban, magari».
«Ottimo. Ce ne porti due», disse alla cameriera.
«Cosa ricorda della sua Enterprise, capitano?»
«Vuoi un racconto? Ne ho uno per te. Stai registrando?»
«Si».
«Vedrò di non farti arrivare in ritardo alla tua navetta».
Kirk guardò di nuovo quel gigante attraccato all'esterno, portava lo stesso
nome ma non era la stessa cosa.
«Ricordo la prima volta che vidi l'Enterprise. La mia Enterprise», disse.
«Ero fresco di promozione e guardando fuori, verso lo spazio, ebbi per
la prima volta la consapevolezza della bellezza del nostro pianeta. Di
quanto fosse stupenda la Terra. La Terra».
Capitolo Primo
La Terra.
Un pianeta di diverse gradazioni di blu.
Attraverso una paratia di alluminio trasparente poteva sembrare una grossa
palla tenuta sospesa da un filo invisibile nello spazio siderale, ed era
da una di queste paratie che il neo capitano James Kirk stava osservandola.
Era rimasto lì da solo per più di un quarto d'ora. Immobile. Intento a
guardare verso la posizione ipotetica della sua terra natale. L'Iowa.
Nella sua mente poteva vedere una fattoria, alcuni cavalli, i campi da
coltivare.
Distolse lo sguardo solo un attimo per guardare la gialla divisa che aveva
indosso, i gradi sul polsino, lo stemma a forma di delta all'altezza del
cuore.
Sorrise.
Accarezzò la delta dorata e sorrise di nuovo.
Capitano.
Capitano James T. Kirk.
Una bella sensazione davvero. La stanza nella quale si trovava ora il
capitano era disadorna e priva di mobilio. Era presente solo una porta
di accesso e due paratie di alluminio trasparente che permettevano di
scrutare tranquillamente lo spazio a occhio nudo. Le grosse vetrate, come
le chiamava il giovane capitano, occupavano la paratia di fronte a lui,
a pochi millimetri dal proprio naso, e la paratia che si trovava alcuni
metri alle sue spalle, dalla parte opposta.
Da dove si trovava Kirk era possibile ammirare l'azzurro globo terrestre.
Attraverso la finestra alle sue spalle, invece, era possibile vedere una
porzione di una nave attraccata.
Una nave stellare.
La nave di Kirk.
Una nave che presto avrebbe comandato per la prima volta nella sua carriera.
Ma la sagoma di quella nave, il capitano, la conosceva molto bene: aveva
studiato le sue particolarità tecniche per settimane dopo la promozione.
Classe constitution.
U.S.S. Enterprise.
Codice di navigazione: NCC 1701.
La nave era rientrata ai bacini orbitali di San Francisco due mesi prima
per permettere al nuovo equipaggio di prendere posto. Il loro nuovo incarico.
Il capitano Christopher Pike aveva ceduto il posto al ‘più giovane capitano
della Flotta’ come aveva sottolineato il commodoro Delaney il giorno della
promozione di Kirk. Da quanto ne sapeva, alcuni del vecchio equipaggio
sarebbero rimasti a bordo, come un certo ufficiale scientifico vulcaniano.
Kirk non aveva mai lavorato con un vulcaniano, e ne aveva incontrato solo
due durante la propria carriera. Comunque, come ogni buon cadetto, aveva
studiato la loro cultura ai tempi dell'Accademia. Aveva appreso gli avvenimenti
che in seguito avevano portato alla fondazione della Federazione Unita
dei Pianeti.
Da piccolo aveva sognato di essere un astronauta sulla Phoenix, la prima
nave Terrestre che aveva viaggiato a curvatura. Nella sua camera in Iowa,
all'età di sette anni, aveva appeso al muro una olografia di Zephram Cochrane,
inventore della stessa propulsione a curvatura, accanto al suo progetto
del motore a reazione materia/antimateria. Aveva sognato il comando di
una nave stellare da quando aveva iniziato a interessarsi all'astronomia
durante l'istruzione di base.
Ora il sogno era realtà.
Aveva una nave.
Da questa piccola stanza di osservazione, sul molo di attracco numero
sette, dei bacini orbitali di San Francisco, stava ora osservando il suo
pianeta natale. Pensando a quando lo avrebbe rivisto ancora. A quando
avrebbe cavalcato di nuovo nei campi dorati della propria terra. Gli incarichi
tra le stelle portavano via troppo tempo, e da quando aveva terminato
l'Accademia era sempre stato lontano da casa.
Anche adesso, che era stato promosso, era potuto tornare alla propria
fattoria per una sola mezza giornata. Gli ultimi due mesi a terra li aveva
passati principalmente al Comando di Flotta o davanti ad un terminale
studiando le specifiche tecniche dell'Enterprise e le schede del personale
di bordo.
Il sibilo della porta che si aprì lo riportò alla realtà.
Sbatté le palpebre come per scacciare via la nebbia dei ricordi e si voltò
verso le due persone che erano appena entrate nella stanza di osservazione.
Uno era un vulcaniano, dall'espressione seria e distaccata.
Snob fu la prima cosa che venne in mente a Kirk.
