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IL
FASCINO DEL MALE
di Chiara
Salvioni
Colgo spesso intorno a me opinioni indignate
riguardo all’uso televisivo degli eventi di cronaca più efferati. La maggior
parte delle volte essi costituiscono un cavallo sicuro su cui puntare
per fare incetta di ascolti, e per questo motivo sono munti fino a quando
non se ne può cavare più nulla: vengono analizzati, sezionati, sfruttati
per molti mesi, senza troppe preoccupazioni per la dignità di chi del
caso di cronaca è stato vittima. Detto ciò, non voglio indulgere in un
atto di accusa contro tali spettacoli. Credo anch’io che questo tipo di
intrattenimento sia, a essere educati, di infimo livello (la spremitura
televisiva delle tragedie di Novi Ligure e Cogne è l’esempio più noto
di questi ultimi anni); tuttavia, non si tratta di un fenomeno squisitamente
contemporaneo. Solo
il mezzo di diffusione è nuovo. Il televisore amplifica e rende globale
una morbosità che in passato era pudicamente camuffata ma poteva trovare
sfogo nella letteratura o, in tempi più moderni, in riviste popolari e
articoli di giornale (vi dice nulla la vicenda di Jack lo Squartatore,
datata fine ‘800?). A chi sostiene che l’attrazione insana per la cronaca
nera porti alla ribalta il lato più animalesco degli individui, ribatto
che invece si tratta di un atteggiamento molto umano. Negli animali esiste
una purezza di intenti capace di rendere comprensibile la crudeltà che
ai nostri occhi pare più sconvolgente; ma ciò non ha nulla a che fare
con noi. Il male dei casi di cronaca non parla all’istinto, bensì alla
razionalità. La lusinga stuzzicando il nostro senso etico: ci indigniamo
(dobbiamo farlo) quando esso non viene rispettato, e provare ripugnanza
ci rassicura; allo stesso tempo, però, capiamo quanto siano friabili le
fondamenta della normalità e come un singolo istante basti a fare di un
individuo un assassino, e a precipitarlo dalle comuni ombre quotidiane
fino al più cupo degli inferni. Dire “non potrebbe mai capitarmi” è azzardato.
Anch’io ne sono convinta, conscia della mia forza e della ‘legge morale
dentro di me’ che pongo sopra tutto; ma può essere sufficiente un attimo
appena per tradire la propria educazione e liberarsi dai dettami etici
cui si è vincolati. Il più vivido quadro di questo tema, e dell’impossibilità
di tracciare una netta distinzione morale nell’animo umano, è stato forse
offerto dai libri di Dostoevskij (“Delitto e castigo”, “I fratelli Karamazov”,
e su tutti “I demoni”, che odora di zolfo fin dalle prime pagine). Tuttavia,
qui ci troviamo ben oltre i casi di squallore umano e patologie psicologiche
esposti dalla cronaca giornalistica. Siamo già in presenza del male più
suggestivo proposto dall’immaginazione umana e spesso incarnato da figure
imponenti. Noi, figli meticci della dicotomia bene/male, creature reali
in cui i due termini si fondono in un equilibrio sempre irrequieto, vediamo
nei grandi malvagi il simbolo di come si possa vivere ribaltando ogni
convinzione di rispetto e civiltà. Il vero male non è follia, ma contraltare
razionale di quanto siamo cresciuti ritenendo giusto; coloro che lo operano
agiscono seguendo una degenerazione del libero arbitrio, anche se spesso
la scelta è compiuta con amarezza: e a noi può accadere di scoprirci attratti
dalle loro figure tormentate e complesse, in letteratura e al cinema così
come nella vita reale, allettati dall’idea di fare la parte degli angeli
che giocano col fuoco senza bruciarsi le ali. E’ il fascino del male,
appunto.
