SIGNS
di Davide "Questor" Galati




Questo mese mi hanno davvero dato un compito difficile, ma che dico difficile, una vera e propria missione impossibile, non solo devo sostituire il bravissimo Maurizio (e già questo basterebbe per rendere giustificato l’uso dell’aggettivo “impossibile”), ma devo parlarvi di “Signs” senza anticiparvi molto di ciò che accade nel film.
Credetemi, è una vera e propria tortura soprattutto per me che non vado mai al cinema senza sapere prima cosa succederà nel film o che quando compro un fumetto vado subito a vedere cosa succede nell’ultima pagina. Come dite? Sono strano? Certo altrimenti vi pare che sarei qui a scrivere per lo STIM? Non lo sapete che per scegliere un redattore si fanno anni di ricerche, valutando diversi possibili candidati, ma alla fine si scelgono solo i soggetti che mostrano i maggiori segni di eccentricità? Cosa? Non vi interessa e volete che inizi a parlare del film? E avete ragione: allora iniziamo dicendo che “Signs” è l’ultima fatica cinematografica di M. Night Shyamalan (“Il sesto senso”, “Unbreakable”) e che il bravissimo regista appare anche all’interno del film, non è difficile individuarlo visto che è l’unico personaggio di origini indiane presente nell’opera.
L’arte di questo giovane di talento non si discute, infatti anche i più decisi denigratori del film devono ammettere che dietro la macchina da presa riesce a rendere inquietante ogni momento di semplice vita quotidiana. La scelta particolare delle inquadrature, la lentezza, mai però esasperata di alcune scene, i movimenti insoliti eppure naturali della telecamera creano un atmosfera sospesa a metà tra il sogno e l’incubo, lasciando lo spettatore nella stessa inquieta attesa dei protagonisti. Ah sì, i protagonisti, molto bravi tutti e quattro nel rendere e nel trasmettere quello di cui dicevamo poco sopra.
Ottimi i due bambini che si trasformano nei veri adulti della situazione con commenti pungenti e appropriati, splendido Joaquin Phoenix che ricordiamo nel ruolo dell’Imperatore Commodo ne “Il Gladiatore” nell’interpretare un uomo totalmente smarrito da ciò che gli accade intorno e desideroso di rifugiarsi nella fede in qualunque cosa possa dare un senso a ciò che sta succedendo. Fede che rifiuta completamente l’ex predicatore Mel Gibson aggrappato fino all’ultimo al desiderio di normalità e che forse è l’interprete meno convincente, perché alle volte eccessivo nel suo titubare, nella sua quasi assenza di spina dorsale, ma che si dimostra pur sempre attore di gran livello.
Arrivato a questo punto mi sono reso conto che non vi ho ancora detto nulla della storia allora vediamo di rimediare, anche se sarà difficile farlo senza rivelare qualcosa quindi proseguite a vostro rischio e pericolo. Tutto inizia con la comparsa di questi segni nei campi di grano del protagonista: segni strani, immensi e che sono ben visibili solo dall’alto. Ora c’è da dire che questa storia dei segni nel grano è un fatto vero, cioè davvero ogni tanto appaiono nei campi di grano, soprattutto dell’Inghilterra, e c’è chi li mette in relazione con gli extraterrestri, chi dice che sono scherzi di qualche burlone e dimostra come sia semplice farli con pochi e semplici attrezzi, mentre secondo me è opera degli elfi, ma questo è un altro discorso e allora torniamo al film.
Shyamalan sposa la tesi degli alieni anche perché segni simili compaiono contemporaneamente un po’ in tutto il mondo, ma “Signs” non è un film di fantascienza. Come? Sì, lo so che ci sono gli alieni, l’ho appena scritto, ma in realtà sono solo un pretesto per raccontarci qualcos’altro, infatti rappresentano solo un aspetto marginale di tutto il film e il regista fa la scelta ben precisa di trattarli come in un B.-movie degli anni ’50.
Al riguardo ho sentito molte critiche di spettatori delusi soprattutto da questo aspetto, ma il punto è proprio questo. Muovere una critica di questo tipo significa semplicemente non aver capito nulla del film. Gli alieni sono solo la scusa per parlare di tutt’altro e i segni nei campi di grano l’iperbole, volutamente provocatoria, di segni ben più piccoli nascosti nella realtà quotidiana di tutti noi. Insomma gli alieni non c’entrano nulla e gli unici segni che vi vengono rivelati sono quelli con cui ci scontriamo tutti i giorni. Questo è il film che Shyalaman voleva fare e questo è il film che Shyalaman ha fatto!
Volete saperne di più sui “Crop Circle”? Guardate Quark o X-files, volete essere rapiti in un mondo irreale eppure quotidiano? Volete fermarvi a riflettere sui gesti che compiete ogni mattina? Sul perché fate una cosa invece che un’altra? Allora guardate “Signs” non rimarrete delusi. Capisco che cadere nell’errore sia facile, anch’io subito ero tutto concentrato sul mistero dei cerchi. Chi li aveva fatti e perché?
Ma ad un certo punto è arrivata l’illuminazione ed è arrivata grazie ad una scena a mio avviso molto esplicativa. Ve la racconto, perdonatemi, ma non credo di rivelarvi molto. I protagonisti stanno andando in macchina verso la città, la telecamera si allontana sempre più verso l’alto inquadrando pian piano la cittadina in cui stanno entrando ed ecco, guardate bene, dall’alto il nostro mondo appare pieno di simboli, di segni, per il parcheggio, per attraversare la strada, per indicare la chiesa e così via.
In quel momento ho capito, i “Signs” del titolo erano quelli, erano i segni della vita quotidiana, quelli nei campi non c’entravano nulla, erano solo una scusa e come tali vengono, giustamente trattati.
Aggiungo che a mio personale parere, non è neanche detto che gli alieni siano cattivi, anzi.
In definitiva volete un film di fantascienza? Allora aspettate che esca il prossimo Star Wars, ma se volete vedere un bel film guardate “Signs” senza timore così potrete affermare anche voi che “le coincidenza non esistono”.

 

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