L'altro, sorridente e dall'espressione gioviale, era Gary Mitchell, amico
di Kirk da anni e ora suo nuovo navigatore a bordo dell'Enterprise. Era
stato lo stesso Kirk a richiederlo sulla sua nuova nave. Gary era un ottimo
amico e un eccellente ufficiale.
Mitchell fu il primo a parlare: «Jim, voglio presentarti il tenente Spock,
è di Vulcano».
«Tenente», salutò Kirk, porgendo la mano aperta.
«Mi perdoni capitano», replicò il vulcaniano, «ma non è uso della nostra
gente avere contatti fisici con i nostri interlocutori, la moltitudine
di inutili e caotiche emozioni che si susseguono a ritmo incontrollato
negli esseri umani può essere fastidioso per la mente vulcaniana».
Kirk ritrasse la mano. «Già, è vero. Se non erro voi vulcaniani siete
parzialmente telepatici».
«Precisamente, capitano».
Kirk sorrise malizioso: «Allora mi permetta di salutarla alla sua maniera».
Detto questo sollevò la mano destra mostrando il palmo al vulcaniano e
allargò le dita mantenendo il medio unito all'indice e l'anulare unito
al mignolo. Formando una specie di lettera V: «Lunga vita e prosperità»,
disse Kirk senza mai cancellare un sorrisetto dal proprio volto.
Spock rimase impassibile. Serio.
«Capitano, la ringrazio per il suo tentativo, ma in questo caso, visto
che è lei a rivolgermi il saluto, sarebbe stato più corretto dire: “Pace
e lunga vita”, dopo di che, io le avrei risposto: “Lunga vita e prosperità"».
Dicendo questo, il vulcaniano imitò il gesto di saluto con la mano fatto
in precedenza da Kirk.
A dire la verità il capitano non aveva ancora abbassato la mano, e si
sentì abbastanza impacciato e a disagio. Abbassò la mano e cancellò il
sorriso dal proprio volto. «Bene, tenente Spock, spero che dimostri la
stessa eloquenza anche a bordo dell'Enterprise."
Spock inarcò un sopracciglio, non capendo se gli era stato fatto un complimento
o se era appena stato insultato.
«Capitano, a questo proposito vorrei chiederle se posso recarmi a prendere
servizio». La voce del vulcaniano era piatta, priva di inflessioni o imperfezioni
particolari dettate da normali stati emotivi quali ansia, eccitazione,
insicurezza. Elementi comuni a qualunque altra persona.
«Signor Spock», esordì Kirk cercando di riprodurre la stessa piattezza
nella voce, «le sarà permesso di prendere servizio solo dopo che avrà
conosciuto i restanti capi dipartimento a bordo della nave, e cioè non
prima di domani mattina».
«Sissignore», rispose piatto il vulcaniano.
«Il suo posto sarà alla consolle scientifica in Plancia, come lei ben
sa, e spero di aver fatto un buon affare accettando che restasse a bordo».
«Prego, capitano?»
«Intendo dire, che ho letto la sua scheda, e ho acconsentito a tenerla
a bordo come ufficiale scientifico grazie a ciò che è riportato nei diari
di bordo del capitano Pike».
Spock annuì impercettibilmente, mantenendo sempre un sopracciglio inarcato.
«Capisco, signore».
Kirk lo osservò per alcuni secondi, in silenzio, cercando di capire come
quell'ufficiale potesse essere così emotivamente distaccato da tutto quello
che lo circondava. Sperò solo che in una situazione di crisi il vulcaniano
sarebbe riuscito a mantenere il suo freddo distacco dagli eventi.
Sì, il tenente Spock era di Vulcano, e come tutti quelli della sua gente
aveva imparato a reprimere ogni tipo di emozione, sia positiva che negativa.
Ma era altrettanto vero che, stando alla scheda personale, il tenente
era anche per metà umano. Era un misto delle due culture fondatrici della
Federazione Unita dei Pianeti. Possibile che nulla della metà umana avesse
influenzato la sua esistenza?
«Posso ritirarmi nei miei alloggi?» chiese l'ufficiale scientifico vulcaniano.
«Si, tenente, vada pure». Il vulcaniano fece un rispettoso cenno di saluto
con il capo e poi si voltò verso Mitchell. «Comandante», lo salutò e infine
si diresse verso la porta. Le due ante grigie si aprirono con un sibilo
e si richiusero appena il vulcaniano fu passato.
Mitchell sbuffò. «Caspita, che freddezza!»
«È comprensibile. È di Vulcano».
«Com'è quella storia del saluto?»
«Non credo di averla capita bene». Risero di gusto e Kirk diede una pacca
sulla spalla dell'amico e lo condusse verso l'altra paratia trasparente,
quella alle loro spalle. Per osservare la loro nave attraccata.
«Guarda Gary, una nave splendida».
«Sì, splendida è la parola giusta, Jim».
«Ho avuto modo di parlare con il signor Scott».
Mitchell lo guardò non capendo a chi si riferisse.
«L'ingegnere», precisò Kirk.
Mitchell annuì, sorridendo.
Kirk lo guardò divertito: «Il signor Scott mi ha detto che questo gioiello,
come lo chiama lui, è il progetto tecnologico più straordinario che la
mente umana abbia mai concepito».