Cosa
troviamo di tanto affascinante in questi individui? Forse l’imprevedibilità,
dovuta al fatto che la loro logica viaggia su strade a noi sconosciute,
e quindi l’incapacità di prevedere le loro intenzioni, oppure, in certi
casi, il coraggio dimostrato nel valicare barriere etiche ai nostri occhi
insormontabili. Motivi simili a quelli per cui trovo l’Inferno la più
divertente fra le tre cantiche della Divina Commedia, non corteggerei
mai un Renzo Tramaglino qualunque e, piuttosto, sarei soggiogata dalla
limpida, diabolica intelligenza di Moriarty. Non tutti i malvagi sanno
essere affascinanti, comunque. Il disperato Satana miltoniano è infinitamente
più interessante del banalotto dio del male celebrato dai vari culti satanisti
odierni. Il male unidimensionale, bambini a parte, non genera curiosità
in nessuno. É la sua umanità, portatrice di sfumature e tormento, a donare
fascino, in un gioco che ricorda un classico esempio della psicologia
della ‘Gestalt’ (teoria che riguarda l’analisi delle percezioni): un insieme
di linee curve può sembrare un’anatra o un coniglio, a seconda dell’interpretazione
che l’inconscio suggerisce; ma si vede solo un animale alla volta, e ci
sarà un attimo in cui avverrà lo ‘switch’, il cambiamento di punto di
vista che permette di notare l’altro. Allo stesso modo, spesso male e
bene si compenetrano, diventano facce di una stessa medaglia. E i personaggi
malvagi veramente affascinanti sono, in cinema e letteratura, costruiti
dai propri creatori sul trucco dell’anatra e del coniglio: quando impariamo
ad accettare l’ambiguità di tali figure e a cambiare abbastanza agilmente
il nostro punto di vista, il continuo alternarsi delle due facce genera
una profondità che forse non cancella il giudizio morale, ma crea empatia
nell’osservatore. Non posso fare a meno di provare un’innata simpatia
per questo genere di creature, che quando meno te lo aspetti sfuggono
alla classificazione in cui pensavi di costringerle: crudeli, pericolose,
malvagie, ma allo stesso tempo malinconiche, amare, addirittura capaci
di provare paura. Che dire? Mi piacciono i cattivi. E Star Trek trabocca
di malvagi siffatti, sfaccettati e terribilmente reali, nonostante nascano
dalla sfrenata immaginazione della fantascienza.
Per
quanto detto, isolare il male in Star Trek risulta difficile. I cattivi
più importanti sono o individui in cui il male è sfumato da grandi tormenti
privati (Khan e Dukat sono due esempi) e quindi quasi da compatire, o
addirittura intere razze aliene, nel cui caso l’atto di associare loro
il male può essere visto semplicemente come incomprensione di una radicale
diversità. Questo relativismo di fondo impedisce di definire nettamente
il male; permette di intuirne la presenza, ma fa sì che non si possa segnalarlo
con certezza. All’inizio, tutto era molto semplice. I villain dei primi
episodi della Serie Classica sono malvagi unidimensionali: esseri in preda
a deliri di onnipotenza (Oltre la galassia, Charlie X), creature con cui
non è possibile comunicare (le diaboliche pizze assassine di Pianeta Deneva),
gelidi macchinari (Il ritorno degli Arconti), nemesi aliene (Romulani
e in maggiore misura Klingon); cliché che non sarebbero mai più scomparsi
da Star Trek, alle volte banalmente clonati, altre approfonditi e aggiornati.
Tale semplicità, comunque gradevole, è idealmente rappresentata dall’episodio
Il duplicato, nel quale risulta concepibile persino la manichea separazione
dell’umano Kirk in un’essenza malvagia e una benefica: come se l’anatra
e il coniglio se ne andassero a spasso ciascuno per i fatti loro. Eppure
certi aspetti interessanti iniziano a emergere già nella prima stagione:
l’amletica figura di Kodos, tiranno e poi teatrante, in La magnificenza
del Re; la ferocia dei Gorn che in Arena si rivela originata dall’incomprensione
razziale; e, soprattutto, in Spazio profondo la prima comparsa di Khan,
l’uomo che diventerà grazie al film Star Trek II il villain per eccellenza
(a mio parere!) dell’intera serie.
Khan
Noonien Singh, essere umano sottoposto a migliorie genetiche, dittatore
nel XX secolo, ibernato e rianimato nel XXIII, è l’unico personaggio di
Star Trek a meritarsi le parole che Milton dedica a uno dei maggiori cattivi
nella storia della letteratura, il Satana del “Paradiso Perduto”: “Meglio
regnare all’Inferno, che servire in Paradiso”. Appena risvegliato dall’ibernazione
Khan, superiore alla media in forza, intelligenza e cultura, tenta di
prendere il comando dell’Enterprise, ma fallisce per un soffio; e il vincitore
Kirk lo castiga spedendolo, per l’appunto, all’Inferno, un pianeta desolato
sul quale potrà sì regnare, ma sarà sepolto vivo insieme a pochi compagni.
La durezza di tale esperienza, coronata da indicibili sofferenze, genera
in lui un profondo desiderio di vendetta rivolto verso Kirk, che non sarà
soddisfatto e avrà termine solo con l’epica morte di Khan. Nessun altro
cattivo cinematografico è riuscito a coinvolgermi tanto nella storia di
Star Trek: non il pasticciato Soran di Generazioni, sicuramente non il
fantomatico ‘Dio’ di Star Trek V e nemmeno il debole Ru’afo di Insurrection.
Fatte le debite proporzioni, l’unica ad avermi affascinato è stata forse
la Regina Borg di Primo Contatto, ma di questo ne parleremo più avanti.
Tornando al piccolo schermo, TNG rappresenta un sicuro passo in avanti
rispetto alla TOS per quanto riguarda la caratterizzazione del male. Vi
sono più cattivi ricorrenti nelle varie stagioni, e quelli ‘unidimensionali’
sono pochi, anche quando si tratta di comparsate da un solo episodio.