«È solo una nave, Jim».
Non è solo una nave pensò Kirk, ma non seppe spiegare il perché di questo
pensiero, neanche a se stesso.
La nave era là fuori. Assicurata a numerosi piloni d'attracco tramite
cavi di alimentazione e canali di trasferimento energetico. Dalla loro
posizione era visibile solo l'attaccatura della gondola a curvatura di
destra e l' ingresso dell'hangar navette. Più avanti potevano distinguere
la grande sezione a disco e anche quella sezione della nave che Gary aveva
battezzato il collo dell'Enterprise, si trattava infatti della parte dello
scafo dove poggiava il disco.
«È la nostra nave, Gary».
«No, Jim, è la tua nave».
Il pannello delle comunicazioni, assicurato alla parete accanto, trillò.
«È per te», disse scherzosamente Mitchell.
Kirk sorrise e si accostò al pannello delle comunicazioni. «Magari è quella
brunetta di ieri sera».
«Se è così dille che sono già in viaggio, e che ci resterò per almeno
trent'anni».
Kirk rise alla volta dell'amico e sfiorò un pulsante del pannello con
la mano destra. «Qui Kirk», disse mantenendo premuto il bottone.
«Capitano, qui è il tenente O'Rielly, responsabile delle comunicazioni».
«Bene tenente, dica pure».
«Abbiamo ottenuto il via dal Comando, signore. La partenza dell’Enterprise
è a sua completa discrezione».
Kirk guardò l'amico, e notò che gli stava già sorridendo.
«Molto bene tenente, avvisi tutti i capo reparto di presentarsi nel mio
alloggio alle diciotto di questa sera. Contatti il Comando e li avvisi
che partiremo domattina, chieda istruzioni sulla nostra prima destinazione».
«Ho già qui i dati riguardanti la nostra destinazione, signore».
«Sputi il rospo, tenente». «Come... signore?»
«Mi dica la destinazione».
Mitchell rise, ma cercò di non farsi sentire dall'interlocutore di Kirk.
«Dobbiamo dirigerci al settore dodici, e attendere istruzioni dalla base
stellare due».
«Molto bene tenente, faccia quello che le ho ordinato, sarò a bordo, nel
mio alloggio, se avrà bisogno».
«Sissignore».
Kirk spinse il pulsante di fine comunicazione con un leggero colpo della
mano e tornò a voltarsi verso Mitchell.
«Smettila di ghignare Gary, e vieni a bordo a darmi una mano con le valigie,
non le ho ancora disfatte».
«Ah, no, capitano. Ho già un bel da fare con le mie di valigie da disfare».
Risero e si incamminarono verso la porta che si aprì sibilando. «Ecco
l'impavido e glorioso capitano James Kirk al suo primo incarico di comando»,
lo scimmiottò Mitchell.
«Sta zitto, Gary». La porta si richiuse.
Capitolo Secondo
La Plancia dell'Enterprise era il centro operativo ed il cervello della
nave allo stesso tempo. Tutte le funzioni più importanti venivano eseguite
lì, da ufficiali esperti. Una specie di ronzio costante aleggiava nell'aria.
Il ronzio di decine di strumenti in funzione. Sibili. Fischi. Trilli.
Tutti i suoni erano miscelati armoniosamente formando un particolare tappeto
sonoro.
Il signor Spock era in piedi, accanto alla consolle di monitoraggio dei
motori, e stava dialogando con l'ingegnere Montgomery Scott.
Gary Mitchell era seduto alla sua postazione, la consolle di navigazione,
e stava socializzando con il timoniere, seduto accanto a lui, un certo
guardiamarina Johnson.
La porta del turbo ascensore si aprì, e James Kirk entrò in Plancia. Mandò
uno sguardo al tenente O'Rielly alla consolle delle comunicazioni, e sbirciò
in direzione dei monitor di ingegneria cercando di stabilire di cosa stessero
parlando il vulcaniano ed il signor Scott.
Mitchell ruotò sulla poltroncina e sorrise all'amico: «Benvenuto in Plancia,
capitano».
«Grazie, comandante».
Era una buona regola mettere da parte i rapporti di amicizia tra due ufficiali
che erano in servizio.
«Tenente Spock, ha trovato le particolarità tecniche di questa nave di
suo gradimento?», domandò Kirk.
Il Vulcaniano si accostò alla poltroncina di comando, sulla quale Kirk
si sarebbe seduto per la prima volta entro pochi secondi.
«Effettivamente si, capitano. Trovo tutte le apparecchiature molto interessanti
e... affascinanti. Ma le ricordo che io non sono nuovo su questa nave.
Ho trovato molto interessante, comunque, la metodologia operativa del
signor Scott."
Kirk sorrise divertito. «Raggiunga la sua postazione, signor Spock», e
indicò un angolo della Plancia con il pollice della mano destra.
«Sissignore». Il vulcaniano si incamminò verso la postazione scientifica.
Si appoggiò al rosso scorrimano che separava la consolle di navigazione
e la poltroncina di comando, dai monitor e dalle postazioni lungo il perimetro
delle paratie.
«Signor Sulu, ha finito di ricalibrare i sensori astronomici?» domandò
ad un ufficiale chino sotto la consolle scientifica che aveva in mano
il pannello smontato della parte inferiore della postazione.
L'uomo, un orientale con indosso l'uniforme blu del dipartimento scientifico,
si voltò di scatto. «Sissignore», disse con voce profonda. «Ho terminato,
devo solo sigillare di nuovo il pannello».
«Molto bene», rispose comprensivo il vulcaniano.
Kirk premette uno dei bottoni della propria poltroncina, senza sedersi
ancora per il momento.
«Qui è il capitano. Desidero l'attenzione di tutti voi a bordo... non
ho ancora avuto modo di conoscervi tutti quanti personalmente, ma sono
certo che, nei prossimi giorni, avrò l’occasione di farlo e di apprezzare
i vostri sforzi per il miglior funzionamento di questa nave...
Hm, non sono un gran chiacchierone e quindi credo di non avere nient'altro
da dire. Anzi, una cosa c'è da dire, ed è che a partire da quest'oggi
noi ci spingeremo in luoghi mai visitati prima da nessun essere umano,
andremo dove nessun uomo è mai giunto prima, e questo vi rende onore,
e rende onore alla nave sulla quale servite...
Questa comunicazione interna stabilisce l'inizio formale del nostro viaggio...
e che il vento siderale ci sia propizio». Kirk tolse il dito dal pulsante,
visibilmente imbarazzato, e si accorse che tutti gli ufficiali in Plancia
lo stavano osservando pieni di eccitazione. .. Beh, ‘quasi’ tutti, constatò
in un secondo tempo, notando il cipiglio di curiosità stampato sul volto
del tenente Spock.
Aveva forse trovato quelle parole scontate o superflue?
Decise di non scoprirlo.
Diede un'occhiata alla propria poltroncina e, sospirando, si sedette.
Ci si sedette per la prima volta.
Comoda.
"Signor O'Rielly», disse senza voltarsi verso la postazione del tenente
alle comunicazioni. «Contatti il controllo traffico». «Contattato signore,
parli pure».
«Qui è l'Enterprise, chiedo il permesso di levare l'ancora».
Spock si sedette alla propria postazione ora libera dall'intralcio causato
dal signor Sulu, ed inarcò un sopracciglio una volta sentita la colorita
richiesta del capitano.
Kirk si accorse di essere osservato da Spock, lo guardò e gli sorrise...
e ancora una volta gli angoli delle bocca di Spock non si arricciarono,
non diedero alcun segno di divertimento o nessun accenno di sorriso.
«Qui controllo traffico, Entrerprise. Autorizzazione a partire concessa».
«Grazie controllo traffico, arrivederci».
«Arrivederci, signore, e buon viaggio».
«Signor Mitchell, disattivi i dispositivi di ormeggio».
«Dispositivi di ormeggio disattivati», rispose Gary digitando sulla propria
consolle.
«Timoniere, ci porti fuori, un quarto di impulso».
Johnson si voltò, osservando il capitano con stupore.
Doveva aver sentito male, durante le manovre di attracco o di partenza
si usavano sempre i propulsori di manovra per evitare spostamenti bruschi
o rischiosi a causa di velocità eccessiva.
«Come, signore?»
«Ha sentito bene, guardiamarina, si mantenga dritto su quest'asse e ci
porti fuori a un quarto di potenza d'impulso».
«Sì, signore, potenza di impulso inserita».
Johnson deglutì. Mitchell si concesse un sorriso e Kirk lo notò sorridendo
a sua volta. Ma Gary non lo vide, poiché stava fissando lo schermo visore
principale della Plancia, sulla quale si poteva vedere la distesa di stelle
di fronte a loro, e il lucente disco argenteo della luna, in angolo al
visore.
«Visuale di poppa», ordinò Kirk.
Sullo schermo, il campo stellato venne sostituito istantaneamente dall'
immagine del molo di attracco sette che si allontanava, come se il visore
fosse stata una finestra affacciata sul retro della nave.
«Molto bene, virare di centoventi gradi a babordo, e proseguire a tre
quarti di potenza d'impulso».
«Virata effettuata, signore».
«Visuale di prua», ordinò il capitano, e poi si rivolse a Scott. «Quando
potremo disporre della velocità di curvatura?» «Cinque minuti di tempo
per stabilire l'intermix, signore».
«Molto bene, signor Scott. Navigatore, tracci una rotta per il settore
dodici. Timoniere, una volta usciti dal sistema solare entriamo in curvatura,
fattore cinque».
Mitchell digitò sulla consolle. «Fatto, signore, rotta impostata».
«Pronto ad inserire la velocità di curvatura», lo informò il guardiamarina
Johnson.
Kirk poté sentire la Plancia vibrare sotto l'impeto dei motori ad impulso,
ma sapeva che presto gli stabilizzatori di gravità avrebbero compensato.
Scott puntò alla volta del turbo ascensore e lasciò la Plancia. Starà
andando a controllare le condizioni dei motori a curvatura di persona,
pensò Kirk, questa è una cosa saggia.
«Inquadrare la Terra sullo schermo», ordinò.