Fra questi ultimi potrei citare gli alieni di Cospirazione, intenti a
invadere la Federazione, quelli di Un mistero dal passato, lo strano antagonista
di Dove regna il silenzio, i ricercatori di Sonni pericolosi e l’assassino
di Tasha in La pelle del male. Splendidamente tratteggiato è poi il torturatore
cardassiano, mai più rivisto, dell’episodio Il peso del comando. Anche
nella prima categoria, quella dei personaggi ricorrenti, si trovano ritratti
notevoli. Ad esempio Lore, il gemello di Data, la cui relazione col fratello
è segnata da sentimenti avversi quali invidia, desiderio di competizione,
gelosia e in fondo anche affetto; oppure la determinata Sela, figlia romulana
di Tasha Yar. Si potrebbe discutere su una possibile inclusione di Q alla
lista: ma l’istrione, anche se ogni tanto mette i bastoni fra le ruote
all’Enterprise e mostra inclinazione alla crudeltà, è soltanto un eccentrico
legato all’equipaggio in modo buffamente paterno. Alle razze che nella
Serie Originale rappresentavano il nemico dobbiamo togliere i Klingon:
divenuti alleati, nonostante il rapporto resti comunque movimentato essi
perdono la loro connotazione esclusivamente negativa, come suggerisce
il diverso modo di interpretare la figura del leggendario guerriero Kahless
dall’episodio della TOS Sfida all’ultimo sangue (lì rappresentava il puro
male) a quello della sesta stagione di TNG Il ritorno di Kahless. Possiamo
invece aggiungere alla lista (ricordati i sempreverdi Romulani, mai deludenti)
i Cardassiani, in preparazione a Deep Space Nine, e la nemesi assoluta
della Federazione: i Borg. Su di loro è già stato detto talmente tanto
da rendere inutile ogni ulteriore analisi. Solo due appunti sulla loro
importanza: innanzitutto mettono in crisi più di ogni altra razza l’idea
di poter definire nettamente il male, in quanto, pur essendo letali e
negazione totale degli ideali della Federazione, essi sono portatori soltanto
di una diversità razziale, drastica ma pur sempre degna di esistere; in
secondo luogo, il loro intervento genera il cattivo più inquietante di
TNG. Si tratta dell’alter ego del capitano Picard, Locutus, le cui informazioni
sulla Flotta Stellare permettono ai Borg la carneficina di Wolf 359: e
a Picard occorreranno anni prima di accettare il male che egli stesso
ha compiuto; male ancora più significativo perché proveniente da una parte
sconosciuta ma esistente di sé, in una versione sofisticata del già citato
episodio “Il duplicato”.
Con
DS9 si prosegue in bellezza. L’assetto bellico delle ultime stagioni della
serie moltiplica le razze nemiche: Fondatori, Vorta, Jem’hadar, mentre
i Cardassiani acquistano chiaroscuri prima inesistenti. Sopra tutti i
personaggi, però, compresi l’ambiguo Garak, il contrastato Damar e il
subdolo Weyoun, si trova Dukat, nemesi di Sisko: potente e crudele in
principio, segnato poi dal rapporto con la figlia ritrovata Ziyal, infine
decaduto e posseduto dai Pah Wraith. Una figura tormentata come poche,
in tutto Star Trek; e come senza dubbio non se ne trovano in Voyager,
il cui nemico principale è rappresentato dall’infelice Regina Borg, questa
volta nemesi di Kathryn Janeway. Mentre nel film “Primo Contatto” ne trovavo
la presenza intrigante, in particolare per la piega che assume il suo
rapporto con Data, in Voyager essa è poco più di un cattivo da fiaba,
una perfida strega di Biancaneve: quasi non ha spessore psicologico, e
alla lunga non suscita nemmeno più inquietudine. Anzi, il suo utilizzo
spropositato ha cancellato la grande temibilità dei Borg, riducendoli
da creature invincibili, anche se un po’ tentennanti verso la fine di
TNG, a pupazzi.
E siamo dunque giunti alla fine, procedendo verso Enterprise, la quale
è tuttavia ancora troppo giovane per offrire malvagi interessanti: fra
qualche stagione si tireranno i conti. Molto prima, però, ci aspetta il
decimo film di Star Trek, Nemesis. Non c’è che dire, il nome stesso fa
ben sperare: tutto il film ruoterà intorno alla figura di Shinizon, il
cattivo di turno, riguardo al quale non voglio sentire nessuna anticipazione
perché spero si riveli una piacevole sorpresa. Insomma, incrociamo le
dita e speriamo che la nemesi con cui si scontreranno i nostri beniamini
sia capace, dopo 20 anni esatti, di non farci rimpiangere il buon vecchio
Khan.
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