Sullo schermo visore venne inquadrato il pianeta Terra. Ora occupava tutto
il visore ma già si poteva notare che si stava rimpicciolendo a causa
del loro allontanamento repentino.
«Portarsi a massima potenza di impulso».
«Massimo impulso, signore».
La Terra iniziò ad allontanarsi ancora più velocemente.
Kirk osservò il globo rimpicciolirsi, e pensò alla propria casa.
Pensò all'Iowa.
Ai cavalli.
Ai campi.
Carol.
Scacciò ogni pensiero e realizzò che per molto tempo questa nave sarebbe
stata la sua nuova casa.
«Signore», disse O'Rielly premendo l'auricolare all'orecchio.
«Messaggio in arrivo dal comando di Flotta».
«Cosa dicono?»
«Ci augurano buon viaggio, signore».
«Li ringrazi da parte nostra, tenente».
«Sissignore».
«Visuale di prua».
La Terra, ora rimpicciolitasi a tal punto da sembrare una piccola palla
da tennis blu, venne sostituita da una scura distesa di spazio, punteggiata
da numerosissimi puntini luminosi. Le loro stelle erano là fuori, in attesa
di riceverli.
Mitchell anticipò la richiesta del capitano. «Dodici minuti all'uscita
dal sistema solare».
«Bene, signor Mitchell».
I dodici minuti successivi furono silenziosi, eccettuato il ronzio delle
strumentazioni e la vibrazione continua causata dalla massima accelerazione
dei motori ad impulso.
Kirk poteva vedere l'eccitazione dipinta sui volti di Mitchell, O'Rielly
e Johnson. Vide il sorriso di compiacimento dell'ufficiale che il tenente
Spock aveva chiamato Sulu, e che ora stava in piedi, vicino all'ingresso
del turbo ascensore. Lo stesso Kirk era emozionato, curioso di sapere
verso cosa si stavano dirigendo.
Cosa li attendeva a centinaia di anni luce da casa?
Forse il signor Spock non era così eccitato come gli altri poiché aveva
lasciato la sua casa, il pianeta Vulcano, già da molto tempo. Ma a pensarci
bene questo voleva dire ben poco considerato che anche Kirk, da ufficiale
della U.S.S. Farragut, aveva anch'egli attraversato il cosmo negli ultimi
anni, e il concetto di casa era divenuto piuttosto astratto.
Kirk pensò che a lungo andare avrebbe trovato la mancanza di emozioni
del tenente Spock davvero irritante.
Non avrebbe mai potuto fare amicizia con qualcuno totalmente privo di
emozioni. Non avrebbero potuto ridere insieme. Disperarsi, Amareggiarsi,
Confortarsi, sostenersi a vicenda nel loro lavoro. Le emozioni erano una
parte fondamentale alla base di un rapporto di amicizia, pensava Kirk.
Qui si rese conto che sarebbero stati solo colleghi. Non era certo necessario
piacersi per lavorare bene insieme.
Forse avrebbe fatto meglio a tenerselo lontano dalla Plancia, magari avrebbe
dovuto relegarlo in qualche laboratorio sui ponti inferiori. Magari affidandogli
la carica di capo reparto astrofisico o biologo.
Chissà se in tale eventualità le emozioni del caro signor Spock non sarebbero
affiorate e rese manifeste.
Non riusciva a credere che se lo avesse degradato ad un ruolo marginale
in un laboratorio, il vulcaniano avrebbe risposto: «Come desidera, capitano».
Non si sarebbe arrabbiato? Non avrebbe protestato? Neanche mostrato un
po' di irritazione?
«Siamo al di fuori del sistema da... adesso!» lo informò Mitchell.
Kirk toccò un pulsante sul bracciolo della propria poltroncina: «Plancia
a Sala Macchine».
«Qui Scott».
«Se voi siete pronti laggiù, noi attiviamo la curvatura».
«Tutto normale, capitano. Nessun problema con i circuiti. Intermix pronto.
Possiamo passare a velocità di curvatura quando volete, Plancia».
«Ha sentito, signor Johnson?»
«Sissignore».
«Allora esegua la procedura».
Johnson digitò velocemente su alcuni pulsanti e subito si udì un crescente
e cupo ululato irreale. Come il rumore di un ascensore che supera di venti
volte la propria velocità. Tale rumore era sempre costante, come un intenso
suono di sottofondo. La Plancia vibrava. Le poltrone sembrarono tremare
incessantemente.
«Passaggio a curvatura effettuato, signore, velocità fattore cinque inserito».
Ora le stelle sullo schermo visore si erano allungate, come per sottolineare
la velocità attuale della nave. A normale velocità di impulso ci sarebbero
volute decine e decine di anni per raggiungere il settore dodici verso
il quale erano diretti. A curvatura sarebbero bastati pochi giorni.
«Molto bene, signori», disse Kirk alzandosi in piedi. «Sarò nel mio alloggio.
Alla via così, a lei il comando signor Mitchell».
«Sissignore».
Kirk si diresse verso la porta del turbo ascensore, poi ebbe come un ripensamento,
si voltò e fissò il tenente Spock che era intento ad osservare un monitor
accanto alla propria consolle. Nel frattempo Mitchell aveva preso il posto
di Kirk sulla poltrona di comando, e un guardiamarina, una ragazza biondina
dalla capigliatura elaborata, aveva preso il posto di Mitchell alla consolle
di navigazione.
Kirk decise in un solo attimo che avrebbe dato un'altra possibilità al
vulcaniano. «Tenente Spock, lei gioca a scacchi?» Spock si voltò, con
espressione stupita. Era stato preso di sorpresa. «Certo capitano, la
strategia e la tattica insite in una partita a scacchi irrobustiscono
la logica».
Kirk sorrise. «Allora venga nel mio alloggio, la sfido».
Spock inarcò un sopracciglio.
Capitolo Terzo
Erano passate tre ore da quando avevano iniziato a giocare, e Kirk conduceva
con tre partite vinte contro due all'attivo del Vulcaniano.
Il capitano conosceva molto bene la scacchiera tridimensionale, montata
su più piani, e notò che anche il vulcaniano conosceva il fatto suo. Di
solito nessuno riusciva mai a batterlo, fin dai tempi dell'Accademia,
e ora, in una sola giornata, aveva già perso due volte.
Il tenente Spock aveva certamente una mente eccezionale.
«Le sconsiglio questa mossa, capitano. La mia torre sarà in scacco matto
in tre mosse».
Kirk sorrise, e si fermò solo per un attimo, scrutando la scacchiera.
Cercò indizi che avvalorassero la teoria del signor Spock. Ne trovò alcuni,
ma portò ugualmente a termine la mossa.
«Trovo la sua scelta alquanto illogica, capitano».
«La logica. Ora ricordo, è la filosofia sulla quale si basa la vostra
cultura non è così? ..oh! mi perdoni, dimenticavo che lei è per metà umano».
«Non si preoccupi, capitano, non può offendermi in alcun modo, e comunque,
lei ha ragione. Sono per metà umano».
Spock afferrò un pezzo dalla scacchiera e fece la propria mossa.
«Trovo la cultura vulcaniana abbastanza imbarazzante», esclamò Kirk con
naturalezza, muovendo uno dei suoi pezzi da un piano ad un altro della
scacchiera. Spock rimase perplesso dall'eccessiva sincerità del capitano.
«Apprezzo la sua sincerità, capitano, ma temo che la sua frase sia piuttosto
prematura». Mosse un suo pezzo da un lato all'altro della piattaforma
più bassa, abbastanza vicino al re di Kirk.
«Perché prematura?»
«Perché lei ha avuto solo occasionali rapporti con la mia gente e quindi
non è in grado di fare osservazioni come quella di poco fa».
«Forse ha ragione ma lei mi mette a disagio...»
Spock aggrottò la fronte. «Forse questo è dovuto alla sua attuale posizione
in questa partita di scacchi, signore. Sa che alla prossima mossa io le
darò scacco».
Kirk mosse uno dei suoi pezzi bianchi. «Scacco matto», esclamò, rimanendo
serio.
Spock osservò la scacchiera come se la cosa appena accaduta fosse stato
il più intricato fenomeno presente nell'universo.
«Credo che debba riformulare la sua ultima ipotesi, tenente». disse Kirk
accennando ad un sorriso.
«È ..possibile», balbettò l'ufficiale scientifico, ancora incredulo.
«Con questa, signor Spock, sono quattro vittorie per me e due per lei.
Credo che abbiamo giocato a sufficienza per oggi, non crede?»
«Sono d'accordo, capitano».
«Sono sempre a sua disposizione per eventuali rivincite, comunque». Kirk
sorrise, per sottolineare la propria battuta sarcastica, e si alzò in
piedi.
Spock rimase seduto, studiando la scacchiera e ripensando mentalmente
alle loro ultime mosse, cercando il punto di origine della tattica portata
avanti da Kirk.
Il capitano si concesse un altro sorriso, osservando il cipiglio del suo
ufficiale scientifico, che tuttavia poteva anche rimanere in Plancia e
non essere trasferito nella sezione laboratori.
Un fischio di richiamo, armonico, giunse dal pannello delle comunicazioni
sulla parete dell'alloggio del capitano. Kirk gli si avvicinò e con un
gesto noncurante premette il bottone di attivazione.
«Qui Kirk».
«Capitano, qui è O'Rielly, sarebbe meglio che venisse in Plancia».
«Che cosa c'è tenente?»
«I sensori hanno individuato qualcosa di strano, signore».
Kirk lanciò uno sguardo di curiosità a Spock, e con sorpresa si accorse
che tale sguardo era stato condiviso: in fondo qualcosa del lato terrestre
del signor Spock era chiaramente visibile nel suo primo ufficiale scientifico.
«Stiamo arrivando», concluse.
Capitolo Quarto
La porta del turbo ascensore si aprì e il capitano Kirk e Spock emersero
in Plancia.
L'eccitazione era palpabile. Mitchell era in piedi vicino alla postazione
scientifica mentre Sulu stava cercando di utilizzare il pannello di controllo
dei sensori, seduto sulla sedia che il signor Spock, a quanto pareva,
non avrebbe dovuto lasciare per un emozionante trasferimento ai ponti
inferiori.
Anche O'Rielly era a pochi passi da Sulu e cercava di sbirciare da dietro
le spalle.
«Ognuno al proprio posto», li ammonì Kirk. O'Rielly tornò a sedersi e
Mitchell riprese la propria postazione alla consolle di navigazione mentre
la biondina che lo sostituiva si alzò e si mise in disparte.
Sulu si alzò dalla sedia ma rimase in loco, osservando i dati su di uno
schermo ausiliario.
«Che cosa succede?» chiese Kirk.
Sulu si voltò per guardare in faccia il proprio capitano. «I sensori hanno
rilevato uno strano fenomeno, capitano», disse. «Si tratta di una distorsione
o di un'anomalia di qualche tipo».
«Dove?»
«A due unità astronomiche dalla nostra posizione attuale».
Kirk fu sorpreso. «Due... unità astronomiche? ..ma è dannatamente vicino».
«Capitano», iniziò Mitchell, spostando l'attenzione su di sé.
«Mi sono permesso di far rallentare la nave quando lei non c'era, in modo
da non allontanarci dal fenomeno, ora siamo a due terzi di potenza d'impulso».
«Ci ha fatto uscire dalla curvatura», realizzò Kirk. «Molto bene, signor
Mitchell, ben fatto».
Si portò all'altezza della propria poltroncina di comando e si sedette.
Spock riprese posto alla consolle scientifica e Sulu si spostò di mezzo
metro al suo fianco, osservando ogni gesto del vulcaniano che aveva iniziato
a digitare sui pulsanti, inclinato a setacciare lo spazio e a scrutare
dentro al visore dei sensori.
«Distorsione gravimetrica ad alta intensità», precisò Spock, senza essere
interpellato.
Kirk guardò verso il proprio ufficiale scientifico e sorrise: È bravo.
«Timoniere, ci porti a contatto visivo con il fenomeno, mantenere distanza
di sicurezza. Allarme giallo», ordinò Kirk.
«Sissignore».
«Allarme giallo inserito, signore».
Spock si voltò per rivolgersi al suo capitano. «Signore, non vi è più
nessuna traccia del fenomeno, è svanito».
«Svanito?»
«Sì, signore, si è dissipato, calando di intensità fino ad annullarsi,
ma al suo posto ora rilevo della massa».
«Analisi, signor Spock».
Spock si rimise a consultare i sensori: «Massa sei punto quattro, elementi
base duranio, verbene, acciaio, berite, e un altro elemento di origine
sconosciuta."
È dannatamente bravo. Kirk aggrottò la fronte.
«Considerando la massa e gli elementi potrebbe trattarsi di una nave?»
«È possibile», rispose il vulcaniano.
Mitchell digitò alcuni pulsanti. «Stiamo entrando nel raggio visivo».
Kirk balzò in piedi, la curiosità lo stava divorando.
«Arrestare i motori. Mantenere la posizione. Mettere quella ..cosa sullo
schermo».
«Sullo schermo, signore».
Sullo schermo comparve... qualcosa di rotondo, e piccolo. Sicuramente
metallico. Sembrava una ruota.
«Ingrandire, fattore quattro punto cinque».
Il piccolo oggetto rotondo divenne un'enorme costruzione spaziale che
occupava tutta l'area dello schermo visore.
Sembrava un gigantesco anello metallico, anzi no, una ruota... si, una
ruota come quelle usate tanti secoli addietro per i carri trainati dai
buoi. Era composta da un immenso anello, in cui erano visibili piccole
zone incavate, forse finestrini, ma non c'era luce all'interno a quanto
sembrava.
Tre raggi partivano dall'anello e si incontravano al centro, dove, al
posto del fulcro, nel punto in cui una volta si infilava l'asse del carro,
c'era una sfera metallica.
Era il centro dell'installazione.
Inoltre, si poteva notare che sull'anello, che era spesso almeno quanto
una volta e mezzo il tronco principale dell'Enterprise, era presente una
specie di lunga antenna. Lunga almeno un centinaio di metri e puntava
verso l'esterno dell'anello, quasi come se fosse stato l'esile manico
di una gigantesca padella.
Kirk notò che l'installazione ricordava vagamente una stazione di attracco,
o qualcosa del genere.
«Che diavolo è quell'affare?», esclamò Johnson.
«Una stazione spaziale?», suggerì Kirk, ma più a se stesso che al guardiamarina.
Spock prese quella possibilità al volo. «Si, c'è una discreta possibilità,
anche se i registri non indicano nessun tipo di installazione in questa
regione di spazio».
«È funzionante?» domandò Kirk.
Spock non ebbe bisogno di consultare i sensori. «In parte. Il centro,
dove si incontrano i tre raggi metallici, è attivo, ma un campo energetico,
simile al nostro sistema di scudi, lo rende isolato dall'azione dei sensori».
«In pratica non possiamo analizzarlo», concluse il capitano.
«No, non possiamo, ma quel punto è l'unica parte dell'installazione ad
essere schermata e protetta alle scansioni».
Kirk si avvicinò alla consolle scientifica. «Che cosa mi sa dire del resto
dell'installazione? Ci sono forme di vita?» Spock consultò i sensori.
«Nessuna lettura che indichi forme di vita per come noi le conosciamo...
energia al minimo, distribuita solo ed esclusivamente al sistema di supporto
vitale e alla gravità artificiale... illuminazione sporadica. All'interno
rilevo cavità simili a stanze e cunicoli...
Quella specie di estensione sembra essere un antenna di qualche genere.
Dai dati rilevati è possibile che si tratti di un diffusore e trasmettitore
energetico... è lungo centoventiquattro metri e ha un diametro di cinque
metri...
Inoltre, è presente una quantità considerevole di macchinari all'interno
dell'installazione ma completamente inattivi e privi di energia».
«Può determinare a cosa servano?»
«Negativo, non da qui».
«L'atmosfera interna generata dal supporto vitale è compatibile con la
nostra?»
«Decisamente si».
«Armi?»
«Sono presenti dei dispositivi che potrebbero essere dei tubi lanciasiluri».
«Da dove ha origine l'energia che alimenta la gravità ed il supporto vitale?»
«Sconosciuto. Alcuni condotti arrivano nella zona schermata al centro.
È possibile che quello sia il generatore di energia».
Gli occhi di Kirk brillarono. «La schermatura serve a proteggere la loro
fonte di energia», concluse.
«È plausibile», fu la piatta risposta del vulcaniano.
Sulu manifestò la propria perplessità. "Signore, io ero seduto alla consolle
scientifica quando i sensori passivi hanno individuato il fenomeno, e
posso giurare che fino a qualche minuto prima quella installazione non
c'era».
Kirk si massaggiò la base del collo. «Beh, a quanto pare abbiamo...»
«Capitano», lo interruppe Spock. «Rilevo un picco di energia accumulato
alla base di quella strana antenna».
«Ci sono rischi?»
«L'energia accumulata si sta diffondendo lungo tutta la superficie dell'antenna.
Sospetto che si stia preparando a scaricare una discreta quantità di...»
«Ho capito, signor Spock, alzare gli scudi».
«Scudi alzati, signore», lo informò Mitchell.
"Tenente?» Kirk fece capire a Spock di andare avanti. «I sensori stanno
rilevando una dispersione di energia... ora».
«Sullo schermo non ce n’è traccia. Non vedo alcuna dispersione di energia»,
precisò Mitchell.
Spock diede una fugace occhiata al visore e poi tornò a consultare gli
strumenti della propria consolle.
«Eppure è in atto una specie di trasferimento di energia. È diretto a
noi, capitano».
«Gli scudi reggono, signor Mitchell?» domandò Kirk.
«È strano, capitano».. Mitchell stava consultando la propria consolle
come se non riuscisse a vedere niente. «Io non rilevo nulla, gli scudi
sono al massimo e niente ci sta attaccando».
«Conclusione corretta, comandante», lo interruppe Spock, «Infatti si tratta
di un normale trasferimento di energia, non di un attacco. È diretto alla
nostra nave e sta eludendo gli scudi, come se non ci fossero affatto.
Tuttavia non sembra che stia causando danni alla nostra struttura».
Kirk era nervoso. «Signor Spock, può rilevare la destinazione finale di
questa energia invisibile?»
«Sì, capitano. È la nostra sala macchine... l'emissione è cessata ora».
«Sala Macchine a Plancia».
Kirk si accostò alla propria poltroncina e premette un pulsante sul suo
bracciolo destro. «Qui Kirk».
«Capitano, parla Scott, sarebbe meglio che venisse a dare un'occhiata
quaggiù, non riesco a crederci».
«Cosa è successo?»
«Sto arrivando, signor Scott».
«E... capitano... porti un Tricorder».
«Un Tricorder?!» Kirk si voltò verso Spock. «Tenente, tenga sotto controllo
quella specie di stazione spaziale», la indicò con un dito, fu un gesto
quasi di rabbia, notò il vulcaniano.
«Faccia tutte le necessarie analisi, e soprattutto le faccia in fretta».
«Sissignore». Il capitano si diresse al turboascensore.
«Signor Sulu, prenda un Tricorder e venga con me».
«Sissignore».
«A te il comando, Gary. Al primo segno di pericolo ci allontaniamo, sono
stato chiaro?»
«Chiarissimo, capitano».
La porta del turbo ascensore si richiuse portando Kirk e Sulu in Sala
Macchine.
«Diario del capitano. Data stellare 1172.1.
Prima registrazione del capitano James T. Kirk.
L'Enterprise è incappata in una strana anomalia spaziale che ben presto
è scomparsa non lasciando più alcuna traccia. Al posto del fenomeno i
sensori hanno rilevato la presenza di una sorta di stazione spaziale,
apparentemente disabitata, e con l'energia al minimo intenta a sostenere
solo la gravità artificiale e il supporto vitale.
Anche se abbiamo prontamente alzato gli scudi, sembra che la stazione
sia riuscita a effettuare un trasferimento di energia utilizzando la stessa
Enterprise come ricettacolo.
Ora mi sto recando in Sala macchine per un presunto problema che sembra
essere sorto forse a causa delle emissioni della stazione.
Il tenente Spock sta studiando e analizzando la struttura.
Fine registrazione».
...continua
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